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Title: Il tramonto della schiavitù nel mondo antico
Author: Ciccotti, Ettore
Language: Italian
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*** Start of this LibraryBlog Digital Book "Il tramonto della schiavitù nel mondo antico" ***
NEL MONDO ANTICO ***


                                   IL
                        TRAMONTO DELLA SCHIAVITÙ
                                  NEL
                              MONDO ANTICO


                               UN SAGGIO

                                   DI
                            ETTORE CICCOTTI



                                 TORINO
                         FRATELLI BOCCA EDITORI
                     LIBRAI DI S. M. IL RE D’ITALIA

                               SUCCURSALI
                     MILANO Corso Vittorio Em., 21.
                     ROMA  Via del Corso, 216-217.
                       FIRENZE Via Cerretani, 8.
                 Depositi a PALERMO — MESSINA — CATANIA

                                 1899.



                          PROPRIETÀ LETTERARIA

       Torino — Vincenzo Bona, Tip. di S. M. e dei RR. Principi.



IL TRAMONTO DELLA SCHIAVITÙ NEL MONDO ANTICO



INTRODUZIONE


I.

Molti contrasti e molte differenze separano e distinguono il mondo
antico dal mondo moderno, ma nessuna è così saliente come l’esistenza
normale e generale di una classe di schiavi, che costituisce la base
ed il sostrato della società antica, ne sostenta, direttamente od
indirettamente, gli elementi liberi e diviene perciò la ragione e la
condizione di tanti altri contrasti e di tante altre distinzioni.

Così, chiunque della ricerca assidua, oculata e minuziosa de’ dati
della tradizione e delle reliquie del passato non faccia, come ora
accade non di rado, una mera esercitazione di erudito, fine a se
stessa, ma il presupposto necessario della conoscenza positiva del
passato e di una ricostruzione nè fantastica, nè soggettiva della
storia; chiunque, attraverso questa faticosa indagine de’ tempi andati,
cerchi, con la nozione sicura ed organica di un mondo scomparso, le
leggi della vita sociale e delle sue trasformazioni; chiunque si volga
a’ tempi che furono, non già per ismarrire tra i morti le tracce della
vita, ma per rievocarle tra di essi, sarà tratto con fascino sempre
nuovo a considerare le condizioni in cui avvenne la grande metamorfosi
della struttura economica della società, con tutte le sue cause e le
sue conseguenze.

Nè lo distoglierà dal proposito il pensiero che già più volte un tal
problema fu oggetto di studi speciali da parte d’ingegni alacri e
dotti, che l’abbondanza de’ dati raccolti ordinarono con illuminata
pazienza e rischiararono con acume. Anche quando i dati dell’indagine
non fossero più suscettibili d’accrescimento, vi sarebbe sempre modo
di coordinarli diversamente, di determinarne meglio i mutui rapporti,
di riferirli a cause più efficienti e più sicure, di guardarli infine
da un punto di vista diverso e quale può venir suggerito da una nuova e
diversa interpretazione della storia e dalle fondate induzioni di nuove
leggi della vita sociale.

Che il tramonto della schiavitù nel mondo antico si dovesse al
progresso e al trionfo del Cristianesimo, od alla filosofia stoica,
in ispecie, e alla formazione di una più elevata coscienza etica,
in genere, che ne avrebbe scalzato il fondamento morale, o ad un
consapevole principio utilitario, o, finalmente, al sopravvenire delle
invasioni barbariche; sono tutte spiegazioni, da cui forse si sentirà
poco o niente appagato più d’uno che voglia guardare il problema a
fondo e da’ vari suoi aspetti.

Che al propagarsi della mite e solenne voce messiaca, diffusa e
ripercossa, come di eco in eco, per il mondo, i cuori degli uomini si
sentissero conquisi, e i ceppi degli schiavi cadessero spezzati, e la
servitù si andasse dileguando come l’incubo di un sogno pauroso; tutto
ciò ha potuto bene esser creduto, e s’intende anzi che si credesse. Due
grandi movimenti, che si sono svolti in un giro di tempo non diverso,
facilmente son considerati come dipendenti l’uno dall’altro; ed una
spiegazione come questa, insieme facile e pronta, è fatta per dar
tregua all’inquietudine di chi non ne trova subito una più esauriente e
per appagare chi non può e non sa cercare le ragioni intime di uno de’
fenomeni più complicati della storia. Per giunta l’anima aperta alla
fede se ne compiace, e la tendenza a concepire la storia come una serie
di rapidi ed impressionanti, straordinari e spettacolosi mutamenti
di scena, s’accorda meglio col rapido dramma della parola redentrice
che non col dramma meno facilmente percettibile delle rivoluzioni
lentamente e inconsapevolmente preparate e svolte col concorso e
l’antitesi degli uomini e delle cose, nel seno della vita, attraverso i
secoli.

Pure, se appena si cominci a riflettere, un dubbio sorge e ne suscita
altri; e tutti insieme incalzano e premono.


II.

Se il Cristianesimo è incompatibile con l’istituzione della schiavitù,
tanto che ha avuto il potere di dissolverla e sradicarla dal mondo
antico, come può mai spiegarsi che la schiavitù sia riescita a
risorgere e svilupparsi nel seno stesso della civiltà cristiana,
perdurando sino a ieri in paesi che più tenevano a chiamarsi cristiani,
e all’ombra delle leggi cristiane, sotto l’egida e gli auspici di
governi e sovrani, che si atteggiavano a depositari privilegiati e
difensori della fede cristiana?

La tratta cessò nelle isole francesi appena nel 1830; nel Brasile venti
anni dopo, nel 1850. Nelle isole olandesi la schiavitù non fu abolita
definitivamente che nel 1854; a Puerto-Rico ebbe termine nel 1872, a
Cuba nel 1880[1]. L’Inghilterra attese nientemeno sino al 1833 e al
1838 per non liberare che i suoi negri delle Antille[2]; la Francia
rivoluzionaria aboliva la schiavitù per vederla subito reintegrata
e raffermata dal Consolato, dall’Impero, dalla Restaurazione, e non
riesciva alla liberazione definitiva che nel 1848[3]. E, dovunque la
schiavitù corrispondeva a un diritto, a un interesse, o a un bisogno
sia reale, sia creduto tale, nella maniera più accomodante finivano
per coesistere con essa le professioni di fede, i sentimenti, le
pratiche del culto cristiano. Il giornale ufficiale della Martinique
potea pubblicare nel 22 giugno 1840 che sulla piazza del borgo dello
Spirito Santo, _subito dopo la messa_, si sarebbe venduta all’asta, in
seguito ad esecuzione forzata, la schiava negra Susanna con sei figli,
di tredici, di undici, di otto, di sette, di sei e di tre anni![4].
Una relazione fatta al Consiglio della Martinica dichiarava _atea_ la
legge, che mettesse in forse la schiavitù; e un presidente della Corte
reale di Guadalupa trovava che il possesso dello schiavo era la più
sacra delle proprietà[5].

Negli Stati Uniti di America la guerra di secessione avea come
ultimo risultamento l’abolizione della schiavitù; ma questo fatto non
poteva, in nessuna maniera, ripetere le sue origini nè prossime, nè
remote da una causa di carattere religioso. Il movimento schiavista e
l’abolizionista s’erano svolti, non già da un impulso religioso, ma
dalle diverse condizioni della produzione, dalle diverse condizioni
economiche degli Stati del Sud e di quelli del Nord. Gli Stati
del Nord con la loro coltura di cereali e l’attività industriale
crescente, con l’incremento continuo di capitali, la popolazione più
densa, l’immigrazione sempre più notevole e un proletariato sempre
più considerevole, con le terre il cui valore saliva continuamente,
costituivano il contrapposto degli Stati del Sud poveri di popolazione,
di capitali, di strade, forniti di un’industria rudimentale, con
la ricchezza generale in decrescenza. Era questa antitesi che si
rifletteva in tutta l’azione civile, politica ed economica degli uni
e degli altri, nelle tendenze ad un diverso regime doganale come nelle
diverse abitudini di vita, nelle diverse forme di lotta politica come
ne’ diversi sentimenti morali, e conduceva naturalmente al dissidio,
che vedea il pomo della discordia, il punto di applicazione delle
forze contrarie nella schiavitù, siccome quella che costituiva il
carattere precipuo, il principale istrumento ed il sostrato di ogni
altro antagonismo[6]. E se, nell’ardore della lotta, non si mancò di
ricorrere ad argomenti forniti dalla religione, ciò dipese dal dilagare
del contrasto, che omai invadeva ogni campo ed assumeva tutte le forme,
e non avrebbe potuto trascurare un mezzo di polemica così efficace
e promettente, come quello che permetteva d’invocare l’autorità
della tradizione religiosa. Ma quanto scarso valore potessero avere
gli appelli alle dottrine religiose in una controversia, che dovea
essere risoluta in via immediata dalle armi e poi meglio dalle mutate
condizioni della produzione, lo dimostrò la facilità, con cui, per una
fanatica ed interessata ermeneutica, i testi sacri si faceano servire
indifferentemente alla causa degli schiavisti e degli abolizionisti, e
gli schiavisti ne’ loro pubblici discorsi invocavano Dio a testimone
e fautore del loro proposito di mantenere la schiavitù[7]. Negli
Stati del Sud spesseggiavano i _pamphlets_ che si proponevano di
mettere d’accordo la religione e la schiavitù, e un partito detto
de’ _mangiatori di fuoco_ si proponeva addirittura di difendere la
schiavitù con l’autorità della Bibbia[8]; mentre non era raro vedere
ministri del culto possedere schiavi con insolita durezza e scrivere
e dire e insegnare che la schiavitù è sotto la sanzione di Dio,
che è approvata dalla divina Provvidenza, e che il favore con cui è
considerata dal Vecchio e dal Nuovo Testamento è il più irrefutabile
documento ch’essa è voluta da Dio[9].

Come poco potessero le considerazioni teoriche di ordine religioso,
quando nella coscienza si destava il dissidio tra la fede e il
necessario adattamento all’ambiente economico, e come gli scrupoli
della fede alla fine piegassero vinti; appare anche dalle vicende che
accompagnarono l’introduzione, la diffusione e il definitivo assodarsi
della schiavitù nel Nuovo Mondo. I divieti generici e teorici sono
sempre ripetuti e sempre violati; gli scrupoli d’Isabella vanno a
finire in una condanna alla schiavitù de’ ribelli alla conversione
presi con le armi alla mano; Las Casas scongiura la schiavitù
degl’indiani per sostituirla con quella de’ negri, incoraggiata e
reclamata da’ padri hieronimiti; gli asientos alla importazione de’
negri cominciano come una eccezione e finiscono per essere una impresa
regolare e periodica, a cui partecipano e di cui approfittano senza
alcuna puntura di cuore sovrani e credenti[10]. Non sono questi tanti
elementi per indurre chiunque a meditare e rimeditare ancora le cause
della diffusione della schiavitù e quelle della sua fine?


III.

L’indagine sul tramonto della schiavitù e sull’azione che vi
ha potuto spiegare il Cristianesimo, è stata sviata, ad un
tempo, dall’interpretazione idealista od empirica della storia e
dall’indirizzo tendenzioso e polemico, con cui veniva intrapresa
la ricerca. Pareva che il cristianesimo potesse, a sua elezione,
volere o non volere la fine della schiavitù, e, sopra tutto, che,
volendo, potesse imporne la fine, sforzando o trasformando le leggi
dell’ambiente economico, in cui cercava di vivere e svolgersi. E
invece queste poteano e doveano mutarsi solo col trasformarsi delle
condizioni di produzione, cioè con l’avvento di uno stato di cose
tale, che, per se stesso, consentisse di sopperire a’ bisogni della
vita senza il concorso di schiavi. Posta su questo falso terreno la
questione, la sua risoluzione dovea convertirsi naturalmente in un atto
di accusa o in una difesa del Cristianesimo, e il Cristianesimo doveva
assolutamente avere il merito o il demerito di ciò che era avvenuto.
Ora qui non si tratta punto di tributar lodi od impartire biasimo: si
tratta soltanto di ricondurre gli effetti alle loro cause. In verità,
anche nel semplice accertamento di un fatto, inconsapevolmente, per via
impensata, s’insinua, come un elemento perturbatore, la preoccupazione
delle conseguenze vere o supposte che quel fatto può avere sulla
cerchia più immediata de’ nostri rapporti, de’ nostri sentimenti e de’
nostri interessi; e quindi l’esame di un argomento come questo forse
non si libererà così facilmente da’ preconcetti che spesso l’hanno
intralciato. Qui, in ogni modo, si cerca guardare la cosa da un punto
di vista obbiettivo, che permetta meglio di vedere quali rapporti potè
avere con la schiavitù il Cristianesimo, e di vederli a larghi tratti,
s’intende, ed in via di semplice proemio all’indagine delle vere cause
cui può essere dovuta la fine della schiavitù.

Non è facile fissare il vero contenuto e la vera forma dell’iniziale
movimento cristiano, ma chi, argomentando dal suo sviluppo successivo
e risalendo attraverso l’inviluppo dogmatico incessantemente mutato
e per necessità mutevole, voglia approssimativamente farsene
un concetto, potrà fermarsi a quell’affinarsi del sentimento, a
quell’elevazione del cuore, a quell’affermazione della signoria
dello spirito sulla materia, che son rimasti la parte intima e più
vitale del Cristianesimo[11]. Da un lato dunque troviamo questa larga
parte fatta alla vita interiore, un modo eminentemente idealista di
concepire la vita e l’anima chiamata ad emanciparsi e a trionfare de’
reali rapporti sociali; dall’altro l’aspettato avvento del regno di
Dio, che agli interessi e agl’ideali terreni intende sovrapporre o
sostituire la speranza di una vita futura, concezione essenzialmente
oltremondana, sia che considerasse la vita umana spostata in un regno
non terreno, sia che si ripromettesse sulla terra un ordine di vita
proprio di un regno celeste. Ora l’una cosa e l’altra menavano a dare
un’importanza sempre più scarsa alla diversità di condizioni e rapporti
sociali e a trascurare quindi ogni azione politica, che si proponesse
d’innovarli o di modificarli: eliminando così ogni resistenza ed ogni
lotta, lasciavano immutato nel suo aspetto formale l’ordine delle
instituzioni. I rapporti esterni in fondo, secondo quella dottrina,
doveano mutare d’indole, col riflettersi, come in un mezzo diverso,
nella coscienza, e il temperamento di ogni asprezza e l’impulso al
beneficare doveano divenire per ognuno un obbligo verso se stesso,
anzi che verso il beneficato. Il pungolo e la desiderata pace della
propria coscienza e l’atteso giudizio divino avrebbero dovuto essere
l’impulso e la sanzione, la pena ed il premio di ogni singolo atto e
di tutta la condotta in generale, il rimedio sovrano di ogni male e lo
spirito rinnovatore del mondo. Era un ideale morale elevato veramente,
se anche restava addietro alla morale stoica più disinteressata e
più rigidamente schematica e perciò meno capace di propagarsi e meno
efficiente, ma era viziato dall’errore fondamentale e insanabile di
non concepire la moralità come qualche cosa che rampolla dal seno
stesso de’ rapporti sociali e vive della loro vita; scindeva invece,
spesso contrapponendoli, le norme dell’azione e l’ambiente, lo spirito
e il corpo, l’ideale e la vita; sicchè assai spesso restava una regola
astratta, smentita, delusa e invanita nella pratica, e i suoi seguaci
finivano per appartarsi dal mondo, inerti cenobiti, o si esaurivano
in uno sterile contrasto con la forza stessa delle cose, od erano
riassorbiti dal vortice degli eventi e tratti con essi.

Inoltre la fede cristiana si schiudeva e si faceva via in una
regione, in cui la schiavitù, se anche antica e diffusa, non avea
avuto quello sviluppo, nè assunto, sopra tutto, quel carattere
schiettamente mercantile, che ne aveano altrove tanto peggiorate le
condizioni e fomentati gli orrori: anzi era rimasta ancora nel suo
stadio patriarcale con tutti i lenimenti, i riguardi e i conforti,
naturalmente assai relativi, di cui era suscettibile una vita semplice
e familiare[12]. Se qualche cosa potea colpire que’ primi cristiani,
era l’antitesi tra la semplicità della vita nazionale e lo sfoggio
delle abitudini importate, il contrasto tra ricchi e poveri[13]; e
non si mancò di notare tali antagonismi e di proiettarli con sorte
invertita nell’atteso regno di Dio; ma l’antitesi di liberi e di
schiavi non poteva essere facilmente rilevata, nè per deplorarla, in
un paese in cui l’antitesi non era acuita, nè per risolverla dove il
salariato mancava di tradizioni e di sviluppo[14]. Così può spiegarsi
come nella tradizione evangelica, anche quale è giunta a noi, alterata
e rimaneggiata, l’accenno alla servitù ricorre piuttosto raramente e,
più che altro, in via di esemplificazione, sicchè l’ermeneutica de’
polemisti ha potuto a suo agio sbizzarrirsi per trovarvi argomenti pro
e contro la schiavitù. Ma, a misura che il movimento cristiano usciva
dal ristretto paese, che n’era stato la culla, e veniva a contatto
con la civiltà greco-romana, si trovava a dovere affrontare diversi
contrasti, vincere diverse resistenze, superare altre diffidenze,
adattarsi ad un altro ambiente. Ed una piaga viva e sanguinante di
quella civiltà stava divenendo ogni giorno più la schiavitù, fonte
di rivolte palesi e di intimo e permanente squilibrio e di cui non
si sapeva e poteva presagire la fine o indicare il modo concreto
di trasformazione; e tanto meno si sapeva e poteva provocare una
risoluzione definitiva con un consapevole ed efficace indirizzo di
politica economica. La netta separazione tra il regno di Cesare e
quello di Dio che la tradizione evangelica mette in bocca a Gesù, oltre
che un elemento integrante della fede, diveniva pe’ suoi seguaci,
evangelizzanti attraverso il mondo greco-romano, un precetto di
opportunità politica punto trascurabile. Il carattere intransigente ed
esclusivo della loro fede, che non le permetteva di esistere accanto
ad un’altra, ma le imponeva di soppiantare ogni altra, avea già per
sè solo cominciato a provocare persecuzioni[15] da parte dello Stato
romano, così tollerante verso le religioni ed i culti non dominati
dallo spirito di proselitismo, eppure ora preoccupato degli sforzi
tendenti a scalzare la religione pagana. Che cosa non sarebbe mai
accaduto, quando alla propaganda religiosa se ne fosse fatta seguire
un’altra che attaccasse a dirittura o minasse le instituzioni su cui
poggiava l’ordine economico e politico della società e dello Stato?

Così, nelle lettere apostoliche e cattoliche e in quelle pervenute a
noi sotto questo nome, il riconoscimento ampio dell’esistente ordine
sociale e politico, l’ossequio all’autorità costituita, e con essi
il rapporto di dipendenza degli schiavi da’ padroni, divengono sempre
più chiari, distinti e perfino insistenti, a misura che si procede nel
tempo.

Nella prima epistola a’ Corinzi, autentica dell’apostolo Paolo e
quindi più antica, il rapporto e la definizione del servo e del libero
sono riguardati da un punto di vista puramente religioso, che ha
come sostrato la devozione a Dio e la purificazione battesimale; e
si allude, in una forma rapida ed ellittica, alla condizione sociale,
come a qualche cosa di poco importante e di secondario rispetto allo
stato spirituale creato dalla credenza religiosa. Viene messa innanzi
la considerazione, così di frequente ripetuta poi negli scrittori
cristiani, che il libero credente diviene servo di Cristo e il servo
credente servo affrancato del Signore (VII, 22), e si ristabilisce
così virtualmente la loro uguaglianza; si aggiunge indi, con due
brevi paragrafi, che nella forma letterale possono sembrare oscuri e
deficienti ma che sono chiariti dal complesso della lettera: “Foste
comperati per prezzo: non diventate schiavi degli uomini. Ognuno, o
fratelli, rimanga al cospetto di Dio [nella condizione] nella quale
era, essendo chiamato [alla fede]„[16].

Queste espressioni trovano il loro complemento in un altro passo della
stessa lettera (XII, 13), in cui è detto: “Giacchè noi tutti siamo
stati battezzati in un solo spirito ed in uno stesso corpo, e Giudei
e Greci, e servi e liberi, tutti ci siamo abbeverati in uno stesso
spirito„; tratto che ricomparisce in forma presso che identica nella
epistola a’ Galati (III, 27-29), la cui autenticità, pur revocata in
dubbio, è prevalentemente ammessa[17].

Ma, qualcosa di più spiegato si trova, quando da queste lettere si
passa ad altre la cui autenticità è fortemente messa in dubbio o
a dirittura è asseverantemente negata e che hanno notevoli tracce
di rimaneggiamenti posteriori, sì da dare argomento a ritenere che
siano sorte tardi, fin sotto gli Antonini[18]. Allora, tra l’intrico
sempre più rigoglioso delle sottigliezze teologiche, ove tendono a
smarrirsi i bei sentimenti di fraternità universale e di larga carità
umana, si fanno via, in forma assai più recisa e categorica e dal
punto di vista della vita pratica, esortazioni a’ servi perchè siano
obbedienti, devoti, fedeli a’ propri padroni. “Servi — dice la lettera
agli Efesi[19] che va sotto il nome di Paolo — ubbidite a’ vostri
signori secondo la carne con timore e tremore, nella semplicità del
cuor vostro, come a Cristo; non facendo le viste di servire, come per
piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, adempiendo con l’animo il
volere di Dio, servendo con benevolenza come [se serviste] al Signore e
non agli uomini; sapendo che ciascuno avrà dal Signore il contraccambio
del bene che avrà fatto, sia egli servo o libero. — E voi, signori,
fate altrettanto verso loro, smettendo le minacce, sapendo che il
Signore vostro e loro è ne’ cieli e che presso di lui non v’è riguardo
alla condizione delle persone„.

E lo stesso motivo torna ancora, di nuovo, più esplicito ed insistente,
nella prima epistola a Timoteo e in quella a Tito attribuite
all’apostolo Paolo, e nella prima epistola cattolica che va sotto il
nome di Pietro apostolo[20]. Dice l’epistola a Tito[21]: “Che i servi
sieno soggetti a’ propri signori, sieno compiacenti in ogni cosa e
senza spirito di contraddizione, che non si sottraggano al servizio,
ma mostrino ogni buona fede, così che in tutto onorino l’insegnamento
di Dio, nostro salvatore„. E l’epistola a Timoteo (VI, 1-5): “Tutti i
servi che sono sotto il giogo reputino i loro signori degni di ogni
onore, perchè non sieno bestemmiati il nome di Dio e la dottrina. E
quelli che hanno signori fedeli non manchino a’ propri doveri verso
di essi, perchè son fratelli; anzi molto più li servano, perchè son
fedeli diletti e che partecipano del beneficio. Insegna queste cose
ed inculcale. Se alcuno insegna diversa dottrina e non si attiene alle
sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e alla dottrina ch’è seconda
pietà, esso si gonfia senza saper nulla, vaneggiando tra dispute e
logomachie, onde sorgono odi, contese, bestemmie, tristi sospetti,
conflitti di uomini viziati di mente e alieni dal vero, che credono la
pietà abbia ad essere un mezzo di guadagno„.

E l’epistola cattolica di Pietro apostolo (II, 13): “Siate adunque
sommessi ad ogni umana potestà per riguardo del Signore; e al re come a
Sovrano.... (17-19): Onorate tutti, amate la fratellanza, temete Iddio,
rendete onore al re. Servi, siate con tutta reverenza sommessi a’
padroni, non solo a’ buoni e a’ moderati, ma a’ severi ancora. Perchè
questa è cosa grata, se alcuno per la sua fede in Dio sopporta dolori,
patendo ingiustamente„.


IV.

Le apologie cristiane, arme di combattimento e di difesa del
periodo appunto in cui la chiesa si veniva organicamente formando
e rafforzando, assumevano questo punto di vista come un motto
d’ordine ne’ rapporti con la organizzazione politica romana, in
mezzo a cui i Cristiani vivevano, e non facevano che svolgerlo e
completarlo traendone tutte le conseguenze. Pare occorra ritenere
che le persecuzioni contro i Cristiani non avessero il loro
fondamento giuridico nelle leggi che punivano le offese allo Stato
e all’imperatore: è chiaro nondimeno come dovea essere del massimo
interesse per i Cristiani il poter mostrare che l’estendersi della loro
religione non attentava, nè direttamente nè indirettamente, all’ordine
sociale e politico esistente.

“Il re ordina — dice Taziano[22] — di pagare i tributi? Eccomi pronto
ad offrirli. Il padrone di servire e prestare gli offici dovuti?
Riconosco di essere schiavo„. E Giustino[23]: Da per tutto ci sforziamo
di pagare prima di tutti gli altri i tributi e le tasse che ci vengono
imposte da voi, com’egli stesso (Gesù) c’insegnò„.

Altrove Giustino stesso[24] tiene a mostrare la posizione de’ Cristiani
che varcano la terra con gli occhi verso il cielo, posizione che non
consente loro d’indugiarsi a voler cangiare le leggi, nè a violarle:
“Abitano le loro patrie, ma come ospiti; partecipano a tutto come
cittadini e tutto sopportano come stranieri. Ogni terra straniera
è patria per loro ed ogni patria è terra straniera.... S’indugiano
in terra, ma hanno in cielo il loro Stato; obbediscono alle leggi
stabilite, ma col loro tenore di vita vincono le leggi;.... son miseri
e arricchiscono molti; di tutto son privi e tutto loro sovrabbonda (c.
6). Per dir tutto in breve, i cristiani sono nel mondo come l’anima è
nel corpo„.

Tertulliano non si stanca di ripetere, citando anche il testo delle
preghiere cristiane, come i cristiani impetrano agl’imperatori “vita
lunga, sicurezza nell’imperio e nella casa, gli eserciti forti,
il senato fedele, tutto il dominio _quieto_ e quanto altro è ne’
loro voti„[25]; pregano “per i re e i principi e per tutti quanti
esercitano poteri pubblici, acciò tutto proceda tranquillamente„[26]
“perchè la condizione temporale presente sia conservata, le cose tutte
restino quiete, la fine del mondo sia ritardata„[27]; e l’una cosa
parea connessa all’altra, perchè il mondo dovea finire col finire
dell’Impero[28]. Aggiunge anche l’apologèta un argomento destinato
appresso ad avere uno sviluppo ed un’applicazione sempre maggiori[29].
“Noi crediamo di sentire negl’imperatori il giudizio di Dio, che
li prepose a’ popoli: sappiamo che in loro è quel che Dio li volle,
e vogliamo che sia in vigore quel che Dio volle, e abbiamo ciò per
obbligo sacro„.

Vedendo questi Cristiani con l’occhio così rivolto verso il cielo,
non estranei nella pratica, ma estranei nell’intenzione alla vita,
con la tendenza e con la necessità anche sinceramente sentita di non
convertire il movimento religioso in un movimento politico, come si
potrebbe aspettare che il Cristianesimo progrediente si proponesse
di scalzare il fondamento della schiavitù? Per ammettere soltanto
che il movimento cristiano tendesse all’abolizione della schiavitù,
occorrerebbe anche ritenere che si accompagnasse ad esso una visione,
se non chiara, almeno embrionale di una diversa forma di produzione, di
una diversa maniera di sopperire a’ bisogni della vita ed uno sforzo
per trasformare in quel senso l’ordinamento sociale. Ora il vero è
che di ciò non si trova, nè si saprebbe trovar traccia. E, del resto,
il servaggio e il salariato, anche quando avessero potuto essere,
ciò che non è, previsti e concepiti in anticipazione, più o meno
nettamente, sarebbero dovuti sembrare, essi stessi, poco conciliabili
collo spirito cristiano, se guardati da un punto di vista puramente
economico, e avrebbero dovuto apparire invece come un mutamento di
poca o nessuna importanza, quando un vero senso di fratellanza e
di carità sembrava da solo sufficiente a modificare i rapporti de’
padroni con gli schiavi. L’ideale di una società di poveri, contenti
di poco e viventi del lavoro delle loro mani, avea potuto per un
momento inspirare l’indirizzo di qualche setta o di qualche ristretta
conventicola in Palestina, ma urtava ora e si dissolveva contro la
vastità della società greco-romana e la forma complessa de’ suoi
bisogni e della sua civiltà. Lo stato di povertà dovea cominciare
ad entrare, come fu più perspicuo di poi, piuttosto tra i _consilia_
che tra i _praecepta evangelica_; e, dove riesciva più a diffondersi
e ad essere accettato, finiva col ribadire piuttosto che minare la
schiavitù, impedendo o rallentando quell’accumulazione della ricchezza,
che dovea condurre alla fine della schiavitù col mettere di fronte il
capitale e il proletariato, facendone al tempo stesso due avversari e
due cooperatori, e dando così vita al salariato e all’economia da esso
caratterizzata.


V.

Noi commettiamo pure un anacronismo riferendo ad altri tempi
quell’orrore della schiavitù, che è sorto e si è sviluppato ne’ paesi
di civiltà capitalistica dopo che la schiavitù è divenuta una forma
economica oltrepassata. Chi vivea in paesi e in tempi, in cui la
schiavitù costituiva ancora un istrumento generale ed indispensabile
della produzione; costui, anche quando ne negava il fondamento
naturale, ne ammetteva la necessità economica e la base giuridica di
diritto civile; e potea pure, come Seneca, consigliare verso i servi
la maggiore umanità e carità, ma non diveniva perciò, come si direbbe
con parola moderna, un _abolizionista_. Infatti la ripetizione costante
ed obbligatoria di certi atti, la vista ripetuta ed ordinaria di certe
condizioni di fatto suscita in noi analoghi stati d’animo e sentimenti
correlativi, che perciò appunto possono considerarsi come un mediato e
remoto effetto del modo di produzione della vita materiale. L’ambiente,
in mezzo a cui si svolge la nostra vita, diviene così la condizione
costante de’ nostri atti e delle nostre abitudini più frequenti e
comuni, e mutano soltanto col modificarsi e col trasformarsi di quello.

Probabilmente nessuno troverà che, ricorrendo agli apologeti, si abbia
a fare con persone di fede tepida o poco pura, con uomini vissuti in
tempo in cui non fosse vivo il rigoglio della fede; eppure ecco qui
vari apologeti che, all’occasione, enunciano come un fatto ordinario,
senza dissimulare e senza nessuno sforzo di sincerità, anzi senza
pure farvi attenzione, che essi stessi posseggono schiavi. “Anche noi
abbiamo servi„ dice Atenagora[30]; e Giustino[31] parla de’ servi
domestici (οἰκέτας) tratti a testimoniare su’ pretesi delitti de’
cristiani. Taziano anzi, eccitando a sopportare la schiavitù, ne trova
l’origine e la giustificazione nel peccato originale[32]. Tertulliano
parla più volte de’ domestici, e per farne un quadro poco favorevole,
dipingendoli animati da sorda avversione verso i cristiani, pronti a
calunniarli, disposti ad accusarli[33].

E la cosa non farà così grande meraviglia a chi si figuri questi
cristiani, non come tipi astratti assolutamente straniati dal mondo, ma
come persone costrette a rimanere in mezzo alla società, partecipandone
alle vicende giornaliere e sentendo, nelle idee e ne’ sentimenti
modificati o smussati, il riflesso della vita di ogni giorno.
Giustino[34] teneva a rilevare che “i cristiani non si distinguono nè
per patria, nè per linguaggio, nè per costumanze dagli altri uomini,
nè abitano particolari città, o si servono di uno speciale dialetto o
menano una vita fuor dell’ordinario„. Con più forza ancora insisteva su
questo concetto Tertulliano[35] respingendo l’accusa di quelli che li
chiamavano “_infructuosi_„, e tenendo a disdire ogni simiglianza con i
bramani, i gimnosofisti indiani e i _sylvicolae_ e gli _exules vitae_.
“Abitiamo qui con voi sulla terra — egli diceva — durante questa nostra
vita e usiamo de’ tribunali, del macello, de’ bagni, delle botteghe,
delle officine, delle dimore, de’ mercati vostri e di tutti gli altri
commerci: navighiamo anche noi insieme a voi, e con voi militiamo e
attendiamo all’agricoltura e facciamo gli scambi.......„ Atenagora,
esaltando la longanimità e l’abnegazione de’ cristiani, giungeva a dire
che “battuti non ripicchiavano, derubati non ricorrevano in giudizio,
davano a chi chiedeva ed amavano il prossimo come se stessi„[36], ma
non pensava punto a dire che facessero a meno di schiavi, anzi poco
appresso affermava il contrario.

Ammessa e mantenuta l’istituzione, i consigli di pazienza e di
benevolenza, dati rispettivamente a’ servi ed a’ padroni, non
avrebbero dovuto fare che sorreggerla e perpetuarla, scongiurando
quelle ribellioni, che, pur esse, col concorrere a renderla molesta,
scalzavano la schiavitù; ma, nella pratica della vita, i reciproci
rapporti erano regolati più dalla diversa natura de’ temperamenti e
dalla forza delle cose che non da precetti astratti; e, per esempio,
nell’episodio di Carpoforo e Callisto, padrone e schiavo, entrambi
cristiani e forse de’ migliori, abbiamo un esempio di persecuzione
lunga, ostinata, implacabile, sia pure comprensibile, del padrone
contro lo schiavo[37].


VI.

Nel largo e profondo movimento di elaborazione e diffusione del
Cristianesimo, non mancavano, è vero, sette ed eresie tendenti a
spingere sino alle più remote loro conseguenze alcuni principi della
nuova religione. La vista di alcuni di questi pietisti, viventi di una
vita inerte e segregata, avea suggerito l’epiteto d’_infructuosi_,
contro cui si ribellava Tertulliano. L’eresia carpocraziana si
affermava nettamente comunista. Epifane[38] definiva la giustizia di
Dio un “comunismo egualitario (κοινωνίαν τινὰ εἶναι μετ’ ἰσότητος)
giacchè Iddio nel compartire il massimo de’ beni, la luce, “non
distingue il ricco ed il povero, il reggitore del popolo, il saggio,
l’insipiente, le femmine, i maschi, i liberi, gli schiavi„. Le leggi
particolari sciolsero il comunismo della legge divina, onde l’apostolo
ebbe a dire: Per la legge conobbi il peccato. “Il _mio_ e il _tuo_
subentrarono con le leggi, così che non furono più comuni nè la terra,
nè i beni, nè l’amore; e Iddio fece comuni le viti, che non ricusano il
loro frutto nè al passero, nè al ladro, e il frumento e tutti gli altri
prodotti. La distruzione del comunismo e dell’uguaglianza per opera
delle leggi creò il ladro de’ frutti e delle greggi„.

Ma questo limitato movimento di eresie consequenziarie e pel loro tempo
semplicemente utopistiche, lungi dal diffondersi e radicarsi in un
ambiente non omogeneo, conduceva sempre più il movimento cristiano a
costituirsi sotto forma di chiesa gerarchicamente ordinata e sempre più
accentrata, respingendo, come felicemente dice il Renan[39], al tempo
stesso, i _raffinati del dogma_ e i _raffinati della santità_. “Gli
eccessi di quelli che sognavano una Chiesa spirituale, una perfezione
trascendente, venivano a rompersi contro il buon senso della Chiesa
ufficiale. Le masse già considerevoli, che entravano nella Chiesa, ne
costituivano la maggioranza e ne abbassavano la temperatura morale al
livello del possibile„.

Così quella tendenza, che per bocca degli apologèti mirava a vincere la
diffidenza degl’interessi materiali, dimostrando l’innocuità del nuovo
movimento religioso e la sua compatibilità con la società greco-romana;
che, maggiormente accentuata, faceva presentare da Melitone la nuova
fede all’Imperatore come un’alleata[40]; menava sempre più a fare della
Chiesa quello che sarebbe stata poi: uno Stato nello Stato, un potere
tra gli altri poteri costituiti, che poggia sullo stesso sostrato
economico e vive della stessa vita economica degli altri poteri,
lottando con essi o contro di essi, ma sempre per l’egemonia, ora emulo
e rivale, ora alleato.

Da questo punto, sotto la pressione continua della necessità
d’adattamento all’ambiente economico-sociale, il primitivo profumo di
schietta carità evangelica va sempre più svanendo, mentre la semplicità
e la purezza della fede cristiana restano sempre più oppresse ed
alterate per l’elaborazione teologica dottrinale e l’infiltrazione
della liturgia, della superstizione e del mito pagano. Del pari,
il sentimento di fratellanza cede sempre più il terreno di fronte
all’esigenze della organizzazione economica e legale della società,
accettata ed usufruita, e di cui anzi la gerarchia ecclesiastica tende
a divenire sempre più una struttura parassitaria.

Formalmente depositaria e continuatrice della tradizione evangelica,
in realtà, la Chiesa non è altro che l’istrumento di fusione del mondo
greco-romano con la tradizione evangelica, che in quella combinazione
si scolorisce e più spesso ancora si falsa o si disperde. Per la
specificazione del lavoro e delle funzioni, l’esercizio del culto
e il ministero della fede, sempre più complessi nelle forme e più
irti di formule e di sottili disquisizioni teologiche, diventano una
professione, che stacca e separa i ministri della religione da quegli
strati più umili della società[41], dal cui seno si erano elevati
e di cui facevano parte. La necessità di alimentare e sostenere la
gerarchia, le esigenze della tutela e della guerra fanno della Chiesa
e de’ suoi membri de’ proprietari, de’ guerrieri, de’ principi,
che vivono e governano e combattono come tutti gli altri principi,
guerrieri e proprietari, con le norme e con i sentimenti generati e
imposti dallo stadio economico, che la società attraversa, e dalla
forma legale che in conseguenza di esso ha dovuto assumere.


VII.

Qual maraviglia allora, se, nell’ordine teorico e nel pratico, la
Chiesa e l’ambiente cristiano sanzionano e perpetuano sia la schiavitù,
sia l’altra forma, che si viene ad essa sostituendo in alcuni rami
della produzione, il servaggio?

Quelli che, a scopo di polemica, hanno voluto mettere la mano nella
storia civile ed ecclesiastica, particolarmente in quella de’ Concili,
per rinfacciare il passato alla Chiesa, improvvidamente rivendicante
il merito dell’abolizione della schiavitù, hanno avuto un compito ben
facile, senz’altro imbarazzo che quello della scelta[42].

Tra i tanti, o citati, o che si possono citare, è notevole il Concilio
di Gangra del 324, per uno de’ cui canoni “se qualcuno, sotto il
pretesto di pietà religiosa, insegnava allo schiavo ad avere in non
cale il padrone, o a sottrarsi al servizio e a non servire con benevola
disposizione e con ogni amore, s’invocava l’anàtema su lui„[43].

La cosa più notevole, anzi, in questi canoni è l’inconscienza perfetta,
con cui si tratta degli schiavi e de’ servi, come di esseri, il
cui stato non abbia in sè nulla d’inumano e di anormale. Vescovi ed
arcidiaconi sono chiamati a presenziare le vendite degli schiavi[44].
L’uccisione del servo si sconta con la scomunica di due anni, o con la
penitenza, che va da’ due a’ cinque e a’ sette anni, al più[45]. Altre
volte un motivo religioso non fa che creare nuove cause di schiavitù
e nuovi schiavi, sia che la schiavitù venga minacciata come pena
agl’infedeli, sia che s’irroghi alle donne viventi in illecito connubio
con gli ecclesiastici e, quel che è più, a’ figliuoli nati da tale
unione[46].

Le incapacità de’ servi vengono sancite, o ribadite[47]. Le stesse
restrizioni imposte al libero commercio degli schiavi, col solo scopo
d’impedire la vendita de’ servi cristiani ad Ebrei ed a Pagani, non
fanno che meglio ribadire e rifermare la legittimità del possesso di
Cristiani da parte di Cristiani[48]. Il diritto di asilo delle chiese
e de’ luoghi sacri viene a grado a grado limitato rapporto a’ servi,
che vengono restituiti a’ padroni sotto promessa d’intera o parziale
impunità, promessa del resto non di rado violata[49].

La Chiesa estendeva la sua azione, rendeva più salda la sua compagine,
affermava meglio il suo potere tra il decadere di alcune potestà
civili e il sorgere di altre, accrescendo nella stessa misura i suoi
beni e con essi i suoi servi e i suoi schiavi, menzionati, ad ogni
passo, nelle donazioni e ne’ lasciti fatti ad essa[50]; e, quanto più
s’ingolfava e si cointeressava nella vita economica del suo tempo,
s’immedesimava pure con le sue norme e i suoi criteri, dando ad essi
il suggello della sua ricognizione canonica. Nelle epigrafi cristiane,
così semplici e così scevre di allusioni alla vita temporale, accade
pure qualche volta, ad epoca inoltrata, di trovarvi la traccia del
possesso di schiavi, con un accenno, a titolo di lode speciale, (tanto
forse un siffatto merito era poco frequente) alla benignità mostrata
verso di loro (_famulisque benignus, mancipiis benigna, blandus
servis_)[51].

E, come ogni stato sociale dà luogo ad una teoria che lo spiega e lo
giustifica, così il pensiero cristiano, ora ricongiungendosi più o meno
consapevolmente, più o meno visibilmente, ad Aristotile, ora dominato
dalla preoccupazione delle necessità, imposte dalla contemporanea vita
sociale, e dalla preoccupazione di risolvere la contraddizione tra lo
stato di fatto e l’idea della giustizia divina, legittima anch’esso la
schiavitù, dandole una base razionale.

Agostino, come già innanzi Taziano, trova la remota causa della
schiavitù nel peccato e, storicamente, vede in essa una conseguenza
delle guerre. La sua teodicea poi, da un lato, e dall’altro la fusione
del pensiero pagano e cristiano gli fanno vedere nell’obbedienza
illimitata, quale è prescritta dalle lettere apostoliche, un modo
di purgare il peccato, e gli fanno concepire la schiavitù come un
instituto di protezione e di direzione, reminiscenza ed elaborazione
della teoria aristotelica della schiavitù[52]. Questo eccitamento
all’obbedienza, sentita e devota, è quindi una conseguenza diretta
del suo modo di considerare la servitù; ed alla religione cristiana,
pel modo onde permette di considerare la schiavitù e per averla così
ribattezzata, debbono, secondo lui, essere grati schiavi e padroni;
gli uni, perchè vi trovano un mezzo di elevazione spirituale, gli altri
anche perchè essa induce così un principio di ordine nelle loro case e
dissuade dalla rivolta[53].

In Tommaso d’Aquino la teoria aristotelica della schiavitù riceve
una nuova affermazione e, attraverso una serie di distinzioni e
di deduzioni, l’istituzione è ricondotta a un certo suo speciale
fondamento di ragione.

De’ modi di modificare la legge naturale per _addizione_, che non
viola il diritto di natura, o per _sottrazione_, che conduce ad una
conseguenza contraria, l’introduzione e il mantenimento della servitù
rientrerebbero nella prima categoria “..... La distinzione de’ possessi
e la servitù non sono state indotte dalla natura, ma dalla ragione
umana per utilità della vita umana, e così anche in questo la legge di
natura non è mutata che per addizione„[54].

Per più lunga via il _Doctor Angelicus_ viene altrove alla stessa
conclusione, guardando al diritto naturale, in quanto riflette i
rapporti delle cose considerate in sè stesse, o nella loro reciproca
convenienza. “_In un primo modo_ [qualche cosa è messa in rapporto con
un’altra] secondo la considerazione assoluta della cosa stessa: così
il maschio per ragione sua propria è messo in rapporto con la femina,
talchè generi da lei, e il padre con il figlio, così che l’alimenti; in
un _secondo modo_, qualche cosa è naturalmente commisurata ad un’altra,
non per ragione sua propria assoluta, ma secondo qualcosa che ne
consegue: per esempio la proprietà de’ fondi. Se si considera un campo
assolutamente, non vi è ragione per cui sia di quello piuttosto che di
questo; ma, se si considera in rapporto all’opportunità della coltura
ed al pacifico suo uso, ha una certa ragione di rapporto, perchè sia
di uno piuttosto che di un altro, come è dimostrato dal filosofo nel
libro secondo della _Politica_ (cap. 3). L’apprensione assoluta di
qualche cosa non solo conviene all’uomo, ma anche agli altri animali,
e però il diritto, che si dice naturale, secondo la prima maniera, è
comune a noi e agli altri animali. Ma dal diritto naturale si distingue
il diritto delle genti, come dice il giureconsulto (lib. I, Dig., _de
just. et jure_), perchè quello è comune a tutti gli animali, questo
solo agli uomini ne’ comuni loro rapporti. Considerare ora qualche
cosa, riferendola a ciò che ne consegue, è proprio della ragione, e
per ciò stesso è, per l’uomo, naturale secondo la ragione naturale
che la detta; onde dice il giureconsulto Gaio che la ragione naturale
ha stabilito tra gli uomini quanto si conserva (lib. 9, ff. cod.)
ugualmente da tutti e si chiama diritto delle genti. Con ciò è chiarita
la risposta alla prima questione. — Rispondendo alla seconda, giacchè,
considerando in via assoluta, non v’è ragione naturale che costui sia
servo piuttosto che un altro, ma solo secondo qualche utilità che ne
deriva, in quanto è utile a costui l’essere retto da uno più sapiente
di lui e all’altro di trarne vantaggio, come, si dice nel 1º lib. della
_Politica_ (cap. 6), ne viene che la servitù spettante al diritto delle
genti è naturale nella seconda e non nella prima maniera„[55].

E questo riconoscimento e questa legittimazione della schiavitù si
trasmettono tradizionalmente attraverso gli scrittori, specialmente
cattolici, sino ne’ meno lontani trattati di teologia e ne’ catechismi,
intesi a divulgare e rendere più popolare la dottrina[56]. E quanto
più la schiavitù si limitava a razze inferiori e a popolazioni non
cristiane, tanto più il concetto della sua legittimità ne avea aiuto,
e cresceva per l’illusione di salvare delle anime, elevandole alla vera
religione[57].

Si è detto, è vero, che il sentimento religioso cristiano avrebbe
concorso all’abolizione della schiavitù anche con le numerose
manumissioni, di cui direttamente e indirettamente sarebbe stato
causa[58].

Ma anche qui giova intendersi. Seguendo la storia de’ concili e del
diritto ecclesiastico, non si può non restare colpiti dagl’inciampi,
dalle restrizioni e da’ divieti imposti e rinnovati alle manumissioni
de’ servi di proprietà ecclesiastica. Per tacer d’altri[59], è noto il
canone del Concilio di Epaôn[60] che vuole “non sia lecito all’abate
manomettere gli schiavi donati a’ monaci; giacchè troviamo ingiusto
che, mentre i monaci debbono quotidianamente attendere al lavoro
campestre, i loro servi se ne stiano in ozio„. Tutte le cautele
ordinate allo scopo d’impedire le distrazioni e il baratto della
proprietà ecclesiastica rendevano, per sè sole, più difficili e rare
tali manumissioni; sicchè anche uno scrittore non sospetto, come il
Muratori[61], ha potuto dire che “son rare le manumissioni fatte dalle
chiese e da’ monasteri dell’uno e dell’altro sesso, non per altra
causa, a quanto sembra, se non perchè la manumissione è una specie di
alienazione, ed era interdetto di alienare i beni ecclesiastici, non
solo da recenti ma anche da antichi decreti de’ Concili„.

Guardando in ogni modo a varie delle manumissioni, fatte anche da
ecclesiastici, accade di vedere indicato come motivo della manumissione
una ragione utilitaria chiaramente espressa dalle frasi “_Nostra
quoque plurimum interesse_„ “_attendentes multimoda commoditatum
genera_„ “_attendentes utilitatem nostram_„. “Le terre che ora sono
deserte ed incolte — dice l’arcivescovo di Besançon — saranno, dopo le
affrancazioni, messe a coltura, arricchite di piantagioni e di edifici,
in guisa che anche le rendite de’ padroni dovranno moltiplicarsi ed
aumentare„[62].

In altri casi, è vero ed è attestato da documenti, le manumissioni
avvengono per motivo religioso, per la salute dell’anima; ma, per
quante siano queste manumissioni, non saranno mai tante, quante ce
ne provano e ce ne lasciano supporre le iscrizioni a noi pervenute
del muro di Delfo[63] e la storia romana degli ultimi secoli e le
relative restrizioni legislative; eppure non si sarà molto facilmente
disposti a mettere anche il santuario di Delfo tra i coefficienti
dell’abolizione della schiavitù. Vedremo appresso che le manumissioni
possono considerarsi piuttosto come un indizio ed un effetto, che non
come una causa della decadenza dell’economia a schiavi; reagiscono
su questa, solo in quanto concorrono a ingrossare quel proletariato,
il cui sviluppo è condizione alla fine della schiavitù. Ma quando
l’economia a schiavi non ha perduta ancora la sua ragion di essere, e
non si sono prodotte ancora le condizioni dell’economia, che ad essa
si sostituisce; le manumissioni non fanno che svecchiare e rinnovare
la massa degli schiavi, senza intaccare la instituzione: son pari
all’opera di chi sfronda e pota una pianta senza toccare le radici
e neanche il tronco, che perciò metterà presto nuovi e più vigorosi
germogli.


VIII.

Intanto, è noto, come, agli occhi de’ più, le ideologie, lungi
dall’essere, anch’esse, una conseguenza più o meno remota ed un
prodotto più o meno mediato dell’ambiente artificiale economico, che
gli uomini progressivamente son venuti formando e trasformando, sono
invece la causa e la ragione, il principio dinamico, insomma, delle
trasformazioni sociali. A quelli, che guardavano la storia anche da
questo punto di vista, non potea sfuggire come, indipendentemente
dal movimento cristiano, la natura umana era già stata riconosciuta
e rivendicata nello schiavo, il fondamento naturale della servitù
era stato già scosso e poi demolito. Poichè era sorta l’idea del
cosmopolitismo e si era andato formando un più generale ed elevato
concetto della consociazione umana e della persona umana, si era
venuto ad inculcare, direttamente e indirettamente, non meno che nel
Cristianesimo, un trattamento umano degli schiavi.

Già Euripide[64] avea detto che “in molti schiavi non vi è di brutto
che il nome, mentre l’animo è più libero che non sia quello de’ non
asserviti„, e Filemone[65] avea detto nella maniera più esplicita
che “se anche taluno è schiavo, è pur uomo non meno del suo padrone„.
Lasciando stare Terenzio[66], da cui la generica qualità d’uomo era
evocata pure in un verso, tratto poi ad assai più largo significato
di quello ch’ebbe in realtà; non si può leggere, senza averne la più
viva impressione, la lettera, con la quale Seneca[67], che riassumeva
e sviluppava il pensiero stoico, esprime, anche più chiaramente che
altrove, il suo concetto e il suo sentimento intorno agli schiavi:
“Son servi; son bene uomini; son servi; anzi camerati; son servi, anzi
umili amici; son servi, anzi consorti della nostra servitù, se vorrai
solo considerare per un momento quale potere abbia la fortuna verso noi
e verso loro. Perciò rido di costoro che hanno a vergogna lo stare a
cena con i servi.....„. “Vuoi tu riflettere come questo, che tu chiami
tuo servo, ha la medesima tua origine, sta sotto il medesimo cielo
e respira, vive, muore come gli altri? Tanto tu puoi allora vederlo
libero, come a lui è dato poterti vedere servo„..... “Questo è il
riassunto de’ miei precetti. Vivi con l’inferiore come vorresti che
un tuo superiore vivesse con te. Tutte le volte che potrai pensare a
quello che ti è permesso verso il tuo schiavo, ti venga in mente che
altrettanto dev’essere lecito al tuo padrone..... Vivi col servo con
animo clemente, più ancora, amichevolmente, e conversa con lui e con
lui consigliati e chiamalo alla tua mensa„.

È difficile concepire, tanto più se si guarda al tempo e all’ambiente
in cui furono scritte, parole più elevate ed umane; e non era
punto difficile che di esse e della tradizione filosofica, da cui
emanavano, si vedesse un riflesso ed un effetto diretto nel punto
di vista teorico, da cui omai i giureconsulti romani guardavano la
schiavitù; che ad esse si rannodassero le disposizioni che mitigavano
e disciplinavano la condizione de’ servi, e che allo stesso impulso di
pensiero si riportasse per una serie di gradi il lento sparire della
schiavitù[68].

Pure, chi rifletta, comincerà a dubitare fortemente dell’efficacia
delle parole di Seneca e degli stoici, quando veda, senza andar
fuori della stessa lettera citata, come quelle parole si perdessero
inascoltate, e consideri come quel movimento di pensiero non uscisse
da una breve cerchia di persone e si andasse sempre più, da un lato,
attenuando e, dall’altro, mostrando impotente contro il mondo che
voleva modificare. Se ne persuaderà ancor meno, considerando da quali
principi movesse la filosofia stoica ed a qual fine intendesse[69].

Socrate, di fronte all’impotenza delle scienze fisiche a risolvere
i problemi della filosofia, ne avea cercato in sè stesso una più
soddisfacente risposta, spostando l’oggetto dell’indagine dal mondo
esterno nel mondo interiore. La filosofia platonica e l’aristotelica
si erano mostrate impotenti a risolvere nel campo delle istituzioni
politiche i problemi della vita pratica e a realizzare nell’ambito
dello Stato il compimento del dovere e del benessere umano; mentre
gli Stati, che aveano costituito il sostrato o il modello della
speculazione platonica ed aristotelica, decadevano e ruinavano,
esauriti, sotto l’incalzare degli avvenimenti e di esigenze più
vaste. La filosofia stoica, con un proposito eminentemente pratico,
sorgeva per risolvere, fuori e indipendentemente dalla politica, il
problema morale, ponendo termine al dualismo e al contrasto platonico
e aristotelico tra mondo interiore ed esterno, tra il pensiero
e la realtà, col dare la prevalenza all’elemento razionale e col
cercare nell’equilibrio dello spirito e nella conformità dell’azione
individuale all’ordine razionale quel benessere e quella regola della
vita, che inutilmente erano stati chiesti ed ora non si potevano neppur
più chiedere ad uno o ad un altro ordinamento politico.

La base eminentemente subbiettiva della morale stoica e il contrasto
con la realtà della vita, che, disconosciuta, reagiva e rivendicava
tutti i suoi diritti, hanno fatto sì che la filosofia stoica, secondo
i diversi tempi e i diversi suoi seguaci, si presentasse talvolta
sotto parvenze un po’ discrepanti; rasentando talora la dottrina e
l’atteggiamento de’ cinici e tal’altra inclinando ad un mal dissimulato
opportunismo; ora predicando l’astensione dalla vita politica, ora
accettando di parteciparvi; ora guardando alla vita dall’alto, quasi
con olimpico dispregio, or fecondando con un senso di benevolenza, che
diveniva quasi pietà e filantropia, il suo cosmopolitismo teorico[70].
Ma, attraverso tutte queste varietà accidentali e queste attenuazioni,
rimane sempre, come fondo della dottrina, che la sapienza e la felicità
della vita consistono nell’emanciparsi, nella forma più assoluta,
dal mondo esteriore e dagli affetti, intesi in maniera ora più larga
ora più stretta, come quelli che attestano appunto l’azione del
mondo esterno su noi. Riporre l’ideale della vita in ciò che dipende
esclusivamente ed assolutamente da noi (τὰ ἐφ’ ἡμῖν); e, rispetto a ciò
che è fuori di noi (τὰ οὐκ ἐφ’ ἡμῖν) che da noi non dipende, che che
esso si sia[71] — ricchezza, salute, figliuoli, oppressione, lusinga
— adottare il supremo rimedio della _tolleranza e della rinunzia_
(ἀνέχου καὶ ἀπέχου), mantenendo ad ogni costo la serenità dell’animo
(ἀπαθία)[72]: ecco i criteri fondamentali e le regole di condotta della
scuola stoica[73].

Secondo la bella immagine di M. Aurelio[74], la vita dovea essere
pari a “quella fonte limpida e dolce che, offesa a parole da chi le
sta accanto, non cessa dal versare la sua acqua dolce: infangata ed
insozzata, subito disperde ed elimina la bruttura e non ne resta punto
maculata„.

Un’azione diretta quindi a modificare legalmente l’istituzione della
schiavitù, o ad abolirla, è fuori dell’orizzonte della filosofia
stoica; anzi implica una palese contraddizione alla sua dottrina,
perchè avrebbe fatto dipendere da un diverso rapporto esteriore degli
uomini e delle cose, da qualche cosa di mutevole ed accidentale, quello
che occorreva chiedere soltanto ad una disciplina tutta interiore della
propria anima.

“Fa quel che la natura comanda — diceva M. Aurelio —; opera se ti sia
dato, e non curarti se qualcuno lo saprà, nè sperare la repubblica di
Platone„[75].

L’utopia politica era così eliminata e resa inutile dall’utopia morale.

E Seneca scrivea tutta una lettera[76] per contraddire chi diceva
che i cultori della filosofia fossero orgogliosi e ricalcitranti
e dispregiatori de’ magistrati e de’ re e di quelli da cui si
amministrava lo Stato. “Quell’uomo puro e sincero — egli diceva —
che si appartò dal foro, dalla curia e da ogni amministrazione dello
Stato, per ritrarsi nella cura di cose maggiori, ama quelli per opera
de’ quali gli è lecito di far ciò, e da solo attesta loro la sua
gratitudine, e si professa obbligato ad essi che non lo sanno neppure„.

Di una emancipazione civile degli schiavi non si trova accenno negli
stoici, al pari che negli altri loro contemporanei: era infatti fuori
l’orizzonte economico e giuridico di tutti, e per gli stoici, si
aggiunga, era fuori l’ambito della loro attività.

Seneca possiede servi, e quanti! Trova anzi ragione di ammirarsi e di
compiacersi, quando un improvviso incidente di viaggio gli mostra che
possono bastargliene anche meno[77]. Perfino Diogene il Cinico, la cui
filosofia rappresenta come l’iperbole dello stoicismo, ne avea uno[78].

Schiavitù e libertà (δουλεία καὶ ἐλευθερία) hanno negli stoici un
significato tutto diverso da quello che si usava attribuire a queste
parole nell’uso generale e nel linguaggio tecnico giuridico.

La libertà, per gli stoici, consiste nel fatto che la volontà non è
determinata dal mondo esteriore, ma, pur sotto l’azione degli agenti
esterni, dalla sua propria natura[79].

“Libertà e schiavitù — dice Epitetto[80] — una è il nome della virtù e
l’altra del vizio, entrambe creature delle volontà. Chi non partecipa
di questa, non conosce nè l’una nè l’altra. L’anima è usa a comandare
al corpo e a quelle cose che concernono il corpo e non partecipano
dell’elemento razionale. Quindi nessuno è schiavo, se lo spirito rimane
libero„.

E altrove: “La fortuna è una trista catena del corpo e il vizio è
altrettale dell’anima. Chi ha il corpo libero e l’animo in ceppi,
è schiavo; chi, invece, ha il corpo legato e l’animo sciolto, è
libero„[81].

“Ciò che turba gli uomini — aggiungeva lo stesso Epitetto[82] — non
sono le cose, ma il punto di vista da cui essi considerano le cose„.
Coerentemente a questo principio, egli potea dire alla divinità, in
cui s’immedesimavano la sua ragione e la ragione universale, con un
linguaggio che richiama quello posteriore degli apologèti cristiani:
“Menami dove vuoi; cingimi la veste che vuoi. Vuoi che io governi,
che viva da privato, che resti, che fugga, che viva in povertà o nella
ricchezza? Io di ognuna di queste cose ti loderò presso gli uomini: io
mostrerò quale è la vera natura di ognuna di queste cose„[83].

La dissertazione sulla libertà[84] è tutta una minuta, insistente
e, volta a volta, paradossale contraddizione del concetto comune
e di quello civile della libertà, mostrando, in diverso ordine di
rapporti, come usurpi il nome di libero il console e il patrizio,
l’usurpi l’amante, e come invece libero sia chi, a qualunque stato
appartenga, ha talmente disciplinato l’animo da saper tutto sopportare
senza lasciarsi vincere dal dolore, e che può a tutto rinunziare senza
lasciarsi trascinare dalla passione: tetragono a qualunque perdita,
sia pur quella dell’integrità corporale e della salute, sia pur quella
delle persone più care (Diss., 4, 1, 111 sgg).

M. Aurelio prende spesse volte in prestito le sue immagini dal mondo
inorganico[85] per proporle come modello allo stoico; e in verità lo
stoicismo, per voler troppo sollevare lo spirito, finiva per concepirlo
come qualche cosa d’inorganico.

Così questa filosofia stoica, che era sorta con un carattere
pretensiosamente pratico, ora, per un’intima elaborazione, e di
deduzione in deduzione, finiva in una astratta speculazione ed in una
eccentricità sociale, contraddicendo e contraddetta alla sua volta
dalla realtà, smentendo e facendosi smentire alla sua volta dalla
società, in mezzo a cui era bandita.

Anche chi non creda alla tradizione più sfavorevole a Seneca[86] e non
si lasci impressionare dall’ombra fosca ch’essa vorrebbe proiettare su
lui, troverà un curioso ed interessante oggetto di studio, vedendo,
nelle stesse opere di Seneca, la teoria smentita dalla pratica, le
concessioni e le distinzioni insinuate nella stessa salda compagine
de’ principî dalla necessità delle cose. Come dà a pensare il vedere
questo sapiente, che predica il dispregio delle apparenze, vergognarsi
della rustica vettura, che un accidente di viaggio lo costringe a
prendere![87] Come si resta colpiti dal sentirgli dire che non bisogna
perdere la calma dello spirito per nulla[88], e vederlo intanto a
spargere querimonie sul suo esilio in Sardegna[89], lui che pure dirà
altrove che ogni luogo è patria al sapiente[90]. E che effetto fa il
sentirgli negare il diritto di commuoversi per qualsiasi male[91] e
il sentirgli confessare di aver pianto[92] e il vederlo a ingrandire
i piccoli pericoli[93], schivare le grandi difficoltà della vita,
adulare![94].

Così la filosofia stoica, anch’essa, mostrava la sua impotenza
a rinnovare le condizioni della vita con un mezzo ed in un campo
esclusivamente spirituali.

Distinta dal Cristianesimo per varie e fondamentali discrepanze[95],
avea nondimeno con esso molti punti di contatto. L’una e l’altro
spostavano il centro di gravità della vita, l’una nella vita interiore
dello spirito, l’altro in cielo. Entrambi rinunciavano alla lotta,
talora appartandosi dal campo delle sofferenze umane, tal’altra
portandovi — l’una meno e l’altro più — una voce consolatrice; e tutti,
ignari del loro tempo e dell’avvenire, rinunziavano, in teoria, ad
ogni efficace sforzo per mutare le condizioni della passeggiera vita
presente e, in pratica, finivano col soggiacere alla tirannia del mondo
esterno, alla forza degli eventi e alla necessità delle cose, malamente
e imprudentemente rinnegate.

La setta filosofica, più rigida; più ragionatrice, più schematica,
perdeva le ragioni della vita e s’isteriliva rimpetto alla setta
religiosa, che, sviluppando tutto il suo contenuto fantastico e
affettivo, si diffondeva seducendo le immaginazioni, e si consolidava
ricorrendo a tutte le inconseguenze del sentimento e assimilandosi al
tempo stesso l’ordine sociale esistente per farne il sostrato della sua
gerarchia.

Intanto il mondo procedeva, e potea parere anche che gli rivelasse una
nuova coscienza chi non facea che raccoglierne l’eco dispersa. Dire
che la più elevata morale umana e il cosmopolitismo, che trovavano una
espressione nella scuola stoica, avessero in questa la loro origine
e per essa soltanto entrassero nel campo della civiltà; potrebbe
fors’anche equivalere al dire che la terra si muove, perchè qualcuno
ne ha dimostrato il moto, e non già che qualcuno ne ha dimostrato il
moto, perchè essa si muove. In verità può forse essere più rispondente
alla realtà il pensare che la nuova morale umana e il cosmopolitismo
si svolgessero naturalmente da’ nuovi rapporti di vita creati
dall’attività multiforme, feconda, diffusa dell’epoca ellenistica
e nell’ambito dello stato universale, in cui si veniva sempre più
trasformando il dominio romano.

Il mondo procedeva e, senza che i contemporanei, strumenti essi stessi
della rinnovazione, ne potessero apprezzare gli effetti meno prossimi,
veniva creando le condizioni di una nuova forma di produzione, di una
nuova organizzazione economica, che si surrogava alla precedente ed
eliminava a grado a grado la schiavitù, rendendola non solo inutile, ma
facendone un inceppo allo svolgimento economico e morale della società.

Ma, non occorre dimenticarlo, era questa trasformazione obbiettiva
del modo di produzione e delle sue condizioni d’essere che eliminava
gradualmente la schiavitù, non già l’opinione soggettiva della scarsa
utilità sua; opinione, che, in quanto diveniva coscienza individuale o
comune, era pur sempre una conseguenza di quel fatto.

Chi dice che la schiavitù venne meno, perchè gli uomini si accorsero di
poterle sostituire più utilmente qualche altra cosa, crede di essere
agli antipodi di chi attribuisce la fine della schiavitù al formarsi
di un nuovo concetto morale della sua legittimità e de’ rapporti tra
schiavi e padroni; eppure egli guarda la storia dallo stesso punto di
vista. Infatti, non è un diverso rapporto delle nostre condizioni di
vita, una metamorfosi dell’economia sociale, ciò che spiega, in ultima
istanza, le nostre nuove ideologie, ma son queste invece che inducono
la modificazione degli ordini economici e civili? Ebbene, allora i
mutamenti sociali possono essere spiegati, tanto con l’azione di idee
religiose e morali, quanto con quella di un ragionamento utilitario; e
sarebbe un errore psicologico il sostenere che, sempre e in ogni cosa,
l’azione è determinata da uno scopo di utilità immediata e materiale.
Inoltre, col dire che la schiavitù sarebbe stata eliminata dalla
sopravvenuta opinione della sua scarsa utilità, si sposta e si caccia
un po’ indietro la questione piuttosto che non la si risolva, e si
elude la spiegazione del fenomeno, mettendo innanzi una spiegazione che
essa stessa ha bisogno di essere spiegata. Giacchè nessuno potrà fare
a meno di chiedersi, perchè mai, e in virtù di qual fatto, sorgesse
questo nuovo concetto della funzione della schiavitù, e perchè sorgesse
in un periodo della storia piuttosto che in un altro.


IX.

Dunque il sorgere del Cristianesimo e, in genere, le nuove correnti
d’idee, la rinnovata coscienza morale e religiosa non valgono a
spiegare il tramonto della schiavitù?

E allora dove ne cercheremo la causa?

“Occorre — dicevano Marx ed Engels in un piccolo memorabile scritto
— “occorre tanto acume per comprendere che con le condizioni di vita
degli uomini, con i loro rapporti sociali, con la base della loro
società, mutano anche i loro modi di vedere, i loro concetti, le loro
opinioni e, in una parola, anche la loro coscienza?

“Che altro mostra la storia delle idee, se non che la vita, la
produzione morale si trasforma col trasformarsi della produzione
materiale?

“Si parla d’idee che portano la rivoluzione in una intera società; ma
con ciò si esprime solo il fatto che si sono formati gli elementi della
nuova società nel seno dell’antica e che, col perire delle vecchie
condizioni di vita, tramontano, di pari passo, le vecchie idee„.

L’uomo per provvedere gradatamente a’ suoi bisogni, sempre crescenti,
trae profitto dalla natura in mezzo a cui vive; e, ciò facendo, la
modifica necessariamente, con azione incessante e progressiva, formando
nell’ambiente naturale un ambiente artificiale. Da questo comune
sostrato, come da un terreno una flora, germogliano, in forma sempre
più complessa, tutte le manifestazioni morali e giuridiche, le quali
variano col variare delle condizioni materiali, che ne sono l’occasione
e il presupposto. Le leggi, i costumi, le idee, le istituzioni, sono,
al tempo stesso, derivazione più o meno remota e mezzo di conservazione
della convivenza umana in ogni stadio del suo sviluppo.

L’ambiente artificiale, intanto, la struttura economica, fattura e
fattore della società, si trasforma senza interruzione con lo svolgersi
e il progredire delle cause stesse che l’hanno prodotto, cioè de’ modi
sempre più perfetti e più intensi di usufruire l’ambiente naturale;
e così, automaticamente, nel seno stesso del vecchio si creano nuovi
ambienti artificiali e nuove strutture economiche e, come conseguenza,
nuove forme di vita giuridica e morale.

Le trasformazioni sociali sembrano l’opera consapevole e diretta
degli uomini, è, in realtà, ne sono soltanto l’effetto mediato e in
parte inconsapevole, perchè la loro origine e la loro causa, più o
meno visibili, si debbono cercare nel vario grado raggiunto dagli
uomini nell’appropriarsi e utilizzare i mezzi, con cui soddisfano alle
loro più immediate esigenze. Nulla va perduto di quanto gli uomini
compiono materialmente e moralmente, ma ogni sforzo individuale va
a fondersi, come in una grande risultante, nella struttura economica
formata nel corso delle generazioni, dalla quale prendono le mosse e
sono determinate, in via diretta o indiretta, prossima o lontana, le
rivoluzioni politiche e sociali ed anche quelle del pensiero e de’
sentimenti con tutte le conseguenti e varie manifestazioni.

Così tutto nella storia è soggetto, per necessità intrinseca, ad un
perenne mutamento, ed ogni forma sociale sviluppa ed alimenta, essa
stessa, con i germi di una forma diversa che ne prenderà il posto, il
principio della sua dissoluzione.

In ciò consiste il _processo dialettico_ della storia. Esso trova nello
_svolgimento delle forze produttive_ la sua ragione d’essere e la causa
ultima a noi nota; ha nel grado di sviluppo del _modo di produzione_
e nella _forma di produzione_ il presupposto e la condizione del
complesso de’ suoi fenomeni, e si svolge maestosamente attraverso i
secoli con manifestazioni diverse di aspetti e di gradi, d’epoca in
epoca.

È dunque nella stessa evoluzione economica dell’antichità, che si dovrà
cercare la soluzione del problema storico che ci siamo proposto.

Questo saggio intenderebbe appunto a rintracciare storicamente le
cause, che determinarono il tramonto della schiavitù nel mondo antico,
e la loro genesi, con l’indirizzo che ho esposto e, insieme, con pieno
ossequio allo stato obbiettivo de’ fatti.

L’economia antica, considerata nel suo insieme e specialmente nel suo
periodo iniziale, ha come precipuo carattere questo: che i mezzi di
produzione e la mano d’opera sono riuniti presso la stessa persona,
sia che la produzione avvenga individualmente, sia che avvenga per la
cooperazione di schiavi; e inoltre il produttore, inizialmente almeno,
produce per provvedere ad un suo privato o familiare bisogno e con lo
scopo del consumo diretto.

L’economia moderna ci presenta, almeno nella sua forma più rilevante,
dissociati i mezzi di produzione e la mano d’opera; e il prodotto ha
essenzialmente carattere di _merce_, non è fatto cioè per provvedere al
consumo diretto del produttore.

Lo svolgimento delle forze produttive che da una forma di economia
ha sviluppata l’altra e ne spiega l’origine, ha pure eliminata la
schiavitù, che, con un evidente e notevole processo dialettico, ha col
suo stesso crescere e dilatarsi apparecchiata la sua fine.

La schiavitù, contenuta in limiti modesti ne’ tempi e presso i popoli
meno economicamente progrediti, concorse all’iniziale accumulazione
della ricchezza; e, per una reciproca azione, l’accumulazione e la
schiavitù tendevano insieme a svilupparsi sino a raggiungere il più
alto grado compatibile con le condizioni della civiltà antica.

Il capitale, sorto da prima come capitale commerciale[96], si andava
in parte convertendo in capitale industriale, in parte, con la
sua pressione, dava la spinta al sorgere de’ rudimenti del sistema
capitalistico, cioè di un’economia in cui il prodotto non serve più
all’uso personale ed immediato del produttore, ha bensì carattere di
merce.

Ma, per dirlo con le parole del vecchio Seneca. “_le ricchezze sorgono
da molte povertà_„; e quest’accumulazione primitiva, sopra tutto nel
campo dell’economia agricola, avea per effetto diretto l’espropriazione
delle masse, la creazione di quel numeroso proletariato, ch’è come la
chiave di volta di tutta la storia antica, e i cui bisogni, il cui
sostentamento e la cui attitudine ci dànno la spiegazione di tanti
degli avvenimenti e del sorgere e del decadere delle istituzioni del
mondo antico.

Dato il capitale ed il proletariato, questi due elementi della
produzione, questi due cooperatori ed avversari, questi due elementi
chiamati a convivere e a contendere tra loro, la schiavitù perdeva la
sua ragione d’essere ed era ormai destinata ad essere eliminata come
superflua.

In pari tempo, il capitale, non commisurando più la produzione al
bisogno ma al suo impiego, tendeva a moltiplicare la produzione, a
specificarla e variarla, ad affinare e sviluppare la tecnica; e dovea
quindi sentire sempre più l’insufficienza e la scarsa produttività del
lavoro servile; che prima, o non era rilevata e sentita, o, sentita,
rimaneva indifferente.

Perchè poi questo movimento che conduceva direttamente all’economia
capitalistica e all’adozione generale del salariato, approdasse,
indugiandovisi, ad una forma intermedia come il servaggio e
l’artigianato, è anche cosa che trova la sua spiegazione nelle
condizioni del capitale e della massa lavoratrice e nelle particolarità
che accompagnarono la caduta dell’impero romano.

Come sarà meglio dimostrato appresso, il crollo dell’Impero e le
invasioni barbariche, che ne furono la causa più prossima e più
appariscente, esercitarono un’azione violenta e perturbatrice
sull’iniziata evoluzione della forma di produzione, e favorirono, come
effetto immediato, il regresso verso una forma economica più primitiva
e rudimentale, verso il servaggio; ma a torto si considererebbero come
le cause determinanti e della fine della schiavitù, che, rósa già da
tempo alle radici, sopravvisse alla caduta dell’Impero[97], e della
servitù della gleba, che, già prima di quegli eventi, era sorta e si
veniva sviluppando sotto l’azione di cause più complesse e continue.

Non in tutti i popoli dell’antichità è possibile seguire il processo
evolutivo di cui si è fatto cenno, sì perchè lo sviluppo economico
di varî d’essi rimase a lungo rudimentale, e non presenta quindi dal
nostro punto di vista interesse, sì perchè non di tutti, anzi di pochi,
abbiamo notizie tali, che, pur nella loro incompiutezza, ci permettano
di scorgere e d’indurre positivamente le tracce della lotta tra uno
ed un altro ordinamento economico. Ma la storia di Atene e la romana
ci offrono un utile campo d’indagine e ci consentono di trovare un
addentellato alla nostra struttura economica, di cui contengono in sè i
germi e simulano anche qualche volta, in qualche punto, le forme.

Il crescere del numero degli schiavi e l’azione che a loro si può
attribuire sulla vita economica, la formazione di un proletariato
e la sua funzione economica e politica, lo sviluppo del capitale
commerciale, la concorrenza del lavoro libero e del lavoro servile,
i rudimenti del credito e d’imprese industriali; sono nella storia
ateniese come tante pietre miliari del cammino verso una struttura
economica diversa da quella fondata sulla schiavitù.

Senonchè, col rapido decadere della importanza politica di Atene,
questi fenomeni si alterano, e noi perdiamo anche il modo di seguirli
distintamente nelle loro successive vicende. Ma nella storia romana
quei fenomeni e quel processo si ripetono in forma più intensa, su di
una scala più vasta, con persistenza maggiore, in un assai più lungo
giro di tempo; e in questo impero universale, che cerca di accomunare
e fondere l’Oriente e l’Occidente e in cui tutto il lavorìo lento e
larvato dell’epoca ellenistica porta i suoi frutti nel campo della vita
pratica e in quello della vita morale, noi possiamo vedere a poco a
poco dissolversi e indi ruinare la vecchia compagine politica, appunto
con lo svilupparsi e il grandeggiare delle cause e degli elementi, onde
sorgeranno la nuova economia e la nuova civiltà.



PARTE PRIMA

La civiltà ellenica e la schiavitù.


I.

Non è nella guerra, e nemmeno nella violenza in generale, che bisogna
cercare l’origine e la causa della schiavitù. La guerra diventa un
possente strumento di schiavitù, quando le condizioni sociali, che
l’hanno fatta sorgere e progredire, sviluppandosi anch’esse, sviluppano
alla loro volta l’istituzione della schiavitù e moltiplicano gli
schiavi. Con l’adozione sempre più estesa e progressiva de’ metalli,
col convertirsi dell’agricoltura di nomade in fissa, con l’incremento
e lo specificarsi de’ mestieri, col sorgere del commercio; con le
condizioni insomma, che preparano e apportano la proprietà privata
della terra e l’accumulazione della ricchezza e una struttura sociale
più varia e distinta da maggiori contrasti, sorge sistematicamente
e comincia ad avere sempre maggiore incremento la schiavitù; essa
stessa mezzo potente di maggiore accumulazione della ricchezza e di
più distinti contrasti sociali[98]. Ed è notevole come, nella varietà
delle etimologie, anche la scienza del linguaggio, senza partire da
concetti o preconcetti d’ordine economico, ma seguendo l’applicazione
puramente tecnica delle sue leggi; se tende, per opera di alcuni suoi
cultori, a rifermare l’etimologie che implicano un fatto violento,
tende, d’altra parte, per opera d’altri, a ricondurre la varia
terminologia, con cui l’antichità indicava i suoi servi, ad un’origine,
in cui non predomina punto l’idea della violenza. L’origine di _servus
a servando_, come l’intendevano i giureconsulti latini, non è cosa in
cui ci possiamo appagar più, come vi si appagava Agostino d’Ippona[99];
non ci soddisfa più, e, dato il suo rapporto con _servare_, l’epiteto
mette capo forse piuttosto ad una radice, che ha in sè il concetto di
una funzione protettrice, o addirittura ad un’altra, che ha in sè il
concetto dell’acquistare[100]. E degli altri epiteti comunemente usati
per indicare lo schiavo, alcuni (οἰκεύς, οἰκέτης, famulus) indicano
chiaramente un semplice rapporto di dipendenza e di appartenenza al
gruppo famigliare e a tutto ciò che ne forma il sostrato economico;
altri (δοῦλος, δμώς, ἀνδράποδον), contro all’interpretazione di quelli
che nella loro etimologia cercavano la traccia di un’appropriazione
e di una soggezione violenta, si vanno anche riannodando, mercè un
processo dimostrativo più o meno completo, al concetto di casa e di
famiglia e ad un semplice rapporto di dipendenza[101].


II.

E questo intimo nesso dell’accumulazione della ricchezza, del modo
di produzione e delle relative forme di vita con la schiavitù vera e
propria si può scorgere ancora abbastanza distintamente nella stessa
incompleta e frammentaria tradizione ellenica. Ferecrate[102] potea
rievocare il tempo “in cui nessuno avea schiavi, ma bisognava che esse
(le donne) attendessero a tutte le cose della casa. Esse sull’alba
macinavano il frumento, sì che il villaggio echeggiava dell’eco del
loro lavoro„. Timeo di Tauromenio[103] dicea che “anticamente non era
costume patrio degli Elleni di farsi servire da schiavi comperati
per prezzo„. E Teopompo[104] attribuiva l’introduzione dell’uso di
comperare gli schiavi a’ Chioti; a’ Chioti, a cui si connettevano
e Glauco e la scoperta della saldatura del bronzo e le più antiche
tradizioni della plastica greca, e lo sviluppo della ceramica, la
cultura intensiva accompagnata da una notevole esportazione, e tutti
insomma i dati di uno sviluppo commerciale, industriale ed agricolo,
rilevante per l’antichità[105]. Il sentimento, magari inconsapevole,
di questa stretta relazione tra lo stadio di sviluppo delle forze
produttive e la schiavitù, compariva persino ne’ comici come Cratino,
Grate e Telechide[106], quando, rievocando il favoleggiato regno di
Crono, o rifoggiando utopisticamente la vita, essi eliminavano, al pari
di Aristotile, lo schiavo da una società, in cui la produzione e la
soddisfazione de’ bisogni si compivano automaticamente[107].

E questa tradizione e questo riflesso, comunque frammentario, del
passato hanno valore per noi tanto maggiore, in quanto ne troviamo
la conferma e la spiegazione, la riprova e il complemento in dati
d’instituzioni e di fatti storici. La forma di soggezione più antica,
più importante e più estesa, che troviamo sul limitare della storia
greca, non è la schiavitù, ma una specie di servaggio e direi anche
di vassallaggio. E bene lo notava Teopompo[108]: “I Chioti primi fra
tutti gli Elleni, dopo i Tessali e i Lacedemoni, usarono schiavi,
ma non facendone acquisto alla maniera di questi. Si può vedere che
i Lacedemoni e i Tessali hanno formata la loro classe servile con
gli Elleni che abitavano prima il territorio ora da loro posseduto,
asservendo quelli gli Achei, e i Tessali i Perrebi e Magneti, e
chiamando gli asserviti, gli uni iloti e gli altri penesti. I Chioti
invece acquistano servi barbari, comprandoli a prezzo„. E la ragione
della differenza stava appunto nel diverso grado di sviluppo economico
degli uni e degli altri, popoli mediterranei i primi, isolani i
secondi. La mancanza assoluta, o la scarsezza almeno, di ricchezza
accumulata, la inesistenza di un movimento commerciale escludevano in
un luogo una produzione diretta e crescente de’ padroni ed un diretto
impiego de’ servi, e conducevano invece alla forma più rudimentale
del tributo e ad una specificazione del lavoro e ad una formazione di
classi, che facea denominanti tutto un esercito in armi e de’ soggetti
un ceto di agricoltori. Altrove, a Chio, il concorso di condizioni
affatto opposte tendeva a dare alla società un tipo rudimentalmente
industriale, e conduceva all’adozione, o, meglio, all’incremento della
schiavitù vera e propria. E questo carattere diverso dell’economia de’
popoli mediterranei e di quelli messi sulle grandi vie commerciali
dell’antichità permaneva presso a poco invariato col persistere
delle condizioni fondamentali. A tempo assai avanzato, al cominciare
della guerra del Peloponneso, Tucidide potea far definire da Pericle
i Peloponnesiaci (e dovea riferirsi a’ mediterranei, più che a’
littoranei) con un vocabolo assai comprensivo (αὐτουργοί)[109],
il quale, oltre alla conseguente scarsezza di schiavi, riesce a
denotare la loro economia rudimentale, la loro produzione, che si era
fermata, o avea di poco superato lo stadio della produzione casalinga
(_Hausfleiss_)[110]. Dovunque ricorrevano un analogo stadio delle
condizioni di produzione e simili condizioni di vita, ricorreva la
stessa mancanza di schiavi, e Timeo[111] potea descrivere come di
data recente l’introduzione degli schiavi, acquistati a prezzo, tra
i Locresi e i Focesi, dandoci anche notizia della resistenza opposta
all’innovazione e delle temute sue conseguenze. E noi sappiamo che in
Acarnania, in Etolia, nella Locride, nella Focide la vita era agricola
e pastorale, e l’industria non vi avea avuto alcuno sviluppo[112].

Quanto a Creta, già sapevamo dalla tradizione di un doppio ordine
di servi: uno costituito dall’antica popolazione indigena asservita
e addetta alla gleba, ed un altro di schiavi acquistati a prezzo e
introdotti, com’è da credere, posteriormente, con lo svolgersi della
vita cittadina[113]. Ora le grandi scoperte epigrafiche recenti ci
dànno modo d’intendere anche meglio questa bipartizione[114].


III.

Che se guardiamo a tutto quel periodo più antico, la cui vita e
le cui condizioni si rispecchiano ne’ poemi omerici ed esiodei,
anche là troviamo che la schiavitù ha una funzione affatto limitata
ed accessoria, com’è da attendere in una società di struttura
semplice quale l’omerica. Anche là abbiamo che alcuni de’ prodotti
dell’industria, quelli di maggior pregio, sono importati, mentre sul
suolo ellenico gli utensili agricoli e domestici e gli altri oggetti
principali di uso sono lavorati in casa. Gli eroi omerici, al pari de’
loro dèi, cooperano a’ lavori più ordinari ed elementari della vita:
Anchise, Enea, i figli di Priamo, i fratelli di Andromaca e tanti altri
attendono all’agricoltura ed alla pastorizia; Ulisse può fabbricarsi
egli stesso un letto e mostrarsi esperto nella costruzione di barche,
di aratri e così via[115]. “Per il mestiere come tale occorreva che
si allargasse l’ambito dello smercio col relativo svolgersi della
navigazione, si agevolassero gli scambi col sussidio della moneta
coniata, e così si apparecchiasse il passaggio ad una produzione più
considerevole ed attiva„[116]. Intanto il mestiere veniva sorgendo e
differenziandosi in quelle forme di lavoro, che sopperivano a’ bisogni
più generali e comuni; e il nome all’artefice 10 dava appunto questa
caratteristica del lavorare pel popolo (δημιουργός)[117], specialmente
forse per quelli che non aveano i mezzi per sostituirlo col lavoro
domestico, o in quelle specie di lavoro, che, esigendo particolare
perizia od utensili non comuni, non potevano bene ed utilmente
compiersi in casa. Al tempo stesso incontriamo con relativa frequenza
menzionati l’impiego del lavoro libero, la locazione d’opera, con
una retribuzione precipuamente alimentaria; e, come riflesso morale
di un tale stato di cose, il lavoro gode di una considerazione[118],
che perderà ben presto, quando la crescente ricchezza sociale, i più
distinti contrasti, la divisione del lavoro, la differenziazione
delle funzioni sociali e lo sviluppo della schiavitù avranno reso
incompatibile, o quasi, l’esercizio del mestiere e quello de’ diritti
politici, una maggiore elevatezza di coltura, di abitudini e le
esigenze di chi deve provvedere al proprio sostentamento.


IV.

Il secolo settimo e il sesto, e più specialmente il periodo che va
dalla seconda metà del settimo secolo alla prima metà del sesto, con
l’introduzione della moneta, la diffusione degli scambi, lo sviluppo
de’ commerci segna una vera rivoluzione nella vita ellenica, una
trasformazione capace di essere paragonata, sin dove il diverso tempo
comporta, a quella indotta nella nostra vita da’ progressi della
tecnica e dalla conseguente trasformazione del modo di produzione
nell’ultimo secolo.

Con la formazione delle città, avvenuta in un periodo anteriore, e
il loro successivo incremento, si erano creati nuovi bisogni, che
suscitavano sempre nuovi mezzi, organi e strumenti atti a soddisfarli,
e li cercavano e trovavano in una maggiore divisione del lavoro, in una
specificazione crescente de’ mestieri ed in uno sviluppo della tecnica.

Contrasti della campagna e della città, di ricchi e di poveri, di
nobili e di popolani erano la conseguenza diretta e inevitabile di
questo stato di cose; e gli effetti, in forma sempre più distinta
ed efficiente, si manifestavano nel campo della politica e della
economia, della coltura e della morale. Un istrumento così efficace,
duttile e potente, qual’era la moneta, divenne come una leva capace
di moltiplicare gli sforzi e le energie, che trovava ovunque un punto
di applicazione; sicchè i contrasti, le differenze, i mutamenti, gli
squilibri crebbero straordinariamente di forza, di proporzione e di
rapidità. L’eco di quella nuova vita, delle sue peripezie e delle sue
delusioni risuona ancora in versi di una avvelenata acrimonia e di una
solenne elevatezza morale[119], che anche oggi potrebbero, nella loro
forma generica, riuscire espressione non inadeguata alle lotte de’
partiti e delle aspirazioni sociali.

Si erano omai realizzate le condizioni per la creazione di una
maggiore ricchezza, ma questo passaggio da una forma ad un’altra
più elevata di economia non potea compiersi, come di consueto, senza
che si compisse una rivoluzione nella società in cui si sviluppava,
senza demolire e ruinare per riedificare. I metalli preziosi erano
stati un rilevante mezzo di accumulazione della ricchezza: la moneta
faceva questa accumulazione più facile, più fruttifera, rendendone
più agevole la circolazione. Appena che si sia creato l’ambiente
favorevole alla sua azione, questa ricchezza accumulata funzionerà
come capitale commerciale, “il più antico capitale della forma di
produzione capitalistica, storicamente la più antica, libera forma di
esistenza del capitale, che concorrerà a creare la base dello sviluppo
industriale„[120]. Ma, dove questo impiego commerciale non poteva
ancora, o non poteva più compiersi, cercava e trovava nel campo più
immediato della sua azione un impiego, ricorrente in tutti i paesi
che attraversano questo stadio economico: si manifestava sotto forma
di usura, risolvendosi in una espropriazione monopolizzatrice della
terra, ancora principale strumento di produzione, e nell’asservimento
del debitore come mezzo per far fruttificare la terra, o come valore da
mettere in commercio.

Questo stadio dell’evoluzione economica, che vedremo riapparire a Roma,
conservato dalla tradizione sotto forme eminentemente drammatiche, si
manifesta nello sviluppo del latifondo, nel diritto di pegno sulla
persona del debitore (δανείζειν ἐπὶ τοῖς σώμασι) e nella relativa
addizione al creditore; e appare in forma più o meno completa ma
assai diffusa: a Gortyna, sotto la più modesta parvenza di un pegno
temporaneo[121]; a Megara, nelle varie vicende che accompagnano
la crisi e la decadenza della sua espansione commerciale[122];
nell’Attica, come uno de’ fatti forieri della riforma solonica[123].


V.

Paese naturalmente poco fecondo, privo ancora di tutti quei
coefficienti che ne faranno appresso un emporio e un centro
dell’attività economica e della vita civile, tagliato fuori, per la
soverchiante forza delle rivali economicamente più progredite, da’
commerci e dal libero uso del mare, sino all’acquisto di Salamina;
l’Attica, quale ci è rappresentata specialmente nella _Costituzione
degli Ateniesi_, ci appare come un paese di scarso sviluppo economico,
in cui il sostrato dell’economia agricola è formato da una larga
classe di tributari (πελάται καὶ ἑκτήμοροι), mentre la schiavitù
vera e propria non riesce a trovar posto come un elemento di qualche
importanza, e passa sotto silenzio nella stessa tradizione di questo
periodo, quale ci è stata tramandata dall’inno a Demetra sino a
Plutarco.

Lo sviluppo del credito è uno de’ fenomeni più notevoli nel
successivo sviluppo della vita economica ateniese, e, benchè la
ragione dell’interesse raggiunga anche una misura molto elevata[124],
nondimeno, lungi dal deprimere e sterilire, diventa fattore di
maggior progresso economico. Questa del mutuo è la forma compiuta e
tradizionale sotto cui si presenta il capitale, e l’interesse appare
come la forma, ad esso corrispondente, del plus-valore prodotto
dal capitale, prima che sorgano la produzione capitalistica e i
corrispondenti concetti di capitale e profitto; onde nel linguaggio
comune il denaro, il capitale che produce interesse, è il capitale
come tale, il capitale per eccellenza[125]. Ma il capitale che
produce interesse è il capitale come proprietà rimpetto al capitale
come funzione. Nella società capitalistica l’interesse non è che
una parte del profitto attribuito a chi presta il capitale, o, in
generale, al capitale anticipato: mutuante e mutuatario, capitalista
e imprenditore non fanno che ripartirsi il prodotto del lavoro messo
in movimento. L’interesse quindi, nella sua funzione normale, suppone
l’impiego fruttifero del capitale mutuato. Ora, nell’Attica non si
erano ancora diffuse neppure le forme di cultura intensiva, sorte
poi in correlazione all’aumento della ricchezza e all’incremento
della vita cittadina[126]; quanto all’industria, sembra provato che
la ceramica si fosse acclimatata nell’Attica, con tutti i caratteri
e le promesse di un’industria indigena[127], ma il mercato, limitato
all’Attica e forse alla Beozia, non le consentiva tutto lo sviluppo di
cui era suscettibile; e, quanto alle altre industrie fiorite di poi, la
tradizione ne attribuisce l’origine all’Attica[128], ma noi non abbiamo
argomento per riconoscere, se non la loro esistenza, almeno un notevole
loro sviluppo in questo periodo.

In tali condizioni il mutuo si presentava come un fatto rovinoso, quale
ancora tanto tempo dopo appariva a Plutarco[129] e, anche di poi, a
scrittori vissuti in tempi e in luoghi di limitato sviluppo economico,
che non sapevano spiegare nè giustificare l’interesse. Non era insomma
un fomite allo sviluppo della ricchezza; era invece una manifestazione
di povertà, ed era un mezzo per i pochi ricchi di attrarre nell’orbita
del loro patrimonio i debitori con la loro famiglia e il loro
avere. “La terra era di pochi„ è l’espressione, che torna come un
malinconico ritornello nella _Costituzione degli Ateniesi_, e ad essa
risponde come un’eco questo progressivo impoverimento ed asservimento
de’ debitori[130], in parte adoperati da’ nuovi padroni, in parte
fuggiaschi o venduti fuori paese, dove era più facile il loro impiego.
L’instabilità e i pericoli di questa condizione di cose provocarono
la riforma solonica, ma, nell’opinione stessa del suo autore, questa
avea un valore tutto relativo. Per quanto concerneva i debiti
(σεισαχθεία), sia che li condonasse (Ἀθ. Πολ., c. 6), sia che li
riducesse agevolandone il pagamento (Androz. presso Plut., _Sol._, 15),
si appigliava a un mezzo empirico e toglieva via gli effetti del male
senza svellerlo dalle radici. La riforma monetaria poi, intesa, come
pare, ad agevolare le relazioni d’Atene con i paesi, ov’era in uso il
sistema euboico, e gli altri provvedimenti d’ordine politico e sociale,
che a Solone vengono attribuiti, voleano essere come il lievito della
prosperità e della potenza ateniese[131].


VI.

“Ma gli effetti di tali innovazioni erano a lunga scadenza; e,
intanto, dal seno stesso de’ dissensi, che la riforma non avea
eliminati e forse neppure placati, dall’antagonismo degl’interessi
da essa urtati o solleticati, rinascevano le turbolenze per metter
capo, con l’elevazione di Pisistrato, ad una forma di reggimento
politico, principato a base popolare, ch’è come un cesarismo
anticipato, ma che in Grecia, invece di essere l’epilogo, è il punto
di partenza e il crogiuolo della futura democrazia. È un reggimento
all’apice formalmente diverso dal solonico e in cui pure si maturano
e fruttificano i germi di questo; e dura tale continuità organica
col lungo periodo anteriore, che noi stentiamo a separare alcune
delle stesse imprese di guerra compiute durante l’uno o l’altro
periodo; tanto la tradizione, a cui la tirannide de’ pisistratidi
inconsapevolmente appariva come l’epilogo di un secolo di rivoluzione e
come l’incubazione dell’èra nuova, ha, duplicandoli o spostandoli, fusi
e confusi insieme alcuni eventi[132].

Malgrado la sua vicenda di esigli e di contrastati ritorni, malgrado
i suoi fasti di guerra, la tirannide pisistratide poteva, meglio del
secondo impero francese, dire di essere _la pace_. Il suo trionfo
interno avea messo un termine alla comune prepotenza e alla reciproca
lotta de’ gruppi gentilizi, ancora non bene fusi nello Stato, del
quale ognun d’essi volea impadronirsi, emulo e geloso degli altri;
e le sue imprese di guerra aveano avuto il carattere di una difesa
ed erano riescite a rompere il cerchio di ferro, in cui l’Attica,
regione povera, era stata finora stretta, condannata a vivere di sè
stessa ed entro sè stessa, soffocando ogni iniziativa. E, al pari del
secondo impero in Francia, anche la tirannide de’ Pisistratidi, se,
per emergere, s’avvalse, come di strumento, dell’elemento mobile e
dissestato della cittadinanza, fu poi, in quanto mirava a consolidare
e ad allargare il ceto de’ piccoli proprietari, l’emanazione della
piccola proprietà campagnuola.

Aristotile[133] avea già cercato in questo stato del popolo, sparso
nella campagna e tutto inteso all’agricoltura, la ragione del passaggio
dalla forma oligarchica alla tirannide. Carlo Marx[134] dovea spiegare
luminosamente e diffusamente i rapporti del dispotismo cesareo con
lo stato della proprietà fondiaria, all’atto stesso della formazione
dell’impero napoleonico. “I campagnuoli formano una massa enorme, i
cui membri vivono in una situazione simile, ma non entrano in rapporti
gli uni con gli altri. Il loro modo di produzione gl’isola invece
di tenerli in reciproche relazioni, e l’isolamento è favorito da’
cattivi mezzi di comunicazione e dalla loro povertà. Il loro campo
di produzione, il boccone di terra non ammette nella sua cultura
alcuna divisione di lavoro, alcuna applicazione della scienza, alcuna
diversità di talenti, alcuna ricchezza di rapporti sociali. Ogni
famiglia di agricoltori basta quasi a sè stessa, produce immediatamente
essa stessa le cose necessarie al suo consumo e acquista così quanto
è necessario all’esistenza, mercè lo scambio con la natura, più che
mediante il commercio con la società. L’appezzamento di terra, il
contadino e la sua famiglia; accanto un altro appezzamento, un altro
contadino e un’altra famiglia: un ammasso di queste unità forma un
villaggio e un ammasso di villaggi forma un dipartimento..... Essi
sono dunque incapaci di far valere il loro interesse di classe in
loro proprio nome, sia con un parlamento che con una convenzione.
Essi non possono rappresentarsi: occorre che siano rappresentati. Il
loro rappresentante deve apparire al di sopra di essi, al tempo stesso
come il loro padrone e come un’autorità, come una potenza governativa
illimitata che li protegga contro le altre classi e mandi loro
dall’alto la pioggia e il bel tempo. Così la società forma l’ultima
espressione dell’influenza politica del ceto agricolo„.

Divenire il re degli agricoltori, rassodarne il ceto, migliorarne
le condizioni, ampliarlo, favorendo, al modo stesso di un altro
tiranno di Sicilia[135], l’esodo verso la campagna di quegli antichi
possessori ruinati, di que’ dissestati, di quegli spostati affluiti
nella città, che erano stati in mano sua un’arma di combattimento ed
una scala al potere, ma che ne divenivano un pericolo, se rimanevano
una massa instabile, irrequieta e scontenta: — ecco quale sembra sia
stato il principale intento di Pisistrato e il più saliente carattere
del suo dominio[136]. E questo suo proposito fu reso più agevole e
di pratico effetto dalle confische, che non poterono mancare contro i
suoi avversari più ricchi e più potenti, e si dovettero convertire in
distribuzioni di terre[137]; mentre un’èra di pace interna e il mare
dischiuso a’ commerci adducevano un incremento economico, per cui era
permesso di dare una notevolissima spinta all’iniziata trasformazione
delle culture, diffondendo l’olivo e la vite, bonificando, irrigando
ed usando in forma sempre più razionale la terra. Ma, cooperando
a questo incremento economico e a questo nuovo stato di cose, la
tirannide apparecchiava necessariamente e inconsapevolmente, ad un
tempo, la sua fine; e, dal seno stesso del crescente benessere, si
schiudevano e maturavano i germi e le condizioni di una trasformazione
politica e sociale. La storia di quel periodo, al pari e forse più
che nella tradizione letteraria, si riflette nelle vicende della
topografia di Atene e dell’Attica[138]. Quello sviluppo di tutte
le attività economiche vivificava, come un lievito potente, la vita
cittadina, obbligando il principe stesso a divenirne suscitatore ed
istrumento. I bisogni estetici, che sorgono da uno stato di agiatezza
e che s’innestano mirabilmente su tutti gli altri bisogni della
vita pubblica e privata, creando nuove esigenze all’esercizio delle
funzioni politiche e religiose; l’opportunità, se non a dirittura la
necessità di dare un utile impiego al lavoro; fomentavano, insieme a
un rinnovamento edilizio, la costruzione di nuovi edifizi, specie a
scopo pubblico e religioso; e la città, come un organismo fiorente
che rompe la veste troppo stretta in cui è serrato, si spandeva
specialmente nella direzione del Falero, il porto e l’emporio di
Atene risorgente. Questo sviluppo edilizio, con un nuovo impulso alle
cave de’ materiali da costruzione, dava un impulso ancora maggiore
al lavoro, che forse già da questo tempo avea un suo sito speciale
di offerta e di dimanda[139], ed a’ mestieri, alle arti, alle
manifestazioni di un industria sorgente. Sostituendosi al Kudathenaion,
il quartiere de’ nobili, il Kerameicos diveniva ora il cuore e il
centro di Atene e dell’Attica, la sede dell’Agorà; il quartiere, a cui
la più antica industria dell’Attica avea dato il nome e che accoglieva
ora in sè i fattori e le fatture della nuova vita ateniese. Le vie,
sopratutto sacre, che, movendo dal Keraimeicos, s’irradiavano per
tutta la regione, agevolando le comunicazioni, fondevano in un sol
tutto la campagna e la città, facendo rifluire i campagnuoli in città
per prestare anch’essi, se anche interrottamente, la loro opera di
giornalieri, in un periodo, in cui tutto lascia supporre uno scarso
o mediocre sviluppo della schiavitù. E le festività periodicamente
ricorrenti, che richiamavano in Atene non solo la popolazione
dell’Attica ma anche quella insulare, concorrevano, anch’esse, a
togliere gli agricoltori da quello stato d’isolamento e di massa
incoerente, che li obbligava a trovare nel principe il loro punto di
unione e il rappresentante de’ loro interessi[140].


VII.

In questo sesto secolo, che ormai volgeva al tramonto, Atene avea
menato a buon punto il suo rinnovamento economico; avea iniziata la
sua espansione commerciale, spiegando, avida, le sue mire in direzione
dell’Ellesponto[141], onde poi si dovea in tanta parte sopperire al
suo sostentamento; avea maturati germi della stessa sua fioritura
artistica[142]; e avea, come conseguenza di tutto ciò, preparato lo
sviluppo della costituzione solonica e l’avvenire della democrazia,
a cui Clistene, dirompendo politicamente le ultime trame de’ gruppi
gentilizi, con l’ordinamento territoriale dava un infallibile strumento
di preponderanza.

Le grandi guerre mediche erano ornai in vista; e ben poteva un giorno
Isocrate[143] dire degli Ateniesi che combatterono nelle guerre
persiane, con una amplificazione retorica, di cui pur non si sorride:
“Credo che qualcuno degli Dei, ammirato della virtù loro, abbia
dato causa a quella guerra, perchè, essendo di tale elevata natura,
non rimanessero oscuri, nè terminassero la vita senza gloria, ma si
potessero comparare a’ nati dagli Dei, chiamati semi-dei„.

La ruinosa fine delle spedizioni persiane, seguita dal contrattacco
che fece del bacino orientale del Mediterraneo un mare ellenico, ha
una culminante importanza per tutto il popolo greco, ma per Atene
segnava l’ora della palingenesi. La città era stata messa a sacco
e fuoco, e su’ colli sacri, dove era stata Atene, erano adesso de’
ruderi; pure Atene risorgeva, più bella e più gagliarda, come la Fenice
dalle sue ceneri. Sotto la guida di uomini geniali, che la necessità
avea suscitati e che negli eventi si erano temprati ed aveano trovata
la rivelazione del loro valore e de’ destini del paese; Atene ora
riprendeva, con più favore di mezzi e con lena migliore, quel cammino
ascendente, per cui dopo Solone le era riuscito di mettersi e su cui
avea proseguito senza interruzione. Con lo sviluppo della cultura
intensiva e con l’uso de’ suoi materiali da costruzione, essa era
venuto esprimendo dalla terra tutto quanto questa potesse dare; e, tra
i doni che la terra dell’Attica era capace di largire, vi erano anche
le miniere argentifere del Laurio.

Che queste miniere fossero usufruite da tempo remoto, lo asserisce
Senofonte[144], senza per altro poterne fissare l’epoca, anche
approssimativamente. Le penose condizioni economiche del periodo
solonico fanno credere che, a quel tempo, non ne fosse ancora tratto
utile partito; ed è sotto Temistocle che se ne comincia a parlare,
come di un vero cespite di ricchezza, capace di dare, per quanto se ne
può indurre, trenta o quaranta talenti all’anno[145]. La scoperta, o
l’uso più razionale e proficuo di queste miniere, costituisce in ogni
modo per l’economia e l’avvenire di Atene un fatto, la cui importanza
è rilevata e non a torto dagli antichi[146]. Ad esse Atene dovea, se
non proprio l’origine, almeno la costituzione di una vera flotta; ad
esse dovea il vantaggio di aver potuto coniare monete di lega migliore,
che agevolavano i suoi scambi; ad esse dovea dunque i due più efficaci
istrumenti della sua prosperità commerciale, della sua indipendenza
politica e della sua successiva grandezza.

L’esito della guerra le avea assicurato non solo un annuo tributo,
che da quattrocentosessanta talenti dovea elevarsi molto tempo di poi
(425-4 a. C.) a novecento o mille[147], se non alla somma maggiore
voluta dalla tradizione[148], ma, quel che è più, la suprema e
indiscussa signorìa del mare; e la incontrastabile importanza di
questo predominio poteva non essere bene intesa da un retore come
Isocrate[149], stanco per giunta delle tante guerre e anelante alla
pace, ma appariva bene ad un politico acuto, loico e flemmatico,
come lo scrittore dello _Stato degli Ateniesi_ pseudo-senofonteo,
il sostrato e l’anima della vita di Atene[150]. Atene era destinata
omai, per l’azione reciproca della maggiore potenzialità economica
e del conseguente sviluppo della cultura, ad essere il centro del
mondo ellenico; e, come n’era stato lo schermo contro lo straniero,
così ne diveniva innanzi al mondo la immagine più eletta e compiuta.
La signorìa del mare, come minutamente è dimostrato in quella
incomparabile anatomia dello _Stato degli Ateniesi_[151], era anche più
che oggi non sia: era tutto; e, col realizzarsi di quella condizione,
Atene acquistava la base per diventare un centro d’industria, quale
era compatibile con l’antichità, un emporio di commerci, e, quel che ne
era causa e conseguenza, una città popolosa. Il commercio del danaro,
indice e base di ogni altro, che altra volta avea assunta la forma
sterile e depauperatrice dell’usura, ora risorgeva in proporzioni
incomparabilmente più vaste e con più feconda attività. Gli opulenti
tesori de’ templi funzionavano come tante casse di prestanza, a cui
attingevano le città ed i privati[152]. Già il tempio di Delfo avea
avuto, il secolo innanzi, rapporti d’affari ed avea fatto prestiti
agli Alcmeonidi[153]. I conti del tempio di Delo (377-4 a. C.) ci
dànno, in tempo posteriore, l’esempio di un capitale di forse quaranta
talenti, accreditato a città ed a privati, in parte ateniesi, per somme
considerevoli: tali infatti appariscono dalle cifre d’interessi pagati,
che, per i privati, giungono sino a novecento dramme e, per le città,
ad un talento, e da quelle degl’interessi arretrati, che per le città
riescono ad oltrepassare i quattro talenti[154]. E, accanto a’ templi,
o dietro l’esempio loro, altri enti, come i demi[155], e i privati
mettevano a frutto il danaro. Questo impiego del danaro, che, con
una frase caratteristica ancor oggi in uso, si diceva “_far lavorare
il danaro_„[156], quasi che, ricevuto il primo impulso, il danaro
seguitasse a correre automaticamente; questo giro del danaro diveniva
ogni giorno più rapido, instancabile, e quasi affannoso, e si creava
un organo speciale in tutto un ceto di banchieri, che, assorbendo
e richiamando il danaro per mille vie, lo riversavano sul mercato,
mettendolo a servigio della produzione, del commercio e anche dello
scialacquo.

Quel rinnovamento edilizio, che suole corrispondere ad un periodo di
espansione economica e che già sotto i Pisistratidi si era affacciato
col cominciare di uno stato di benessere materiale, non potea
questa volta mancare; e s’impose e fu grandioso, quanto non sembrava
possibile immaginare. Tutto quanto potevano suggerire le esigenze
della difesa, prima, e poi, a grado a grado, quelle del culto, della
vita pubblica, della bellezza, fu compiuto con un senso d’arte e
una prodiga magnificenza, di cui non si saprebbe trovare l’uguale.
Il proposito, che qualcuno attribuisce a Temistocle di voler fare
a dirittura del Pireo il centro della vita cittadina, e l’opposto
proposito di Cimone, che non sapeva staccarsi dalle antiche sacre sedi,
aveano finito col dar luogo ad una doppia città, la quale si sviluppava
contemporaneamente in due ambienti diversi, tendenti a ricongiungersi.
Mentre, da un lato, il Pireo si cingeva di mura e si ordinava a
forma di città, dall’altro, l’Acropoli, fornita di mura di sostegno e
spianata, invitava quasi alla costruzione de’ monumenti insigni eretti
di poi; e il primo lungo muro congiungeva la città mediterranea e la
marina; opere tutte grandiose, a cui, per ironia della sorte, avea
contribuito il prezzo di riscatto de’ Persiani, venuti a soggiogare la
Grecia e rimasti prigionieri[157]. Ma, per grandi che fossero queste
opere, esse erano soltanto l’inizio di una somma ingente di lavori,
ne’ quali si veniva realizzando il piano da Pericle concepito di fare
di Atene, non solo una città inespugnabile, ma, col contributo stesso
della Grecia, l’incarnazione di tutto quanto la Grecia avesse di
grande e di bello; non solo il baluardo, ma l’ornamento e l’orgoglio
del mondo ellenico. Così, dal completamento delle lunghe mura a quello
del Partenone, dalla costruzione dell’Odeion a quella de’ Propilei,
fu una vera febbre edilizia, che assalse il paese, e si risolveva
incessantemente in nuove opere, ora per agevolare le operazioni del
commercio nel Pireo, ora per soddisfare un bisogno religioso, ora per
appagare il crescente senso estetico, ora per il riordinamento stesso
della città, sotto la guida de’ più geniali e perfetti artisti che
sieno mai stati al mondo[158]. La spesa fu enorme: i soli Propilei
costarono duemila e dodici talenti, spesi in soli cinque anni[159].
Il bilancio dello Stato ne fu gravato in guisa che, a quanto è stato
calcolato, da’ quattrocento talenti annui di spese ordinarie, salì,
specialmente poi col sopravvenire delle esigenze della guerra, a
duemila quattrocentotrenta talenti annui (ol. 86,3-87,1) e a duemila
ottocentosettanta talenti (ol. 87,2)[160].


VIII.

Accanto al notevolissimo sviluppo economico, dovuto all’acquistato
imperio del mare, a’ commerci più doviziosi e frequenti, al danaro
abbondante, è facile immaginare quale azione dovesse avere sulla vita
ateniese anche questa semplice erogazione dello Stato, considerata
da sola. Opere costruite qualche volta con fretta precipitosa,
come ne’ lavori di difesa, sempre con tutta speditezza, esigevano
già, come primo ed immediato effetto, un gran numero di braccia,
e mettevano a partito tutte le forze utili di lavoro del luogo, ed
altre ne richiamavano di fuori. In linea secondaria e mediata, poi,
ne seguiva, che Atene diveniva un centro di popolazione sempre più
densa, e si rendeva più celere il giro della moneta, dato uno stato
di benessere come quello, in parte anche artificiale. Gli effetti si
riverberavano quindi su tutte le manifestazioni economiche del paese,
allargando, come avvenne, rispetto all’agricoltura, la zona della
coltura intensiva[161], e, rispetto alla produzione industriale,
portando quella maggiore divisione del lavoro e quella maggiore
perfezione del prodotto che, come già notava in un tratto tante volte
citato Senofonte[162], sogliono corrispondere appunto alla maggiore
richiesta, determinata da una maggiore popolazione. In questo periodo
dobbiamo fors’anche vedere il germe di quelle manifatture più o
meno rudimentali, più o meno sviluppate, di cui abbiamo più sicuro
documento al IV secolo, negli oratori, ma la cui esistenza è pure
indirettamente[163], o direttamente[164] portata a nostra notizia per
la fine del V secolo e il principio del IV.

È a questo periodo che dobbiamo attribuire uno sviluppo abbastanza
notevole della schiavitù ad Atene. Benchè, tra i molteplici fini
di quelle ingenti costruzioni, vi fosse quello di dar lavoro a’
cittadini[165], e per quanto potessero concorrere a prestare l’opera
loro tanti di quei meteci, che anche appresso sopperivano a tanta
parte delle esigenze del lavoro in Atene[166]; pure il numero degli
schiavi si dovette venire notevolmente accrescendo. Come domestici, per
il servizio stabile della casa, più che a preferenza, doveano essere
adibiti, si può dire, esclusivamente gli schiavi. Il lusso era ben
lontano dall’assumere in Atene le proporzioni che assunse nel periodo
dell’impero romano, e il numero degli schiavi addetti al servizio
domestico era contenuto in termini piuttosto modesti. I casi di schiavi
assai numerosi addetti al semplice servizio domestico e a quelli di
parata, si possono ritenere come rari ed eccezionali; mentre compaiono
in proporzioni limitate nelle commedie, e la scorta di persone ricche
e amanti di un certo fasto è limitata a pochissimi schiavi[167]. Molta
parte de’ servizi domestici dovea essere poi disimpegnata dalle donne
nella casa[168]. Il crescere dell’agiatezza e de’ bisogni ampliava in
ogni modo il numero degli schiavi. Ma, d’altra parte, molti bisogni,
a cui prima si sopperiva in casa, cominciavano ad essere soddisfatti
fuori. La vendita della farina[169], quella del pane[170], il sorgere
di speciali centri produttori di oggetti di vestiario[171] importavano
una diminuzione della gente di servizio domestica, addetta a quelle
bisogne; o l’esempio di Pericle[172], che si provvedeva fuori di casa,
a seconda del bisogno, di ciò che gli occorresse, dovea rappresentare
tutt’altro che un caso isolato.

L’industria estrattiva, e non delle miniere d’argento soltanto, ma
anche de’ materiali di costruzione[173], che veniva fatta in condizioni
di non molta sicurezza e riesciva grave, insieme, di pericolo e di
fatiche, era un retaggio degli schiavi. Le officine, le manifatture,
gli spacci più o meno grandi, là dove si sostituivano alla produzione
casalinga, adoperavano, almeno a preferenza, schiavi: ce lo fanno
argomentare il numero rilevante di schiavi operai (χειροτέχναι), a cui
accenna Tucidide, e le testimonianze esplicite, che troviamo del loro
impiego, dall’esordire del IV secolo.

Del numero concreto di schiavi esistenti allora in Atene non abbiamo
notizia; ma sappiamo in ogni modo che era inferiore a quello della
Laconia, inferiore anche a quello degli schiavi di Chio, che avea una
estensione inferiore a un terzo dell’Attica[174].


IX.

Accanto al lavoro servile sussisteva e si svolgeva il lavoro
libero[175].

Negli scritti specialmente de’ filosofi, più che il lavoro, i
lavoratori non godono di molta considerazione[176]; e la cosa è
naturale. Chi era in grado di vivere del lavoro altrui, avea modo
di dedicarsi esclusivamente alla politica, alla cultura della mente,
a quegli esercizi del corpo, che costituivano pe’ Greci un agone di
emulazione e di gloria. La sua persona quindi era meglio sviluppata
e più elegante, la sua mente si elevava, i suoi costumi, se non
s’ingentilivano, si raffinavano; e, chi non riesciva ad avere un
valore reale e diveniva soltanto un bellimbusto e un uomo alla moda,
raccoglieva pur sempre l’effimero successo della folla, che si ferma
volentieri a ciò che è bello esteriormente e che splende. Chi invece
dovea campare col suo lavoro la vita, assorbito nella sua opera
manuale, restava d’ordinario fisicamente e intellettualmente inferiore
a quegli altri; e il mondo che paga, quando lo paga, chi gli è utile,
e va dietro a chi lo diverte, non poteva che constatare la inferiorità
loro e considerarli da questo punto di vista. Sotto questo rapporto,
l’opinione degli antichi sul lavoro manuale non era che il riflesso
di uno stato di fatto; e, se anche oggi lo si dissimula con maggiore
ipocrisia, in fondo era lo stesso di quello che oggi impera anche
presso di noi, specie dove le condizioni della classe lavoratrice sono
più depresse e il loro sviluppo più basso. Ma anche allora, come ora,
ciò che spingeva al lavoro manuale era il bisogno, e, per quanto forte
potesse essere il pregiudizio contro di esso, il bisogno finiva per
vincerla sul pregiudizio.

Il lungo periodo di strettezze e di depressione economica, attraverso
cui era passata Atene specialmente, avea dovuto dare un impulso ad
ogni specie di lavoro utile; e la tradizione dell’incoraggiamento
all’esercizio de’ mestieri, è, come tante altre, riportata specialmente
a Solone[177]. Ma l’incremento de’ mestieri è tanto più antico: lo
provano l’antichità dell’industria ceramica, l’inno ad Efesto, la
tradizione che de’ lavoratori (ἐργάδεις) faceva nientemeno che una
tribù[178], la menzione di Solone stesso in una delle sue elegie[179],
i due posti d’arconte concessi a’ demiurghi dopo Damasia[180], le feste
artigiane[181]. L’inoperosità di quelli specialmente, che non aveano
come provvedere alla propria sussistenza, oltre all’esser corretta dal
bisogno, dovea destare una legittima preoccupazione ne’ reggitori dello
Stato, sino al punto di condurre a quell’accusa d’ozio (γραφὴ ἀργίας),
che si è voluta riportare sino a Dracone[182]. L’incoraggiamento
a’ mestieri e il proposito di trapiantare nell’Attica anche quelli
sin’allora ignoti o non diffusi, richiamandovi i forestieri, è cosa
che sta interamente nel carattere della legislazione e del tempo di
Solone[183]. Frenare, se non a dirittura impedire la diffusione della
schiavitù, è cosa conforme anche al periodo de’ tiranni: lo sappiamo
espressamente per Periandro[184], ed abbiamo facoltà di ammettere
altrettanto per Pisistrato. Benchè egli favorisse a preferenza il
lavoro agricolo, pure il progresso economico e la crescente costruzione
di opere pubbliche doveano, direttamente o indirettamente, condurre
alla diffusione delle arti manuali, allo sviluppo di un ceto di
artigiani.

Alla fine del secolo quinto la classe di artigiani era già largamente
diffusa: ne fa menzione Aristofane, ora in via di semplice accenno, ora
con piglio burbero[185]. Ma Plutarco[186], sopratutto, raccogliendo
poi la tradizione dell’età periclèa, ci mostra come l’operosità
spiegata nelle pubbliche costruzioni sotto la egemonia di Pericle
“con la varietà de’ bisogni, suscitasse tutte le arti e movesse tutte
le mani, dando quasi a tutta la cittadinanza una mercede ed ornando
così e alimentando al tempo stesso la città..... Giacchè vi erano
legname, pietre, rame, avorio, oro, ebano, cipresso e vi erano le
arti che lavoravano e adoperavano queste cose: falegnami, lavoratori
in rame, formatori, scalpellini, tintori, lavoranti in oro ed avorio,
ricamatori, fonditori, gente che attendeva a’ trasporti per mare, come
commercianti, barcaiuoli, piloti, e, per terra, come costruttori di
carri, vetturali, carrettieri, e poi funaiuoli, linaiuoli, calzolai,
selciatori di strade, lavoranti in metallo. Ogni arte, come ogni
generale ha il suo esercito, avea i suoi salariati ed i suoi aiutanti,
fatti organo e strumento di quella categoria di servizi; sicchè, per
così dire, tutti questi mestieri distribuivano e spargevano per ogni
età e per ogni sesso il benessere„.


X.

Nell’agricoltura il lavoro de’ liberi dovea poi avere una parte
preponderante. Mentre la proprietà fondiaria era molto frazionata, alla
cultura di questi piccoli lotti attendeva il proprietario stesso con la
sua famiglia, che risiedevano, come sappiamo[187], sul posto, e doveano
bastare specie a’ lavori ordinari. La cultura diretta delle terre, sì
in Atene che negli altri paesi di Grecia, era molto diffusa[188], e,
dove l’ampiezza de’ fondi esigeva un concorso di persone, gli schiavi
vi erano certamente adoperati, sia come lavoratori che come fattori
di campagna od intendenti, ma alternativamente con operai liberi.
Come appare anche da quelle delle commedie d’Aristofane, che hanno per
teatro d’azione la vita rusticale, gli schiavi rustici doveano essere
in numero limitato e proporzionato al lavoro continuo e durevole,
mentre altri lavori, che richiedevano l’applicazione contemporanea
di molti lavoratori, ma per breve durata, quali la vendemmia, la
raccolta delle olive, la mietitura, erano più facilmente disimpegnati
da mercenari, come ce ne fanno testimonianza dati in parte del quinto
secolo, in parte del seguente[189]. La stessa attestazione dell’impiego
di schiavi altrui, temporaneamente assoldati, fa argomentare il simile
impiego di mercenari liberi. Il sistema delle affittanze, che si trova
più sviluppato nel secolo IV[190], attesta l’impiego del capitale anche
in imprese agricole; ma, ove le corrisponsioni erano tenui, bastava
all’esecuzione de’ lavori il fittaiuolo, e, dove l’altezza dell’affitto
dimostra che si trattava di fondi estesi, niente obbliga a ritenere
che fossero coltivati con l’opera esclusiva o preponderante di schiavi
e non con quella di mercenari; tanto più quando si consideri che la
grande proprietà, o la grande cultura ha come termine correlativo
l’aumento del proletariato agricolo e quindi di una larga categoria
di lavoratori mercenari. Questo proletariato era anche naturalmente
ingrossato dagli schiavi manomessi, già addetti all’agricoltura; e
infatti epigrafi attiche della fine del IV secolo[191] ci conservano
traccia di questi liberti agricoltori e vignaiuoli, che, per vivere,
doveano locare l’opera loro. È stato pure osservato[192] come quegli
antichi coltivatori, che troviamo sulla soglia della storia ateniese
(πελάται, ἑκτήμοροι) e che erano qualche cosa di medio tra i mezzadri
ed i coloni, scompariscono senza che gli autori antichi assegnino le
ragioni del cambiamento. Ora niente, se io non m’inganno, ci dà facoltà
di ritenere in forma assoluta che la mezzadria fosse interamente
scomparsa e che proprio non ne rimanesse traccia nell’Attica, anche
sotto forma meno oppressiva; ma, d’altra parte, si ha tutta la ragione
per credere, che quel tipo di cultura, sotto l’azione combinata
della sviluppata cultura intensiva, della ricchezza crescente, del
primo frazionamento della terra, dovea apparire una forma superata, e
quegli antichi coloni, con varia vicenda, si tramutavano in piccoli
proprietari, fittaiuoli, mercenari della campagna e, talora, della
città.


XI.

La persistenza di una classe di lavoratori liberi, produttori di
manufatti, era anche favorita da alcune condizioni, che la sostenevano
contro la concorrenza servile e le davano incremento. La soddisfazione
sempre più larga de’ bisogni, che avrebbe poi fatto luogo nel IV secolo
a qualche cosa che era il lusso e lo rasentava, dava un lento eppur
continuo impulso alla tecnica manufattrice, creando una divisione
del lavoro sempre maggiore e affinando, migliorando, perfezionando i
prodotti; talchè i manufatti domestici cedevano sempre più il campo a
quelli compiuti con una tecnica più sviluppata e da speciali artefici,
necessariamente più abili. Così, la tintura delle stoffe, di regola,
non poteva essere fatta in casa, e ben presto si era convertita in
un’arte speciale[193]. La stessa arte tessile, esercitata generalmente
da tutte le donne nell’interno della casa, trasformava i suoi telai
e migliorava i suoi procedimenti, fabbricando, accanto a’ tessuti
usuali, altri più fini e di più complicata orditura[194]. L’arte del
conciapelli e quella del lavoratore di cuoio, se ancora, talvolta,
si trovavano riunite in una stessa persona, in generale tendevano a
distinguersi come due mestieri distinti; e lo stesso lavoro del cuoio,
che, già dall’epoca omerica, rappresentava un mestiere speciale, a
grado a grado, pur serbando un unico nome (σκυτότομος, σκυτεύς), avea
una molteplice applicazione, che non potea essere tutta esercitata da
un solo e medesimo artefice[195]. Tra gli stessi lavori d’intreccio,
che pure continuavano nella generalità de’ casi ad essere eseguiti da
persone non tecniche, la fabbricazione delle corde si costituiva come
un mestiere speciale[196].

E questi esempi si potrebbero agevolmente moltiplicare con più visibile
effetto, considerando lo sviluppo sempre maggiore della tecnica e la
divisione del lavoro sempre crescente nella ceramica, nella lavorazione
de’ metalli, nell’arte architettonica, nell’ornamentazione, senza dire
delle arti figurative e delle loro svariate applicazioni.


XII.

Questo differenziarsi e specificarsi del lavoro manuale potè
limitatamente conciliarsi col lavoro servile nella manifattura; ma, la
manifattura, in Atene, per quanto se ne abbiano vari esempi, non dette
l’impronta a tutta la produzione, rimase bensì circoscritta ad alcuni
rami di essa; e, intanto che la manifattura sorgeva, si formava un ceto
di artefici, che doveano sostenere la concorrenza della manifattura,
fin che loro riusciva, e, vinti, doveano tendere a divenirne gli
operai. Gli schiavi, forniti omai a’ vari mercati, in gran parte, dalla
guerra e dalla pirateria, erano reclutati alla rinfusa, e difficilmente
aveano l’attitudine e l’esperienza tecnica, che ne rendesse possibile,
volta per volta, un utile impiego industriale, adatto al luogo, al
tempo, alle condizioni particolari di chi l’acquistava.

E a tutte queste difficoltà se ne aggiungeva un’altra.

Le vendite di schiavi, fatte all’asta, a quanto pare nel 415, in
seguito al processo degli Ermocopidi[197], ci mostrano che il loro
prezzo, sceso sino a settandue dramme nella vendita di un fanciullo
cario, ascendeva a centoquindici e centosettanta dramme per un Trace,
a centotrentacinque, centosessantacinque e dugentoventi dramme per
una donna tracia, a centoquarantaquattro dramme per uno Scita, a
centoventuno per un Illirio, a dugentoquaranta e trecentouno per un
Siro. Queste vendite si facevano all’asta, è vero; ma l’asta avea
luogo in uno de’ momenti relativamente più favorevoli della guerra
del Peloponneso, quando con audaci speranze e confidente iniziativa si
tentava l’impresa di Sicilia; e, per giunta, si trattava di schiavi,
che non doveano essere de’ peggiori, appartenenti, com’erano, a case
delle più benestanti ed anche delle più pretensiose. Si può dunque
ritenere di non andare lontano dal vero, fissando per questo periodo
a due mine, o ad un prezzo non molto inferiore, il valore venale di
schiavi, che, come questi, a quanto si può argomentare dalle epigrafi,
non aveano una speciale attitudine tecnica e doveano essere adibiti a
servigi domestici. Ma in un giro prossimo di tempo Senofonte facea dire
a Socrate: “Havvi un valore degli amici come degli schiavi. E degli
schiavi uno vale due mine, un altro neppure la metà di una mina, un
altro cinque e un altro dieci mine. Di Nicia figliuolo di Nicerato si
dice che abbia comperato per un talento un sopraintendente alle miniere
di argento„[198].

Il prezzo di un talento è, come si vede, l’eco di una voce
indeterminata; e può semplicemente servire a farci vedere come
il prezzo di uno schiavo potesse salire molto alto, specialmente
trattandosi di un direttore dell’azienda, la cui importanza, anche
nell’economia agricola, è rilevata con cura speciale dallo stesso
Senofonte[199]. E probabilmente in quell’uffizio uno schiavo avea
più pregio di un libero, perchè la sua condizione assicurava meglio
la continuità del suo ufficio, ne faceva una diretta emanazione del
padrone e, relativamente, lo assicurava meglio contro il pericolo
di sottrazioni e ruberie, non potendo lo schiavo possedere nulla di
suo proprio e non avendo quindi un’azienda sua propria, sotto cui
dissimulare, ed a cui profitto volgere gl’illeciti guadagni.

Se gli altri prezzi di cinque e di dieci mine e più oltre, invocati
ad esempio, si riferivano a schiavi, che avessero particolari pregi
o speciale attitudine ed educazione tecnica, il loro acquisto dovea
sempre più riescire di dubbia utilità e dovea, sempre che fosse il caso
di poter ricorrere al lavoro libero, indurre a surrogarlo al lavoro
servile.


XIII.

I conti de’ lavori dell’Eretteo[200], alla fine del V secolo (408 a.
C.), ci mostrano che il lavoro qualificato tendeva già ad assumere
preferibilmente la forma del cottimo, o del _forfait_, quasi di un
appalto, ciò che attesta un maggiore sviluppo del lavoro ed anche
una maggiore concorrenza. Ma, accanto al cottimo, ricorre pure la
locazione d’opera a giornata per lavori, che, anche senza esigere un
lungo tirocinio e singolari attitudini, costituivano nondimeno un
lavoro qualificato, come quello del segatore, del falegname, ecc.;
e la mercede giornaliera è di una dramma, o intorno ad una dramma.
Ora, lavori di questo genere non avrebbero potuto essere compiuti per
i singoli privati da propri schiavi non esercitati, senza perdita
di tempo e il danno di una imperfetta esecuzione; e uno schiavo,
particolarmente addetto a questi lavori, non avrebbe potuto essere
impiegato per proprio uso dal padrone in tutto l’anno, nè a volerlo
locare giorno per giorno ad altri, come pure talvolta accadeva, si
sarebbe potuto esser sicuri di tenerlo sempre occupato. Così, per poco
che il prezzo di uno schiavo, adatto a un lavoro qualificato, superasse
il prezzo medio di tutti gli schiavi, l’interesse corrispondente al
capitale anticipato e la maggiore rata di ammortamento e la difficoltà
di un utile impiego continuativo costituivano tanti motivi che ne
sconsigliavano l’acquisto. Da ciò derivava, simultaneamente, come
una doppia conseguenza: che, da un lato, mancava l’interesse di
promuovere l’educazione tecnica degli schiavi, e, dall’altro, il lavoro
qualificato tendeva sempre più a formare speciali mestieri coltivati
da lavoratori liberi, che, esercitandoli spesso ereditariamente, si
procacciavano una clientela adatta, e con l’aiuto di altre riprese,
con la maggiore libertà di movimento, sotto la spinta più potente
dell’interesse personale, poteano più facilmente vivere e trovare
impiego.

Ma la guerra del Peloponneso, resa inevitabile dal desiderio sempre più
intenso di espansione commerciale e dalla crescente egemonia di Atene,
che si risolveva in aggravi sempre maggiori per gli alleati e soggetti
ed in preoccupazioni sempre più vive per gli emuli ed avversari;
imposta dalle condizioni stesse interne di Atene, dove la ricchezza
mobiliare e il proletariato cercavano nuove sorgenti di sussistenza e
di guadagni; la guerra del Peloponneso dovea, con le sue vicende e la
sua fine disgraziata, acuendo gli stessi contrasti interni di Atene,
creare una condizione di cose che, coattivamente, obbligava il lavoro
libero a svolgersi e cercare un impiego.

Iniziata appena la guerra, l’esercito peloponnesiaco avea invaso il
territorio dell’Attica; e l’invasione s’era poi ripetuta quattro altre
volte, nel 430, nel 428, nel 427, nel 425, sino all’abile diversione
che avea avuto per effetto l’episodio di Pilo[201]. Fin dal primo
annunziarsi de’ nemici, gli abitanti della campagna erano stati, benchè
assai a malincuore, costretti a ricoverarsi in città; e s’immagina
facilmente quale effetto abbia potuto avere per l’agricoltura, e
specialmente per le colture intensive, l’accamparsi e lo scorrazzare
di un esercito nemico, per giunta non rintuzzato, che, al sicuro
di ogni assalto, potè così una volta spingersi fino al Laurio.
L’eco dell’irreparabile danno rimane ancora viva nelle commedie di
Aristofane, specie nella _Pace_ e negli _Acarnesi_, che son tutte un
rimpianto de’ campi devastati e sopra tutto delle vigne distrutte.

La peste sopravvenuta nel secondo anno della guerra, pel suo noto
carattere infettivo, se fece strage de’ liberi, dovette fare sterminio
maggiore de’ servi, meno curati, peggio nutriti, più esposti; e la
difficoltà sempre maggiore di approvvigionamento, le tristi vicende
della fortuna pubblica e privata, la impossibilità di impiegare
utilmente nella città i servi già addetti all’agricoltura ne dovettero
ancor più, per vario modo, ridurre il numero. L’occupazione di Decelea,
poi, fatta per consiglio di Alcibiade nel 413, proprio mentre l’impresa
di Sicilia volgeva verso la sua tragica fine, fu come la spada di
Damocle sospesa sopra Atene: fu la devastazione de’ campi organizzata
in permanenza, un impedimento fisso ad ogni stabile ed efficace
coltura, e, al tempo stesso, un richiamo di fuggitivi. Tucidide[202] ci
dice che ben ventimila schiavi, da lui definiti come operai (τεχνίται),
si sottrassero con la fuga; e, come ci è forse lecito argomentare da
altri dati, doveano essere, per una parte notevole, schiavi addetti
alle miniere[203]. In questo dato troviamo pure una riprova che i servi
addetti all’agricoltura, compresi oppur no nell’epiteto tucididèo,
erano già ridotti a’ minimi termini, se non a dirittura scomparsi,
perchè, in caso contrario, essi, meno custoditi e più vicini a Decelea,
avrebbero dovuto dare a’ fuggitivi un contingente maggiore degli
schiavi cittadini e di quelli stessi del Laurio.

Intanto la notevolissima mortalità degli schiavi, le loro fughe, la
difficoltà d’impiegarli stabilmente nell’agricoltura, l’imposta per
quanto lieve[204] da pagare allo Stato per ognuno di loro; erano tanti
fatti, che, presi insieme, doveano indurre ad eliminare, in quanto
fosse possibile, il lavoro servile per surrogarlo col lavoro libero.
E il lavoro libero, dal canto suo, tendeva a questo punto, sotto la
pressione del bisogno e per necessità di cose, a prendere il posto del
lavoro servile.

Ridotta, col disastro della sua agricoltura, a vivere quasi
esclusivamente d’importazione, Atene avea dovuto volgere la sua
attività, per quanto fosse possibile in istato di guerra, alla
produzione di manufatti; ma, quale che potesse essere la richiesta
di questi, nelle condizioni del tempo, in cui, in gran parte, si
provvedeva con la produzione familiare e locale al consumo locale e
familiare, l’esportazione, in ogni modo, dovea riescire inceppata
durante la guerra, che chiudeva tanti mercati e facea malsicuri i
trasporti; peggio che inceppata dopo la guerra terminata con la rovina
della potenza ateniese. Lo Stato poi s’era stremato sotto lo sforzo
continuo ed immane di una guerra così lunga, dispendiosa e fortunosa, e
le fortune private, mentre erano state minate e falcidiate dalla ruina
dell’agricoltura, dal venir meno de’ redditi ordinari e dal languire
de’ commerci, aveano per giunta dovuto sopportare per due volte, a non
grande distanza di tempo, il peso della contribuzione diretta (εἰσφορά)
prelevata nel 428 nella misura di dugento talenti[205] e nel 410 in una
proporzione forse maggiore[206].

Ricorrere pel sostentamento proprio e della propria famiglia al
lavoro manuale, era omai, per molti, una necessità imprescindibile.
Già i conti dell’Eretteo ci mostrano come nel 408 a. C. Ateniesi, in
numero proporzionalmente non indifferente, prestavano l’opera loro in
concorrenza con i metèci. Ma un quadro vivo e parlante della condizione
di cose, che si dovette verificare in Atene sul finire della guerra
del Peloponneso e subito dopo di essa, ce lo dà Senofonte ne’ suoi
Memorabili.

Niente forse è più adatto di quelle poche pagine a darci una idea
compiuta delle condizioni di Atene in quei giorni[207].

Alle conseguenze della guerra esterna si sono aggiunti i mali della
guerra civile, che provocano ancora l’intervento straniero. “La terra
non rende nulla, giacchè gli avversari sovrastano ad essa: niente
danno le case, giacchè gli abitanti si sono assottigliati. Nessuno
compera e in nessun modo vi è da avere danaro in prestito„. Tornano
i cleruchi, ma sono stati spogliati di quanto possedevano nelle
cleruchie, e nell’Attica non hanno nulla, e non portano che l’offerta
delle loro braccia e il bisogno di sostentarsi. In questo stato di
cose, s’imbatte in Socrate Aristarco, che ha omai quattordici persone
in casa da mantenere, s’imbatte Eutiro, il cleruco rimpatriato; e da
tutto il lento avvolgersi e svolgersi della fine dialettica socratica
balza fuori, quasi da una necessità obbiettiva, come uno spontaneo
ed inevitabile insegnamento, come unico e imprescindibile rimedio,
il consiglio di ricorrere al lavoro più adatto, per elevarsi a quella
condizione materiale, che pur mo’ rendeva, agli occhi di uno di essi,
invidiati gli schiavi operai di Cyrebo, di Nausicyde, di Demea, di
Menone.

Così il proletariato ateniese si dedicava sempre più al lavoro sotto
l’impulso del bisogno, che la catastrofe immane della guerra avea
potuto rendere più vivo, ma che non avea cessato mai d’essere sentito.
E, per la imprescindibile dipendenza de’ concetti teorici da’ modi di
vita, l’opinione della dignità del lavoro si veniva ancora rialzando,
e trovava il suo riconoscimento nelle parole dell’uomo moralmente più
elevato del tempo, di Socrate.


XIV.

È stato spesso ripetuto, e si ripete ancora, che il soldo dato a’
cittadini nelle assemblee, ne’ collegi giudiziari, ne’ teatri, li
distogliesse dal lavoro, fornendo loro il mezzo di una vita oziosa. E
pure questa è un’opinione, che non regge ad un esame accurato.

Delle assemblee politiche si può ritenere che non ve ne fossero,
normalmente, più di quaranta per anno[208], e l’indennità di presenza
a’ cittadini fu di un obolo, di due, di tre forse per più lungo tempo:
al tempo di Aristotile salì a nove oboli per l’assemblea principale
e ad una dramma per le altre[209]; ma le cresciute esigenze della
vita e il numero limitato delle adunanze non poteano farne un mezzo
per sostentare la vita. Più frequenti delle assemblee politiche
erano le adunate de’ collegi giudiziari; ma l’indennità accordata a’
giudicanti non superò mai i tre oboli[210], e le convocazioni delle
giudicature dovettero necessariamente scemare, quando Atene perdette
il potere giurisdizionale sugli alleati. Inoltre erano legalmente
giudici i cittadini, che aveano sorpassati i trent’anni, e realmente,
per lo più, i vecchi che non aveano altra occupazione. Secondo la
costituzione delle giudicature, poi, nelle cause meno importanti
e però più frequenti, i giudici erano dugentouno, vi partecipava
quindi limitatamente la cittadinanza[211]. L’indennità di assistenza
agli spettacoli, che, probabilmente per un equivoco chiarito ora
indirettamente dall’Ἀθηναίων Πολιτεία, Plutarco fece introdurre
da Pericle, fu concessa in tempi posteriori; e, per quanto nel IV
secolo assumesse importanza, se era versata, sotto una forma od
un’altra, come diritto d’entrata al teatro, non potea rappresentare
un mezzo di sussistenza. Ed anche chi, ammettendo conclusioni non
in tutto accettabili, voglia ritenere nella misura più alta le
indennità teatrali, ammettendo che lasciassero un margine di guadagno
a’ cittadini e si estendessero da venticinque a trenta ricorrenze
festive[212]; pure non riescirà a farne un contributo di qualche
rilievo per la sussistenza del cittadino.

Così il soldo largito dallo Stato sotto queste varie forme, anche
quando raggiunse la proporzione più alta, non potè mai rappresentare,
nemmeno per quella parte de’ cittadini che ne poteva usufruire,
un’entrata stabile e continua, che toccasse i tre oboli al giorno. E
tre oboli al giorno, se si crede ad Aristofane, rappresentavano appena
il guadagno giornaliero di una delle più basse categorie di lavoratori
manuali, forse della più bassa (πηλόφοροι)[213]; equivalevano al
prezzo minimo di un sesto di medimno di frumento; e il frumento, che,
anche oggi, è soggetto ad una continua oscillazione di prezzi, allora,
specialmente in un paese vivente d’importazioni come l’Attica, era
esposto a continui, rapidi e notevoli rincari.

Non si saprebbe dunque ammettere che, quand’anche il soldo, percepito
sotto varie forme dallo Stato, avesse potuto sopperire al minimo
della sussistenza, i cittadini rinunziassero a spiegare, lavorando,
un’attività che migliorasse le loro condizioni, per fare una vita
grama e penosa quale potea farla uno spazzaturaio. Ma in questo,
come in altre cose, si è stati fuorviati sopra tutto dall’abitudine
di attribuire a’ giudizi e alla satira di Aristofane un valore
obbiettivo, che mal si concilia col suo carattere di comico e più di
partigiano[214].

Il crescere graduale del soldo, lungi dal valere come un mezzo che
distoglieva i lavoratori dal loro mestiere, prova invece come il
lavoro professionale di molti rendesse necessario un indennizzo
sempre crescente, che li compensasse del tempo sottratto al mestiere e
l’inducesse a non disertare le pubbliche adunanze[215].


XV.

Del resto lo stesso Senofonte fa dire da Socrate[216] a Carmide
come l’assemblea, in fondo, è composta da tintori, lavoranti di
cuoio, falegnami, lavoranti in metalli, agricoltori, commercianti
e rigattieri. Questo ceto di artigiani, che, come Socrate stesso
osservava, costituiva il nucleo dell’assemblea, avea acquistata una
vera importanza politica; e, dopo la morte di Pericle, dava esso dal
suo stesso seno alla repubblica i suoi uomini di Stato e, d’accordo col
ceto de’ commercianti, costituiva un partito opposto specialmente a’
proprietari fondiari, e imprimeva alla politica ateniese un indirizzo,
tendente a dare o a mantenere alla città il carattere e la posizione di
sovrana del mare e centro economico e morale del mondo ellenico.

Pochi periodi sono atti a mostrare, al pari di questo, come la storia
non è che una lotta di classi; tanto sulla fine del V secolo, in
Atene, gl’interessi degli abbienti e de’ proletari, della proprietà
fondiaria e della proprietà mobiliare divenivano sempre più opposti e
cozzanti, e trovavano un’eco, una voce ed un’arma nella letteratura,
nella filosofia, nel teatro. Specialmente la commedia assumeva una
forma schiettamente politica; e, sotto i più arditi e più fantastici
travestimenti, chiedendo fino agli uccelli, alle vespe, alle rane
i nomi e le forme, invadendo le regioni dell’aria e le inferne,
portava sulla scena gli uomini e le lotte contemporanee e, grazie alla
veemenza della passione e alla facoltà di rispecchiare direttamente e
sinceramente la vita popolare, smentiva l’aforisma che poema politico
fosse anche necessariamente poema noioso.

Ben dice il Renan[217] che “il quadro della cultura umana creato dalla
Grecia può essere indefinitamente allargato, ma è completo nelle sue
parti. Il progresso consisterà eternamente a sviluppare ciò che la
Grecia ha concepito, a riempire i profili che essa ha, se si può dir
così, stupendamente abbozzati„.

Gli è che in Grecia, e specialmente in Atene, con l’accumulazione della
ricchezza e la formazione di un proletariato di liberi, col crescere
de’ bisogni e con l’industre e ingegnosa operosità nel cercare i mezzi
tecnici di soddisfarli, si veniva formando un ambiente, che, nella sua
struttura economica, superava spesso i confini dell’economia antica,
per costituire come un’anticipazione del nostro ambiente economico;
e da quel sostrato materiale di vita, quasi da un terreno lietamente
fecondo, germogliavano i maggiori problemi della vita politica e
intellettuale e la possibilità di un’elevata coltura e di una vita del
pensiero, e instituzioni e concetti giuridici e sistemi di filosofia
pratica e speculativa della più larga comprensione.

Quella lotta di classe contro classe che, alla sua volta, facea luogo,
nello stesso campo chiuso della classe, ad una lotta più acre di
uomo contro uomo, dovea richiamare naturalmente, con la stessa sua
persistenza e con la sua azione sempre più deleteria, l’attenzione de’
pensatori, tanto più, quanto, in quel fiorire di tante energie della
vita, la loro aspirazione si elevava verso un’associazione politica
euritmicamente equilibrata; e si dovea così essere tentati a ricercare
le cause sempre più remote di quel dissesto, per poterle recidere nella
loro radice.

Quel rigoglioso germogliare d’ideologie, di schemi, di utopie e di
teorie, che scalza credenze e costumi tradizionali, che si propone
di dare un nuovo fondamento teorico alla società e alla vita
giuridica, e indaga le condizioni dello Stato migliore, foggiandone
all’occorrenza il modello; ha le sue radici in uno stato di cose
incerto, oscillante, non più adatto a’ bisogni presenti, ed è l’indice
migliore di un sistema di vita, che sta per compiere il suo cielo,
e di un altro che si annunzia in forma vaga ed incerta. L’ordine
costituito cercava una giustificazione teorica e non la trovava che
nella forza, nell’imposizione di una prepotenza, nella confusione del
giusto con l’utile, non universale, ma personale; una giustificazione,
che avea in sè gli elementi della sua negazione e, con intento e
forma conservatori, riesciva ad uno scopo nettamente rivoluzionario,
cancellando virtualmente la differenza tra il padrone e lo schiavo[218]
e suscitando così una diuturna insurrezione e un permanente conflitto.
Ma tutto ciò non era che la conseguenza logica di quelle condizioni
materiali, che, in tutta la Grecia, ove più ove meno, aveano reso più
acre e disperato l’urto degl’interessi cozzanti: e le lotte civili
di Argo e Corcira, la guerra senza quartiere tra ricchi e poveri, la
perversione morale, che accompagnava quello stato di guerra interna ed
esterna, non sono spiegate, ma spiegano questa nuova evoluzione delle
idee politiche e morali[219].

D’altro canto lo stesso stato di malessere e il senso di angustia
materiale e morale, che emanava da siffatte condizioni di vita, dovea
riflettersi nel pensiero come l’aspirazione a forme sociali e politiche
coerenti in ogni loro parte e organiche nelle loro funzioni. L’unità
rotta nella pratica si ricomponeva nella concezione ideale e il
dissidio della vita diveniva concordia nel pensiero. “Al punto di vista
individualista-atomistico, che identificava senz’altro lo Stato con i
suoi temporanei e personali elementi e lo risolveva in un complesso
di unità meccaniche, si opponeva un altro punto di vista, il quale
riconosceva un interesse sociale collettivo, che non si esauriva nella
somma degl’interessi singoli e cercava di concepire lo Stato come un
tutto coerente con un contenuto distinto da quello della somma delle
sue parti„[220].

Così Socrate riesciva a vedere nello Stato il supremo organismo etico,
nella politica lo scopo del benessere universale, nell’arte di governo
il compendio di tutte le virtù; ma, appunto perchè della virtù è base
il sapere, faceva della capacità la condizione di partecipare alla
direzione dello Stato[221]; ed egli stesso, che avea teoricamente
riabilitato il lavoro libero, nel campo politico veniva ad abbassarlo,
riconoscendo in esso un impedimento a una compiuta educazione
civile[222].

E la concezione socratica dello Stato domina tutta la successiva
speculazione, che, pur nelle parti in cui se ne discosta, non è che un
suo naturale sviluppo.

Nell’ideale concezione platonica lo Stato non è che la giustizia
realizzata con una razionale distribuzione di funzioni, compiute
da’ più adatti. Ma al grande idealista non avea potuto sfuggire la
perturbazione, che alla vita di un tale organismo politico, ed anzi
alla funzione di ogni arte[223], arreca il conflitto d’interessi, il
contrasto della ricchezza e della povertà; e così Platone introduceva,
quasi per necessità logica, quel comunismo, che egli limitava alla
classe de’ custodi dello Stato, e che i preposteri o veri suoi
satireggiatori[224] e i suoi censori[225], più logici in questo di lui,
assumevano in forma più generale.

Quest’ideale comunista, che, pur così circoscritto, appariva la prima
volta, per una ironia della storia, nell’opera di uno scrittore
aristocratico e di tendenze conservatrici, dedotto da un puro
fondamento di ragione, sorgeva troppo tardi e troppo presto: troppo
tardi, rispetto ad alcune più antiche e superate forme di utilizzazione
sociale o gentilizia della terra; troppo presto, rispetto a quello
svolgimento delle forze produttive, che dovea poi dare all’ideale
comunista un sostrato scientifico e pratico al tempo stesso e accennare
a farne non una categoria logica, ma una categoria storica; non una
semplice forma ideale di miglior reggimento, ma una necessità economica
presente ed obbiettiva. Il limitato svolgimento delle forze produttive,
mantenendo la produzione nel suo periodo di piccola e diretta
produzione, facea sentire a’ Greci antichi il bisogno dell’uguaglianza,
cioè della proprietà privata estesa a tutti, non già del comunismo, la
cui idea, se anche teoricamente trovasse qualche discepolo, rimaneva
politicamente sterile. Così Aristotele poteva agevolmente combatterla
mettendola in relazione alle condizioni economiche e a’ sentimenti
del tempo; come, in base alla semplicità e alla natura inerte dello
strumento tecnico, poteva decretare eterna la schiavitù, nè da Socrate,
nè da Platone mai rinnegata e le cui catene venivano ora ribadite
dal filosofo di Stagira con un sofisma, che non era se non un abile
travestimento e un’ingegnosa fusione della teoria socratica, la quale
dava il governo a’ più capaci, e della sofistica, che assoggettava i
meno forti a’ più forti.

Ma, mentre queste teorie, figlie del loro tempo, presumevano chiudere
la realtà nella cerchia delle personali previsioni o della dotta
speculazione; per una evoluzione continua e persistente, di cui si
percepivano alcuni fenomeni più salienti e si scorgevano i caratteri
esteriori ma non si valutavano le conseguenze non immediate, si
preparavano, nell’accumulata ricchezza e nel crescente proletariato,
gli elementi, che avrebbero poi eliminata la servitù col sostituirvi
il salariato. E — val la pena di notarlo — il comico conservatore,
che, forte sul terreno della realtà, derideva l’utopia, vedea, senza
volerlo, più lontano degli altri, quando introduceva sulla scena
la _Povertà_ per additare in essa la causa delle cause di tutta la
vita sociale, la ragione ultima del moto automatico di tutta la vita
economica e delle sue molteplici attività[226]. La schiavitù stessa non
era che uno de’ tanti suoi effetti[227]: rotta la catena, che avvinceva
il servo al padrone, ne sarebbe rimasta ancora, come ripeteranno più
tardi un retore[228] e un filosofo stoico[229], un’altra invisibile e
perciò più forte e più difficile a spezzarsi, _la fame_, che in maniera
difforme, eppure non sostanzialmente diversa, avrebbe riprodotta,
sotto diverso aspetto, la soggezione di una parte del genere umano ad
un’altra.


XVI.

In realtà, in tutta la Grecia ed anche in Atene, benchè talvolta sotto
forma più larvata, il quarto secolo segna un processo di acceleramento
nella formazione di una forte massa proletaria e nella concentrazione
della ricchezza.

Il crescere della popolazione e l’aumento del proletariato, anche per
l’antichità, costituivano una fonte di legittima preoccupazione e un
urgente problema politico e aveano trovato per molto tempo in Grecia
il loro sfogo in quel vasto e ardito movimento colonizzatore, che avea
per tanta parte contribuito alla grandezza economica e morale della
civiltà ellenica. Ma l’espansione coloniale avea trovato anch’essa il
suo limite, e, con lo svolgersi più rapido delle energie coloniali e
la relativa tendenza all’emancipazione economica e politica, veniva
a scemare anche il beneficio indiretto arrecato dalle colonie alla
metropoli dopo quello diretto della loro fondazione. Atene, che avea
sviluppate le sue interne energie e la sua potenza marittima, quando
già altri paesi più precoci l’aveano prevenuta nella espansione
coloniale; come, nella rifoggiata tradizione, ne usurpava talvolta
il merito, così, nella pratica, ne fu l’occupatrice. Il suo imperio
marittimo ascendente è contrassegnato dal corrispondente invio di
cleruchie, spedizioni di coloni, che servivano, al tempo stesso, a
dare uno sbocco al proletariato ateniese, ad assicurare il dominio
della madre patria e a punire alleati defezionati e sudditi ribelli,
senza creare comunità autonome, che venissero un giorno in conflitto
col paese d’origine, ma seguitassero invece a considerarsi come
elementi staccati di questo[230]. La grande catastrofe, in cui avea
trovato il suo epilogo la guerra del Peloponneso, avea coinvolto in
una ruina gli sforzi del passato e le speranze dell’avvenire; e la
difficoltà di collocare fuori patria il proletariato, divenuto più
numeroso e più misero in seguito a tutta una serie di disastri, era
aggravata dal ritorno de’ cleruchi scacciati. Veramente, dal punto
di vista demografico, questi elementi venivano a rinsanguare la
popolazione stremata dalla peste e dalla guerra, ma, dal punto di vista
economico, le terre, già appartenenti a’ cittadini periti, si erano
concentrate ne’ loro successori; e i reduci e i superstiti, che non
aveano parte alla proprietà della terra, non poteano che impiegarsi
come mercenari, sia ne’ lavori agricoli che in quelli industriali.
La pertinacia con la quale Atene, a poca distanza di tempo dalla
sua schiacciante sconfitta, tentava di ripristinare la sua fortuna
politica e commerciale, e l’invio di _cleruchie_, che tien dietro
ad ogni prospero evento di guerra; ci mostrano anche meglio, quanto
urgente fosse il bisogno di trovare un utile impiego ad una parte
della sua cittadinanza. Ma le nuove forze politiche entrate nel gioco
della politica greca e il loro barcamenarsi per dividere ed imperare,
rendevano anche più durevole lo stato di guerra e più malsicuro ogni
acquisto; e il rovescio di un momento faceva perdere il vantaggio di
molti anni. Così la pace di Antalcida, che ratificava l’autonomia delle
città greche, toglieva ad Atene il frutto delle conquiste recenti; e
quando, dopo poco meno che un decennio, fu possibile gettare le basi
di una nuova confederazione marittima, capace di ridare ad Atene una
via di risorgere economicamente e politicamente dal suo abbattimento,
in linea preliminare gli Ateniesi dovettero rinunziare “ad acquistare
sia a titolo pubblico che a titolo privato case e terre ne’ paesi
degli alleati, a comprare, a prendere in ipoteca, sotto pena di vedere
confiscato il loro acquisto„[231]. Il campo della loro espansione
restava così limitato a’ paesi non alleati, e gli Ateniesi ne
profittarono, sempre che poterono, per sopperire a questo loro bisogno
avido quanto urgente di terre; ma l’egemonia politica, così disputata
e così mutevole in questo quarto secolo, le guerre frequenti e la loro
varia fortuna, il sorgere e l’ingrandirsi della potenza macedonica
limitavano, contrastavano, rendevano caduchi quegli acquisti[232],
che, in ogni modo, non costituivano più, come a’ tempi migliori della
potenza ateniese, un largo e sistematico mezzo di scaricare Atene di
una parte del suo crescente proletariato. Anzi accadeva talvolta di
vederlo improvvisamente ingrossato col ritorno di espulsi cleruchi.


XVII.

Il quarto secolo segna, abbiamo detto, un passo notevole verso quella
concentrazione della ricchezza, che va sempre crescendo nelle età
posteriori[233]; e da essa rampollava anche quella nuova fioritura di
oligarchie, nelle quali uno scrittore[234], non a torto, ha voluto
scorgere la causa prevalente, a cui conviene ascrivere la guerra
d’Atene con gli alleati e la dissoluzione della lega marittima.

Una simile concentrazione della ricchezza, specie immobiliare,
viene di solito negata, o, almeno, messa seriamente in dubbio per
Atene[235]. Eppure, se in Atene il precedente frazionamento della
proprietà immobiliare e, più che quello, la cultura in parte intensiva
e la scarsa produttività del suolo offrivano qualche ostacolo alla
concentrazione; d’altra parte, ivi stesso, come e più che altrove,
operavano le cause efficienti della concentrazione della ricchezza. Più
lenta, forse, e meno completa per ragione dello stesso ambiente fisico,
essa è solo dissimulata agli occhi nostri, in parte, dalla mancanza
di dati concreti e, in parte, dal carattere industriale dell’economia
ateniese, la quale, offrendo un utile impiego di lavoro, rendeva meno
sensibile e meno deleterio che altrove il crescere del proletariato.

Ma, per via indiretta, guardando agli stessi caratteri esteriori della
vita di quel tempo e aggruppando dati di ordine diverso, si può forse
riescire a vedere, anche in Atene, lo stesso fenomeno, o, almeno, una
spiegata tendenza a realizzare, fin dove gli agenti di ordine opposto
lo consentivano, lo stesso fenomeno.

Una notizia sullo stato della proprietà dopo la caduta de’ trenta
ci dice che cinquemila cittadini[236], cioè un quarto almeno della
cittadinanza, secondo il calcolo comune, e più di un quarto, se si
calcola lo stato a cui la cittadinanza avea dovuto venire dopo la peste
e la guerra, erano assolutamente privi di ogni possesso fondiario. Che
poi anche nella restante parte della cittadinanza la proprietà fosse
assai disugualmente divisa, lo dimostrano i tentativi oligarchici di
quel torno di tempo, che, dopo essersi provati a limitare a cinquemila
cittadini i diritti di cittadinanza attiva, riescivano, alla fine della
guerra, ad una più chiusa e più prepotente oligarchia[237].

Inoltre la notizia, che ci avanza, di fortune familiari, esistenti
dalla fine del quinto al declinare del quarto secolo[238], accanto
alla menzione non infrequente di patrimoni di tre, quattro e cinque
talenti, ci mostra fortune di trenta, quaranta, cinquanta, sessanta,
cento talenti. E sono tanto più frequenti ed importanti, quanto più
procediamo nel tempo, sino ad arrivare alla fortuna di Difilo[239],
che, confiscata sotto Licurgo, avrebbe reso centosessanta talenti, e a
quella di Epikrate, cui se ne attribuivano seicento[240]. È vero che in
molti casi non sappiamo per quanta parte entrasse in questi patrimoni
il possesso fondiario, e, per altri, sappiamo che rappresentavano in
gran parte ricchezza mobiliare. Ma non si può fare a meno di osservare
che uno de’ più frequenti investimenti della ricchezza mobiliare era
il mutuo ipotecario e, in un’epoca di facili rovesci, causati, in
mancanza di casi straordinari, dallo stesso più rapido giro degli
affari, niente era più facile che il creditore si sostituisse al
debitore espropriato, accentrando vari poderi. I discorsi degli oratori
ci attestano questa frequenza di mutui ipotecari e ce ne danno un’idea
adatta anche le stele ipotecarie superstiti[241], che — fatto molto
notevole — cominciano appunto da questo quarto secolo. “Di tutte le
stele ipotecarie — si è osservato[242] — neppur una risale alla guerra
del Peloponneso. Il numero ne è troppo considerevole oggi, e non
si può attribuir ciò al caso della scoverta; onde, senza pretendere
che l’ipoteca non sia stata praticata che al quarto secolo, possiamo
ammettere che le stele ipotecarie siano riapparse solo a quest’epoca,
al momento stesso in cui il sistema delle ipoteche avea il suo
completo sviluppo„. Si aggiunga pure che, per quanto, date le varie
vicende ed anche le crescenti imposizioni del tempo, la proprietà
mobiliare presentasse de’ vantaggi sull’immobiliare, pure il capitale
mobiliare dovette essere tratto all’investimento in fondi, quando
i cereali, come spesso accadde, crebbero di prezzo[243], e un tale
impiego potè apparire proficuo. Il sistema degli affitti, non limitato
esclusivamente a’ beni degli enti morali[244], ci attesta anch’esso,
con la sostituzione della cultura avente carattere d’intrapresa alla
cultura diretta, una nuova fase della proprietà immobiliare.

Finalmente, non mancano nemmeno chiari accenni e dati concreti, che
mostrino possedimenti di larga estensione e una concentrazione della
proprietà fondiaria. Demostene vi accenna esplicitamente là dove
dice che “parecchi possiedono più terra che non tutti voi che siete
nel tribunale„[245]; asserzione ripetuta ed ampliata in un’altra
orazione[246], di cui vien negata peraltro l’autenticità. Si è
osservato[247], che i presenti nel tribunale poteano essere soltanto
duecentoun cittadino, ma potevano essere anche assai di più; e, per il
concetto approssimativo che possiamo formarci del numero de’ giudicanti
ne’ vari casi[248] e per la natura della causa, è lecito ritenere che
sieno stati, in quel caso, assai di più. In ogni modo la proporzione
di uno a duecento, tanto più se ripetuta, non è fatta per escludere la
concentrazione della proprietà.

Gl’inventari de’ fondi, desunti dagli oratori[249], con un valore
indicato, che va da duemila dramme a due talenti e mezzo, non valgono
nemmeno a fare indurre una grande distribuzione della proprietà
fondiaria, quando si consideri che, data la scarsa produttività del
suolo dell’Attica, quelle somme, per se stesse non tenui, poteano
corrispondere a proprietà non piccole, tanto più, quanto erano più
lontane da Atene. Le vendite di terre, per quel che ne sappiamo,
ascendono talora a un prezzo alto di tremila e cinquanta dramme, di due
talenti e mezzo; tal’altra hanno un prezzo assai tenue, che può valere
come indice dell’assorbimento de’ piccoli appezzamenti[250]. La varietà
de’ prezzi inoltre dovea dipendere anche dalla maggiore o minore
lontananza dal centro; così che, quando, nelle epigrafi della tassa
sulle vendite, troviamo venduti a prezzi non rilevanti terre in demi
lontani, come quello di Anaflysto verso il capo Sunio e di Kydantide
(alle falde del Pentelico?)[251], il basso prezzo non depone, per sè
solo e in via assoluta, contro l’estensione. È stato rilevato che “il
tratto caratteristico di un paese di grande cultura è la tendenza
che hanno i proprietari ad aggruppare i loro beni in uno stesso
luogo, in modo da costituirne una sola coltivazione: la sorveglianza
ne è più facile e le spese di mano d’opera diminuiscono. Per tutto,
all’incontro, ove la proprietà è sparsa, si può affermare arditamente
che il suolo è frazionatissimo„[252]. Ma, se io non m’inganno, qui si
identificano a torto due cose, che hanno azione reciproca è vero, ma
che non sempre si escludono: — la piccola cultura e la concentrazione
della proprietà. La scarsa produttività del suolo dell’Attica avea resa
necessaria, insieme ad alcune speciali forme di cultura intensiva, la
piccola cultura. In paesi di maggiore fecondità e di cultura estensiva,
anche senza uscire dalla Grecia, la concentrazione della proprietà
avveniva più facilmente ed assumeva la forma del latifondo. A Sparta
specialmente, dove ogni podere aveva la sua scorta viva, non di schiavi
propriamente detti, ma di addetti alla gleba, d’iloti, era evitata
anche la ben nota incompatibilità della coltura de’ cereali con la mano
d’opera servile[253], e il latifondo quindi si costituiva facilmente
e rapidamente, con una semplice aggregazione di parti: tutta la fatica
consisteva nell’ereditare, o nell’anticipare il capitale d’acquisto. In
Atene, invece, il frazionamento della proprietà, reso indispensabile
dal metodo di cultura e favorito per un certo tempo da’ poteri dello
Stato, opponeva un ostacolo gravissimo alla formazione del latifondo
ed un ostacolo relativo alla concentrazione della proprietà, ma non
un ostacolo insuperabile, specie rispetto alla concentrazione. Dove
il terreno era adatto alla cultura di cereali, o boscoso, facilmente
si costituiva il latifondo, e ce ne porge esempio il caso di Fenippo,
il cui fondo, se ne valuti come si vuole l’estensione[254], dava
un prodotto di mille medimni di grano, ottocento metreti di vino e
dodici dramme al giorno di legna[255]. Non abbiamo nessuna ragione di
ritenere che questo fosse un caso isolato; ed anzi, dove concorrevano
identità di condizioni, secondo ogni probabilità, dovea nascerne
il medesimo effetto. Il rincaro stabile de’ cereali, spinto spesso
durante il quarto secolo a prezzi di carestia, sino al punto da
superare notevolmente il prezzo del vino, come appare dalla stessa
orazione contro Fenippo[256], dovette sviluppare sino al suo estremo
limite la cultura de’ cereali e con essa la possibilità di fondi più
estesi. Nell’inventario de’ fondi menzionati dagli oratori attici, i
poderi di due talenti[257] e due talenti e mezzo[258] sono ad Eleusi
e a Thria, appunto nelle zone dell’Attica produttrici di cereali. Non
manca nemmeno il classico desiderio di arrotondare il proprio fondo, la
_libido agri continuandi:_ Demostene nell’orazione contro Callicle ce
ne dà un esempio[259].

Ma, indipendentemente dalla formazione del latifondo, che non
potea costituire il tratto generale della proprietà nell’Attica, la
concentrazione avveniva con la riunione di appezzamenti separati e
distinti in mano di un solo. L’attestazione di casi simili ricorre
specialmente negli oratori[260]: a questa stregua vanno fors’anche
intesi i venti talenti di possessioni immobiliari del banchiere
Pasione[261].


XVIII.

Un’altra anomalia, che rappresentava l’eccesso opposto della
concentrazione, ma che produceva effetti sociali analoghi, avveniva
nella proprietà immobiliare dell’Attica con quel frazionamento
crescente de’ piccoli lotti, a cui oggi si dà il nome di
_polverizzazione_ del suolo. Ce lo attesta, se non direttamente,
almeno indirettamente, il censo del cadente secolo quarto; e del
resto era conseguenza naturale di un sistema di successione, che,
non riconoscendo il diritto di primogenitura[262], ad ogni passaggio
di proprietà per causa di morte, spezzettava ancora il già piccolo
appezzamento. La legge[263] poi, o, per chi non la ritenga tale, la
consuetudine comune di assegnare in contanti la dote alle eredi, se
evitava un maggiore smembramento della proprietà, d’altro lato la
gravava di debiti, rendendone sempre più difficile la condizione e
formandone un inceppo irrimediabile. La piccola proprietà quindi,
pur sopravvivendo, era soggetta ad una crisi permanente. Gli stessi
rincari, che secondo Demostene arricchivano gli agricoltori, giovavano
in realtà a’ grandi proprietarî i quali avevano molti prodotti
da vendere, anzi che a’ minuscoli, che, nelle cattive stagioni si
caricavano di debiti, e, nelle buone stagioni, sotto il peso della
concorrenza, non riescivano a pagarli con l’esiguo raccolto. La piccola
proprietà si veniva a trovare così in una condizione somigliante a
quella in cui si trova nel tempo nostro, e il cui malessere intimo
fu così bene intuito e rilevato dal Marx, prima, e poi da altri,
per la Francia del secondo Impero. In quel paese classico della
piccola proprietà, secondo un calcolo fatto pel 1815[264], non meno
di un milione centounmila quattrocento ventuno persone possedevano
un mezzo ettaro di terra a testa. “Ma — diceva il Marx[265] —, nel
corso del secolo decimonono l’usuraio delle città ha preso il posto
dell’usuraio feudale, l’ipoteca ha sostituito il tributo feudale, il
capitale borghese ha surrogata la proprietà fondiaria aristocratica.
Il boccone di terra del contadino non è che il pretesto che permette
al capitalista di estrarre dalla coltivazione profitti, interesse e
rendite: egli lascia al coltivatore la cura di tirarsi d’impaccio da sè
per ritrovare il suo salario... La proprietà sminuzzata produce infine
una soprapopolazione disoccupata, che non trova posto nè in campagna,
nè in città e che, quindi, corre dietro agl’impieghi di Stato, come
dietro a una specie di elemosina rispettabile...„.

I frammenti de’ conti della centesima prelevata sulle vendite[266], che
partono appunto dalla seconda metà del secolo quarto, ci mostrano le
varie vendite che, mentre nel complesso ascendevano ad oltre tredici
talenti, a venti talenti e più, a quattro mila ottocento trentasette
dramme, comprendevano il piccolo orto di dugento cinquanta dramme,
gli appezzamenti di cento, di centosessantadue, di dugento cinquanta
dramme; e in un caso — ciò che non è privo di valore per l’indotta
concentrazione della proprietà — una stessa persona, Diofanto Sfettio,
ci apparisce tre volte successive come acquirente, e in due altri,
due altre persone, Mantiteo e Atarbo, acquistano ciascuno due lotti
distinti[267].


XIX.

Che se dalla concentrazione della proprietà fondiaria, inceppata
o attenuata dalle condizioni speciali dell’Attica, si passa alla
concentrazione della fortuna in generale, si trova che tanti dati
concorrevano a favorirla.

Tra le altre cose, le imposizioni pubbliche.

Senza voler sostituire ad alcune ipotesi non provate altre più
lambiccate ed anche meno giustificate, non si può a meno di riconoscere
che il carattere progressivo dell’imposta, sia nella forma concepita
dal Rodbertus[268], che in quella più accettata del Böckh[269], poggia
semplicemente sopra un’ipotesi. Ma, anche ritenendo nella sua integrità
l’ipotesi del Böckh, basta dare un’occhiata al quadro dimostrativo da
lui redatto[270], per accorgersi che pure quella progressione era tale
da lasciare sempre un margine larghissimo ed una via di accumulazione
crescente alle grosse fortune; e l’impedimento, così posto al crescere
di queste, era inferiore al peso, che ne dovevano sentire le medie e
piccole fortune. Ora, per quanto si sia discordi sulla proporzione
dell’imposta, si sa nondimeno che fu prelevata dopo Nausinico con
relativa frequenza[271]; e i dispendi ordinari e straordinarî, a cui
Atene andò incontro e a cui con l’attenuarsi di ogni introito esterno,
in dati momenti[272], dovè provvedere del suo, ce ne possono dare una
idea conveniente. E non è arrischiato il credere che, anche quivi,
accadesse quello che suol sempre accadere sotto un sistema gravoso
d’imposte: che i primi a risentirsene e soccombere fossero appunto i
meno ricchi, sia per effetto diretto che per ripercussione.

Che poi i più ricchi finissero per riversare su’ meno ricchi il peso
della triarchia, lo dice espressamente Demostene[273]: aggiunge, è
vero, che egli con la sua legge metteva riparo a ciò, ma resterebbe a
saperne gli effetti pratici.

La locazione della triarchia, anch’essa, costituiva sempre un mezzo di
profitto[274].

Perfino quello che nelle contribuzioni sembrava un aggravio fatto a’
più ricchi, l’obbligo di anticipare per poi rivalersi (προεισφορά),
diveniva, in mano loro, un mezzo per rifarsi. Ed i rimedî escogitati,
come quello radicale dello scambio delle fortune (ἀντίδοσις),
approdavano a poco, se era così facilmente aperto l’adito a tutte le
frodi, di cui abbiamo esempio[275].

A tutto ciò si aggiungeva un continuo crescere de’ bisogni nella vita
di ogni giorno, e abitudini di lusso, che rinnovavano le case[276],
gli usi, le fogge, fomentavano la gara della magnificenza e dello
sperpero, nella vita privata e nella pubblica, specialmente nelle
dispendiose coregie[277], rendendo sempre più grandi e frequenti i
debiti, instabili le fortune e continue le loro vicende, e sviluppando,
come un termine correlativo, il desiderio del guadagno, il pregio della
ricchezza e la brama e i mezzi di arricchire presto. Questi fenomeni,
ora esplicitamente accennati negli oratori, ora rivelati da fenomeni
che ne costituiscono i sintomi, hanno l’eco più piena nella nuova
commedia del secolo quarto, in cui ricorre, ad ogni piè sospinto,
magnificata o deplorata, questa oltrepotenza della ricchezza[278],
che procaccia considerazione, amici, agi, adulazione e, nell’opinione
e nella speranza di chi l’ha, “quasi l’immortalità„. E, di fronte a
questa ricchezza che ogni giorno più diviene e si sente una forza, la
povertà si presenta come qualche cosa che deprime e fa paura[279].


XX.

Gli effetti morali di questo stato materiale si riflettevano
naturalmente su tutta la vita, ripercotendosi alla loro volta e
generando un nuovo ordine di conseguenze economiche. Le donne, già
diffamate, secondo Aristofane, da Euripide, che pure avea creata
l’Alcesti, perdevano sempre più di considerazione, di tanto di quanto
guadagnavano di prepotenza, di arroganza, di abitudini lussuose e
dissipatrici; e il matrimonio diveniva sempre più una cosa temuta,
odiata, spregiata. È vero che abbiamo a fare con frammenti di commedie,
ma son frammenti della commedia nuova, dove la vita è rispecchiata
da un punto di vista affatto realista; e, in ogni modo, fanno senso
la frequenza, con cui ritorna lo stesso motivo, e la qualità delle
immagini evocate. Le _belve feroci_, l’_infido mare_, la _tempesta_
divengono i soli termini di paragone creduti adatti a dare un concetto
adeguato delle donne[280]. Alla catena corta e resistente, se non
perpetua, del matrimonio si preferiva sempre più lo svago fuggevole
della donna vampiro, quale Menandro la figurava nella sua Taide[281]
“ardita e fiorente al tempo stesso, e insinuante di modi, che fa de’
torti, che lascia fuori la porta l’amante, che ha sempre qualche cosa
da chiedere, che non ama nessuno e sempre finge di amare„; si preferiva
perfino quella profanazione dell’amore, dalla quale Filemone[282]
traeva occasione per tributare lodi a Solone, e forse non interamente
per ironia, come qualcuno vorrebbe[283]. Se “la povertà è per sè
stessa un malanno, quando vi si aggiunge l’amore, i malanni diventano
due„[284]; il matrimonio si sfuggiva quindi per non rendere più
difficile la propria condizione, e, come accade, anche più che non da’
più poveri, si evitava dalle persone di media condizione, che a gran
fatica poteano riescire a mantenere il loro equilibrio e tenevano a
non peggiorare il loro stato. Come conseguenza generale ne veniva che
auspice, consigliera e regola de’ matrimoni era la dote[285]. Un marito
che non andasse a caccia di doti era, anche allora, una cosa degna di
essere notata[286]. Ahimè! non si comperavano più ingenuamente le donne
per tante paia di buoi, come a’ tempi del buon vecchio Omero; ma si
pescavano i mariti con l’esca di tante dramme, e non sempre sonanti e
contanti. Lo sborso, o il conteggio, formavano il motivo e il sostrato
del matrimonio[287], e finivano poi per rendere il marito soggetto alla
moglie[288]. E la frequenza e l’importanza delle doti ne’ matrimoni, a
confermare questi detti generali de’ comici, ci vengono attestate dagli
oratori e dalle epigrafi. Se una dote di dieci talenti costituiva un
caso raro, e una dote di cinque non era frequente[289], non mancavano
doti di rilievo: ad Atene le epigrafi[290] ce ne mostrano di un
talento e di oltre un talento; perfino nella piccola Mykonos, durante
l’epoca macedonica, ricorrono doti di diecimila e di quattordicimila
dramme[291], senza parlare del corredo che non soleva essere di poco
pregio[292].

Un siffatto carattere delle unioni matrimoniali, da un lato rendendo
rare le unioni nella classe media e dall’altro favorendo le nozze de’
più ricchi tra loro, dovea riescire a stremare di numero la classe
media, a favorire una continua concentrazione di fortune e a mettere
di contro a un numero sempre più ristretto di ricchi un numero più
grande di proletari; giacchè questi, per il loro stato stesso e per
la possibilità d’impiegare in un lavoro retributivo tutti i membri
della famiglia, relativamente non trovavano, anche in quel periodo
economico, un inceppo così forte alla propagazione. Anche a Sparta
l’abitudine diffusa delle doti e il loro incremento aveano create
simili conseguenze.


XXI.

“Se te ne stai inerte, pur essendo ricco, diverrai povero„, dice un
frammento di Menandro[293]; e risponde a pieno alle condizioni de’
tempi, in cui l’incertezza degli eventi, la moltiplicità de’ bisogni,
la circolazione della ricchezza sempre più vorticosa alimentavano
la febbre delle speculazioni e fomentavano lo spirito d’iniziativa,
incitando a’ commerci, alle intraprese. Si tentavano nuovi rami
d’industria, quanto più, diffondendosi l’industrie usuali, lo smercio
de’ prodotti, ne’ mercati esterni, veniva limitato dalla concorrenza
anche indigena. Si cercava di acclimatare in Atene, con la importazione
delle materie prime, la lavorazione di quegli oggetti di lusso,
che corrispondevano ogni giorno più ad un bisogno e che prima erano
importati belli e compiuti[294].

Lo stesso svilupparsi dell’industria rendeva indispensabile in parecchi
rami di essa un capitale iniziale (ἀφορμή), e, se non in tutte, in
più di una il capitale più forte potea assicurarsi una prevalenza,
e rendeva più, in proporzione del maggiore suo impiego. Non tutte
le industrie e i mestieri comportavano un ampliamento verso la
manifattura, ma, dove ciò era possibile, la manifattura sorgeva e si
estendeva, abbracciando vari rami di produzione e impiegando sino a
centoventi persone[295]. È stato rilevato che la manifattura non era in
grado di poter fare una vittoriosa concorrenza agli artigiani isolati,
perchè non poteva trarre partito dall’impiego meccanico delle forze
naturali[296]. Certamente la manifattura non era l’opificio moderno,
ma pure essa era, se non il solo organo, almeno quello più adatto alla
produzione di manufatti, che esigessero il concorso di molte persone
e un anticipo di capitale di qualche rilievo. In certi altri rami
della produzione potea ottenere, con la divisione del lavoro e l’uso
di strumenti più adatti, prodotti più perfezionati. “La manifattura —
dice il Marx[297] — non potea abbracciare in tutta la sua estensione la
produzione sociale, nè trasformarla radicalmente. Essa culminava come
una economica opera d’arte sull’ampia base dell’artigianato cittadino e
dell’industria casalinga rurale. È ad un più alto grado di sviluppo che
la sua angusta base tecnica venne in contrasto con le stesse esigenze
della produzione da essa generata„.

Il capitale, che cercava impiego, e la possibilità di raccogliere più
facilmente mezzi e forze adatte, favorivano il sistema degli appalti
nella esecuzione delle grandi opere pubbliche, come la ricostruzione
delle lunghe mura e la costruzione dell’arsenale (σκευοθήκη) ad
Atene[298], o il prosciugamento di una palude a Eretria[299], ed altre
opere pubbliche a Delo, Tegea, ecc.[300], di cui abbiamo ancora i
prospetti di appalto. Tutti fatti e condizioni, che, dando agio di più
guadagnare a chi più avea, specialmente in quanto mancavano d’ordinario
le restrizioni imposte nell’epigrafe di Tegea[301], concorrevano
anch’essi, naturalmente, ad accumulare la ricchezza in una cerchia
relativamente ristretta e rendevano sempre più spiegata la disparità
delle fortune.

Le intraprese e i commerci aveano, s’intende bene, i loro rischi, ma
questi stessi, con le ruine che seminavano, compivano una selezione a
rovescio, a danno de’ meno ricchi ed a favore de’ più ricchi.

L’immagine economica e demografica di Atene sul tramontare del secolo
quarto ci è data, benchè in maniera non molto particolareggiata ma
soltanto a grandi tratti, dalla riforma costituzionale avvenuta per
opera di Antipatro nel 322, con la quale si rilevò che su ventunmila
cittadini, ben dodicimila non raggiungevano una sostanza di duemila
dramme[302]. Quanti di questi dodicimila fossero a dirittura proletari,
non ci vien detto; ma, in ogni modo, si può ben ritenere che, anche
quando tutta la sostanza non si compendiava nella sola casa di
abitazione, occorreva loro ricorrere al lavoro per alimentare se stessi
e la famiglia. Il piccolo campo spesso non avea che delusioni per il
coltivatore: in Menandro l’agricoltore parla di questo suo campo che,
_con vero senso di giustizia_, gli rende tanto orzo quanto ve ne ha
messo[303]; in Filemone, anche peggio, pare che “il campo si voglia
vendicare di chi lo raschia e lo fende[304]: per venti medimmi di
orzo, non ne riporta neppur tredici; è insomma un vero ladrone„[305];
e l’agricoltore “non vive che di speranza, giacche è sempre ricco, ma
sempre per l’anno che verrà„[306].

Il numero de’ liturgi, limitato a milledugento con un possesso
superiore a due talenti, e tutti gli altri dati innanzi considerati,
che sembrano attestare una concentrazione sempre crescente della
ricchezza, inducono a credere che, anche tra i novemila, non pochi
toccassero, o superassero appena, una sostanza di duemila dramme,
e anche questi erano quindi costretti a chiedere al lavoro la
sussistenza. Ed è notevole vedere, in qualche frammento de’ comici,
come si andasse facendo strada questo concetto della necessità di
lavorare per vivere, che, naturalmente, contribuiva ad eliminare
sempre più i pregiudizî sul lavoro manuale. “Cerca di trarre donde
che sia la tua sussistenza, pur che non faccia cattive azioni — dice
Menandro„[307]. “L’accidia — soggiungeva altrove egli stesso — non
alimenta i poveri oziosi„[308]. E Filemone[309]: “O Cleone, smetti le
ciarle: se tarderai ad imparare, senza avvedertene, avrai privato di
un sostegno la tua vita. Un naufrago non si salverebbe, se, sospinto,
non prendesse terra; nè un uomo, divenuto povero, potrebbe assicurarsi
l’esistenza, quando non avesse imparata un’arte. — Ma io ho una
sostanza. — È presto distrutta. — Fondi, case. — Non ignori le vicende
della fortuna, che dall’oggi al domani fa del benestante un mendico. Se
alcuno ormeggiò nel porto dell’arte, quegli gettò l’áncora, ponendosi
al sicuro; chi non si è fatto esperto in qualche arte, e gli accade di
essere travolto dal turbine, non ha modo nella vecchiezza di salvarsi
dalla miseria. — Ma vi sono soci, amici, camerati, per Giove, che
ti porteranno soccorso. — Prega di non avere a fare esperienza degli
amici; se no, ti accorgerai di essere niente altro che un’ombra„.

E occasione di lavoro non poteva mancare, sia per la ripresa della
costruzione di opere pubbliche sotto Licurgo, sia per la moltiplicità
de’ bisogni ordinari e di lusso sempre più sviluppati in Atene.


XXII.

Ma in quali condizioni, intanto, si trovava il lavoro servile, e quale
era la sua azione e la sua funzione rispetto al lavoro libero?

Un censo fatto, come vorrebbe un frammento di Ctesicle[310], da
Demetrio il Falereo, in anno, che non si può con sicurezza determinare
per la lacuna del testo ma che si tende a fissare nel 309[311], ci
rivelerebbe l’esistenza nell’Attica di quattrocentomila schiavi;
una cifra che si può dire enorme, solo che la si riferisca al numero
de’ cittadini (21.000) ed a quello de’ metèci (10.000), od all’area
dell’Attica e alla presente sua popolazione[312]. E, in verità, quel
dato inspirò così poca confidenza, che, comunque abbia trovato nel
Böckh[313] un difensore ed abbia ancor oggi chi gli presta fede[314],
nondimeno, da David Hume in poi, è stato revocato in dubbio e scalzato
continuamente; e non pare proprio più possibile ritenerlo, specialmente
dopo la scoperta de’ conti del tributo ad Eleusi[315], che ha tolto il
fondamento ad altri conti sulla produzione de’ cereali dell’Attica.
Si è cercato allora di giungere per via indiretta, emendando testi
e calcolando la produzione, l’importazione e il consumo de’ cereali,
a determinare il vero numero degli schiavi alla fine del IV secolo;
ma il fatto stesso che questo numero si è potuto fare ascendere
a centoventimila[316], a centottantotto, o dugentremila[317] e a
centomila circa[318], mostra che, nell’affermare e ricostruire, si è
ben lungi dall’aver raggiunto il risultamento ottenuto nel negare e
demolire.

Io cerco dimostrare altrove[319] come questi dati, non solo mancano
di ogni criterio di certezza, ma eziandio di una base positiva,
e rientrano “in quella statistica congetturale, che, per dirlo
con l’Engel, serve a sviare ed è peggiore della mancanza di
statistica„[320].

Mi proverò qui piuttosto a vedere, se è mai possibile cogliere, ne’
fatti, nelle condizioni e ne’ sentimenti del tempo, qualche cosa che
accenni, già durante il secolo quarto, ad un iniziale decadimento della
schiavitù e al primo sorgere di quel germe, che poi, sviluppandosi
sempre più, la doveva dissolvere ed eliminare.

Tra la fine del secolo quinto e il principio del quarto, tutta la massa
di schiavi d’Atene si trovava stremata e quasi annichilita. Sarebbe
occorso quindi ricostituirla, e non era impresa facile. L’economia a
schiavi si cominciava a diffondere ora, per le moltiplicate esigenze
della vita e la diversa distribuzione della ricchezza, su di una
zona più larga, sia della Grecia che del bacino del Mediterraneo in
genere, usciti dallo stadio economico più semplice e primitivo. Ciò,
bilanciando l’azione di paesi, dove la schiavitù cominciava a essere
sostituita dal salariato, teneva ancora talvolta al primo livello il
prezzo degli schiavi, o, in virtù del minor potere d’acquisto della
moneta, tal’altra lo rialzava.

Atene mostra di aver raggiunto nel quarto secolo un grado elevato di
sviluppo economico, in quanto le riesce di riannodare le tradizioni
del secolo precedente e rifare, in maniera meno urtante per l’ambiente
in cui si svolgeva, il cammino già percorso e troncato violentemente,
mettendo a profitto l’esperienza, i tentativi, i risultamenti, le
attitudini acquistate nel tempo passato. Ma non si può dimenticare che
la contrastata egemonia e l’ambito primato di Sparta, il dissolversi
della seconda lega marittima, l’ostinato defezionare dell’Eubea,
la crescente potenza macedonica fanno del secolo quarto, per Atene
specialmente, una serie persistente di guerre, interrotte da non lunghi
periodi di pace come il periodo della prevalenza di Eubolo, e riparate
in qualche modo da brevi periodi di amministrazione sapiente come
quella di Licurgo. Più volte, e specialmente al finire della guerra
con gli alleati[321], in mezzo a quella prosperità, spesso esagerata
e larvata dalle belle parvenze ingannatrici di cui s’adornava, Atene
s’era trovata a mal partito; e le sue energie interne, da cui omai
traeva la sua forza, erano apparse stremate e isterilite sotto l’azione
combinata di quelle cause nefaste, che ne impedivano tutta l’espansione
e ne esaurivano le sorgenti.

Se Atene potè tener testa a tante influenze malefiche e raggiungere
e mantenere un certo grado di prosperità, lo dovette a questo
risvegliarsi di attività, che fece volgere i suoi cittadini con
rinnovata lena al lavoro, alla produzione, a’ commerci sopra tutto, che
erano allora la via migliore d’arricchirsi. La forma più elementare
e rude di parassitismo, che consisteva, all’esterno, nello smungere
tributi agli alleati e, all’interno, nel vivere oziosi alle spalle de’
servi, cominciava a cedere il posto ad altre forme di parassitismo più
complesse e perciò stesso meglio larvate.

La proprietà fondiaria, laboriosamente, è vero, accennava a
concentrarsi, ma pur si andava concentrando; e potrebbe sembrare
che ciò costituisse un elemento favorevole all’incremento di schiavi
agricoli. Pure, ad un effetto diverso conducevano la natura del suolo
dell’Attica, poco produttivo, l’estendersi della coltura de’ cereali,
il crescere del proletariato agricolo e di quel quasi-proletariato
di minuscoli possidenti, che, non trovando sufficiente impiego nel
loro boccone di terra, dovevano divenire, volta a volta, mercenari e
fittuari. Come è stato già rilevato innanzi, la coltura de’ cereali
dovea essere favorita dal crescente prezzo de’ cereali, dalla
distruzione delle vigne avvenuta durante le incursioni dell’Attica
(Lysia parla anche degli oliveti abbattuti[322]), dalla concorrenza
sempre maggiore de’ vini forestieri, che a poco a poco facevano sì che
non si parlasse più de’ vini dell’Attica. È stato pure osservato[323]
che, per l’indole sua, la coltura de’ cereali, non esigendo un’opera
continua e ininterrotta, tende a limitare l’impiego degli schiavi per
sostituirvi lavoratori presi a mercede secondo il bisogno, specialmente
dove la terra non è così largamente remuneratrice da compensare lo
sperpero nelle spese di produzione, nè così abbondante da permettere
un continuo avvicendamento di area coltivabile. In qualche regione del
mezzogiorno d’Italia, dove la cultura de’ cereali si fa senza sussidio
di mezzi meccanici, e gli stessi animali sono adoperati soltanto per
la trebbiatura, bastano da quaranta a quarantaquattro giornate di
lavoro per eseguire tutto quanto occorre per un ettaro di terra, dalla
preparazione alla raccolta. La contemporaneità poi de’ lavori nelle
culture simili esclude l’impiego successivo dello stesso lavoratore.

La stessa coltura dell’olivo, più persistente nell’Attica di quella
della vite, a quanto possiamo dedurre dalla menzione che si seguita a
farne, non era tale da favorire l’impiego degli schiavi.

D’altra parte appartengono appunto al quarto secolo avanzato le
menzioni di locazioni d’opera agricola; menzioni, che hanno il loro
valore, anche nel caso che l’opera locata è quella di schiavi[324].

Appartengono pure in gran parte a questo periodo i documenti di
affittanze[325], che prendon le mosse da cifre basse di dieci dramme
e di cinquantaquattro dramme per l’Attica[326], di diciassette dramme
per Delo[327]. Lysia[328] accenna, in breve spazio, più volte a queste
piccole affittanze.


XXIII.

Ciò per l’agricoltura.

Ma, v’era l’industria; e la notizia di schiavi, adibiti nelle fabbriche
di Atene, ha facilmente menato ad esagerare il loro numero e ad indurre
che tutta l’industria fosse nelle loro mani.

Ora, anzi tutto, non bisogna esagerare lo sviluppo dell’industria in
tutta l’antichità, e in particolare in Atene. La grande importanza del
capitale commerciale e la prevalenza di esso sul capitale industriale
ci attestano appunto che l’industria si trovava ancora ad un livello
inferiore. Il commercio, raccogliendo in grandi masse la produzione
de’ singoli produttori e poi distribuendola, sopperiva appunto
alla mancanza di grandi centri di produzione, e trovava in questo
suo compito la ragione della prevalente sua importanza e la fonte
degl’ingenti suoi guadagni. Costituiva il presupposto e il fomite
della grande produzione; ma la sua prevalenza è in ragione inversa
dello sviluppo di questa; e la egemonia del capitale commerciale
nell’antichità è un sintomo del limitato sviluppo industriale[329].

“Negli stadî, che precedono la società capitalistica, il commercio
domina l’industria; nella società moderna accade il contrario. Il
commercio naturalmente reagirà più o meno sull’ambiente, in mezzo al
quale esso viene esercitato; esso assoggetterà sempre più la produzione
al valore di scambio, facendo dipendere i godimenti e la sussistenza
dalla vendita, anzi che dall’uso immediato del prodotto. Così dissolve
gli antichi rapporti; accresce la circolazione della moneta; non
raccoglie più soltanto l’esuberanza della produzione, ma prende nel
suo ingranaggio, a poco a poco, anche questa, e mette sotto la sua
dipendenza tutti i rami di produzione„[330].

Uno degli effetti di questo processo economico era il sorgere delle
manifatture in Atene; ma, come si è visto, queste abbracciavano
soltanto qualche branca della produzione. E l’impiego degli schiavi
nelle manifatture trovava la sua ragione d’essere e la sua utilità
nella divisione del lavoro, che là massimamente si potea realizzare.

“L’ignoranza — dice il Marx — è la madre dell’industria come della
superstizione. Riflessione e facoltà immaginativa sono soggette
all’errore; ma l’abitudine di muovere il piede, o la mano, non
dipende dall’una cosa, nè dall’altra. Così potè dirsi, rispetto alle
manifatture, che la loro perfezione consiste nel potersi privare dello
spirito, in modo che il laboratorio può essere considerato come una
macchina, di cui gli uomini sono le parti„[331].

La successiva divisione del lavoro, che risolveva e scomponeva in un
lavoro semplice e tutto materiale la complicata elaborazione tecnica
di un prodotto, non poteva trovar niente che meglio dello schiavo, di
questo _strumento animato_, si adattasse come un utensile automatico,
a compiere la sua opera monotona ed estenuante. La materialità del
lavoro risoluto ne’ suoi più semplici elementi permetteva pure, secondo
la diversa specie de’ prodotti, di adoperare schiavi non affatto
esperti di un lavoro qualificato, o di educarli, in tempo relativamente
breve, ad un certo lavoro meccanico, e quindi di averli più a buon
mercato. Così, mentre gli schiavi di Demostene adoperati nella fabbrica
d’armi, dove era richiesta maggiore abilità, valevano da cinque a
sei mine l’uno[332], gli schiavi fabbricanti di mobili valevano di
meno, forse quattro mine l’uno, forse due mine, se si ritiene che essi
costituissero un pegno uguale al valore del credito. Inoltre per una
manifattura, che rappresentava l’esercizio continuo e ininterrotto di
una industria, un personale fisso e invariabile costituiva un vantaggio
non trascurabile. Ma noi ignoriamo se, come pur taluno suppone[333],
accanto a questo personale fisso, non fosse adoperato, specialmente in
vista del temporaneo crescere e contrarsi della produzione, anche un
certo numero di lavoratori liberi.

In ogni modo accanto alla manifattura, o contro di essa, esisteva tutta
un’altra specie di lavoro, che, per la maggiore esperienza tecnica,
per la necessità di uno spostamento continuo, da luogo a luogo, di chi
l’esercitava, e per altre consimili ragioni, sosteneva e sviluppava la
classe de’ lavoratori liberi.

“Quantunque — soggiunge il Marx[334] — il frazionamento del lavoro
tecnico abbassi il costo di produzione e con esso il valore de’
lavoratori, occorre sempre, per il più difficile lavoro di dettaglio,
da parte dell’apprendista, un più lungo tempo di noviziato, che
viene severamente fatto rispettare da’ lavoratori. Troviamo p. es.
in Inghilterra le _laws of apprenticeship_ in pieno vigore, col loro
alunnato di sette anni, sino alla fine del periodo della manifattura, e
le vediamo eliminate soltanto dalla grande industria„.

Un’altra condizione dell’impiego del lavoro servile è che lo si possa
far compiere in poco spazio, così che la sorveglianza sia facile, poco
costosa e tale da eccitare negli schiavi il timore, impulso per essi
al lavoro, come sono per i liberi il bisogno e la speranza[335]. La
manifattura e l’industria estrattiva realizzavano questa condizione;
non così altri rami di operosità.


XXIV.

Segno ed effetto di un rivolgimento nelle condizioni della produzione,
è anche il concetto, già in parte notato innanzi, della ricchezza e
della povertà.

Il commercio ravvivato e divenuto il principale fattore della ricchezza
rendeva sempre più ordinario lo spettacolo di fortune rapidamente
fatte e rapidamente sperperate, e induceva una graduale eliminazione
di scrupoli morali. Ce ne fanno prova le simulazioni, le frodi,
gli artifici, onde abbondano le arringhe degli oratori. Ne’ comici
ricorre l’osservazione che “l’uomo giusto non diviene ricco„[336]; che
“nessuno divenne mai ricco in breve ora, mantenendosi giusto„[337];
ma, del pari, come vero riflesso de’ tempi, torna con insistenza
l’altro motivo della intollerabilità della miseria e della onnipotenza
della ricchezza. “Fece molti infelici chi per primo trovò pel povero
l’arte che lo tiene in vita; era più semplice che morisse chi non
può vivere senza dolore„[338]; e, rimpetto a questo lamento sorge
l’altro grido: “credi che questa vita è un mercato„; “il danaro rende
schiavi i liberi„; “l’oro apre tutto, anche le porte dell’inferno„;
“la povertà rende inonorato anche il bennato„[339]. Quella potenza
impersonale e onnipresente del danaro, di cui Aristofane avea data
già la più efficace e suggestiva rappresentazione, veniva ogni giorno
crescendo e divenendo più palese, e sostituiva i rapporti più semplici
e rudimentali d’immediata dipendenza, già concretati nella schiavitù.
Come dovea più tardi osservare Ateneo[340], la schiavitù, e ciò si può
dire specialmente d’Atene, cominciava a rappresentare semplicemente
una delle tante forme d’impiego del capitale, e si andava sempre più
restringendo a que’ casi, in cui poteva apparire come un impiego utile,
assumendo, per giunta, forme molteplici ed ibride, che denotano, in
maniera abbastanza perspicua, il degenerare dell’economia servile.

Schiavi dati in pegno[341], schiavi presi a mercede[342] s’incontrano
con una relativa frequenza. Ora, l’ho notato altra volta e v’insisto,
per quanto si tratti di schiavi, ciò indica un successivo incremento
della locazione d’opera, e indica, al tempo stesso, la fine di
quella forma di produzione diretta, in cui materia prima, strumenti
di produzione, lavoratori appartengono tutti al padrone. Con gli
schiavi dati e presi a mercede accenna a finire la produzione fatta
direttamente in vista del consumo; si annunzia la scissione del
capitale e della mano d’opera, e il servo preso a salario preannunzia e
fa supporre il libero salariato.

Appariscono pure i servi divenuti, dirò così, semplicemente tributari
(χωρὶς οἰκοῦτες)[343], che non solo non sono più impiegati direttamente
dal padrone, ma sono fuori della sua diretta dipendenza, fuori della
sua vista, che abitano a parte e compendiano il loro rapporto col
padrone nel pagamento di una parte de’ loro guadagni. Essi lavoravano,
esercitavano il loro mestiere, commerciavano sopra tutto, spiegando
tutta la loro attività e apparecchiandosi i mezzi per comprare dal
padrone il loro affrancamento[344]. Il salariato veniva così ad essere
il terreno comune, in cui si ritrovavano e si confondevano schiavi e
proletari, e si veniva quindi rilevando il concetto dello schiavo. Già
dal secolo quinto, del resto, con una punta di sottile ironia, l’autore
dello _Stato degli Ateniesi_ pseudo-senofonteo, notava che se una
legge avesse permesso di battere lo schiavo, o il metèco, o il liberto,
spesso sarebbe accaduto di battere un Ateniese, “giacchè il popolo non
veste punto meglio degli schiavi e de’ metèci, nè, all’aspetto, è loro
superiore„[345].


XXV.

La potenza del denaro, che entrava come una irresistibile livellatrice,
cancellando ogni altra distinzione, si ripercoteva anch’essa, sulla
posizione e sulla considerazione degli schiavi.

Riesciva loro non di rado di divenir ricchi, e “dove gli schiavi son
ricchi — soggiungeva l’autore dello _Stato degli Ateniesi_[346] — non
conviene che il mio schiavo ti tema„.

Uomini di fiducia de’ banchieri, coadiutori de’ maggiori commercianti,
finivano talvolta per divenirne i soci, i successori, gli eredi, con
lo sposarne, in seconde nozze, le mogli[347]. Anche, quando ciò non
accadeva, godevano della potenza riflessa del loro padrone, temuti,
adulati, corteggiati da tanti di que’ liberi, che, attraverso il cuore
o il favore del servo, voleano giungere a quello del padrone.

Gli schiavi pubblici, godenti di maggiore libertà e di maggiori
prerogative[348], chiamati spesso a mettere le mani sul cittadino
libero, come esecutori della legge, rinnegavano ogni giorno, con
l’atto pratico, l’abisso, che, teoricamente, dovea separare il libero
dallo schiavo. Schiavi pubblici ateniesi, che sapevano di lettere,
erano messi al fianco di cassieri e generali, per servire un giorno di
controllo e di mezzo di accusa contro di loro[349]; e si può immaginare
quale autorità e quale reale potere, a dispetto del loro stato
inferiore, dovessero riescire ad acquistare.

Con queste nuove condizioni create a’ servi dalla forza stessa delle
cose e dall’azione spesso inconsapevole degli uomini, che doveano
cedere ad essa; non è a meravigliare, se si veniva modificando, a grado
a grado, al tempo stesso, la loro posizione giuridica e morale.

L’_Economico_ di Senofonte rileva già, da un punto di vista
schiettamente utilitario, tutto l’interesse, che debbono avere
i padroni a trattar bene i servi[350]. A ciò doveano incitare
specialmente i casi non lontani della guerra di Decelea.

Che una vera rivolta di schiavi avesse avuto luogo al principio o alla
fine del quinto secolo, non solo non è accertato, ma sembra si debba
escludere almeno pel tempo più antico[351]. In ogni modo, non potea
mancare negli schiavi quell’attitudine passivamente ostile, di cui vi è
l’eco in qualche autore, e che, in condizioni più adatte, a Chio, nel
secolo seguente e, poi, nell’Attica stessa[352], per ripercussione di
altri paesi, dovea prorompere in aperta ribellione. Questi sintomi non
poteano fare a meno d’inspirare qualche preoccupazione.

La condizione degli schiavi si veniva dunque migliorando, e al loro
miglioramento doveva contribuire non poco il restringersi del loro
numero. Non a torto queste migliori condizioni degli schiavi sono state
già da lungo tempo invocate come un argomento, se non come una prova,
del numero limitato degli schiavi dell’Attica.

L’uccisione del servo e perfino il suo maltrattamento era soggetto a
pena[353]; e questa tutela dello schiavo, che un secolo prima avea
ricevuto un’interpretazione affatto pedestre, riflettendosi nella
coscienza civile del quarto secolo, riappariva sotto la forma di un
elevato sentimento etico, di un’alta ragione sociale. “Se rifletterete
su ciò, o Ateniesi — diceva Eschine[354] — troverete che questa è una
delle cose migliori; giacchè il legislatore non si dette pensiero degli
schiavi; ma, volendo che vi avvezzaste ad astenervi dal fare ingiurie
a’ liberi, v’impose di non recare ingiuria nemmeno a’ servi. Egli
credette che, chi in una democrazia fa ingiuria a chi che sia, non è
adatto a convivere politicamente con gli altri„. E l’orazione contro
Midia[355] ripete presso a poco, con parole non dissimili, lo stesso
concetto.

È vero che la mancanza di una personalità giuridica nello schiavo
rendeva il più delle volte teorica, anzi che pratica, questa sua
tutela, specialmente verso il padrone[356]; ma a qualche cosa, come
un ritegno, pur potea servire. Più praticamente efficace forse era
l’espediente del rifugiarsi in luoghi sacri, specialmente nel tempio di
Teseo. Fuori di Atene, ad Andania[357], per esempio, si era, appresso,
attenuato questo, che per i padroni era un inconveniente, introducendo
limitazioni forse maggiori e abilitando il sacerdote alla restituzione;
ma in Atene lo schiavo acquistava il diritto, dopo constatati i
maltrattamenti, a farsi rivendere ad altri, il che, in molti casi, era
una via alla manomissione[358].

Il sostrato morale della schiavitù era già venuto meno. Quella vicenda
continua di guerre che faceva, a vicenda, schiavi i liberi e liberi
gli schiavi; l’introduzione ora legale[359], ora clandestina di schiavi
manomessi tra i cittadini; quella alterna depressione ed elevazione di
liberi e di schiavi sotto l’azione della ricchezza e della miseria;
l’allargarsi degli orizzonti morali e intellettuali de’ Greci, che
cominciava a renderli un po’ meno sprezzanti verso lo straniero[360];
le relazioni internazionali più frequenti, nell’intrecciarsi de’
rapporti politici e commerciali; erano tutte cose che preparavano a
concepire l’_uomo_ attraverso i mutevoli rapporti politici e sociali e,
prima anche che a concepirlo, a _sentirlo_.

Ben potevano i filosofi, nell’intento di dare un fondamento etico
e necessario all’esistente ordinamento economico o politico,
giustificare, con un sottile sofisma, la schiavitù, o cercare
di sorreggerla, escludendone gli uomini di stirpe ellenica. Pure
non mancavano filosofi che negassero il fondamento naturale della
schiavitù[361]; mentre, d’altra parte, qualche sofista, per la sua
maniera di concepire il diritto naturale, arditamente vedeva nel
rapporto de’ padroni e servi un puro stato di fatto, che la violenza
avea creato e di cui un’altra violenza avrebbe potuto invertire le
parti[362]. E nella vita di ogni giorno, perfino negl’incanti[363],
lo schiavo ricompariva col suo appellativo di _uomo_; e la commedia,
facendosi specchio della vita popolare ed eco della sua coscienza, tale
lo ribattezzava sulla scena. Che momento dovette esser quello, in cui
sulla scena di Atene risonarono que’ noti versi di Filemone: “Se anche
alcuno sia servo, non è, o padrone, meno uomo di quel che tu sia„[364];
e: “Se qualcuno è schiavo, è pur fatto della stessa carne; nessuno mai
fu schiavo per natura; è la sorte che ne asservì il corpo„[365]. E nel
teatro probabilmente v’erano degli schiavi!


XXVI.

Per un bisogno materiale, insieme, e morale si attenuavano certe
asprezze della schiavitù, senza pur riuscire ad eliminarle; perchè
la fustigazione[366], la tortura nelle inquisizioni giudiziali[367],
rimanevano, ora e poi, una consuetudine ed una legge. Ma le mitigazioni
non giovavano a sorreggere l’istituzione: cominciava ad accadere
quello, che acutamente è stato detto di un periodo successivo della
schiavitù e che può ripetersi di tutte le instituzioni, le quali
vanno perdendo la loro ragione economica e sociale: “più si cercava di
migliorarla e meno diveniva vitale„[368].

Col venir meno della facoltà di usare ed abusare, col restringersi del
potere illimitato del padrone, veniva meno uno de’ motivi, che, data la
scelta, potevano fare anteporre la schiavitù al salariato.

E, in realtà, il lavoro libero era destinato sempre più ad aver
ragione del lavoro servile, per l’effetto continuo e più di condizioni
antecedenti e pel maturare di nuove condizioni.

La divisione del lavoro sociale, che avea addossato a’ servi il
compito della produzione materiale per affidare a’ liberi quello della
guerra, si era venuta via via adombrando e sfumando col restringersi
dell’obbligo regolare della milizia alle classi possidenti, e poi con
l’introduzione e lo sviluppo delle milizie mercenarie. Il proletario,
chiamato in via straordinaria e in emergenze eccezionali ad una guerra
sopratutto difensiva[369], potea attendere ad un lavoro continuo forse
meglio degli schiavi, che, insieme a’ meteci, venivano sopperendo
a’ bisogni della flotta[370]; e le milizie mercenarie scaricavano il
proletariato della parte più instabile, più amante di avventure e meno
adatta all’esercizio di un mestiere.

Al tempo stesso la schiavitù si veniva, ogni giorno più, rendendo
e mostrando meno utile e, come su di un corpo esaurito fioriscono
a gara i malanni, venivano germogliando dal suo stesso seno i
caratteri esteriori e i sintomi allarmanti del dissesto interno che la
travagliava.

La mancanza o l’incertezza, sia reale sia supposta, di dati
incontrastabili sul prezzo reale degli schiavi, di cui conosciamo il
rendimento giornaliero[371], non ci permette di fissare, con sicurezza
di criteri, il tasso medio, o almeno massimo e minimo, del profitto
dato dagli schiavi, che così viene calcolato da diversi autori
diversamente[372]. Ove, mettendo da parte le interpretazioni e le
considerazioni correttrici del Böckh[373], se ne adotti semplicemente
il calcolo materiale, si trova come il profitto degli schiavi, che, al
tempo della guerra del Peloponneso, era del 47-11/37 % sugli schiavi
impiegati nelle miniere, era invece del 15-15/19 e del 30%, al tempo
di Demostene, su gli schiavi adibiti nella fabbrica di armi e in quella
de’ mobili.

Considerando la cosa da un altro punto di vista, si ha che gli schiavi
minatori di Nicia rendevano un obolo al giorno, e, almeno pel tempo
della locazione, il padrone era garantito contro la loro mortalità
e, in genere, contro la loro decrescenza[374]. Alla distanza di un
secolo quasi, gli schiavi di Timarco, lavoratori di cuoio e perciò
addetti ad un lavoro qualificato, rendevano due oboli al giorno,
che, per lo scemato valore d’acquisto della moneta valevano meno, o al
più altrettanto, dell’obolo del secolo precedente; e, per giunta, il
rischio della loro perdita era continuo ed a carico del padrone.

Ancora: la tendenza ad un tasso unico del profitto avrebbe, in ultimo,
fatto sì che il profitto dato dagli schiavi venisse a mettersi al
livello de’ profitti dati da altri investimenti, col volgersi de’
capitali a quel ramo di speculazione. Ma, tenendoci anche, in forma
assoluta, al tasso di profitto forse esagerato, che attestano i dati
di Demostene, si ha che gli schiavi non davano un profitto superiore
a quello di altre imprese commerciali, le quali apparentemente
più rischiose, non presentavano, in fondo, maggior pericolo
dell’investimento fatto in un capitale di schiavi. La mortalità
degli schiavi, che, come ci mostrano i recenti esempi delle colonie,
si è mantenuta sempre in proporzioni elevate, sino a raggiungere e
sorpassare la proporzione del 5%, sino a ridurre la vita media dello
schiavo a sedici anni e meno ancora; non ha potuto a meno di essere
elevata anche nell’antichità; e il profitto elevato dello schiavo,
anche nel migliore de’ casi, era assorbito o reso insufficiente dalla
notevole rata di ammortamento.

La mortalità, del resto, non rappresentava che il rischio ordinario;
ma, accanto a quello, ve n’erano tanti altri straordinari, che
pareggiavano e superavano l’ordinario.

L’ambito ristretto degli Stati greci e le guerre frequenti con gli
Stati più vicini esponevano ad una continua perdita degli schiavi,
sia per le incursioni de’ nemici, che si ritiravano traendosi dietro
un bottino di liberi e di servi (ἀνδράποδα)[375], sia per le fughe
agevoli de’ servi, attratti spesso da’ nemici con la lusinga e talvolta
col dono della libertà. Queste fughe, che preoccupavano tanto, da
costituire motivi di doglianza tra gli Stati e oggetto di speciali
clausole ne’ trattati[376], inceppavano l’utile impiego degli schiavi
ed aumentavano le spese, già notevoli, di vigilanza e custodia. Eppure,
tutto ciò non bastava. La cosa era venuta a tale, che, nel periodo
macedonico, potè sorgere una forma di contratto di assicurazione; ma
ciò importava un’altra annua spesa di otto dramme[377].

Il complicarsi e l’intrecciarsi degl’interessi, che esigevano tutela,
portavano un assetto giuridico sempre più distinto, sviluppavano la
responsabilità de’ padroni per alcuni fatti de’ loro schiavi[378];
e, anche sotto questo rapporto, la cosa non era senza danno per i
padroni. In tempo più avanzato, ma in paesi di rapporti economici
meno sviluppati, lo schiavo, di solito, per le sue colpe è soggetto
alla fustigazione; ma pel furto si aggiunge che debba pagare il
doppio del valore rubato e una multa di venti dramme, con obbligo al
padrone, sotto la propria responsabilità, di consegnare lo schiavo al
danneggiato, in caso di mancato pagamento[379].


XXVII.

Un altro elemento sfavorevole alla schiavitù erano le condizioni
del mercato de’ cereali. Si parla spesso di un prezzo medio de’ vari
cereali nell’antichità.

Ora, innanzi tutto, noi non abbiamo una quantità tale di dati da
poter stabilire un prezzo _medio_ de’ cereali, quando fosse possibile
determinarne uno. Poi, se diamo appena uno sguardo a’ prezzi
contemporanei de’ cereali, vediamo che, anche oggi, vi è una notevole
e permanente oscillazione da mese a mese, da anno ad anno, da mercato a
mercato[380]. Eppure lo straordinario progresso ne’ mezzi di trasporto,
la possibilità di colture più regolari e meno perturbate da cause
violente, la formazione del mercato mondiale son fatti per favorire
una maggiore stabilità, una maggiore analogia di prezzi. La mancanza di
tutte queste condizioni nel mondo antico faceva sì che in ogni paese,
e specialmente in quelli che vivevano d’importazione, le oscillazioni
costituissero la regola; e, da mese a mese, da anno ad anno[381],
un’incursione di nemici, un cattivo ricolto, un’incetta, qualche
naufragio, un approdo impedito erano tutte ragioni per provocare un
aumento di prezzi; e, quanto parecchi di questi eventi sieno frequenti
sempre ed erano frequenti nell’antichità, non occorre rilevare.

Così, i pochi dati che abbiamo, ci possono servire per determinare non
i prezzi _medî_ ed _ordinarî_, ma i prezzi minimi del periodo, a cui si
riferiscono, quando pure, come accade, non si tratti di prezzi minimi
artificialmente determinati con vendite fatte da privati e dallo Stato,
a scopo di sollievo della popolazione.

Questi prezzi minimi della fine del secolo quarto ci dànno, in Atene,
per l’orzo un prezzo di tre dramme al medimmo; per il frumento di
cinque e sei dramme[382]; e a Delo, nel secolo successivo (282 a. C.)
un prezzo pel frumento di quattro dramme e tre oboli[383].

Tali prezzi rappresentano già un rincaro rispetto a’ prezzi minimi di
periodi più antichi e dello stesso principio del quarto secolo[384];
e s’intende. I maggiori sbocchi trovati da’ paesi esportatori; forse
la loro produzione, se non regolarmente decrescente per graduale
esaurimento, almeno saltuariamente meno abbondante; finalmente la
loro popolazione crescente, portavano, come conseguenza, un aumento di
prezzo. Tutto ciò a prescindere dal diminuito potere di acquisto della
moneta, delle cause accidentali e del fatto che Atene non potea più,
come in altri periodi, assicurarsi la continuità e la prevalenza del
rifornimento.

Ma le fonti stesse, che ci parlano di questi prezzi, ci dicono, o ci
fanno intendere che erano prezzi di favore; e, inoltre, ci parlano, a
poca distanza di tempo, di rincari notevoli, che a Delo aveano portato
il medimmo di frumento sino a dieci dramme e in Atene il medimmo di
frumento e di orzo sino a sedici e diciotto dramme[385]. E l’altezza
de’ prezzi doveva essere una cosa quasi solita, se ci vien detto che i
proprietari di terre faceano ottimi affari e divenivano ricchi[386].

Di tratto in tratto, documenti, che si estendono sino al secolo
terzo, accennano a doni e ad importazioni di cereali[387] e ci fanno
concepire, indirettamente, la penuria sentita in Atene. Una epigrafe
della fine del terzo secolo[388] parla della campagna rimasta deserta
ed inseminata per causa di guerra, e della beneficenza di Euriclide
Cefisio, che ne avea resa possibile la seminagione.

Alle cagioni di ordine generale si aggiungevano anche gli inconvenienti
delle incette. Anche assai prima che Cleomene[389] organizzasse le sue
grandiose incette, quasi un tentativo di monopolizzare la vendita de’
cereali, non erano mancate incette di proporzioni minori e speculazioni
sul prezzo de’ grani: vi accennano varî autori[390], e ricorrono
allusioni evidenti nelle orazioni di Demostene. Ma già Lisia, nella sua
viva e serrata orazione contro i commercianti di grano, ci avea dato
un concetto adeguato delle arti di questi monopolizzatori de’ cereali
e della inanità delle disposizioni prese contro di loro. “Il loro
vantaggio — diceva l’oratore — è il danno altrui. Allora guadagnano
più, quando, essendo annunziata qualche disgrazia per la città, vendono
cari i generi. Così vedono di buon animo le nostre disavventure,
cercano di saperle prima degli altri, e vanno dicendo, o che le navi
son perite nel Ponto, o che sono state prese, durante la rotta, da’
Lacedemoni, o che gli emporî son chiusi, o che i trattati stanno
per rompersi; e vengono a tal punto, da insidiarci in quelle stesse
congiunture in cui c’insidiano i nemici„.

Non occorre insistere molto per mostrare, come, in tale stato di cose,
il sostentamento degli schiavi rappresentava una spesa reale sempre
maggiore, ed era, di più, un argomento di continua preoccupazione,
nell’incertezza de’ rincari, ricorrenti con maggiore intensità e
maggior frequenza.

In questi periodi difficili, a favore de’ cittadini liberi interveniva
l’aiuto dello Stato e de’ privati con largizioni, vendite a prezzi
di favore[391], distribuzioni: non mancano nemmeno attestazioni
documentate di carichi di frumento mandati in dono da sovrani
e principi amici od alleati[392]. Si aiutavano pure i cittadini
liberi con la ripresa, che potea fornire qualche loro boccone di
terra, con la retribuzione assegnata alle pubbliche funzioni, che,
insufficiente per provvedere al sostentamento di un individuo o di
una famiglia, era tuttavia, specialmente in tempi straordinari,
un aiuto pur che sia[393]. Sovveniva pure la beneficenza, il cui
sentimento, ad argomentare anche da alcune manifestazioni teoriche,
si andava sviluppando in questo periodo[394]; e quelli, che aveano
qualche difetto organico, erano, a dirittura, comunque in maniera
insufficiente, sussidiati dallo Stato[395].

Sopra tutto, poi, sotto la spinta del bisogno, i liberi ricorrevano
ad ogni espediente per campare la vita in patria, o fuori: si davano,
o tornavano con più ardore al lavoro, producendo naturalmente, con
la sovrabbondante offerta di braccia, un rinvilìo delle mercedi, che
riesciva, in modo eminente, ad eliminare il lavoro servile.

Le distribuzioni, le vendite di cereali a prezzo ridotto aveano,
s’intende bene, luogo a favore de’ liberi e non degli schiavi; e
questi, durante i periodi di rincaro de’ generi alimentari, doveano
rappresentare pe’ loro padroni una vera perdita, un danno emergente
e un lucro cessante. Forse erano momenti come questi, che, già
sin d’allora, prima ancora che alla dipendenza della schiavitù
si sostituisse la schiavitù del salariato, facevano riconoscere
l’illusione di una libertà nominale e facevan dire: “Quanto è
meglio trovare un buon padrone, che vivere male e miseramente da
libero!„[396].

In questi casi, a chi dovea essere sostentato potea sembrare
vantaggiosa la condizione dello schiavo, ma al padrone, che lo dovea
sostentare, la cosa dovea apparire da un punto di vista perfettamente
opposto.


XXVIII.

Quasi che tutto ciò non bastasse, la classe degli schiavi andava
soggetta ad una continua e progressiva degenerazione. Con il venir
meno di ogni sostrato morale della schiavitù e il suo ridursi a un puro
stato di fatto, ad una prepotenza legale, quanto meno si faceva strada
una speranza e un proposito di redenzione generale, esclusi o compressi
dalla visione circoscritta alle forme del contemporaneo ambiente
economico; tanto più covavano e fermentavano, ascosi e persistenti,
l’invidia, il rancore, il desiderio di opporre forza a forza e
sostituire signoria a signoria, mutando la vicenda di servi e padroni.

Dove si trovavano accolte insieme grandi masse di schiavi, o di servi,
e vi era il terreno favorevole alla cospirazione, il malcontento
prorompeva in aperta rivolta, come in Laconia, come a Chio, nel
terzo secolo, come, appresso, ne’ dominî romani. Dove la palese
insurrezione era meno facile, o impossibile, come suole accadere,
l’astuzia, l’inganno, la frode prendevano il posto della violenza, e
si traducevano in una reazione sorda e continua, tanto più pericolosa e
più invincibile quanto meno visibile e più incoercibile.

La servitù abbassa e corrompe; ma, per una ironia della vita, compie
essa stessa inconsapevolmente la sua vendetta su’ dominatori parassiti;
e, quanto più cade in basso, trova, come la miseria, come tutte le
altre negazioni della solidarietà umana, nella sua stessa abbiezione
un più sottile e più sicuro veleno, col quale attossica e trae in una
stessa via di perdizione oppressi ed oppressori.

La commedia classica, che ne ha poi fatto un tipo convenzionale,
s’impernia, in gran parte, su questo tipo di servo corruttore e
corrotto, consorte ed infedele, pieno di espedienti e bugiardo, che
fomenta i vizi del figlio di famiglia ed è l’inesauribile architetto
di tutti i complicati intrighi, con i quali si mina la vita economica
e morale della casa. La posterità romana e quella che all’antichità
classica chiederà le forme atte ad esprimere rapporti analoghi di
vita, riporteranno sulle scene questo tipo, nell’atto stesso in cui ne
faranno esperienza nella vita; ma è la commedia greca, che prima l’ha
scorto, l’ha saputo cogliere nel vertiginoso viluppo contemporaneo e
l’ha tramandato a noi, animandolo del soffio non perituro dell’arte. “A
che esser buono ed economo? — si trova in Menandro[397] — se il padrone
dissipa tutto? Se tu non prendi nulla per te, ti sarai macerato, e non
avrai giovato neppure a lui„. Un servo buono avea certamente ancora
pregio: “Se accade di avere un servo affezionato, non c’è cosa più
bella nella vita„[398]; ma la stessa espressione iperbolica mostra,
come omai questo dovesse essere un fatto non frequente. La cosa era
così poco frequente che vi era chi avea, omai, in avversione non più i
servi, ma il servo, negando l’utilità di tutta la categoria: “Niente
vi è di peggio di uno schiavo, sia pure buono„[399]. La situazione
diveniva tale che la vicenda quasi s’invertiva: “un solo è lo schiavo
della casa, il padrone„[400].

Anche sotto un altro rapporto i servi divenivano un pericolo permanente
ed un danno per i padroni.

La facoltà di assoggettarli alla tortura, per ottenerne una deposizione
in giudizio, era usufruita, da avversario ad avversario, in misura
piuttosto larga, e faceva dello schiavo un organo rivelatore di tutti
i segreti e di tutte le magagne della casa; il che era tanto più
grave di conseguenze, quanto più la debolezza o il malvolere dello
schiavo poteano dare faccia di vero alla menzogna. E la deposizione
ottenuta per mezzo della tortura, era anche quella che avea maggior
credito[401].

Lo Stato stesso, mettendo talvolta a profitto, come i privati, questo
naturale antagonismo, incoraggiava lo spionaggio de’ servi, promettendo
il premio maggiore, quello che in tanti casi dovea essere più gradito,
la libertà, allo schiavo che denunziasse qualche fatto d’interesse
dello Stato[402].

V’era perfino chi avea degli schiavi per servirsene come di una banda
di ladri, per poterli sguinzagliare qua e là e farne degli _eterni
sicofanti_[403].

Come si vede, non si ha che l’imbarazzo della scelta, quando si
vogliono mettere sott’occhio i tanti gravi inconvenienti di ordine
morale e materiale, che recava seco lo stato di schiavitù. E si
progrediva nel tempo, e più esso diveniva degradante con le condizioni
più complesse della vita e quindi più irte di pericoli.

Si poteano dare pure casi, in cui accadesse un delitto in casa, e
allora, se non ne era conosciuto il vero autore, tutti gli schiavi
erano messi a morte[404]; e, pur troppo non doveva essere cosa
rarissima qualche meditato e occulto assassinio in case, in cui vi
fossero schiavi.


XXIX.

L’azione continua e stringente di tutte queste cause, più o meno
consapevolmente sentita, ma, in ogni modo, sempre obbiettivamente
efficace, dovea tendere a limitare il numero degli schiavi e a
restringerne l’impiego a quel genere di operosità, a cui il lavoro
libero non potesse piegarsi, o per cui non fosse profittevole
l’impiego del lavoro libero. Così gli schiavi si trovano in Atene più
particolarmente impiegati nelle manifatture, ne’ lavori più faticosi
attinenti alla marineria[405], e sopratutto nelle miniere. Tutto il
progetto, così ben architettato da Senofonte[406], per ridare forza
e sviluppo alle finanze ateniesi, non consisteva già, come un altro
progetto di Falea di Calcedonia[407], nell’attribuire agli schiavi
l’esercizio esclusivo di tutti i mestieri, bensì nell’esercizio
pubblico delle miniere del Laurio, mediante l’acquisto di schiavi in
numero crescente, proporzionalmente al profitto da essi stessi dato.
Nondimeno il progetto di Senofonte non fu messo in atto, ed anzi le
miniere, andando incontro a quell’esaurimento a cui Senofonte non
credeva, finirono per dare impiego a un numero di schiavi sempre
decrescente.

L’esercizio delle miniere era capace di dare, come ne avea già
dati, lauti guadagni; ma lo stesso Senofonte, ci lascia intendere,
fors’anche senza volerlo, come fosse pieno di alea, quando ci dice
che occorrevano buoni capitali e che l’aprire un nuovo pozzo era una
cosa economicamente assai rischiosa; e, se accadeva di diventar ricco
a chi trovava molto metallo, perdea tutta la sua spesa chi non ne
trovava[408]. Il tipico accanimento, con cui si scavava al tempo di
Demetrio Falereo, quasi che, come costui diceva, si volesse giungere
sino al regno di Plutone[409], è forse un indizio del materiale che
cominciava a divenire più scarso, e che, alla fine del secondo secolo,
a quanto pare dal numero degli schiavi in rivolta, non dava lavoro
a più di mille schiavi[410]. Certo è che quando Senofonte scriveva
il suo trattato sulle finanze di Atene, nel 347/6, come qualcuno
vorrebbe, o nel 357/6, come è più generalmente ammesso[411], il numero
degli schiavi era inferiore a quello che era stato prima della guerra
di Decelea[412]. E chi ritiene, secondo la dimostrazione data da
qualcuno[413], che il desiderato di Senofonte sarebbe stato di avere
tre schiavi per ognuno de’ ventimila cittadini, e non nelle miniere
soltanto, ma in generale; ammette che in questo tempo l’Attica contava
meno di sessantamila schiavi. Nè vi sono dati positivi per credere che
questo numero crescesse, o crescesse di molto nel tempo che seguì.


XXX.

È probabile pure che in questo periodo cominciassero ad avere maggiore
sviluppo le manumissioni di schiavi, come un fenomeno corrispondente a
questa utilità decrescente della schiavitù. In Atene le manumissioni
non lasciarono traccia documentale, come accadde più tardi a Delfo,
in Beozia e altrove; e non è possibile quindi avere un’idea adeguata
de’ limiti, in cui erano mantenute, o delle proporzioni, in cui si
sviluppavano; ma un accenno, che troviamo, al divieto di manomettere
i servi in teatro[414], può forse costituire un dato non trascurabile
per metterci innanzi una consuetudine non infrequente di manumissioni,
alimentata poi, come appresso a Roma, da un interesse materiale, che
era fomentato, alla sua volta, da una ragione di vanità e ne prendeva
le forme. E l’impulso così intenso che troviamo dato alle manumissioni
in tutta la Grecia, nel secolo posteriore e nell’altro, è anch’esso un
fatto tanto rilevante, che difficilmente possiamo acconciarci a credere
avesse potuto sorgere e grandeggiare d’un tratto; e più probabile ci
parrà invece il cercarne in questo quarto secolo il moto iniziale.


XXXI.

Lo scadimento del lavoro servile si può argomentare, altresì, da
quel tanto che sappiamo de’ prezzi degli schiavi nel quarto secolo, e
specialmente verso il suo periodo più avanzato.

Non senza acutezza è stato detto per Roma che il mercato degli schiavi
era la “Borsa romana„[415]; e ciò potrebbe ripetersi, in proporzioni
più ridotte, per le altre parti del mondo antico, dove la ricchezza
fu più attiva e più sviluppata. Il prezzo degli schiavi era quindi
anch’esso variabile; ma, specialmente in mancanza di avvenimenti
straordinari, è meno difficile stabilirne un valore medio.

Ora il quarto secolo, segnando per tutta la Grecia un periodo di
relativo sviluppo industriale, più o meno notevole, che si allarga, in
maggiori o minori proporzioni, anche nelle zone sin qui contraddistinte
dalla produzione casalinga, porta seco una diffusione della schiavitù;
e infatti si ha la memoria della tardiva introduzione della schiavitù
in paesi che, a grande distanza di tempo, entrano in un periodo
economico, in cui paesi più progrediti, come Atene, erano già entrati
da un pezzo, e che stavano omai superando.

Questo diffondersi della schiavitù, pel contributo nuovo che recava
alla domanda di schiavi, avrebbe dovuto farne salire notevolmente
il prezzo, tanto più che veniva a coincidere con una minore potenza
di acquisto della moneta, determinato dalla maggiore quantità di
metalli preziosi e dal peso della dramma, che accennava qua e là a
scemare di peso. Invece non credo si possa parlare di un vero rincaro.
Gli schiavi, che hanno qualche perizia tecnica, anche quella più
limitata che si esige per la funzione di una manifattura, hanno,
come si è visto, un prezzo in qualche modo elevato, ma di cui non si
può nemmeno dire che sia superiore a quelli del secolo precedente,
in casi analoghi. Invece gli schiavi ordinari sono valutati ad un
prezzo poco elevato. Gli schiavi, di cui Senofonte propone l’acquisto
allo Stato per impiegarli nelle miniere, sono valutati a 153 Dr. 3,7
ob. ovvero a 183 Dr. 3,6 ob., secondo il diverso calcolo, di cui è
suscettibile il tratto ove se ne parla[416]. Nell’orazione contro
Nicostrato, due schiavi, di cui si dice appresso che erano impiegati
ne’ diversi lavori di campagna, sono valutati complessivamente due mine
e mezzo[417]: altrove[418] uno schiavo è valutato a centocinquanta
dramme. Dunque il prezzo degli schiavi non solo non era formalmente
mutato da quello attestato, il secolo innanzi, dalla vendita in danno
degli Ermocopidi; ma, se si tien conto di tanti altri dati concorrenti,
si può dire ch’era sminuito. Nè si può opportunamente invocare il
riscatto degli schiavi di Rodi, stabilito a cinquecento dramme,
nell’assedio posto da Demetrio. In quel caso particolare si trattava di
schiavi associati alla difesa della città, cui era stata promessa la
libertà e che costituivano un efficace strumento di resistenza contro
l’assediante[419]. Occorreva per necessità mettere un prezzo superiore,
non solo al medio, ma agli alti prezzi degli schiavi, per togliere ogni
allettativa a venderli altrove; e, se qualcosa sorprende, è che non
sia stato fissato per essi, in tali condizioni, un prezzo di riscatto
uguale a quello de’ liberi.

Questa vicenda del prezzo degli schiavi si spiega dunque soltanto con
l’osservare che l’economia servile s’era diffusa più che non fosse
cresciuta, aveva guadagnato di estensione assai più che d’intensità.


XXXII.

Del resto l’aneddoto dell’astuzia adoperata da Agesilao per mostrare,
che solo gli Spartani, tra i Peloponnesi, attendevano esclusivamente
al mestiere delle armi, ci mostra come si fosse esteso anche tra la
cittadinanza libera de’ rimanenti popoli l’esercizio de’ mestieri[420].

Gli accenni a locazioni d’opera e a mercedi divengono, in Atene, sempre
relativamente più frequenti: mercedi a’ lavoratori di campi, a’ maestri
e ad ogni altra categoria di lavoratori[421]. Anche la medicina,
che a Roma dovea per qualche tempo essere officio di servi, e poi di
liberti e di liberi, è qui coltivata da liberi[422]. Il lavoro manuale
presenta talvolta un così favorevole campo di azione, che, come dice
Aristotile[423] “molti tra gli artigiani si arricchiscono„; e ciò che
dà la sua fisonomia particolare al dominio di Demetrio Falereo, secondo
un suo avversario, è l’ambiente favorevole all’artigiano[424].

Per conoscere bene le condizioni del lavoro in questo periodo, e lo
stato de’ salari, meno oscillanti d’altre merci, ma pur soggetti a
variazioni, occorrerebbero naturalmente dati assai più numerosi e
particolari de’ pochi che abbiamo; ma, in mancanza di meglio, anche i
soli dati che abbiamo, e si riferiscono a costruzioni del 329/8 a. C.
e del 317-307, possono, con le debite riserve, essere utilizzati. Lo
sguardo che, attraverso questo spiraglio, ci vien fatto di dare sulle
condizioni del lavoro in Atene, ci colpisce a primo aspetto per la
divisione del lavoro che ci mostra, per la moltiplicità degli esercizi
di vendite, sempre più sdoppiati e distinti, e finalmente per tutti i
caratteri propri delle condizioni del lavoro, quando sono in continuo
sviluppo ed incremento[425].

Il salario senza vitto sembra raggiungere, in un caso, nel 329/28
la proporzione di due dramme e tre oboli[426]; ma, se questo non è
uno de’ parecchi errori di queste epigrafi, chiarito da un esempio
successivo[427], costituisce, in ogni modo, un caso isolato, e si
riferisce ad un lavoro, di cui non possiamo valutare la particolare
difficoltà.

La mercede del giornaliero appare di una dramma e tre oboli
nell’epigrafe del 329/8, e si può assumere come la mercede del lavoro a
giornata, in quell’anno[428].

Ora, si è domandato: la retribuzione del lavoro era realmente
cresciuta, rispetto al secolo precedente, almeno per quel tanto che ne
sappiamo da’ conti dell’Eretteo?

In punto di fatto, il salario del giornaliero, che il 408 è di una
dramma, diventa nel 329/8 di una dramma e mezza: lo stesso lavoro
specifico della coppia di segatori, che ricorre nell’un tempo e
nell’altro, ci mostra la stessa variazione[429].

Ma il salario di una dramma, nel 408, era accompagnato dal vitto
all’operaio, oppur no? Ed era un salario ordinario, od un salario
ribassato per condizioni eccezionali?

L’una cosa e l’altra sono state sostenute[430]; e, secondo tali
opinioni, il prezzo del lavoro sarebbe andato soggetto ad un rinvilìo
notevolissimo. Questo asserito rinvilìo delle mercedi sarebbe un
gravissimo argomento per la decadenza dell’economia a schiavi. Esso
mostrerebbe a quali proporzioni dovea essere giunta la concorrenza,
non solo tra liberi e schiavi, ma tra gli stessi lavoratori liberi,
se il salario, malgrado il crescente aumento de’ prezzi e lo scemato
potere d’acquisto della moneta, avea avuto un tale tracollo. Pure si
può ritenere come dimostrato, in sèguito di una speciale indagine[431],
che nel 408 i giornalieri non aveano, insieme al salario, anche il
vitto; e il ritenere che il salario, pagato a’ lavoratori dell’Eretteo,
fosse un salario basso per causa delle condizioni eccezionali di Atene
in quel periodo, è una semplice ipotesi, che non potrebbe mai, in ogni
caso, condurre ad asserire, come si è fatto, che il salario fosse al
principio della guerra del Peloponneso perfino tre o quattro volte
maggiore.


XXXIII.

Ma, se non è lecito dedurre da questi dati non esatti, o non sicuri,
la decadenza dell’economia a schiavi e il progresso del lavoro libero,
si può ben dedurli da altri dati; e la conseguenza, fatte le debite
proporzioni, non varia.

Valutando semplicemente a tre dramme il medimmo di frumento, al tempo
di Socrate, e a cinque in quello di Demostene, è stato osservato che
“il salario avrebbe dovuto salire da sei a dieci oboli, giacchè i
prezzi salirono nella proporzione di tre a cinque. Le iscrizioni invece
provano che le mercedi salirono da sei a nove oboli, per il lavoro
semplice, e più alto per quello specificato„[432].

Accogliendo queste premesse, apparirebbe dunque un rinvilìo relativo
delle mercedi, spiegabile, in via più semplice e diretta, con la
cresciuta concorrenza. Ma, si è già accennato che il prezzo de’
cereali, continuamente oscillante, era andato soggetto a forti rincari,
che ne aveano elevato il prezzo, talvolta, assai oltre le cinque
dramme. In quello stesso anno 329/8, l’orzo era stato venduto a tre
dramme, ed anche a qualche cosa di più, e il frumento, di cui il popolo
avea potuto fissare il prezzo, era stato venduto a sei dramme[433].
Ora, come è stato osservato, il prezzo della mano d’opera arriva sempre
in ritardo a regolarsi su quello degli altri prodotti scambiati[434],
e quindi questo aumento di mercede andrebbe probabilmente ragguagliato
a’ rincari del periodo precedente, e apparirebbe perciò sempre più
inadeguato e sproporzionato a’ cresciuti bisogni. Oltre di ciò va
tenuto conto del peso un po’ calante della dramma e del notevole
aumento di medio circolante, che, anche quando da sè solo non sia
adatto a provocare un rialzo di prezzi, ottiene questo effetto, se
coincide con una maggiore richiesta[435].


XXXIV.

Ma una vera luce sullo sviluppo del lavoro ci è fornita da dati, che
non ci danno notizia specifica di salari, e nondimeno ci permettono,
appunto per il graduale scomparire de’ salari a giornata, di formarci
un concetto generale ma non inesatto della condizione della mano
d’opera in Atene: parlo del cottimo e del _forfait_[436].

Già, nelle stesse epigrafi de’ lavori dell’Eretteo, l’una e l’altra
forma trovano il loro posto. In tutti i lavori che esigono una speciale
attitudine artistica, in quelli in cui un lavoro poteva essere compito
a parte e per cura di una sola persona, nella pittura ad encausto,
nelle figure del zoforo, nelle formazioni di modelli, negli accessori
ornamentali, si trova il cottimo, o il prezzo unico[437]. E, a misura
che procediamo nel tempo, il cottimo e il prezzo unico tendono sempre
più a sostituirsi alla locazione d’opera a giornata, e abbracciano
opere anche di lavoro più semplice e fornimenti di proporzioni
maggiori.

Ora la maggiore frequenza del lavoro a cottimo, che ha per causa e per
effetto una maggiore autonomia del lavorante, un lavoro più produttivo,
una serie di rapporti più complicati, è già, esso solo, adatto a farci
acquistare un concetto, per quanto generico, altrettanto profittevole
ed esatto dello sviluppo del lavoro libero e delle sue condizioni.

“Il lavoro a cottimo — dice il Marx[438] — è soltanto una forma
modificata del lavoro a giornata... La qualità del lavoro è qui
controllata dall’opera stessa, che deve avere una bontà media, perchè
il lavoro a cottimo sia ben pagato. Sotto questo aspetto il lavoro a
cottimo diviene una migliore sorgente di lucro e di sfruttamento del
lavoro da parte del capitalista. Esso offre al capitalista una misura
affatto determinata per l’intensità del lavoro. Soltanto il tempo
di lavoro, che s’incorpora in una quantità di merce, determinata in
precedenza e stabilita mercè l’esperienza, vale come tempo di lavoro
socialmente necessario, ed è pagato come tale... Il controllo della
qualità e dell’intensità del lavoro, fatto mercè la stessa forma di
retribuzione, rende in gran parte superflua la sorveglianza..... Il
cottimo da un lato agevola l’intromissione di parassiti tra capitalisti
e salariati, la sublocazione del lavoro (_subletting of labour_)...;
d’altra parte permette al capitalista di fare con l’operaio assuntore
un contratto a tanto il pezzo, ad un prezzo, per cui l’assuntore
stesso si assume l’impiego e il pagamento de’ suoi aiutanti. Lo
sfruttamento de’ lavoratori per mezzo del capitale si compie qui con lo
sfruttamento del lavoratore per mezzo del lavoratore. Dato il cottimo,
è naturale che il lavoratore abbia un interesse personale a sviluppare
nella maniera più intensiva la sua forza di lavoro, ciò che agevola
al capitalista una elevazione del grado normale della intensità. È
interesse personale dell’operaio allungare la giornata di lavoro,
perchè con ciò sale il suo salario giornaliero o settimanale. Accade
così la stessa reazione rilevata per il salario a giornata, senza
considerare che il prolungamento della giornata di lavoro, anche quando
il salario a cottimo rimane costante, include per sè stessa un rinvilìo
del prezzo del lavoro... Ma la maggiore latitudine, che il cottimo
offre all’individualità, tende a sviluppare, da un lato, il sentimento
di libertà, d’indipendenza e di controllo autonomo, e dall’altro,
una forma secondaria di concorrenza tra i lavoratori. Ha perciò una
tendenza a sollevare al tempo stesso i salari individuali sulla media e
ad abbassare questa stessa media„.

Questa minuziosa analisi dell’indole e degli effetti del cottimo, che
riflette i fenomeni della nostra epoca capitalistica, va applicata
con cautela all’antichità, tenendo conto che i fenomeni da essa
considerati non hanno potuto ancora acquistare, nè per estensione, nè
per intensità, la pienezza del loro sviluppo.

Ma questa indole del cottimo, la sua diffusione e le sue oscillazioni
si presentano in maniera uniforme anche in tempi intermedi, di minore
sviluppo.

“Il lavoro a cottimo — dice il Rogers[439], per l’Inghilterra del
secolo XV e XVI — si generalizzò a poco a poco. Per esempio i segatori,
prima pagati a giornata, furono pagati più tardi in ragione del
centinaio (in realtà centoventi) di tavole rese, ch’erano il lavoro
presuntivo di un paio di segatori. Prima lievemente inferiore al prezzo
della giornata, il prezzo del lavoro a cottimo fu, a partire dal secolo
decimoquinto, lievemente superiore, indice di una tendenza al rialzo.
Nel periodo di reazione, che toccheremo più tardi, questa proporzione
fu capovolta a danno del lavoro a cottimo„.

Il concetto che ci possiamo formare del cottimo da questi dati e
da queste osservazioni, ci permette quindi di spiegar meglio alcune
particolarità della storia del lavoro in Atene e di formarci intorno
alle sue condizioni un concetto più ampio ed organico di quello, che
possa essere consentito dagli scarsi dati sul salario a giornata.

La retribuzione di novantatre dramme, data per una sola protoma ad un
cottimante ne’ lavori dell’Eretteo[440], non può più, allora, tradursi
semplicemente, come si è cercato fare[441], in un salario giornaliero
di tanto superiore a quello noto per lo stesso periodo; ma piuttosto
ci serve come dato di uno de’ più antichi stadi del cottimo e come un
punto di partenza delle successive sue fasi.

Quale fosse la relazione precisa del cottimo al lavoro a giornata,
nel 329/8 o 317-307, non credo si possa stabilire; e nemmeno si può
stabilire la diversa retribuzione del cottimo, alla fine del quarto e
quinto secolo. Ma, dall’importanza crescente e dall’estensione sempre
maggiore, che ha il cottimo in quei due importanti documenti degli
ultimi decenni del quarto secolo, si può ben dedurre che il lavoro
libero avea assunta quella forma, la quale corrisponde a un periodo
di maggiore sviluppo del lavoro e del ceto operaio, e che, se anche
l’incremento del cottimo non avea già sviluppato una concorrenza
maggiore tra i lavoratori, deprimendo così la media della loro
retribuzione, si maturavano almeno le cause di siffatti fenomeni.

Si erano create insomma e si venivano sempre più svolgendo quelle
condizioni, che rendevano più accessibile e più conveniente l’impiego
del lavoro libero e concorrevano quindi ad eliminare gradualmente
l’impiego del lavoro servile.

Infatti, la stessa epigrafe citata del 329/8[442] ci offre un impiego
limitato di schiavi, in tutto diciassette schiavi pubblici, e ci dà
modo di valutare approssimativamente l’indole e la convenienza del
loro impiego, la loro utilità, il loro costo. La loro alimentazione
giornaliera costa tre oboli, a cui debbono aggiungersi, pel
sorvegliante, altri tre oboli di vitto e dieci dramme mensili di
mercede[443]. Nel corso della seconda pritania si comprano loro
diciassette berretti del costo di quattro dramme, cinque oboli e
tre quarti[444]; nella pritania sesta si rifanno loro i calzari
spendendo quattro dramme per uno, e in tutto sessantotto dramme[445]
e si spendono pure, per un sacrificio e cinque vasi di vino, altre
trentanove dramme[446]; nella quarta pritania, per fornirli di mantelli
si spendono altre diciotto dramme e tre oboli per ognuno, in tutto
trecentoquattordici dramme e tre oboli, e poi ancora settantasei dramme
e tre oboli per tuniche di pelle, a quattro dramme e tre oboli l’una, e
centodue dramme per calzari, a sei dramme l’uno[447].

Durante il corso della quarta pritania, a quanto appare, venne a morire
uno degli schiavi, e vi fu luogo ad altre spese per la cremazione del
cadavere e per la purificazione[448]. Nella decima pritania, in cui gli
schiavi son ridotti a sedici, la solatura a’ calzari importa un’altra
spesa di quaranta dramme, e due altre dramme sono spese senza che si
sappia il perchè[449]. Nell’epigrafe del 317-307 compare anche un’altra
spesa, una mercede mensile di otto dramme e due oboli per la compera
al mercato di quanto occorresse per gli schiavi[450]; e poi altre spese
per iniziazioni e funzioni religiose riguardanti i misteri[451].

Inoltre, nella prima epigrafe, si vede che occorreva prendere in fitto
ordigni ed utensili per fare eseguire i lavori[452].

Si è detto che, secondo la prima epigrafe, il costo giornaliero dello
schiavo sarebbe stato di una dramma al giorno, circa[453]. Fare un
conto preciso, è difficile, specie con la mancanza di altri dati; ma si
può ben dire, con probabilità che, se non superava questa cifra, non vi
rimaneva inferiore.

Anche limitando ad una dramma il costo del mantenimento, il margine di
tre oboli avrebbe dovuto compensare l’impiego del capitale, i rischi,
le malattie, le giornate disoccupate. Questo calcolo poi terrebbe
presente l’anno 329/8, in cui l’orzo fu venduto a tre dramme e il
frumento a sei dramme[454]; mentre noi sappiamo che altre volte il
costo dell’uno e dell’altro salì assai più alto. In questi casi, più
che mai, lo svantaggio dell’impiego del lavoro servile dovea saltare
agli occhi; e, come si è visto, le oscillazioni del prezzo de’ cereali
erano forti e continue.

Pure, anche fuor de’ casi straordinarî, l’inferiorità e la poca
convenienza del lavoro servile erano destinate ad apparire sempre
più manifeste. Le spese di sorveglianza e di direzione, la minore
produttività del lavoro servile, le attitudini d’ordinario affatto
elementari degli schiavi, le spese di nolo degli utensili; queste
ed altre cose costituivano tanti svantaggi, specialmente rispetto
al cottimo. Se anche, ne’ casi di scarsa concorrenza, questo
elevava per un momento la mercede del lavoro, la ribassava poi col
suscitare la concorrenza, e, in ogni caso, rendeva più spedita e più
facile l’esecuzione di qualsiasi opera, più sicuro il suo perfetto
adempimento, più certo il suo conto, nè vincolava il tempo e la libertà
del committente. A quali scarse proporzioni potesse scendere la mercede
del lavoro con l’introduzione di questi prezzi unitari, ce lo mostra
la retribuzione di una dramma e un obolo e mezzo al misuratore del
frumento, per ogni centinaio di medimni, e di quattro oboli soli, per
ogni centinaio, a’ caricatori[455]. Misurare e caricare cento medimni,
se non importava una giornata di lavoro, vi restava inferiore di poco.


XXXV.

Le cause di dissoluzione dell’economia servile divenivano quindi,
di continuo, più operose, e più manifesti ne apparivano gli effetti;
e, tra le altre cose che c’inducono a toglier fede all’esistenza di
quattrocentomila schiavi, asserita da Ctesicle per l’Attica, deve
esser posta, in prima linea, questa decadenza dell’antica struttura
economica, a cui si conviene meglio il decrescere che non l’aumentare
degli schiavi.

Con la fine del quarto secolo, intanto, vien meno anche la possibilità
di seguire da vicino e con l’aiuto di notizie più specifiche e
minute le ulteriori fasi dell’economia greca. Dobbiamo limitarci alla
cognizione degli effetti più appariscenti, dell’aspetto generale, che
il paese assunse, del suo declinare per la curva discendente della
parabola, della concentrazione progrediente della ricchezza, del suo
spopolamento; tutte cose che, al tempo stesso, sono documento della
persistenza delle cause dissolventi fin qui indagate, e trovano la
spiegazione e il commento in queste stesse cause e nella creazione di
nuovi centri d’industria e di civiltà e nella perduta egemonia, che
toglieva ad Atene specialmente di poter sorreggere con una forma di
puro parassitismo la sua posizione già culminante.

Qua e là, nondimeno, documenti di non poca importanza dànno un punto di
appoggio concreto per ricongiungere, con una linea ideale e continua,
le conseguenze ultime, indistintamente riassunte nelle posteriori
condizioni di vita, e lo stato anteriore, meglio noto nelle sue cause e
ne’ suoi effetti.

I conti de’ templi di Delo ci mostrano come anche là, nel terzo
secolo, si rendessero sempre più distinti nella funzione del lavoro
quei fenomeni già notati in Atene: l’appalto, e, accanto al lavoro
retribuito a giornata, il cottimo che acquista un posto sempre
più considerevole[456]. L’uso di retribuire un singolo servizio,
con riguardo alla sua importanza e alla sua durata, trova il suo
riscontro nell’esiguità di alcuni compensi[457], e mostra anch’esso,
come, via via, il movimento più rapido della vita economica, facesse
sorgere la convenienza di sostituire a questo rapporto perpetuo e
personale del padrone e dello schiavo un rapporto meramente reale e
temporaneo, consistente nello scambio di servigi e di valori. L’opera
servile vi comparisce poi in forma affatto eccezionale; ed, anche là
dove comparisce, vi appare con una fisonomia sua speciale, con un
corrispettivo annuo determinato di alimenti e di vesti. Un simile
contratto, che compensa col solo mantenimento i servigi prestati,
ha luogo pure con persone, il cui stato si è voluto riguardare come
servile, ma che non si può fuor d’ogni dubbio ritenere come tale[458].


XXXVI.

Notevole del pari è la notizia degli schiavi del Laurio ridotti, nella
seconda metà del secondo secolo, a mille[459].

Notevoli, ancor più, sono le numerosissime epigrafi di manumissioni
della Grecia settentrionale negli ultimi due secoli: un fenomeno
davvero degno di ogni attenzione.

Dal secondo secolo in poi, queste manumissioni, sotto forma,
talvolta, di dedicazioni e, assai più spesso, di vendita alla divinità
cominciano a spesseggiare nella Beozia[460], nella Locride[461], nella
Focide[462]; e nelle iscrizioni delfiche, finalmente, raggiungono un
numero davvero esorbitante[463].

Ora qui non si può trattare nè di un fatto accidentale, nè di una cosa
trascurabile.

L’aumento delle manumissioni suol essere uno degl’indizi esteriori più
visibili di una crisi della schiavitù; e a tale stregua vogliono essere
considerate quelle manumissioni.

Se possono essere considerate come atti religiosi e spiegate con
moventi analoghi altre epigrafi della Grecia settentrionale, che,
nella loro forma primitiva e rudimentale, appariscono come semplici
dedicazioni, come offerte alla divinità[464]; ciò non è più possibile
nelle iscrizioni di Delfo. In esse la divinità entra per una ragione
d’ordine esclusivamente giuridico, cioè per compiere una vendita, che
spogli il padrone dagli antichi suoi diritti senza investirne un’altra
persona reale capace di esercitarli e disposta a farne uso, quando ne
fosse investita.

Il motivo della manumissione è schiettamente e incontrastabilmente
utilitario. La libertà assoluta è d’ordinario pagata a buon prezzo,
ad un prezzo maggiore di quello che potesse allora avere uno schiavo.
Ma, molte altre volte, il più delle volte, il manomesso si obbliga
a rimanere ancora presso il padrone per tre, per cinque, per sei
anni[465], ed anche fin che il padrone viva, prestando tutta l’opera
sua[466]; si obbliga pure a farlo suo erede, nel caso che muoia
senza prole, od anche incondizionatamente[467]; a fargli l’esequie
e rendergli altri uffici funerarî[468], ad alimentarlo, a educargli
i fanciulli[469], ad alimentare i suoi proprî genitori od altre
persone, secondo l’interesse del manumittente[470], e così via ad
un’altra serie di obblighi di vario genere; obblighi alla loro volta
commutabili in denaro, talora per convenzione espressa, che include
anche la probabilità di anticipare la libertà definitiva, mediante una
sostituzione di persona.

Vi è in tutto questo la rivelazione sicura di uno stato di cose, che
tendeva a surrogare la prestazione e poi la locazione di opere alla
schiavitù; che dall’impiego diretto e rudimentale dello schiavo,
stretto da un legame visibile al padrone e lavorante a tutto suo
profitto e a tutto suo rischio, si sforzava di arrivare, anche
senza piena consapevolezza d’intenti, all’impiego del proletario.
Ciò importava sostituire prima al rapporto di proprietà un rapporto
obbligatorio personale e poi il definitivo avvento del nuovo ordine
economico-giuridico, che emergeva ogni giorno più dalla crisi
dell’economia servile. Il prezzo del riscatto, che rappresentava
tutti i risparmî passati dello schiavo e impegnava spesso molto
del suo lavoro avvenire, concorreva così, anch’esso, a costituire e
mettere di fronte i due elementi della nuova economia, il capitale e
il proletario; e, come suole avvenire, per una crudele ironia della
storia (ben lo avrebbe veduto e detto da un altro punto di vista
Epitetto[471]), gli schiavi nell’atto stesso, in cui credevano di
spezzare la loro catena, si trovavano di averne formata una meno
visibile, ma più stretta e più duratura.

Questo sviluppo così notevole di manumissioni è la conseguenza ultima e
non molto remota della reazione del lavoro libero sul lavoro servile; e
non è un caso che si presenti, sotto forma così perspicua, precisamente
in quel tratto di paese, in cui la schiavitù, introdotta, secondo la
tradizione, o almeno allargata, da Mnasone, nel IV secolo, vi avrebbe
destato tante preoccupazioni e tanti malumori.

Queste manumissioni, poi, oltre al corrispondere ad una necessità
economica, costituivano una vera speculazione per gli stessi padroni;
e in ciò trovavano un altro e più vivo incoraggiamento. Organi di
questa speculazione divenivano i templi e gli erani, che funzionavano
come casse di risparmio e casse di anticipazioni per gli schiavi, ed
eccitavano, così, e agevolavano sia l’accumulazione de’ riscatti che le
liberazioni condizionali, con pagamenti successivi e rateali[472].

E a tutta questa condizione di cose si deve probabilmente se i prezzi
di riscatto si aggirano sulla media delle tre mine e salgono talvolta
assai più alto. Sarebbe un errore, se non mi sbaglio, voler desumere il
valore venale e corrente degli schiavi da documenti come questi, che
non rappresentano un semplice affare di parti liberamente contraenti,
ma costituiscono una convenzione di genere speciale, compiuta sotto
l’azione di determinate e molteplici cause, come il desiderio di
riacquistare la libertà, la speranza di accumulare col proprio lavoro
il qualsiasi prezzo di riscatto, il pagamento rateale e così via. Senza
di questo, per la stessa decadenza dell’economia servile, di cui questi
documenti sono una prova, il prezzo avrebbe dovuto scendere assai in
basso.


XXXVII.

Pure, per quanto decadesse in Grecia l’economia a schiavi, la Grecia
non costituiva nè uno Stato isolato, nè tutto il mondo antico.

La Grecia, non che realizzare, non avea neppur potuto tentare un
dominio universale, in cui si unissero popoli diversi, e si formassero
ne’ diversi paesi, per lunga elaborazione, condizioni analoghe di vita,
onde poi germogliasse, uniformemente o quasi, un nuovo assetto sociale.
Grande parte del mondo antico si trovava in condizioni affatto diverse
da quelle della Grecia, sotto il rapporto dello sviluppo delle forze
produttive, delle condizioni di produzione, della distribuzione della
ricchezza, dell’assetto politico e delle relazioni internazionali.

La forma di produzione non si muta in maniera radicale esclusivamente
da uno Stato, che non sia isolato: la s’impone o la si subisce, più
che con la forza delle armi, con la persistenza degli effetti di ordine
economico.

La Grecia non era stata, e tanto meno era al caso ora, di costituire
un vasto dominio, di cui la vita economica si rifoggiasse sulla sua.
Fu questa l’opera di Alessandro, ma ebbe per campo l’Oriente; così
che poteva sempre risorgere e risorgeva in Occidente quel processo
evolutivo, che in Grecia volgeva alla fine.

Fuori della Grecia dunque ci conviene cercare le ulteriori fasi della
schiavitù; e, fuori della Grecia, in epoca più tarda e in campo più
vasto, ci verrà fatto di vederne, almeno per quanto riguarda il mondo
antico, il generale e definitivo tramonto.

Il mondo ellenico propriamente detto, e Atene più specialmente,
ci dà come un’anticipazione, limitata nello spazio e nel tempo, e
prematuramente troncata, del processo, per cui verrà a decadere e
perire l’economia servile.

Interrotto con la fine dell’egemonia e poi anche dell’autonomia greca,
quel processo riprende, come può, il suo corso, nel mondo e nell’epoca
ellenistica, ove la civiltà ha spostato il suo centro di gravità.

Il periodo ellenistico ha il carattere ed il nome da questo diffondersi
della civiltà ellenica nelle regioni adiacenti al bacino del
Mediterraneo e dal suo innestarsi sulle civiltà più antiche. E questa
diffusione e questo innesto erano resi appunto possibili, anzi prodotti
da uno sviluppo di condizioni della vita materiale, analoghe a quelle
de’ più progrediti centri dell’Ellade.

Sotto l’azione di tali cause, come effetti di una sfera assai più
allargata di commercî, di forze attive, di rapporti morali e materiali,
sorgevano o crescevano, nell’Asia minore, nell’Egitto, nel bacino
occidentale del Mediterraneo, centri cittadini più popolosi di
quelli della Grecia propria, con una vita industriale più operosa e
molteplice, con una potenzialità produttiva e una circolazione rapida e
intensa, quale non era stato lecito vedere sino a questo punto, e quale
si può solo supporre guardando agli straordinari e crescenti bisogni,
che ogni giorno più chiedevano una più larga soddisfazione.

Per gli auspicî sotto cui era sorta, per la sua posizione privilegiata,
per la facoltà di assimilarsi e fondere insieme le civiltà più varie e
raccogliere gli elementi etnici più diversi e discordi; Alessandria,
nuovo centro dell’Egitto, è come il fuoco di questa ellissi, ch’è il
mondo ellenistico; ne è il riflesso, l’esempio, il tipo.

Se, com’è stato detto[473], “in questo tempo il genere umano tendeva a
crearsi un nuovo modo di esistenza e, si potrebbe dire, un nuovo modo
di aggruppamento molecolare; tendeva a dare a un temperamento nuovo
un’espressione durevole, una forma sicura, ed a farla penetrare più
addentro in tutti gli ambienti„; Alessandria era uno de’ crogiuoli più
adatti e più maravigliosi di siffatta metamorfosi.

Città cronologicamente antica, e pure essenzialmente moderna di indole,
di forme, di tendenze, non a torto è stata chiamata la regina del
lusso e della moda, la Parigi dell’antichità; ed era più e meno che
una metropoli moderna, città internazionale, paradiso ed inferno di
godimenti, di scialacqui, di tentazioni, e insieme laboratorio del
mondo antico, suo arsenale, suo alimento.

Messa nel centro di un paese, dove era lecito produrre più che in
qualsiasi altra regione e con minore fatica, diveniva naturalmente
il centro favorito dell’industria. La produzione de’ manufatti
più indispensabili e d’uso più immediato e di quelli di lusso, vi
attecchiva del pari mettendovi radice; e si sviluppava nelle forme più
ampie, consentite dalla richiesta e dall’ambiente. I filati, i tessuti
di tutte le fogge e del gusto più bizzarro e raffinato; la lavorazione
del legno d’ogni genere, da quello adoperato per le navi e per i carri
a quello prezioso usato per i mobili e per i ninnoli; l’estrazione de’
metalli e la loro lavorazione più varia ed artificiosa, che li piegava
a tutti gli usi della guerra e della pace, della vita domestica e del
lusso; l’industria del vetro, del cuoio, della terracotta, della carta;
tutte le industrie insomma e le arti, che nel passato erano lentamente
emerse in centri separati, si trovavano qui raccolte e sviluppate[474].
Quelle che già vi aveano una lunga tradizione si erano raffermate e vi
rifiorivano; le nuove vi erano state trapiantate e vi prosperavano.

Messa poi, com’era, a cavaliere delle principali vie commerciali, che
i suoi sovrani tendevano sempre più a monopolizzare; fatta come per
essere il punto d’incontro e il mercato più agevole delle tre parti del
mondo antico; essa era l’esempio, il richiamo e lo strumento di tutti
i commercî, che alimentavano, insieme, e suscitavano sempre più, con
la loro continua pressione, le sue industrie. Dati questi elementi di
fatto, non potevano a meno di prodursi, anche qui, quel contrasto, più
o meno palese, del lavoro libero e del lavoro servile, e la graduale
eliminazione di questo, e tutti quei fenomeni di un’economia più
progredita, in cui la schiavitù si viene spezzando come uno strumento
poco adatto e impacciante; mentre cominciano, d’altra parte, a
sbozzarsi e a germogliare i rudimenti dell’economia capitalistica.

Il numero degli schiavi di Alessandria, che da qualcuno si farebbe
salire a dugentomila, è desunto da analogie e congetture, mancanti le
une e le altre di una base sicura. In una città, che pareva realizzare
un gran sogno di lusso e di piacere, dove la vita turbinava senza posa
in una febbre di godimenti, certo non doveano far difetto gli schiavi,
ministri di voluttà, addetti a tutti i servizi, che le abitudini sempre
più raffinate esigevano e moltiplicavano ogni giorno; ed è sopratutto
di questi schiavi che ricorre più facilmente la menzione. Non doveano
neppure mancare schiavi in quelle fabbriche, in cui, come in Atene, la
divisione e la semplificazione del lavoro potea consigliarne l’impiego.

Ma, più che di schiavi, troviamo menzione del lavoro libero e delle
condizioni che lo fanno supporre.

Nell’agricoltura, le condizioni particolari dell’Egitto, per la
possibilità di usufruire alcuni agenti naturali come l’inondazione
del Nilo, rendevano i lavori della coltivazione brevi di durata e
agevoli ad eseguirsi con uno scarso impiego di opera umana, e, in
qualche caso, senza l’impiego di essa[475]. Dato un tale stato di
cose, l’impiego fisso di schiavi addetti all’agricoltura, per quanto
potesse costar poco il loro mantenimento, doveva andar soggetto ad una
sicura eliminazione. Del resto, in forma più positiva, è noto come
alla coltivazione delle terre reali si sopperisse con la _corvée_,
con una requisizione temporanea di liberi, e come la cultura diretta,
gli affitti, le locazioni d’opera vi avessero largo sviluppo[476].
Varrone attesta che l’Egitto, come l’Asia, si serviva per l’agricoltura
sopratutto di liberi mercenari[477].

Nel campo industriale la crescente specificazione delle arti e de’
mestieri, rappresentati in tutte le loro varietà e con la maggiore
raffinatezza, esigevano, in vari casi, nonostante la divisione del
lavoro, un’educazione tecnica speciale e alcune particolari attitudini,
che non era facile trovare negli schiavi, almeno di primo acquisto.
Le arti e i mestieri poi costituivano già dal passato, un patrimonio
peculiare di alcune caste o classi della popolazione egiziana
libera[478]. In Alessandria vi davano ancora un largo contributo i
Giudei residenti in gran numero[479]. Finalmente, tutta quella massa
avventizia, che traeva alla città dalla campagna, o vi conveniva da
ogni altro punto, dovea chiedere al suo lavoro i mezzi di sussistenza;
e tanto più era spinta a far ciò, quanto più le comodità della vita
più abbondanti, le raffinatezze, rese più comuni, stimolavano meglio i
suoi desiderî. Se possiamo applicare ad un tempo anteriore quello che
dell’Alessandria de’ suoi tempi diceva Adriano, nessuno vivea ozioso,
tutti erano occupati[480].

È poi in quest’epoca ellenistica, a Siracusa, ad Alessandria
specialmente, che, per opera di Archimede, di Herone, di Ctesibio,
la scienza, mentre segue il suo svolgimento teorico, tenta, d’altra
parte, tante sue geniali applicazioni pratiche, e la meccanica, pura
ed applicata, riceve impulso e sviluppo. La leva, l’impiego della
forza motrice dell’acqua e perfino di quella del vapore; tutte cose
destinate in tempo più o meno lontano a trovare applicazioni più o
meno efficaci, più o meno estese, sono ritrovamenti e deduzioni di
quest’epoca e delle verità in essa accertate. Questo magnifico sviluppo
della tecnica costituiva l’elemento dinamico e il sostrato di tutta
un’evoluzione del modo e poi della forma di produzione; evoluzione
interrotta ancora e strozzata in un ambiente non maturo, ma che, pure a
grande distanza di tempo, avrebbe ripigliato e proseguito il suo corso.
Giova notare intanto che la tecnica trova l’impulso a nuovi progressi e
a nuove applicazioni nel crescente valore del lavoro e nella necessità
di sopperire a una maggiore richiesta; onde, anche come indizio delle
condizioni della produzione del mondo ellenistico e della nuova fase
del lavoro, sono caratteristici e degni di considerazione questi
progressi tecnici[481].

In queste città del periodo ellenistico si sente talvolta qualche cosa,
che è come un’anticipazione fuggevole delle nostre città industriali,
della nostra vita moderna. Quella massa popolare, specie alessandrina,
inquieta, volubile, mobile, ha un carattere speciale, pur fra tutte
le sedizioni delle città antiche; ha qualche cosa che richiama le
convulsioni di Parigi.

L’elemento operaio, crescendo di numero e di forza, si veniva
costituendo, come oggi par probabile, se non sicuro[482], in
corporazioni, indipendenti di forma e di origine dalle corporazioni
romane; e in quelle corporazioni stesse si atteggiava talora a
partito[483]. Perfino gli scioperi e le coalizioni, queste armi tanto
moderne e tanto caratteristiche della nostra èra industriale, facevano
capolino, comunque in maniera attenuata e fuggevole, a Magnesia sul
Meandro ed a Paros[484].

Ma, mentre l’Oriente ellenistico, proseguendo e ampliando l’opera
della civiltà greca, minava, senza pur avvedersene, l’istituzione
della schiavitù, era destinato, col tributo stesso de’ suoi figli,
a sorreggerla e alimentarla in Occidente, dove condizioni diverse
spingevano la schiavitù per la curva ascendente della parabola,
portandola a un grado di sviluppo che, per forza intrinseca, dovea
affrettarne la fine. Perchè intanto maturasse la fine, occorreva che
l’Occidente conquistasse l’Oriente, e l’Oriente lo conquidesse alla sua
volta, insinuando, attraverso tutto il dominio, il suo spirito vitale
e i suoi veleni, i suoi modi di produzione e di vita, la sua cultura,
le sue ricchezze accumulate, le sue scoperte; che si compisse insomma
tutta un’opera di fusione e di assimilazione.

L’Impero romano è il gigantesco organismo politico, entro cui si compie
quest’opera di fusione e di assimilazione di tutte le civiltà del mondo
antico.

In esso si maturano e si svolgono una nuova coscienza universale
etica, giuridica e religiosa e una nuova forma di produzione, che ne
costituisce l’antecedente e il sostrato; e in esso la schiavitù, rosa
dalla base, più vasta ma omai unica, vacilla e vede segnati i suoi
giorni.

Il resto del nostro lavoro consiste omai nel percorrere ancora, in
un campo più vasto, la via che già abbiamo battuta, rintracciando in
un altro ambiente e sotto aspetti diversi le stesse cause dissolventi
della schiavitù, seguendo cioè nel mondo romano un processo economico
analogo a quello sin qui osservato. Potremo così riannodare alle
più antiche fasi della schiavitù in Occidente la sua fase finale, e
seguire in una più larga sfera, fin dove sia possibile, attraverso gli
spiragli, per cui è consentito guardare nell’intimo congegno della vita
materiale e morale del tempo, il suo lento tramonto.



PARTE SECONDA


I.

La vita romana più antica ci si presenta sotto un aspetto semplice e
modesto: la ricchezza, i bisogni, le abitudini, tutto vi è limitato e
quale può attendersi da una popolazione di costumi primitivi.

Roma, sorta come luogo di rifugio, è la sede di una popolazione che
vive una vita pastorale ed agricola, gravitando sempre più verso
l’agricoltura, quanto più la stabilità della sede, le commodità della
cultura e le altre condizioni favorevoli lo consentono[485].

La schiavitù, che nell’antichità si può assumere come l’indice dello
sviluppo della vita economica, è quindi, naturalmente, in questo più
antico periodo assai ristretta[486]. Chi legge Dionigi d’Alicarnasso
e vi trova una menzione relativamente frequente ed esagerata di
schiavi[487], potrebbe forse essere tentato ad attribuire alla
schiavitù, anche per questo periodo più antico, un’importanza maggiore
della vera; ma non tarderà a scorgere anche qui un riflesso della
tendenza inconsapevolmente anacronistica di Dionigi, solo che guardi
agli altri fonti della tradizione e, più ancora, a tutti gli altri dati
della vita romana in quell’epoca.

Il territorio romano, sino alla fine dell’età regia e agl’inizi della
repubblica, consisteva in una stretta zona sulla riva destra del
Tevere, e sulla sinistra era limitato a breve distanza, nelle varie
direzioni, da Fidenae, da Tusculum, da Tellenae e Laurentum[488]:
consentiva quindi un’industria agricola ristretta anch’essa in brevi
confini e tale da non richiedere, ordinariamente, l’impiego di schiavi
o almeno di un numero notevole di essi. La cultura diretta era,
insieme, un’esigenza, una consuetudine ed un vanto[489] anche per chi
in quella società primitiva godeva di una posizione preeminente. La
famiglia, più che mai unanime e stretta da un legame di solidarietà
materiale e morale, impiegava tutte le sue forze nella cura del modesto
patrimonio che le assicurava l’esistenza e lo sviluppo. S’aggiungeva
ancora la clientela. Se anche non è ben provato che i clienti fossero
tenuti a prestare, in una certa misura, l’opera loro a favore de’
patroni[490]; nondimeno può sempre ritenersi che, in maniera indiretta,
coltivando terre concesse precariamente o temporaneamente sotto varie
forme, avessero una funzione utile non trascurabile nell’economia
domestica della casa patronale[491].

La semplicità rude di quella vita è anch’essa rimasta nella tradizione,
che ce ne ha conservata l’immagine e la notizia.

L’ideale della casa che basta a se stessa e del fondo che sopperisce
a tutti i bisogni della famiglia, riappare anche appresso come un
consiglio ed una mèta: ora appariva come una necessità e, insieme,
un’aspirazione facilmente realizzata, data la corrispondenza tra
i pochi bisogni e la maniera di soddisfarli. Bisogni che, poi, più
largamente intesi e in maniera diversa, dettero luogo a un’attività
sociale distinta, a mestieri speciali, — costituivano ora un ramo
ordinario dell’operosità domestica disimpegnato dalle donne della
famiglia, a cui nelle poche case più doviziose prestava assistenza
qualche ancella. In casa si preparavano e provvedevano le vesti; in
casa si preparava il pane[492]. E questo carattere dell’antica famiglia
romana, che sopperisce da sè alle esigenze del proprio consumo, è
rilevato da uno storico con lo stesso vocabolo già usato da Tucidide
a proposito de’ Peloponnesiaci (αὐτουργοί)[493], che con la semplicità
sua ci richiama nella maniera più evidente questo periodo di attività
domestica, di economia familiare chiusa e di manufatti dovuti al lavoro
delle proprie mani.

Ma, anche qui, manufatti, che richiedevano una particolare esperienza
tecnica e speciali istrumenti, o corrispondevano a bisogni non
continui della famiglia, facevano luogo, per la progrediente e
vantaggiosa divisione del lavoro, ad arti e mestieri speciali,
esercitati da distinte categorie di artefici come una distinta attività
professionale. E la tradizione, quale che possa essere la sua esattezza
cronologica nel riferirsi a un punto preciso del periodo leggendario,
accenna all’antichità di questi artefici costituiti finanche in
corporazioni[494]. Secondo questi dati della tradizione, non solo
si sarebbe avuto ben presto un artigianato di vasai, industria delle
più antiche e della quale scoperte non lontane hanno rintracciato in
Roma i prodotti entro strati sempre più remoti e con forme sempre più
rudimentali, accennanti alle suppellettili delle _terremare_[495], ma
tante altre categorie di artefici intenti al lavoro del legno, del
cuoio, della tintura de’ tessuti, del bronzo e perfino dell’oro. Lo
stesso frequente stato di guerra, che spesso costringeva il piccolo
stato come in un cerchio di ferro, l’obbligava a sviluppare entro i
propri confini la produzione di tutto il necessario, acclimatando e
rendendo indigena anche quella prima importata o presa a prestito da
popoli più progrediti[496].

Ora questi mestieri, quando, appresso, assunsero più larghe proporzioni
sino a prendere l’aspetto di una manifattura o di un’industria,
poterono giovarsi e si giovarono della cooperazione di schiavi; ma
in questi tempi più antichi, in cui l’esercizio del mestiere era
limitato ed individualmente disimpegnato, difficilmente potevano essere
esercitati da schiavi, privi di ogni autonomia e che avrebbero solo
potuto esercitarli sotto la direzione o, come cominciò ad avvenire più
tardi, in rappresentanza del padrone. L’esercizio di codesti e degli
altri mestieri, che venivano sempre più sorgendo col crescere de’
bisogni e con la corrispondente divisione del lavoro, dovea costituire,
insieme, una prerogativa e un mezzo di vita degli stranieri che
venivano a dimorare a Roma, della plebe urbana e, in genere, di tutti
quelli che, per una via o per un’altra, direttamente o indirettamente,
non partecipavano alla produzione agricola e al godimento della terra.
I cognomi di alcune famiglie, che accennano evidentemente a utensili,
ad arti e a mestieri, se possono avere avuta origine da un patronato
verso corporazioni di artefici, possono fors’anche meglio derivarsi
dalla tradizione di un diretto esercizio di arti manuali in famiglie
libere, a grado a grado salite poi a condizione più elevata e a
maggiore importanza sociale[497].


II.

Il successivo ampliarsi della città e le grandi costruzioni — che,
riferite dalla tradizione all’epoca regia[498], hanno tuttavia, almeno
in parte, carattere di remota antichità, come il tempio di Giove sul
Campidoglio, la grande cloaca, le mura serviane — sono un indizio del
continuo progresso economico e civile di Roma; e la ingente forza
di lavoro, necessaria specialmente alle opere monumentali, lascia
sospettare un impiego di servi e un incremento quindi della schiavitù.
E, veramente, tra le prede, che si vuole facessero le spese di qualcuna
di quelle opere[499], potettero o dovettero esser compresi degli
schiavi. Ma l’espandersi della città fu lento e graduale, e fu più
spesso la fusione di borgate e centri già innanzi abitati: le grandi
opere pubbliche poi, se la tradizione non mente[500], furono elevate
oltre che con l’opera mercenaria, col concorso forzato degli stessi
cittadini, sotto forma di _corvées_, che riescirono di forte aggravio
alla plebe e sarebbero state tra le cause precipue del suo sentimento
ostile verso l’ultimo de’ re.

Nondimeno, in maniera lenta e insensibile ma costante, si venivano
fecondando i germi che doveano portare a uno sviluppo della schiavitù.

In quella lotta impegnata con i vicini e di volta in volta
allargata, lotta combattuta prima per l’esistenza e poi per una
forma sempre più elevata di dominio; con la conquista di territori
e l’appropriazione della altrui ricchezza mobiliare[501], si veniva
inducendo nella società romana una serie di rapporti più complessi e
come una stratificazione sempre più distinta de’ vari elementi della
cittadinanza. Le spese e gli aggravî della guerra, riversati, come
accade, da quelli che avevano il monopolio del potere su quelli che
n’erano esclusi o poco meno che esclusi; i danni delle incursioni
e delle rappresaglie, più sentite da chi meno possedeva e vi era
più esposto; il monopolio dell’agro pubblico e la possibilità di
impiegarvi, mettendolo a cultura o tenendovi greggi ed armenti, un
capitale che vi trovava il suo frutto; l’accumulo reso più facile a chi
più ha, e fatto sempre più possibile e più agevole dall’azione sempre
più diffusa e operosa della moneta, che investiva e trasformava i più
antichi e semplici rapporti economici e le prime forme rudimentali
di scambi; tutte queste cose insieme concorrevano a creare nuove
condizioni di vita, foriere esse stesse di maggiori mutamenti, per i
maggiori bisogni suscitati, per lo sforzo e il modo di appagarli.

Pure l’accumulazione della ricchezza e il progresso economico dovettero
essere, per lungo tempo, lenti ed esigui.

Nella legislazione delle dodici tavole si riflette ancora l’angustia
d’orizzonti della vita romana e lo stato rudimentale della sua
economia[502].

È ancora un popolo che vive tutto d’agricoltura e per cui non è
spuntato ancora il periodo dell’industria e del commercio. La
ricchezza, il vantaggio, il danno, le forme di guadagno hanno
tutti la loro espressione in parole relative alla pastorizia e
all’agricoltura[503], e i delitti che la legge considera hanno del
pari stretta relazione con l’una e con l’altra. La moneta coniata
non è giunta ancora a divenire la comune misura degli scambi e
della valutazione, che ancora, tradizionalmente, in alcune multe, si
determina in quantità di animali[504]. Diecimila assi costituiscono
ancora una ricchezza[505]; bassi sono i prezzi de’ prodotti
dell’agricoltura e degli animali; le multe son tenute in confini
limitati, e appena la massima multa raggiunge una cifra che, nella
sua stessa misura relativamente elevata, ci dà un criterio della
limitata economia del tempo, anche considerata nelle sue maggiori
manifestazioni[506].

Del resto le forme di produzione, gli sfoghi alla varia attività umana,
i mezzi di moltiplicare la ricchezza erano assai circoscritti. La
terra anche ne’ ricolti migliori dava un prodotto tenue, che, secondo
qualche calcolo[507], al lordo, non raggiungeva il cinque per cento.
La produzione familiare, in questo e per molto altro tempo ancora,
non solo abbracciava i generi d’alimentazione, ma comprendeva ancora
il vestimento, la lavorazione degl’istrumenti ed utensili di legno
necessari all’agricoltura, quella delle corde e de’ lavori d’intreccio,
di alcune più rozze stoviglie, delle suola[508]. Strumenti ed utensili,
che si era obbligati a chiedere al lavoro tecnico più provetto
dell’artigiano, si riunivano a larghi intervalli di tempo, e intanto si
riparavano, si rimettevano all’ordine in casa.

Il commercio era limitato, com’era da attendersi da questa stessa
limitata produzione, che non offriva larga materia di scambi[509]. I
mercati più vicini, oltre il Tevere, servivano al traffico de’ prodotti
di uso più immediato; e, attraverso di essi, forse, giungevano anche
que’ pochi prodotti transmarini, che si erano introdotti o cominciavano
ad introdursi negli usi de’ Romani[510].

I capitali perciò, limitati come potevano essere da queste condizioni
di limitata accumulazione, si volgevano, come già altrove, in uno stato
analogo di cose, se non esclusivamente, preferibilmente all’usura, che
costituiva una vera piaga di questi tempi e le cui fasi occupano una
parte notevole nella tradizione[511]. Finchè l’allargamento del dominio
e l’appropriazione sistematicamente organizzata della ricchezza di
tanti paesi soggetti non offrirono un appagamento a’ crescenti bisogni
di una società sterile; si può dire che il popolo romano, nell’ámbito
chiuso del piccolo stato, _si volgea co’ denti in sè medesimo_.

L’interesse, limitato dalla legge delle dodici tavole, non già, secondo
un’ipotesi inverosimile, al 100%[512], ma, secondo una più accettabile
interpretazione, al 10% per un anno di dodici mesi e rispettivamente
all’8-1/3 % per un anno di dieci mesi[513], ci fa vedere, in realtà,
come i capitali esistenti fossero inadeguati alla richiesta, e quanto
alto salisse d’ordinario l’interesse, se la legge l’avea stabilito in
una misura pur di tanto superiore al reddito ordinario della terra.

Le vicende della pace e della guerra e quelle ancora più ordinarie
delle stagioni sopra aziende agricole di limitata estensione e
produzione facevano sì che la plebe, la classe ancora meno provveduta,
rasentasse sempre l’abisso del debito, pronta a cadervi per non uscirne
più mai. Avvenimenti poi come l’invasione e l’incendio gallico, dietro
cui non rimanevano salve che la terra e la parte di scorta metallica
sfuggita alle rapine e alle taglie, aveano reso più acuto il bisogno e
più forte l’impero della moneta, più rara e più richiesta[514].

Questa manifestazione sociale-patologica dell’infierire dell’usura,
propria di dati tempi, in paesi di economia poco progredita, costituiva
per la società romana uno stato di equilibrio instabile, che dovea
trovare la sua risoluzione e il suo rimedio in una estensione della
schiavitù.

Se, come pare[515], ciò che dava a’ patrizi (sotto il qual nome del
resto la tradizione volle fors’anche intendere i ricchi) l’egemonia
economica e la possibilità di mutuare, era massimamente il possesso
sempre crescente dell’_ager publicus_; in questo impiego usurario del
danaro e nelle forme rigorose in cui si esplicava, si può vedere non
solo una conseguenza dell’angustia economica che non consentiva altri
modi d’impiego, ma un mezzo di appropriarsi il lavoro altrui, sia
indirettamente sotto forma d’interesse, sia, più ancora, direttamente
con l’_addictio_ del debitore moroso, divenuto così a tempo o in
perpetuo, il servo del creditore, che in un caso l’adoperava nelle
sue coltivazioni e in un altro lo vendeva o permutava con uno schiavo
straniero. La _lex Paetelia_, è intesa da Livio[516] e da’ più come
la liberatrice della plebe che faceva de’ beni e non del corpo del
debitore la garentia del creditore. Ma, se proprio si potesse ritenere,
come qualche interprete[517] vorrebbe, secondo un’ipotesi repugnante
alla tradizione, che essa si limitasse soltanto a modificare le forme
anzi che la sostanza del diritto del creditore, l’_addictio_ dovette
essere poi ristretta od eliminata, in fatto più che in diritto,
dall’estensione della schiavitù, che rendeva non necessaria quella
maniera d’acquisto d’incommodi servi, e da forme di procedure, che
rendevano più agevole e possibile l’espropriazione del debitore.

Le dodici tavole, veramente, oltre a rivelare, in questa forma
indiretta, il bisogno della schiavitù, crescente col progredire delle
condizioni economiche, rivelano anche, in maniera più prossima, che
questo bisogno cercava il suo soddisfacimento, e la schiavitù si andava
sempre estendendo nella società romana.

Infatti nelle dodici tavole troviamo irrogata la pena di cencinquanta
assi pel ferimento del servo[518], e d’altro lato la menzione della
pena comminata al servo ladro[519]. Ricorrono anche disposizioni
sullo _statu liber_[520], il servo manomesso sotto condizione, con un
accenno, forse, a quel peculio[521], che, meglio sviluppato appresso,
è destinato ad avere tanta importanza nelle condizioni e nelle sorti
della schiavitù; vi si fissa la norma per la devoluzione al patrono
dell’eredità del liberto morto senza testamento[522], e si sancisce
finalmente la responsabilità civile del padrone per i fatti delittuosi
e colposi del servo[523].

Tenuto conto dello spirito della legislazione decemvirale, che, in
maniera rapida e comprensiva, fissa le sue norme, regolando interessi
pratici e concreti; si può dire che, se anche non molto diffusa, pure,
relativamente alle condizioni economiche del tempo, la schiavitù
cominciava ad essere un elemento integrante del patrimonio e della
vita economica; e maggiore tendeva a divenire nell’ambiente sempre più
largo che Roma si formava e nell’affluire alla città dominatrice di
tante forze economiche, che le vittorie omai più numerose e feconde
richiamavano con successione sempre più frequente e costante e che la
illimitata libertà di testare sancita dalle dodici tavole[524], il giro
più rapido della ricchezza e la vita economica sempre meno compressa e
più complicata tendevano a raccogliere in poche mani.


III.

Il popolo che doveva giungere a dare il suo nome al mondo antico e
doveva dare a tante parti di esso l’impronta della sua fisonomia,
compiva questa sua funzione nella storia con l’assimilarsi i caratteri
e le attitudini de’ popoli, che assoggettava o con cui veniva in
contatto, trovando così in una straordinaria potenza e varietà
di adattamenti il segreto e la fortuna del suo dominio e il mezzo
più potente della fusione di così diversi elementi in una grande
organizzazione politica e civile. A misura che la sfera d’azione
di Roma si estendeva e se ne ampliava il dominio, la vita romana si
modificava sotto l’azione di tutte le correnti e di tutte le forze
economiche e morali che vi s’insinuavano e, dominate, riescivano a
dominarla; e quanto più vasto era l’ambito, su cui l’attività romana
si esercitava, e più vari gli elementi, con i quali veniva in rapporto,
tanto più profondi e complessi n’erano gli effetti.

Roma, uscita vittoriosa da quelle sue più antiche guerre, combattute
sul suo stesso territorio o in quello adiacente, procedeva a guerre
sempre più lontane e più gravi; e la storia tradizionale tiene
a rilevare come, di volta in volta, ad ogni impresa fortunata si
arricchisse di terre e di prede, onde i vinti erano come multati.
L’assoggettamento della Sabina avea fatto gustare per la prima
volta la ricchezza a’ Romani. Ma, quando estesero il loro dominio
all’Italia centrale e agli estremi lembi dell’Italia meridionale,
oltre al vantaggio immediato delle prede e degli acquisti, si creò
una condizione di cose, che dovea dare un diverso e non preveduto
indirizzo alla loro politica ed alle loro forme di vita. Non solo era
così data l’occasione ad entrare nella politica de’ grandi stati del
Mediterraneo; non solo la civiltà più raffinata della Campania e delle
colonie greche suscitava esigenze e rapporti, di cui poteva valere come
indizio l’argento di recente adottato quale tipo monetario[525]; ma
il nuovo e più grande dominio costituiva, nel suo insieme, per le sue
stesse condizioni naturali, un ambiente in cui l’economia romana, il
vecchio modo di produzione, la base stessa della vita romana ed italica
si dovevano trasformare.

“Per l’agricoltura italica — dice il Nitzsch[526] — era della
più alta importanza che i Romani, ora, mercè le colonie e l’_ager
publicus_, fossero signori delle montagne e del piano. La schiacciante
preponderanza della pastorizia, come si trova in Ispagna e in Italia a
danno della coltura della terra e di una coltivazione intensiva, è solo
possibile, dove si può evitare l’allevamento nelle stalle. La necessità
di riparare, all’inverno, le greggi nelle stalle obbliga anche il più
grande proprietario fondiario a limitare il suo bestiame, giacchè
egli deve provvedere non solo al riparo e alla custodia, ma anche
all’alimento invernale. Questa necessità non vi è più, dove le greggi,
col principio d’inverno, possono trovare pastura in luogo dove il clima
e il pascolo permette ad esse di trascorrere, senza inconvenienti, i
mesi freddi a cielo aperto. A’ paesi settentrionali d’Europa mancano
questi pascoli e mancano a’ montanari d’Italia, se le pianure delle
marine non sono accessibili alle loro greggi. Così, se possiamo
sostenere che il bestiame de’ Sanniti e de’ Lucani era limitato, quando
le Puglie e le coste del Golfo di Taranto non erano loro soggette, o
non potevano servire di pascolo; del pari non possiamo non rilevare che
anche le greggi delle pianure non potevano essere eccessive, finchè non
erano loro dischiusi i pascoli montani per l’estate. L’aridità della
campagna romana e delle Puglie, la malaria del Golfo di Taranto portano
l’epidemia e la morte agli agricoltori e a’ pastori e specialmente al
bestiame. Che questo stato malsano delle marine italiane sia cresciuto
nel Medio Evo, ma che già vi era nell’antichità, è risaputo. Se anche
i boschi dell’Appennino non erano così barbaramente devastati e le
pianure delle coste non ancora così desolate ed appestate a cagione
de’ latifondi; tuttavia l’afa di un’estate italiana, il freddo di un
inverno di montagna erano insopportabili per le greggi e gli armenti
dell’antica Italia come per gli odierni.

“È difficile dire se le guerre delle città della Magna Grecia con i
barbari del paese montuoso adiacente portassero in qualche modo, da
una parte e dall’altra, all’ampliamento de’ pascoli e dell’industria
armentizia: notiamo soltanto che la produzione della lana sul Golfo
di Taranto doveva essere ancora insignificante, se i Sibariti si
provvedevano di oggetti di lana a Mileto (Timaei _Fragm_. ed Mueller,
p. 286). Nè nel Lazio, nè in Etruria, nè sul rimanente littorale
occidentale si vede, prima del dominio de’ Romani, lo sviluppo della
pastorizia che appresso incontriamo. Ma quando i Romani alla fine della
seconda e, meglio ancora, della terza guerra sannitica penetrarono con
le loro colonie nella zona interna dell’Appennino e anche ivi ridussero
ad _ager publicus_ larghi tratti di territorio, fu loro ben possibile
di aumentare il loro bestiame. Livio (X, 23 e 47) menziona già per la
prima volta alla metà del quinto secolo condanne di _pecuarii_. Sembra
inverosimile che la legge licinia abbia limitato col possesso della
terra coltivabile anche il diritto di pascolo, perchè la pastorizia,
come già si è mostrato innanzi, era limitata in que’ tempi dalle
condizioni dell’_ager publicus_, dalla mancanza di grandi pascoli
estivi in montagna. Non appena i Romani se ne ebbero procacciati mercè
le loro conquiste nell’Appennino interno, allora, per la prima volta,
sopravvenne il pericolo di una preponderanza della pastorizia. Al tempo
stesso fu possibile a’ Romani di prendere parte diretta al commercio
del Mediterraneo. Mancavano loro finora i grandi prodotti di una ricca
regione interna, con cui Cartagine faceva il suo esteso traffico, e
mancava anche l’attività industriale delle città greche, lo smercio
de’ cui prodotti avveniva specialmente per mezzo di Corinto. La grande
maggioranza de’ proprietari terrieri romani poteva riserbare per
mercanti stranieri solo piccola parte della loro produzione agricola,
e, finchè vi fu questo felice limite del possesso fondiario, non vi
era da pensare per Roma ad un proprio ceto commerciale e ad un naviglio
mercantile„.

Ma questo così vasto demanio, se in parte rimase direttamente in potere
dello Stato e in parte servì a fondare colonie e a farne assegnazioni
a’ meno abbienti, per una parte assai maggiore andò a finire nelle mani
della nobiltà, che, avendo già l’egemonia politica, la faceva valere e
la rassodava, sorreggendo ed afforzando la sua posizione economica.

Del resto per molte ragioni, su alcune delle quali accadrà di fermarsi
appresso, i meno abbienti avrebbero, sotto certi aspetti, poco potuto
avvalersi di queste terre pubbliche.

Molte di esse erano forse più appropriate al pascolo che non alla
coltura; molte altre erano in luoghi distanti da centri abitati, forse
impervii, dove solo una completa azienda rustica poteva menare innanzi
la coltura, non già un contadino isolato. Si trattava pure, per lo più,
di terre incolte, che occorreva dissodare con impiego non indifferente
di spese e di lavoro; mentre, d’altro canto, bisognava cominciare a
pagare la decima allo Stato concedente.

Nella valle del Po e, in luoghi, dove abbondanza d’acqua, agevolezza
di vita, esigenze militari, opportunità politica e l’opposizione non
ancora ridesta e organizzata delle classi dominanti l’aveano voluto
e permesso, s’erano fondate colonie o fatte assegnazioni; ma altrove
era il possesso de’ ricchi che si stendeva sul demanio pubblico col
progresso, se non così lento, certamente continuo e sicuro come quello
dell’edera che si attortiglia alla pianta vigorosa per avvincerla tutta
tra le sue spire.

Si occupava non solo la terra, che si poteva coltivare di presente,
ma quella ancora che si aveva speranza di coltivare[527], e si andava
diritti alla formazione del latifondo e alle forme sotto le quali esso
è messo a profitto.

Altro ancora si aggiunse a favorire e precipitare questa tendenza.

La guerra, malgrado il suo carattere talvolta necessario e la speranza
spesso ingannatrice di attesi vantaggi immediati, era stata, come
appare dalla tradizione raccolta da Livio, la preoccupazione e il
tormento della classe agricola, del ceto di agricoltori obbligati a
coltivare direttamente la terra e messi nella triste alternativa di
vedere il proprio campo desolato da’ nemici o dall’abbandono, in cui lo
lasciava il coltivatore guerreggiante in paese nemico.

Il soldo militare, introdotto dopo la presa di Veio[528], avea
attenuata una delle gravezze, a cui il soldato andava incontro, e la
guerra portata sempre più lontana da’ propri confini esimeva il campo
dalla devastazione de’ nemici, ma non lo rendeva meno deserto con la
più protratta lontananza del suo coltivatore.

La guerra annibalica, agitata in Italia, riprodusse, a un tempo, tutti
questi mali: il tributo, la lunga milizia, il saccheggio; e, se tutti
n’ebbero danno, più danneggiati furono i piccoli possidenti, che più
facilmente andavano in ruina al menomo squilibrio, e che aveano le loro
terre ne’ piani, teatro della guerra, mentre gli armenti si ritraevano
su’ monti, protetti dalla prudenza, secondo qualcuno anche troppo
calcolatrice di Fabio.

La concorrenza de’ cereali della Sicilia, dove l’agricoltura era
rifiorita, risorgendo dalla distruttrice opera di Agatocle[529], e
poi la concorrenza più vasta dell’Africa, resa sempre più possibile
ed estesa dalle strade, che, più e più, si diramavano per l’Italia,
solcandola, minavano con azione più lenta ma anche più sicura il
piccolo proprietario e il fittaiuolo italico coltivatore di cereali.

L’egemonia continuamente progrediente di Roma faceva di Roma e delle
sue classi dominanti come il vampiro del mondo, la piovra di tutta
l’attività produttrice del mondo soggiogato; e, sotto forma di preda,
di tributi, di decime, di appalti, di ruberie e perfino di eredità,
i tesori del vasto dominio si venivano accumulando nelle mani di una
categoria sempre più ristretta di persone, occupate, per dirla con
l’emistichio solonico[530], _a spannare il pingue latte_, di cui il
fiore più veniva alla superficie, quanto più n’era continuo e turbinoso
il rimescolio.

Questa gara sfrenata dell’opulenza, eccitata e resa necessaria dallo
stesso crescere e concentrarsi della ricchezza, assorbiva la piccola
proprietà, insidiandola col litigio cavilloso, occupandola con la
violenza, tentandola con le lusinghe di una vita più molle, liberandola
da ogni vincolo, che la potesse rendere più o meno inalienabile e
creandole intorno quell’ambiente di leggi, di cui può valere come un
sintomo eloquente la legge agraria del 643 a. u. c.; ciò sino al punto
che potè sembrare tutta la ricchezza di Roma si accogliesse in non più
che due mila persone[531].

Questo stato di cose — la proprietà fondiaria e la ricchezza mobile,
riunite in una cerchia sempre più ristretta — voleva dire il monopolio
del mezzo di produzione, la terra, e, data la facoltà sempre maggiore
di acquistare schiavi, la possibilità di dare a quel mezzo di
produzione un movimento quasi automatico.

Così sulle rovine del piccolo possesso e della piccola proprietà si
elevava il latifondo, e al posto dell’agricoltore subentrava il pastore
e al posto del libero lo schiavo.


IV.

L’Italia peninsulare ogni giorno più si sentiva spinta a rivolgersi
ad altre nazioni per provvedere al suo bisogno di cereali[532]:
successivamente e in varia misura, si volgeva alla Sardegna,
all’Africa, all’Egitto, alla Spagna, alla Gallia, alla Beozia,
alla Cilicia, alla Siria, alla Brittannia perfino in tempi più
avanzati[533]; ciò che era al tempo stesso un indizio e un fomite
dell’abbandono graduale della coltura cereale, la quale ogni giorno più
cedeva il posto a un impiego della terra più remunerativo.

Già Catone, nello scrivere il suo trattato sull’agricoltura,
determinando l’utilità decrescente delle varie colture, metteva
in primo luogo la vigna, poi l’orto irriguo, e successivamente il
saliceto, l’oliveto, il prato, il campo frumentario, la selva cedua,
l’arbusto, la selva ghiandifera[534].

E appresso, nel trattato di Varrone, un interlocutore, rilevando
che non tutti s’accordavano nella classificazione di Catone, metteva
in cima ad ogni coltura il prato[535], il che mostra che, da Catone
a Varrone, col progresso del tempo, la pastorizia aveva sempre più
acquistato il sopravvento sull’agricoltura.

Col divenire che Roma faceva un centro sempre più popoloso e
importante, il territorio, su cui aveva un’azione più diretta,
trasformava le sue colture, mercè una graduale selezione, per servire
a’ bisogni ognora crescenti e più vari della popolazione cittadina.

Le terre meno lontane e più adatte s’avviavano a fornire fiori, frutta,
legumi[536].

L’oliveto e la vigna, sotto l’impulso della crescente richiesta di olio
e di vino, erano tratti ad estendersi. Vi era, è vero, chi riteneva che
la vigna “divorasse il suo prodotto col suo “stesso dispendio„[537];
ma non mancava chi soggiungeva che, specialmente quando si posseggono
le cose inservienti alla cultura della vigna, questa non teme il
dispendio[538]. E Columella, prendendo le mosse dal prodotto minimo di
una vigna, mostrava che, mentre il capitale impiegato con l’interesse
del 6% avrebbe reso millenovecentocinquanta sesterzi all’anno, la
vigna, nella peggiore delle ipotesi e con un vignaiuolo costato
ottomila sesterzi, ne rendeva duemilacento[539].

Vi erano pure allevamenti, che, iniziati forse per mero diletto e per
il ristretto uso della casa e del podere, si allargarono, sopratutto
in vista della città crescente, sino a divenire importanti riprese del
podere o la sua produzione principale.

Oltre all’allevamento di animali da tiro e da soma, l’allevamento di
volatili, di api, di animali selvatici e qualche volta anche le piscine
erano capaci di dare guadagni non lievi[540].

Di queste ville, come si chiamavano le sedi di tali allevamenti, se ne
citava qualcuna che rendeva cinquantamila sesterzi; in un’altra, nella
Sabina, a poca distanza da Roma, la sola vendita de’ tordi avea reso
sessantamila sesterzi, il doppio di quel che aveva reso l’intero fondo
di Varrone, dell’estensione di duecento iugeri, su quel di Rieti[541].

I pavoni, in un caso citato da Varrone[542], rendevano 600.000
sesterzi. I colombi raggiungevano talvolta prezzi eccezionali[543]. In
un piccolo fondo di un iugero, nell’agro falisco, l’allevamento delle
api dava un reddito di diecimila sesterzi[544].

Così la cultura arborea da un lato, dall’altro gli allevamenti di tutte
le forme restringevano la cultura de’ cereali, sviliti di prezzo,
importati da regioni straniere, e si manteneva ancora in Italia là
dove, come nella valle del Po, vi era ancora una popolazione di coloni,
o dove l’importazione era difficile, o il terreno dava molto prodotto
come in Etruria, nell’agro di Sibari e in luoghi simili[545].

Intanto, la cultura arborea, dell’olivo specialmente, come la
pastorizia esigevano un concorso di persone minore che non la cultura
de’ cereali.

Per un oliveto di dugentoquaranta iugeri Catone calcola cinque operai,
tre bifolchi, un asinaio, un pastore, un porcaio, in tutto tredici
persone, di cui gli ultimi sette erano adoperati alla custodia e
all’uso di tre paia di bovi, alcuni asini e cento pecore[546]. Per
cento iugeri di vigna lo stesso Catone riteneva necessari sedici
uomini, tra cui il _vilicus_ e la _vilica_ e quattro uomini addetti
alla custodia e all’uso di due bovi e tre asini[547]; e per Saserna
bastavano otto operai soltanto[548].

È vero che Varrone[549] dà un valore relativo a questi calcoli, ma,
anche accettandoli con le debite riserve, resta sempre che il numero
delle braccia si andava limitando, e tanto più forse, quanto la
pastorizia più estesa forniva bovi da lavoro.

Quanto alle pecore era vario il numero de’ custodi. Varrone[550]
suggeriva un pastore per ogni ottanta pecore, Attico per ogni
centinaio; ma, quando sorpassavano il migliaio, lo stesso Varrone
osservava che se ne poteva ben ridurre il numero.

Per una mandra di cinquanta cavalli Varrone[551] fissa due uomini. Un
piccolo servo bastava poi alla cura degli asini[552]. E talora alla
custodia delle greggi e degli armenti venivano appunto adoperati donne
e fanciulli[553].

Durante questa metamorfosi dell’economia agricola e nel periodo che la
precedette e la preparò, tutto favoriva l’impiego sempre più diffuso
della schiavitù.

Il gravoso servizio militare, che distraeva i proprietari dalla
cultura de’ fondi, li obbligava a surrogare l’opera loro con altra
ugualmente stabile; e l’opera de’ servi doveva avere carattere di
continuità più di quella del lavoratore mercenario, a prescindere dalla
considerazione che, dal tempo di Polybio, già i minori abbienti stessi
erano arrolati[554], e dopo Mario l’esercito si reclutava anche tra i
proletari[555].

La stessa media e piccola proprietà dunque era spinta a far uso di
schiavi.

Che se alcuni fondi erano siti in luoghi remoti e lontani da centri che
potessero fornire l’opera mercenaria, l’impiego degli schiavi diveniva
una inevitabile necessità. Come mostra l’aneddoto di Attilio Regolo,
il mercenario, nell’assenza del padrone, facilmente abbandonava il
fondo[556] e contro lui non vi era, quando v’era, che un’azione civile,
mentre v’era ben altro modo di ricondurre al podere il servo fuggitivo.

I latifondi poi, che si andavano formando, per la loro destinazione a
pascoli o per la loro situazione in luoghi di recente dissodati e per
la loro stessa estensione, si trovavano assai spesso lontani da centri
abitati ed esigevano, per tante ragioni, la presenza e l’assistenza
continua di quell’_instrumentum vocale_, che, secondo l’espressione di
Varrone[557], erano gli schiavi.

Tanti degl’inconvenienti dell’opera servile non potevano ancora essere
sentiti e sensibili, in questo periodo, ne’ latifondi.

Si è già altrove rilevato, come l’opera degli schiavi è poco
produttiva, e s’accorda male con la coltura de’ cereali, la quale esige
un lavoro da un lato discontinuo, e, dall’altro, in date ricorrenze,
contemporaneo di molti.

Quanto alla scarsa produttività, essa è risentita quanto più i
prodotti, invece che al consumo, sono destinati ad essere messi
in circolazione sotto forma di merce; e inoltre la possibilità,
esistente in questo periodo più remoto, di avvicendare la terra e
mettere successivamente a coltura larghe estensioni di terre incolte,
dissimulava, se non elideva, la scarsa produttività del lavoro
servile. La varietà poi delle colture e dell’impiego del latifondo, ove
s’introducevano anche forme più o meno rudimentali d’industria, dava
agio di tenere variamente occupati nel corso de’ mesi gli schiavi, onde
il fondo era dotato. Ove poi si consideri come la pastorizia dilagava
continuamente, soverchiando ogni altra forma d’uso della terra, sarà
facile rilevare che una funzione continua e quasi inerte, come quella
de’ custodi del bestiame, poteva meglio essere disimpegnata da servi
che non da liberi. Per giunta, in uno stadio molto rudimentale della
pastorizia, si lasciava che tutto andasse innanzi e si svolgesse, si
può dire, automaticamente; e questi custodi di greggi e di armenti,
lasciati allo stato semi-selvaggio tra boschi e lande erbose, erano
talora abbandonati a sè stessi[558], perché provvedessero, alla peggio,
con ogni espediente e, all’occorrenza, anche con le rapine a’ bisogni
dell’esistenza. Questo sistema, naturalmente, era possibile assai più
con i servi che non con elementi liberi.

E a questa opportunità, per le condizioni del tempo sentita, di
impiegare schiavi, corrispondeva anche la facilità di ottenerli.

Le guerre fortunate e le conquiste si risolvevano in una sorgente
feconda di schiavi.

Lasciando stare i tempi più remoti, tra la sola fine del sesto e il
principio del settimo secolo di Roma, stando alla tradizione liviana,
erano stati ridotti in ischiavitù nel 544/210 dieci mila prigionieri
di guerra, nel 546/208 quattromila, nel 552/202 milledugento,
nel 554/200 trentacinquemila, nel 557/197 cinquemila, nel 564/190
millequattrocento, nel 587/167 centocinquantamila[559].

Il tempo successivo, che dischiuse a’ Romani le porte dell’Oriente e
vide le clamorose sconfitte d’incursioni barbariche e il consolidamento
e l’ampliamento del dominio romano in ogni verso, rese più feconda la
messe di schiavi[560].

Senza aspirare a determinare, con la precisione di cifre facilmente
illusorie, la popolazione servile[561], si può avere una idea del suo
sviluppo dal prodotto della tassa imposta alle manomissioni, la cui
sola introduzione è un sintomo per sè notevole, e che nello spazio di
centoquarantotto anni, dal 397/357 al 545/209, rese quattromila libbre
pesanti d’oro[562]. Ed è dalla fine del sesto secolo che la schiavitù
prende uno sviluppo anche maggiore.

Su’ prezzi medi di uno schiavo in questo periodo non è facile
pronunziarsi[563]; ma dovettero essere assai oscillanti.

Se di Catone è riferito che non pagava mai uno schiavo oltre le
millecinquecento dramme[564] e che, nella sua riforma del tributo,
considerò come oggetto di lusso uno schiavo al disotto di venti anni
del valore di diecimila sesterzi[565], il costo degli schiavi al suo
tempo non doveva essere elevato; e delle oscillazioni a cui potè andare
incontro e del livello a cui talvolta potè discendere, vale a darci
un’idea, la notizia che, nel bottino fatto nel Ponto da Lucullo, gli
schiavi si vendevano sino a quattro dramme[566].

Questa instabilità di prezzi, che, a lungo andare, avea anche i suoi
inconvenienti, doveva, nondimeno, specie ne’ primi rinvilii eccitare
tanto più il bisogno già sentito di schiavi.


V.

Se la conquista dell’Italia aveva apportata una tale metamorfosi
nell’industria agricola, anche maggiore fu la rivoluzione che nelle
abitudini, ne’ sistemi di vita, nelle norme generali della condotta
doveva introdursi per il contraccolpo di questa trasformazione e per il
successivo estendersi del dominio fino a’ paesi di cultura greca e poi
oltre il mare sino all’Oriente.

Tutte le raffinatezze del vivere, ignote o quasi a’ Romani, si
offrivano loro con l’attrattiva, la seduzione di una cosa nuova, a
cui era assai difficile il resistere; e tanto più difficile quanto
più si presentavano insieme le tentazioni e i mezzi di appagarle. Se
il trionfo di Papirio[567] avea recato a Roma gran copia di argento,
i trionfi successivi, da quello di Flaminino a quello di Silla[568],
riempirono d’oro l’Erario, e si stabilì un regolare riflusso di
ricchezza, sotto tutte le forme, dal mondo romano alla sua capitale.

Il denaro, smunto alle provincie, cercava dovunque un impiego,
negli appalti, nelle imprese commerciali, nell’esercizio dell’usura
a danno degli stessi provinciali; ma il declinare della ragione
dell’interesse[569] mostra che il capitale rimaneva ancora superiore
alla possibilità dell’impiego; e, sia in quanto produceva ingenti
lucri, sia in quanto rimaneva improduttivo, tendeva a disperdersi in
spese improduttive, a soddisfare quella voga crescente del lusso, che
diveniva sempre più un’abitudine e un bisogno.

La nuova e vecchia nobiltà, patrizia e plebea, di cui era stato già un
vanto la residenza in campagna e la cura dell’agricoltura, distolta da’
campi anche per la nuova fase dell’economia agricola, cercava dimora
stabile nella città; e, sotto l’impulso delle nuove forme di vita, le
case si ampliavano e si ornavano e le esigenze crescevano con vicenda
assidua e incalzante.

Volgere la larga massa di numerario e la ricchezza accumulata ad
una diretta produzione industriale, era cosa, oltre che prematura,
difficile e lenta; più facile e spedito era dirigerla al commercio,
che raccoglieva qua e là l’esuberanza della produzione più o meno
progredita. Così, pur tendendo a trasformarsi, restava ancora base
della produzione il lavoro casalingo. In queste condizioni il crescere
delle esigenze della casa importava necessariamente un aumento del suo
personale; e, quanto più, in quella vita sempre maggiormente mossa, gli
aggregati gentilizî si scioglievano e si allentavano i gruppi familiari
più numerosi e complessi, si doveva sentire il bisogno di supplire
all’elemento familiare meno numeroso con l’opera di un elemento
estraneo acquisito ch’era appunto la schiavitù[570].

Così, il bisogno dell’indispensabile come quello del superfluo, il
più elevato tenore di vita e l’abitudine del fasto, tutto contribuiva
a diffondere e moltiplicare anche nella vita cittadina quel numero
preponderante di schiavi che si era insinuato nella vita rurale e ne
formava omai la caratteristica.

A custodire l’entrata, ad annunziare, ad introdurre i visitatori,
a regolare i ricevimenti era adoperato uno schiavo[571].
L’alimentazione, quanto più crescevano il lusso della tavola e lo
sfoggio dell’etichetta, teneva occupata una vera coorte. A cominciare
da’ più umili e più travagliati, che, faticosamente, con un metodo
affatto primitivo, riducevano il frumento in farina, si andava sino
al maggiordomo, attraverso tutta una serie di servi incaricati della
cantina, della provvista del pane, della preparazione con tutta una
gerarchia di cuochi, di sotto-cuochi, di guatteri, a cui facevano
riscontro nella sala della mensa il direttore, quelli che preparavano
la tavola, i letti, gli scalchi, i distributori, i pregustatori, i
coppieri, i valletti posti a piedi de’ commensali e pronti ad ogni
loro cenno. La stanza da letto, il guardaroba, la toletta tenevano
occupata altra gente di servizio. Le donne poi si circondavano di
un vero stuolo, a cominciare dalle addette all’opere indispensabili,
come la tessitura e il cucito, per arrivare a quelle occupate in tutti
gli amminicoli che il gusto, la moda, la raffinatezza e spesso anche
la depravazione sapevano suggerire. Se nasceva un bimbo in una casa
magnatizia, non era appena nato che già era circondato di nutrici e di
tutta una comitiva di persone che gli stessero attorno per curarlo,
cullarlo, addormentarlo, mantenergli intorno il silenzio, mentre
dormiva.

A tutti questi si aggiungevano gli altri servi, che attendevano a
funzioni speciali necessarie a’ bisogni della casa e delle persone,
come il fabbro di varie specie, il gualcheraio, il barbiere, e, secondo
la grandezza e la magnificenza della casa, il giardiniere, il medico,
il copista, il segretario, il cassiere, i suonatori, i cantanti, i
bagnini.

Nè questa torma di servi si conteneva e finiva nella casa, ma seguitava
anche fuori, o che occorresse rischiarare la via al padrone e a’
suoi visitatori di notte, o che occorresse condurlo in lettiga, o
che bisognasse, specie in tempo di elezioni, rammentargli i nomi di
quelli in cui s’imbatteva e cui era opportuno anticipare il saluto o
ricambiarlo con la familiarità del conoscente.

Farsi precedere e seguire da una torma di servi era, a poco a poco,
divenuto come un segno di distinzione, un modo di darsi maggiore
importanza, e allora in quella gara di fasto e di vanità diveniva anche
questa una ragione per moltiplicare i servi e spiegarli come un indice
della propria opulenza[572].

L’elenco così minuzioso e differenziato delle varie categorie di
servi è stato in buona parte condotto sulle tracce epigrafiche, che
ci rimangono, dell’ordinamento della casa imperiale e sugli scrittori
dell’epoca imperiale; ma in parte se ne trova riscontro anche negli
scrittori dell’ultimo periodo dell’epoca repubblicana, a cui la materia
poteva dare occasione a farne cenno. Non di rado parecchie di quelle
funzioni ed incombenze, che sono enunciate con nomi distinti, si
trovavano raccolte in una stessa persona[573], tanto più quanto era
meno considerevole la casa; ma, con le ingenti fortune che si erano
venute cumulando negli ultimi tempi della repubblica, la tendenza a
questa divisione di lavoro, e si potrebbe talora dire anche d’ozio, si
faceva sempre più insistente. Cicerone[574] stesso trovava di cattivo
gusto l’affidare a un solo schiavo funzioni disparate.

D’altra parte tutte quelle opere gigantescamente faticose, come le
gettate in mare, l’artificioso mutamento dell’aspetto de’ luoghi e
le opere di genere voluttuario, quali i giardini con i loro parchi,
le loro piscine e tutte le bizzarrie e gli abbellimenti suggeriti dal
capriccio, di luculliana memoria, lasciano concepire e travedere lunghe
torme di schiavi messi per lunga durata, senza interruzione e senza
tregua, a domare con la crudele ostinazione dell’uomo l’inerte e dura
resistenza della materia bruta.

I giuochi del circo, poi, gli spettacoli gladiatorî, caratteristici
della vita romana, che, a preferenza di ogni rappresentazione teatrale,
divennero la vera festa nazionale romana[575], importavano un altro
notevole aumento di schiavi, una requisizione permanente destinata a
rinnovarsi continuamente.

I funerali, il conferimento di magistrature, la ricorrenza di solennità
cittadine divenivano tutti occasione e fomite di questi tragici
giuochi; e, a misura che il gusto stracco si sentiva stuzzicato da
quell’aere sensazione del sangue versato per trastullo e l’uso si
estendeva da’ più a’ meno ricchi, dalla capitale alle provincie,
crescevano queste legioni di dilettanti della morte, di cui ben presto
i padroni stessi avrebbero poi fatto una così amara esperienza.

La schiavitù, così, si diffondeva e sviluppava straordinariamente,
alimentata dalle guerre e dalla pirateria, fecondata, in città e in
campagna, da una nuova fase della vita economica, adoperata, nella
complicazione crescente de’ rapporti sociali, alla soddisfazione de’
moltiplicati bisogni, impiegata dallo Stato stesso nel vario estendersi
delle sue funzioni, dalle società e da’ privati nella gestione delle
loro industrie e de’ loro commerci, divenuta mezzo di produzione in
mano di alcuni, strumento e fomite di raffinatezza in mano di altri
e, in mano a molti altri, materia prima di speculazione, come oggetto
d’incetta, mezzo di scambi, investimento e forma notevolissima di
proprietà mobiliare e mezzo di far valere e mettere in movimento ogni
altro genere di ricchezza.


VI.

Date le vicende e le condizioni dell’evoluzione economica nel mondo
romano, l’impiego della schiavitù diveniva sempre più indispensabile,
come inevitabile n’era stata la estensione. Ma oltre a questo suo
carattere di necessità, la schiavitù era fatta per presentare, a primo
aspetto almeno e alla superficie, le apparenze de’ maggiori vantaggi,
anche là dove fosse stato possibile — ciò che in molti casi non era —
avere libertà d’elezione tra lo schiavo e il lavoratore libero.

Possedere, oltre al mezzo di produzione, la forza che lo doveva mettere
in movimento; avere in propria mano una forza di lavoro, che fosse
come la continuazione e la moltiplicazione della propria energia, atta
ad essere adoperata senza interruzione e padroneggiata a discrezione
e diretta a proprio talento; doveva sembrare, a prima vista almeno,
quanto di meglio si potesse desiderare. E l’agricoltura del tempo
di Catone e di Varrone, che tendeva a limitare a’ casi puramente
indispensabili l’impiego del lavoro libero[576], obbediva insieme allo
stato di fatto di quel periodo e a quest’ordine di considerazioni.

Pure una più lunga e più approfondita esperienza doveva venire
sviluppando e mettendo in luce, gradatamente, tutti gli inconvenienti e
gli svantaggi della schiavitù.

Quando Catone consigliava di acquistare il fondo rustico là dove fosse
possibile, all’occorrenza, avere de’ mercenari[577], riconosceva con
ciò, implicitamente, l’utilità, di una forza di lavoro impiegata e
pagata soltanto pel periodo limitato di tempo, in cui adempisse una
funzione utile.

Quando Varrone suggeriva di adoperare ne’ luoghi e ne’ lavori malsani
lavoratori liberi piuttosto che servi[578], veniva a riconoscere tutti
i danni e gli svantaggi della mortalità degli schiavi.

Quando lo stesso Catone consigliava di vendere lo schiavo divenuto
vecchio ed inutile[579], segnalava, anche senza volerlo, gli svantaggi
di uno strumento di lavoro che funzionava a pro’ del padrone, ma si
esauriva anche a suo danno.

Possedere schiavi voleva dire avere impiegato nel loro acquisto un
capitale, che altro ne esigeva per mantenersi, e correre quindi tutti i
rischi della perdita, del rinvilio, dell’improduttività e dell’inerzia
che, per tempo più o meno lungo, lo rendesse infruttifero.

Le condizioni sanitarie specialmente de’ grandi centri di popolazione
nell’antichità erano peggiori che non ne’ tempi nostri[580]. La
durata media della vita era, per quanto si può calcolare da dati di
valore approssimativo, un po’ inferiore, anche per i liberi a quella
de’ giorni nostri[581]. Oltre alle malattie ordinarie, derivanti da
uno stato malsano, si succedevano a non lungo intervallo epidemie
pestilenziali e contagiose, che facevano strage. Se ne trova menzione
nella tradizione del tempo più antico[582], e, a misura che si procede
più innanzi e le notizie si fanno più distinte, si trova traccia di
epidemie come quelle degli anni 23 e 22 a. C. che desolarono l’Italia,
di quella dell’anno 65 d. C., in cui i libri della Dea Libitina
registrarono trentamila morti soltanto de’ più agiati; e più gravi
furono quella del 79 d. C., quando la mortalità giornaliera toccò la
cifra di diecimila, e quella che, cominciata nel 162 a Babilonia, si
propagò a tutto l’impero, durando sino al 180 e riproducendosi nel
187-9 sotto Commodo[583].

È facile immaginare come e in qual numero dovessero soccombere gli
schiavi in queste epidemie, e come la loro mortalità, d’ordinario così
notevole, dovesse essere grande, specialmente, per quelli importati
dall’Oriente ed obbligati a vivere in condizioni di clima e spesso
anche di stato sociale diverse da quelle cui prima erano avvezzi.

A ciò si aggiungevano le carestie, non infrequenti[584] date le
difficoltà di comunicazioni e di approvvigionamento, a cui si cercò di
riparare a Roma con un ordinamento sempre più largo dell’annona; ma i
suoi benefici erano limitati a Roma e a’ cittadini, nè si estendevano
a’ servi. La cosa aveva tale valore pratico che Cicerone, nel libro su’
doveri[585], si proponeva il quesito, se in caso di carestia potesse
un uomo onesto trascurare di alimentare i suoi schiavi; e, benchè
Cicerone risolvesse la questione da un punto di vista morale, non si
può non tener conto di tutti gl’imbarazzi, che creava il possesso di
servi nel caso di carestia, e che, alla men peggio, andavano a finire
in una vendita di essi al ribasso o in una manumissione, o, in ogni
caso, si risolvevano, come suole avvenire in tutte le carestie, in
un deperimento lento de’ malnutriti e in una abbreviazione della loro
esistenza.

I delitti degli schiavi, poi, che nella classe servile dovevano
essere più frequenti per lo stesso loro stato di depressione e per la
progressiva degenerazione indotta dalla loro condizione, esponevano il
padrone, tenuto conto delle penalità più severe comminate a’ servi e
della responsabilità civile del padrone, alla perdita dello schiavo e
a tutti i danni che importava la riparazione del fatto suo criminoso o
colposo[586].

La norma introdotta di tenere responsabili tutti i servi di un delitto
commesso nella casa e di cui non si rintracciasse il preciso autore, si
doveva convertire in un vero disastro per il padrone[587].

La tortura, cui erano sottoposti gli schiavi chiamati a deporre in
giudizio, le fughe non rare, nè sempre impedite, le mutilazioni e le
debilitazioni, cui i servi andavano soggetti nell’esercizio del loro
mestiere, e tanto forse più frequenti quanto più esorbitanti erano i
lavori imposti e minori le cure e le precauzioni; tutte queste cose
rappresentavano tanti altri danni e rischi per il padrone. Le misure
dirette ad evitare alcuni di questi danni o a sminuirne il rischio,
anche riuscendo, importavano sempre una maggiore spesa.

Oltre poi a tutti questi che potevano considerarsi come casi
straordinari, o potevano essere cosa di più lontano e lento effetto,
come la mortalità; molti altri inconvenienti sovvenivano, più vicini e
continui.

Una delle maggiori preoccupazioni de’ padroni, che si riflette
ripetutamente e con insistenza negli agronomi, era la cura di non
tenere inoperosi questi schiavi, che rappresentavano al tempo stesso
un capitale fisso e circolante, un impiego ed una spesa corrente.
Ma, per quanto essi facessero, ciò non sempre poteva loro riescire
completamente.

Dove le culture erano variate, era più facile adoperare successivamente
gli schiavi in lavori d’ordine vario, adatti alle diverse stagioni,
senza peraltro che si potesse mettere rimedio agli ozi forzati e talora
assai lunghi voluti dalle vicende atmosferiche e dal corso della
vegetazione. Ma, dove, come poteva accadere ne’ fondi più limitati
o in paesi di clima e di costituzione meno propizia, la coltura
era uniforme; s’imponeva la scelta tra un personale insufficiente o
esuberante, con tutti gl’inconvenienti dell’una cosa e dell’altra
e la necessaria dipendenza dalla mano d’opera mercenaria. Sotto
questo rapporto, al pari che da altri punti di vista come la minore
produttività e il rapido sfruttamento della terra, la schiavitù,
secondo è stato bene osservato[588], appare come il termine correlativo
del latifondo, causa ed effetto di essa, ad un tempo.

A questi ozî forzati sembravano forse rimedio quelle intraprese
sussidiarie di genere industriale, che, sotto le forme più modeste di
industria casalinga o sotto quelle più sviluppate di fabbrica, andavano
sorgendo nelle tenute di campagna, favorite anche dalla presenza
della materia prima, dal minor costo de’ lavoratori. Ma quest’impiego
alternato degli stessi servi in lavoro di carattere diverso precludeva
tutti i vantaggi della divisione del lavoro, e si ripercoteva così
sotto forma di altri inceppi e di altri inconvenienti sull’uso degli
schiavi.

La continuità del lavoro, poi, anche quando non era elusa con tutti
gli espedienti[589], e le trovate che la malavoglia, l’astuzia e altri
sentimenti consimili potevano suggerire, non sopperiva alla qualità
deficiente del lavoro, dovuto all’incuria, all’inesperienza, alla
mancanza d’interesse.

Nell’esporre le forme sempre più differenziate e complesse, che
l’agricoltura veniva assumendo, gli agronomi hanno, non di rado,
occasione di notare come a certo genere di lavori, di colture e
di allevamenti occorresse avvedimento, solerzia ed abilità non
poca; tutte cose che spesso mancavano agli schiavi per la brutalità
deprimente, in cui crescevano, e spesso anche erano trascurate, come
un modo di reazione verso il padrone. In ogni caso la maggiore abilità
rappresentava un valore ed un costo maggiore. Columella[590] nota bene
come il buon vignaiuolo costava ottomila sesterzi, e tutti quelli che,
per impotenza o per inesperienza, credevano di potergli sostituire uno
schiavo d’accatto, s’accorgevano alla raccolta quanto fosse errato il
calcolo dell’avaro, o impotente il proprietario a corto di capitale.
E il guadagno che Catone faceva, istruendo o facendo addestrare gli
schiavi inesperti per poi rivenderli[591], mostra quale differenza vi
dovesse essere tra il prezzo di alcuni e di altri.

In verità la lentezza de’ progressi dell’agricoltura nel mondo antico è
in gran parte dovuta all’impiego degli schiavi.

Vi è chi calcola[592] che, indipendentemente da ogni moderno uso di
macchine, l’agricoltura romana impiegava il quadruplo o il quintuplo
de’ lavoratori che noi impieghiamo per ottenere lo stesso prodotto.

Il sistema della mietitura in Italia era peggio che rudimentale; e
basti dire che si tagliavano, in due volte, prima le spighe e poi
gli steli[593], ciò che, oltre a tutti gli altri inconvenienti, avea
quello di raddoppiare il lavoro. Si conosceva anche talvolta il mezzo
di accrescere il prodotto[594], ma non veniva usufruito. Mancava
l’impulso, che, come con una pressione costante, spinge a produrre più
e a più buon mercato; mancava l’iniziativa e l’interesse di chi è a
diretto contatto con i campi, e, contendendo con gli altri produttori
e con la natura stessa, cerca di accrescere la produzione della sua
azienda. Il piccolo possidente, per la scarsezza de’ suoi mezzi, per
la ristrettezza de’ suoi orizzonti, per la piccolezza del fondo che
lo rendeva inadeguato agli esperimenti e a certi mezzi più costosi di
produzione, come, sempre, era disadatto all’introduzione di metodi
di cultura nuovi e più progrediti e rimaneva stretto a’ sistemi
tradizionali, compensandone in qualche modo l’insufficienza con un
lavoro più assiduo, più esercitato e sorretto dal diretto interesse.

Il latifondo italico si volgeva agli allevamenti e alla produzione de’
generi di consumo richiesti da’ centri cittadini vicini e da Roma;
e la produzione de’ cereali, divenuta molte volte sussidiaria[595],
riesciva a mantenersi in una proporzione limitata per la possibilità
di reintegrare la terra sfruttata col concime dato dagli abbondanti
allevamenti, per l’abbondanza degli schiavi, per la sua lunga esenzione
da’ pesi che gravavano le terre provinciali. Impiegare capitali nella
terra, intensificarne la coltura, oltre che inutile, sembrava molte
volte rischioso[596]. Così l’agricoltura italica procedeva stracca,
quasi per virtù d’inerzia, con un automatismo, di cui la forza iniziale
ogni giorno si veniva sperdendo.

E non è senza interesse il notare come la maggior parte de’
miglioramenti ne’ mezzi di produzione e specialmente negli strumenti
rustici venisse dalle provincie, specialmente dalle Gallie.

Dall’Africa veniva un istrumento da trebbiare più progredito
(_tribula_)[597], che si sostituiva al metodo affatto primitivo di
trebbiare in uso in Italia.

Ma progressi anche maggiori vennero dalle Gallie.

Ivi un sistema più razionale d’innestare le viti[598]; ivi meno
dispendiosa e più razionale la falciatura dell’erba.

Era dalle Gallie che veniva la nuova forma d’aratro a ruote, che,
riversando le zolle e sommergendo l’erbacce, rappresentava un notevole
progresso[599]. Nelle Gallie stesse, non solo la mietitura non
esigeva un lavoro doppio come in Italia, ma si faceva con una specie
di macchina, spinta da animali e guidata dall’uomo, che importava un
grande risparmio di tempo e di fatica[600].

E non si trattava di fatto casuale, nè di ragioni meramente accidentali.

L’introduzione dell’ultimo ingegnoso e complicato ordigno non era
dovuto, come un antico voleva, alla necessità da parte de’ Galli di
utilizzare la paglia: anche nell’agricoltura italica, come si rileva
dal libro di Catone, la paglia era molto utilizzata, e più ancora se
ne sentiva il bisogno appresso, a’ tempi di Palladio, col ridursi della
coltura de’ cereali.

La ragione forse n’è ben più intima e complessa.

Da quel poco che ci dice Cesare della Gallia preromana[601], dalle
sue notizie sullo sviluppo della clientela e l’esercizio dell’usura,
che riproduceva uno stato sociale analogo a quello di Roma nel periodo
di maggiore sviluppo del _nexum_, si può argomentare che la schiavitù
non vi era sviluppata in maniera notevole. Ora la conquista romana, le
strade, che mettevano sempre più in relazione le varie regioni della
Gallia con la provincia narbonense e con un emporio commerciale come
Marsiglia, fecero sì che, in periodo relativamente breve, la terra
coltivata si dovette allargare a spese de’ boschi e delle paludi; e la
relativa scarsezza di lavoratori e il costo della mano d’opera, come
accade, costringeva a cercare loro un surrogato ne’ mezzi meccanici,
conciliabili con lo stato de’ tempi e suscettibili di compiere il
lavoro con risparmio di tempo e di opera umana. Per giunta il tributo,
da cui per tanto tempo il suolo d’Italia andò esente e che gravava
invece il suolo delle provincie, obbligava queste, se col suo eccesso
non ne stremava la potenzialità economica, a cercare e praticare le
forme e i metodi di cultura meno dispendiosi e più rimunerativi[602].

Ma, a misura che il terreno sfruttato diveniva più ingrato e la
concorrenza si faceva più viva e la vita economica più complessa; a
misura che le conseguenze stesse dell’economia servile, accumulandosi,
divenivano più sensibili; si faceva strada in maniera sempre più
distinta e insistente la nozione della improduttività e degli svantaggi
del lavoro servile. Si veniva maturando il tempo, in cui Plinio[603]
avrebbe detto che la peggiore cosa era affidare la cultura de’ campi a’
servi degli ergastoli, il cui lavoro è poco produttivo come tutto ciò
che si fa da disperati. È una specie di ravvedimento che si scorge già
spesso in Columella, il quale, se anche non condanna in forma astratta
ed assoluta il lavoro servile, lo viene a condannare in concreto per la
maniera, come lo vedeva funzionare sotto i suoi occhi[604].

E la condanna del lavoro servile risultava anche implicitamente dalla
condanna che sempre più colpiva il latifondo[605], termine correlativo
della schiavitù e delle forme affini, ne’ tempi e ne’ luoghi di uno
stato agricolo rudimentale.

Anche poi a chi non appariva la relazione stretta, che correva tra la
schiavitù e questo stato di malessere dell’agricoltura, non potevano
rimanere occulti, nè passare inosservati, tanti altri fatti, che per
la ripetizione continua e la quotidiana esperienza di ognuno o per la
loro stessa grandiosità si rendevano perspicui agli occhi di ognuno
ed esercitavano automaticamente la loro azione, come impulso a cercare
surrogati della schiavitù.

Già nella più antica tradizione appare come i servi fossero considerati
quali un pericolo permanente, pronti a servire d’istrumento in mano
agli ambiziosi e a’ ribelli, disposti a tendere la mano a’ nemici in
occasione di qualche assalto[606]. Ora, quanto più il loro numero si
andava accrescendo e si trovavano insieme in grandi masse, lo spirito
di rivolta ed il proposito di emancipazione ne aveano eccitamento ed
aiuto.

Nel 335/419 si ha già l’esempio di una vera e propria cospirazione
diretta a occupare il Campidoglio e mettere in fiamme la città[607]; e
l’ardimento del proposito e la preoccupazione che destò, mostrano come
si fosse sviluppata la schiavitù e quanto grande fosse il pericolo.

Col secolo sesto e coll’ampliarsi dell’economia servile, congiure e
rivolte divengono sempre più gravi e pericolose, come quella di Apulia
del 569/185, dell’Etruria del 558/196, del Lazio del 556/198, dove
gli schiavi furono a un punto d’impadronirsi per sorpresa di Setia e
Preneste[608].

Nel 621/133 centocinquanta schiavi venivano decapitati a Roma,
quattrocentocinquanta a Minturnae, quattromila a Sinuessae; e
contemporaneamente rivolte più vaste scoppiavano a Delo, nelle miniere
dell’Attica, nel regno di Pergamo[609]. Più tardi altre ne accadevano a
Nuceria, a Capua, nel Bruzio, e quel che dovea fare più sensazione era
vedere alla testa degli schiavi Vezio, un cavaliere romano, contro cui
bisognava che movesse un console con una legione[610].

Le congiure e le rivolte prendevano aspetto e proporzioni di guerre,
come mostravano le guerre servili della Sicilia e quella de’ gladiatori
in Italia.

In Sicilia l’economia servile avea avuto tutto il suo più completo
sviluppo.

La dolcezza del clima e l’avvicendarsi de’ monti e de’ piani, de’
boschi e delle marine la rendeva adatta ad una pastorizia esercitata su
larga misura, che infatti vi era fiorita con tanto rigoglio, riflessa
perfino in una speciale forma letteraria.

La sua naturale fecondità, la sua relativa vicinanza a Roma, di cui
vezzeggiativamente era detta un _fondo suburbano_ e l’incetta di
frumento che Roma preferibilmente vi faceva ad alimentare la sua plebe
e a provvedere a’ bisogni della sua annona, portava, finchè le cause di
decadenza non si vennero svolgendo, a dare un impulso sempre maggiore
alla cultura del frumento.

L’economia agricola siciliana poi si presentava con alcuni suoi
caratteri particolari.

I lunghi dissensi civili seguiti dalle lunghe guerre aveano operata una
selezione accentratrice nella classe de’ proprietari, e il latifondo,
favorito anche dalle condizioni topografiche e idrografiche della
regione e rimasto poi sempre come il tipo dell’economia agricola
dell’isola, si era venuto sempre più formando e allargando sotto
l’azione delle devastazioni, delle confische, delle successioni
avvenute in un periodo così lungo e così agitato, e del lusso, figlio
di tutti i bisogni di un più elevato stadio di civiltà.

In un paese esportatore, come la Sicilia, facilmente l’agricoltura
da un semplice mezzo di vita si converte in una industria; ma la
conquista romana era fatta per imprimerle viepiù questo indirizzo. La
tendenza alla speculazione, fomentata e promossa nella società romana
dalla progrediente accumulazione di ricchezze, in nessun luogo poteva
trovare uno sfogo più facile e impiego e più comodo come nella vicina
Sicilia sotto forma di acquisti di terre, di appalti, di locazioni di
fondi rustici. L’una intrapresa, come accade, ne richiamava un’altra
e portava ad associarne una terza. Era anche quello il tempo in cui
le guerre fortunate e la crescente estensione del dominio romano
fornivano a dovizia gli schiavi; e la Sicilia, gettata come un ponte
tra i punti più diversi del mondo soggiogato, in prossimità de’ più
fiorenti mercati di schiavi, a contatto diretto con la pirateria, che
ne forniva in abbondanza, era forse de’ paesi dove più facilmente e a
più buon mercato si potesse procacciarsi degli schiavi, completandone
all’occorrenza, in certi lavori temporanei e sussidiari, l’opera col
concorso di un proletariato miserabile[611].

Le aziende agricole vennero così in gran parte in mano di membri
dell’ordine equestre romano e di altri speculatori: tutto l’agro
leontino, il più ricco e il più fecondo, avea solo ottantaquattro
fittavoli, il cui numero si andava sempre più restringendo[612].
Intanto il pagamento delle decime, l’incetta pubblica stabilita dalla
legge _Cassia Terentia_ a prezzi determinati dallo Stato, le vessazioni
che non mancavano[613], congiunte al bisogno di assicurarsi un margine
di lucro e all’avidità di ampliarlo, portavano a restringere quanto
più fosse possibile le spese di produzione; e la maniera più facile
e più comoda, specialmente per latifondisti lontani, era quella di
ridurre, quanto più fosse possibile, il costo di manutenzione degli
schiavi. Il paese meridionale, che comportava un meno elevato tenore
di vita ed un’agevole soddisfazione di più immediati bisogni, favoriva
anche meglio questa tendenza; ma, quando le cose si spinsero a tal
punto che i padroni si credettero talvolta dispensati perfino di dare
il minimo indispensabile a’ loro schiavi rustici e indicarono loro il
brigantaggio e il ricatto come mezzo di sussistenza[614] le difficoltà
della vita spinte all’estremo e l’esempio proposto si ritorsero contro
gli stessi padroni e portarono a una vasta sollevazione.

La guerra, durata una prima volta tre anni (620-22/134-2) pose a dura
prova i Romani[615] e la loro signoria sull’isola, e mostrò in quello
_strumento vocale_, come lo chiamava Varrone, in quel gregge umano doti
di valore, d’intelligenza e qualche volta anche di temperanza, atte ad
essere per i loro padroni oggetto di molta meditazione.

La sollevazione fu alla fine repressa, ma si potè dire domata più che
vinta: risorse infatti, poco meno che un trentennio dopo (651/103)[616]
con uguale ostinazione e con intento non diverso, e, domata anche
questa volta a grande fatica, seguitò a serpeggiare sotto forme più
occulte e attenuate, ma anche più persistenti[617].

Nè meno grave fu la guerra di Spartaco(681-2/73-2)[618], che potè
mettere le turbe di animali da soma e da macello di fronte agli
eserciti consolari e sconfiggerli, e rinnovò la guerra in Italia,
quando pareva che ormai non vi dovesse più riapparire, riproducendo,
sotto certi aspetti, le preoccupazioni e i terrori della guerra
annibalica[619].

Erano queste le rivolte grandi ed aperte, gravi e pericolose, ma che
pure si potevano combattere con le armi e stornare come un pericolo che
non s’ignora. Senonchè, accanto ad esse e più ancora col loro sparire,
v’era la reazione lenta, insidiosa, continua, fatta di resistenze
passive, d’inerzie, d’inganni, che non si vinceva e non si domava, se
non per farla rinascere sotto altre forme più accanita.

In tutta l’antica tradizione romana compare sempre lo schiavo, che
denunzia una congiura, lo schiavo corrotto per tradire il padrone[620].
Era il nemico introdotto nella casa ed appostato nell’ombra, pronto
sempre a prendere la rivincita dello stato di soggezione in cui era
tenuto, dell’umiliazione in cui viveva, delle sofferenze che non gli
potevano mancare. E nel lungo periodo delle guerre civili gli schiavi
non mancarono di fare la loro parte[621]. Qualche scrupolo, ch’era come
un inconsapevole senso di solidarietà della classe dominante, finiva
per cedere all’interesse individuale e diretto del momento e, con un
espediente legale, si rompeva il rapporto esistente tra servo e padrone
e si raccoglieva la denunzia[622].

Ma, fuori anche di questi casi straordinarî, non era senza le più gravi
conseguenze l’infiltrarsi e l’allargarsi nella società romana di una
categoria sempre più larga di esseri, considerati, per abitudine, a
una stregua diversa da tutti gli altri uomini: non solo riguardati in
modo diverso dalle leggi, ma tenuti e fatti estranei a un complesso
almeno di sentimenti, di abitudini, di riguardi, che formavano la vita
morale degli altri e ne regolavano, ne contenevano in certi determinati
confini i rapporti.

Tutti i maggiori impulsi al ben fare, come il sentimento della gloria,
quello dell’onore, che elevavano le regole della condotta e, rendendo
la vita conforme a virtù, giungevano sino all’alta concezione del
dovere, fine a sè stesso, tutte queste cose, per la sfera in cui esso
viveva e per la sua mancanza di stato civile e politico, erano per
lo schiavo lettera morta. Lo stesso senso di devozione, che talvolta
nobilita ed eleva chi dedica tutto sè stesso ad un altro, e in un certo
senso avrebbe potuto essere come una idealizzazione del rapporto di
schiavitù, trovava spesso inciampo nelle durezze e ne’ contrasti della
vita quotidiana; e, in ogni modo, perdeva d’importanza morale per il
carattere non volontario ma coatto dello stato servile ed era capace di
abbassare ancor più lo schiavo, facendone uno strumento cieco in mano
di un padrone cattivo, capriccioso, dissipato.

Niente è più desiderabile che uno stato di vera uguaglianza civile,
in cui il desiderio smodato e l’azione eccessiva di ciascuno trovano
un limite permanente e un freno salutare nella legittima aspirazione
ed azione di altri membri del corpo sociale, il quale così riesce una
forma di coesistenza utile alla massa e agl’individui.

Niente invece è più deleterio di uno stato sociale, in cui una classe
possa essere impunemente degradata e i diritti di molti negati o
impunemente violati, così che alla coordinazione si sostituisca
una subordinazione fraudolenta o violenta, e gli uomini, invece di
esistenze autonome cospiranti reciprocamente al proprio benessere,
divengano strumenti in mano di altri uomini. Come ebbe a dire un
cortigiano, ma non servo: “Non ci si appoggia se non su ciò che
resiste„; e, dove la resistenza vien meno, viene a mancare ogni base
sicura di moralità e di progresso. La facoltà dell’abuso ne diventa
il fomite e il generatore immancabile; la intemperanza e la mancanza
di freno producono la degradazione in alto, e l’oppressione e le
conseguenze di ogni eccesso patito la producono in basso; e così la
corruzione, per l’intima solidarietà del corpo sociale, dilaga per
tutto, e la società si adagia in un parassitismo che la estenua e la
dissolve.

Posti tra gli estremi della obbedienza cieca e della ribellione,
gli schiavi piegavano, come verso una risultante, ad una via di
mezzo, feconda di mezzi termini, di astuzie, di espedienti, qualche
volta ricalcitrando, più spesso cedendo, opponendo la frode alla
violenza e cercando quell’adattamento all’ambiente, che, di dedizione
in dedizione, sogliono cercare i deboli, salvo a trovare, con la
inconsapevole tenacia de’ deboli, tutta una serie di sostitutivi, che,
se non ristabilisce in qualche modo l’equilibrio a favor loro, fa,
inconsciamente, le vendette della loro disfatta.

Quello che fu detto della Grecia vinta, che, soggiogata, soggiogò
Roma, potrebbe, sotto un certo aspetto, ripetersi di questi schiavi,
che, arrivando a Roma da paesi di coltura greca, vi esercitavano
tutta l’azione resa possibile da una superiorità intellettuale o dalle
abitudini della vita vissuta in mezzo a società più raffinate.

Ministri e ministre di voluttà, avvincevano i nipoti di Romolo, che
l’avevano incatenati, in una rete di fili sottili ma inestricabili, ove
andavano a perdersi il loro vigore e le loro sostanze.

Pedagoghi, si assidevano nella casa; e, per quanto tenuti in una
posizione inferiore e magari disprezzati, divenivano i formatori
intellettuali dei loro padroni.

Lo stato di soggezione loro e di ogni altro servo e la forzata
compiacenza li faceva istrumenti e complici di ogni intrigo de’ figli
di famiglia.

Si vedeva il servo lesinata la razione od escluso da’ varî diletti
della vita? Ed egli, facendo onore al suo nome antico (_fur_)[623], se
ne rifaceva rubando.

Non poteva liberamente informare alla sua volontà le sue azioni
e sostenerne a fronte aperta la coerenza? Ed egli ricorreva alla
menzogna, che in lui, così, non soltanto non veniva chiamata vizio, ma
arte; non solo arte, ma virtù[624]. Infatti per la degenerazione dei
sentimenti, che corrisponde alla degenerazione de’ rapporti sociali,
virtù diventa, o ne usurpa il nome, in un determinato ambiente e per
quello a cui è utile, tutto ciò che costituisce un impreteribile mezzo
di difesa, un inevitabile espediente di vita. Il servo è ingannatore
(_fallax_)[625] per antonomasia, e, all’occasione, è anche spergiuro.

E, quando di fronte alla verga il servo giunse a sorridere, e la
dignità e la sensibilità d’uomo furono così bene cancellate in lui,
che, col cinismo il quale non costa più nemmeno uno sforzo, celiò sulle
lividure, onde era rigata la sua pelle[626]; il padrone si dovette
sentire disperato ed impotente innanzi all’apatia di questo bruto, come
Zeus di fronte alla divina, incoercibile coscienza di Prometeo.

Era l’eroismo capovolto: l’estrema degradazione che toccava l’estrema
dignità; l’estrema servilità che rivendicava la libertà; l’ultimo
abbassamento che fiaccava il dispotismo.

L’adattamento divergente, nel corso del tempo, ad Euno, ad Atenione, a
Spartaco aveva sostituita quest’altra forma di ribelli, la cui azione
era più lenta ma anche più sicura.

Così i tarli lavorano assidui, di notte e di giorno, in ogni punto
della casa, intesi e non curati, pazienti, finchè la trave, che
resisteva al colpo iroso e replicato della scure affilata, si spezza e
il tetto rovina.

Nell’economia agricola, non meno che in città, per un altro verso
diveniva deleteria l’azione de’ servi. Specialmente quando, come
accadeva ne’ fondi lontani, non erano sotto l’immediata vigilanza
del padrone, si davano alla rapina piuttosto che alla cultura[627]:
maltrattavano i bovi di lavoro, trascuravano il bestiame, non
lavoravano la terra come si dovea, portavano come sparsa più semente di
quella che fosse stata sparsa in realtà[628].

Un mezzo per lo schiavo di procurarsi l’ozio era quello di danneggiare
gli strumenti agricoli, senza i quali era impossibile compiere il
lavoro; onde gli agronomi si vedevano costretti a consigliare al
proprietario del fondo di avere in doppio gli utensili necessarî[629],
ovvero di avere un fabbro che li riparasse[630]. Nè sappiamo, se ed in
quanto questo rimedio giovasse.

Le malattie vere e le finte, le disparizioni, l’impiego anche, pare, in
opere pubbliche erano del pari tanti mezzi ed occasioni di perdite pel
padrone[631].

Di fronte a tutti questi inconvenienti lo stesso prezzo tenue, a cui
gli schiavi, in qualche periodo, avevano potuto essere comperati, poco
giovava. Anzi, sotto un certo aspetto, l’oscillazione così forte, anzi
gli sbalzi de’ prezzi degli schiavi, determinati da guerre fortunate,
da larghe importazioni e da carestie, riescivano di danno per quelli,
che aveano investito in servi una notevole parte della loro sostanza,
e, costretti repentinamente a vendere, sentivano tutti i danni
dell’improvviso ribasso. Ciò doveva senz’altro, come qualunque impiego
poco stabile e sicuro, dissuadere dall’acquisto.

Si aggiungeva poi il caro crescente de’ viveri[632] in mezzo al
decrescere de’ prezzi degli altri generi, e l’impossibilità di giovarsi
per gli schiavi de’ provvedimenti dell’annona, specialmente delle
distribuzioni gratuite di frumento.

Tutto questo complesso di fatti economici e di condizioni morali, che
ne derivavano, di casi ordinari e straordinari della vita rendevano
sempre più malagevoli i rapporti reciproci de’ padroni e degli schiavi,
e anche quando non li rendevano più aspri, per lo meno li rendevano
più incommodi. I padroni, pur senza potersene ancora completamente
dispensare, trovavano molesto l’uso degli schiavi; e passava in
proverbio il detto: “_Tanti schiavi, tanti nemici_„[633]; e si rendeva
possibile, più tardi, il tipico epitaffio — il quale, magari non
essendo vero, meriterebbe esser tale; tanto bene risponde alla realtà
del tempo — di un padrone che faceva scrivere sulla sua tomba di avere
accolta come una liberazione la morte per emanciparsi dalla servitù de’
suoi servi![634].


VII.

Oltre a tutti questi inconvenienti che, come un intimo male, venivano
rodendo l’istituto della schiavitù, v’era tutto un disquilibrio
sociale, che la schiavitù determinava quanto più si allargava, e che,
provocando una inevitabile reazione, poteva soltanto trovare la sua
risoluzione in una profonda trasformazione del modo di produzione.

Il latifondo e la progressiva concentrazione della ricchezza, resi
possibili e favoriti dalle nuove condizioni, che all’economia agricola
e al commercio avea creato la conquista dell’Italia, avevano trovato
e trovavano un impulso ed un ambiente propizio in tutte le vicende
della successiva storia di Roma. La schiavitù, il cui sviluppo avea
avuto luogo simultaneamente, come termine correlativo di quella nuova
fase della vita economica, divenuta omai il sostrato dell’economia
del mondo romano, esercitava su di esso una pressione più o meno
consapevolmente avvertita ma continua, costringendolo a dirigere la sua
attività politica e sociale con moto sempre più vivo, nel senso che era
compatibile con quell’estensione del lavoro servile e consentaneo alle
sue condizioni di esistenza.

La schiavitù, in generale, da un lato, per la scarsa produttività del
lavoro servile, esige una vicenda di terre non usufruite e fa cercare
nell’estensione dell’area e nel maggiore ampliamento dell’azienda
un compenso alla limitata forza produttiva; dall’altro lato, esige
ed assorbe molto capitale per l’acquisto e la reintegrazione degli
schiavi. Sulla base dell’economia a schiavi si viene costituendo così
un organismo sociale, che nella sua politica esterna è aggressivo
e invadente e nella sua vita interiore presenta una distribuzione
assai disuguale della ricchezza, e tende verso forme oligarchiche
più o meno larvate per l’interesse, che il ceto ristretto de’ ricchi
ha di monopolizzare il potere come mezzo di assicurare e sviluppare
il proprio stato sociale, e per l’agevolezza, che l’opulenza dà di
raggiungere meglio questo scopo[635].

Come in parte, qualche volta, si è innanzi accennato, era ciò appunto
che avveniva; e, grazie al carattere particolare delle sue vicende,
si manifestava con carattere di singolare rilievo nel seno dello stato
romano.

Il ceto de’ piccoli e medi possidenti, destinato a sentire sempre più
il malessere e gli effetti letali della concorrenza straniera, delle
vicissitudini dell’agricoltura, dell’invadente latifondo vicino, del
nuovo e più elevato tenore di vita, soggiacque anche più rapidamente
alle devastazioni della guerra divampata in Italia e alle conseguenze
delle guerre lunghe e lontane, che, non solo distraevano la sua opera
dal campo, ma, fin oltre la metà del sesto secolo almeno (587/167), lo
aggravavano, in misura sproporzionata, col pagamento del tributo, a cui
i ricchi sottostavano in misura proporzionalmente minore. Infatti essi
erano tassati soltanto in proporzione della loro proprietà privata,
che costituiva la parte minore della loro sostanza rispetto alle terre
pubbliche occupate, e, dopo Catone, per alcuni oggetti di lusso[636].

Così delle rovine della piccola possidenza, dall’occupazione del
demanio pubblico e più spesso anche dall’usurpazione dell’uno e
dell’altro, si sviluppava la grande proprietà a cui talvolta faceva
riscontro e sovente si accompagnava anche un’ingente fortuna mobiliare.

La concentrazione della proprietà immobiliare, rispecchiata anche,
sotto l’Impero, nelle tavole di Veleia[637] e da Plinio deplorata per
l’Italia non meno che per le provincie[638], era l’effetto di un lungo
processo storico, che già era maturato sotto la Repubblica, portando
gli amari suoi frutti.

Quella irrefrenata tendenza alla concentrazione della ricchezza, che,
determinata da cause intrinseche e generali, aveva trovato un fomite
e un aiuto nelle vicende di Roma, s’era pure venuta foggiando nel
testamento romano[639] e nel rispetto per un certo tempo illimitato
alla volontà del testatore un altro mezzo potente e continuo, operante
anche nel giro della vita quotidiana.

Così la popolazione si veniva sempre più dividendo in due masse ognora
più distinte e repugnanti di ricchi e di poveri, e si verificava
quella legge per la quale “l’accumulazione della ricchezza ad un
polo significa accumulazione di miseria, disoccupazione, schiavitù e
degradazione morale al polo opposto„[640].

Già, all’esordire del settimo secolo, Tiberio Gracco, con parole che
probabilmente son quelle stesse pronunziate da lui[641] e corrispondono
in ogni modo all’occasione e allo stato delle cose, poteva descrivere
in questi termini le condizioni della popolazione e della proprietà:
Le fiere che sono per l’Italia hanno una caverna e ognuna di loro ha
un ricetto e un giaciglio; ma quelli che combattono e muoiono per
l’Italia, di aria e di luce partecipano, non di altro, e randagi e
privi di dimora vagano con i figli e le donne. I generali mentono
quando incitano i soldati a difendere le are e le tombe da’ nemici,
perchè nessuno di tali cittadini ha un’ara famigliare, non una
tomba avita, ed essi combattono per l’altrui ricchezza e corruttela,
dicendo di essere i signori del mondo e non avendo per sè una zolla di
terra„[642].

Qualche tempo di poi Sallustio[643] poteva con maggiore brevità e con
più sentita acrimonia far riassumere così quest’antitesi da Catilina:
“Così ogni facoltà, il potere, l’onore, le ricchezze sono in mano di
quelli o dove essi vogliono; a noi reietti lasciarono i pericoli, i
processi, la miseria„.

E non si debbono vedere in queste parole semplicemente l’ira e
l’esagerazione del ribelle, se un uomo d’ordine, come lo stesso
avversario e accusatore di Catilina, poteva dire, ripetendo parole
pronunziate nel 650/104 da Marcio Filippo, tribuno ma di sentimenti
moderati, che in tutta Roma il numero de’ possidenti si poteva dire
ridotto a duemila![644].

Infatti il territorio di Preneste, per esempio, al tempo di Cicerone
era ridotto in mano di pochi latifondisti[645].

Anche per le terre demaniali, che erano date in affitto da’ censori, il
grande affitto tendeva a sopraffare e surrogare il piccolo e insieme a
prolungarsi, direi quasi a perpetuarsi[646].

Le grandi fortune del tempo sono anche indicate dalla grandiosità di
edificî costruiti da privati per sè stessi o per farne dono allo Stato,
dal lusso esuberante, dalle stesse cifre enormi de’ debiti soliti a
contrarsi in questo periodo[647].

La fortuna di Crasso da trecento talenti saliva nel giro non lungo
della sua vita a settemila e cento talenti, e il suo possessore soleva
dire che può chiamarsi ricco solo chi è in grado di alimentare un
esercito[648]; ciò che prova come rapida fosse divenuta la circolazione
della ricchezza, come più facile la sua accumulazione, quanto più
elevato il tenore di vita e quanto maggiore l’impulso ad arricchire con
lo sminuito potere d’acquisto del danaro e la cresciuta opinione della
ricchezza.

Il profondo malessere sociale che derivava da questo stato di cose e
specialmente la sua azione sulle condizioni del lavoro è riassunto
con chiarezza ed acume da Appiano[649] così. “I ricchi, avendo
occupata gran parte di questo agro pubblico indiviso, e, col tempo,
confidando che nessuno loro la toglierebbe, incorporavano i piccoli
appezzamenti de’ disagiati loro vicini, inducendo alcuni a venderli e
da altri prendendoli con violenza, e così coltivavano vaste estensioni
invece di limitati lotti, adoperando coltivatori e pastori schiavi
per non sentire, a causa della milizia, la mancanza de’ lavoratori
liberi e perchè l’acquisto degli schiavi dava loro molto guadagno
mercè la prole, che si moltiplicava sicuramente, essendo essi
sottratti a’ pericoli della guerra. Laonde i potenti arricchivano
strabocchevolmente, e la schiavitù si dilatava per tutto il paese,
mentre la popolazione italica, estenuata dalla povertà, da’ tributi e
dalle guerre, si assottigliava. E se anche cessava dal patire di queste
cose, languiva per l’inerzia, essendo la terra in mano de’ ricchi, e
servendosi essi di schiavi invece che di lavoratori liberi.„

Una parte dunque della popolazione, messa nell’impossibilità
d’impiegare direttamente il suo lavoro nella terra e di locarlo,
d’altra parte, in servizio altrui, per lo stato di dissesto che
sentiva e che da esso, di rimbalzo, si ripercuoteva nel resto del
corpo sociale, dovea inevitabilmente provocare in questo un movimento
e una trasformazione, che, per una via o per un’altra, eliminasse o
attenuasse quello squilibrio così sentito e così grave.

Il filo conduttore e la chiave della storia di Roma repubblicana sta
appunto in questa trasformazione del modo di produzione e della diversa
distribuzione della ricchezza, che spiegano e chiariscono, insieme alle
sue guerre esterne, le sue lotte interne e danno una ragione della
irrequietezza, da cui è invasa la repubblica specie ne’ tempi più
avanzati e del suo precipitare verso il cesarismo.

L’assottigliarsi del ceto de’ piccoli proprietari e l’aumento del
proletariato, tanto più forte quanto più la città ingrandita diveniva
centro d’attrazione, e la campagna, che non ne avea più bisogno, ve li
respingeva in massa; l’una e l’altra cosa non potevano fare a meno di
destare la maggiore preoccupazione dell’uomo di stato.

Prima di tutto veniva a mancare la base all’esercito, che si
reclutava ancora esclusivamente fra i censiti, e perdeva l’elemento
stesso ond’era formato col cadere che facevano tra i proletari tanti
proprietari.

E la popolazione libera si veniva infatti assottigliando.

I cittadini capaci di portare le armi da trecentoventottomila,
quanti se ne calcolano pel 595/159, scendevano continuamente a
trecentoventiquattromila nel 600/154, a trecentoventiduemila nel
607/147 e a trecentodiciannovernila nel 623/131[650].

La piccola proprietà e la piccola cultura, se importano una
dissipazione di lavoro, hanno pure come termine corrispondente un
aumento rapido e continuo della popolazione, il cui crescere sopperisce
nuove forze di lavoro[651].

Col venir meno di questo stato di cose la popolazione si andava
continuamente stremando, e infatti essa presenta una curva discendente
sino al principio dell’Impero, in cui, per altra cagione, riprende un
movimento ascendente[652].

Il tentativo di reintegrare e sostenere il ceto de’ piccoli e medi
possidenti, fulcro dell’ordinamento repubblicano e dell’esercito,
venne fatto e ripetuto, con intento ora più distintamente militare, ora
prevalentemente civile, assumendo anche nelle vie seguìte e nelle forme
scelte una fisonomia diversa e incontrando pure dovunque difficoltà
d’aspetto diverso[653].

Un modo di aprire uno sfogo al proletariato e rinsanguare il ceto
de’ possidenti era, nell’antichità romana, la fondazione di colonie,
che, suggerite da una necessità e da un proposito d’indole militare,
riescivano anche ad uno scopo sociale e civile.

Ma le colonie e le assegnazioni in genere, se ricreavano
artificialmente un ceto di proprietari, non lo sottraevano a quelle
cause che rodevano e stremavano la piccola proprietà e specialmente
agli effetti disastrosi del prolungato e lontano servizio militare. Ciò
rese necessario un diverso ordinamento dell’esercito, e, con una legge
che si vorrebbe attribuire al tribuno Terenzio Culleone e che era in
vigore all’età di Polybio[654], il servizio militare venne esteso anche
a’ censiti tra gli undicimila e i quattromila assi, mentre, aspettando
che i proletari s’insinuassero, come poi avvenne, nell’esercito,
intanto si reclutavano per la flotta[655].

Ma, se questo nuovo ordinamento dell’esercito, rendendo anche più
incerta la condizione de’ più piccoli proprietari e de’ lavoratori
mercenari, favorì lo sviluppo del lavoro servile, neppure giovò
ad arrestare la decadenza della piccola proprietà. Nè giovarono la
finanza severa di Catone e le sue imposizioni sugli oggetti di lusso
e tutto quell’insieme di provvedimenti che, sotto forma di sistemi
di amministrazione e di leggi suntuarie, voleva mettere un freno al
tempo novello e comprimere quelli ch’erano gli effetti inevitabili
di un’economia più progredita e di una ricchezza accumulata; mentre
questa aveva bisogno di circolare per convertirsi in valori di uso e
per moltiplicarsi, specie in quel decadere del potere d’acquisto della
moneta e in quell’elevarsi del tenore generale di vita.

I nuovi e più vasti territorî conquistati oltre i termini d’Italia
avrebbero potuto offrire uno sbocco sempre nuovo al proletariato,
comunque crescente e rinnovato; ma a ciò si opponevano varie altre
difficoltà.

Già l’assegnazione di terra in un paese non interamente pacificato,
e dove il godimento non ne fosse pienamente sicuro e spensierato,
riesciva così poco attraente che, come riferisce anche la
tradizione[656], e come si deduce dal sistema di arruolamento de’
coloni, talvolta non si riesciva ad espletare le liste con quelli
che si offrivano volontariamente e bisognava ricorrere a una specie
di coscrizione[657]. La colonizzazione, poi, contenuta ne’ termini
d’Italia non interrompeva assolutamente i rapporti con Roma, e
anzi, quando la colonia non era molto lontana, v’era sempre modo di
esercitare anche effettivamente, almeno nelle occasioni più importanti,
i propri diritti di cittadini. Una colonizzazione fuori d’Italia,
se non spezzava, rendeva almeno assai più difficili i rapporti con
la madre patria, e, se lasciava di diritto immutata la qualità di
cittadino nel colono, di fatto ne menomava l’azione effettiva.

Ma, più di tutto, un’assegnazione di terre in suolo provinciale,
specialmente, se fatta su larga scala, urtava contro gl’interessi delle
classi dirigenti romane[658] e specialmente dell’ordine equestre, che
dell’ordinamento provinciale aveva fatto il sostrato della propria
speculazione, sia mediante gli appalti delle varie riscossioni, sia
mediante il credito esercitato a condizioni usurarie e fomentato
e favorito dallo stesso stato di disagio, in cui, per opera delle
gravose percezioni e delle indebite esazioni, cadevano i provinciali.
Il reddito poi delle provincie era precisamente quello che alimentava
l’Erario di Roma e costituiva, insieme alle rendite dell’agro pubblico
non ancora alienato o distribuito, il mezzo per far fronte alle guerre
e alle altre emergenze dello Stato dopo il disuso del tributo imposto
già a’ cittadini.

Così, dopo le assegnazioni avvenute prima della seconda guerra punica
per opera di Flaminio nella valle Padana[659] e le colonizzazioni
avvenute dipoi massime per opera di Scipione, allo scopo di remunerare
e compensare i veterani[660]; dopo che le ultime colonie d’importanza
militare furono spinte sino agli ultimi termini d’Italia[661]: la vera
colonizzazione italica scompare per riapparire solo come un’appendice
delle guerre civili, destinata ad essere un’arma di partito e un mezzo
di afforzare poteri personali senza riescire veramente a creare un ceto
di piccoli proprietarî e a mutare i soldati di mestiere in veri e buoni
agricoltori.

Lo sfogo, che, per tante ragioni, il proletariato cittadino non aveva
trovato fuori d’Italia, cercò di trovarlo in Italia; e, poichè il
demanio pubblico era in grandissima parte occupato e usurpato da’
maggiori possidenti, non restava che rivendicarlo da costoro per farne
la distribuzione.

Lasciando stare la rogazione di Sp. Cassio, così fortemente revocata in
dubbio[662], e le altre leggi riferite dalle tradizioni e tendenti in
ogni caso a ottenere alla plebe la partecipazione al possesso effettivo
dell’agro pubblico[663]; quella che si è presa finora come punto di
partenza e caposaldo del movimento a favore della piccola proprietà è
la legge agraria licinia-sestia del 387 367.

Se questa legge, recentemente revocata in dubbio insieme ad altre
dello stesso tempo e degli stessi autori[664], non è una foggiata
anticipazione, una prolepsi di leggi posteriori; già dalla fine del
quarto secolo la questione dell’esistenza di un largo proletariato
cittadino si sarebbe imposta, e, quel che è notevole, non solo
con l’evocazione di un provvedimento tendente ad allargare il ceto
de’ possessori dell’agro pubblico e quindi de’ contadini autonomi
e indipendenti, ma anche con una contemporanea misura tendente a
restringere l’impiego della mano d’opera servile e a favorire quindi la
diffusione del salariato[665].

È in ogni modo con i Gracchi, quando il proletariato era divenuto
più numeroso, più accentrata la proprietà, più diffusa, invadente e
minacciosa l’economia servile; è al tempo de’ Gracchi che il contrasto
tra il lavoro libero e il servile, il proletariato e la classe
detentrice della grande proprietà fondiaria appare, insieme, rilevante
e distinto, sia pel suo carattere storico come per la sua importanza
e per il deciso indirizzo di risolvere la grande questione con la
rivendicazione del demanio italico malamente appropriato da’ suoi
possessori.

La disposizione restrittiva del numero degli schiavi, attribuita dalla
tradizione alla legge licinia-sestia, non riappare, per quanto almeno
noi sappiamo, nelle leggi sempronie; e poteva bene non apparirvi,
perchè l’effetto si sarebbe raggiunto indirettamente col frazionamento
della proprietà e con l’incremento assicurato a tutto un ceto di
lavoratori liberi.

Ma la reintegrazione e l’allargamento del ceto de’ piccoli proprietarî
apparivano così insidiati dalla condizione de’ tempi e così precaria
ne dovea sembrare la normale durata, che, ne’ suoi varî momenti, la
riforma graccana da un lato credette indispensabile, con la proposta
distribuzione dell’eredità di Attalo[666], di assicurare a’ nuovi
proprietari con una scorta i mezzi di coltivare il proprio campo, e,
dall’altro, di proteggerli contro l’assorbimento da parte della grande
proprietà col renderne inalienabili i lotti.

L’interesse di usufruire a tutto loro profitto le provincie avea
stretto insieme l’ordine equestre e il senatorio contro i meno
abbienti; il nuovo indirizzo dato specialmente da Caio Gracco alla
sua riforma e i vantaggi d’ordine vario da lui garantiti all’ordine
equestre, valsero a scindere la coalizione della nobiltà senatoria e
de’ cavalieri, facendo di questi gli alleati della plebe. Ma v’era
più di una cosa che minava questa potente ed anormale coalizione,
sperdendo l’augurio della vittoria. La fondazione della colonia
oltremarina Giunonia, benchè passata nel complesso delle altre leggi,
dovea non piacere a’ cavalieri, se poteva essere l’inizio di una
colonizzazione oltremarina più vasta; i trambusti, attraverso i quali
la riforma si veniva ponendo in atto e gl’intralciati rapporti creati
dall’espropriazione de’ grandi possessori non doveano molto piacere
ad uomini d’affari e speculatori, la cui barca procede meglio nel mare
calmo increspato da un vento fresco e regolare che non tra il contrasto
di venti auspici della burrasca. La restaurazione della piccola
proprietà era qualche cosa di così artificiale, in quelle condizioni
di tempo e di luogo, tra quell’affluire in Italia delle ricchezze
del mondo sotto tutte le forme e le esigenze della nuova vita, che
gli interessati ora si lasciavano traviare da maggiori ed illusorie
promesse, ora lasciavano intiepidire i loro entusiasmi per la riforma
graccana. Quell’ampio ceto di piccoli possidenti, se poteva parere
(e neppure era con lo Stato così allargato) la salvezza della forma
repubblicana, rappresentava un ritorno all’accarezzata tradizionale
età di Cincinnato e di Curio, e, sotto questo aspetto, era un sogno,
come quello di Catone, di mettere la camicia di forza alla società, la
quale, sotto l’azione della cresciuta ricchezza e de’ nuovi bisogni,
pure pervertendosi, s’inciviliva e si faceva più raffinata. Quella
sancita inalienabilità, se era una sterile difesa contro le forme
di economia agricola più lusingatrici e contro la forza assorbente
della ricchezza accumulata, finiva per non piacere a chi avea brama e
speranza di acquistare e a chi desiderava il lotto per la speranza di
rivenderlo, o si sentiva almeno a disagio con la sua commerciabilità
limitata.

Se la plebe rustica, idolatra e assetata del boccone di terra, teneva
a conservare e ad arrotondare i suoi poderetti, la plebe urbana, che
esercitava nella vita pubblica un’azione più continua e più rumorosa,
cominciava a preferire il frumento, che si raccoglie senza coltivarlo,
alla sana ma monotona e faticosa vita de’ campi; e così veniva a
mancare all’agitazione agraria quel sostegno presente ed audace, di cui
aveano bisogno i suoi aùspici, anche per difendersi contro le violenze
degli avversari.

Le leggi frumentarie avevano il sopravvento sulle agrarie, e il popolo
le preferiva, o si rassegnava almeno a non avere la propria parca sua
mensa, pur di raccogliere le miche del banchetto di Epulone.

Così la reazione, obbedendo talora a un proposito consapevole, talora
cedendo al senso dell’opportunità, ora resistendo violenta, ora
simulando tendenze quasi demagogiche, mandava a vuoto il tentativo
appena iniziato de’ Gracchi, la cui opera in pochi anni andava tutta
distrutta.

Con la legge o le leggi di Livio Druso[667] si liberavano dalla
imposta prestazione le terre assegnate e le si rendevano alienabili,
ricacciandole così nella voragine sempre aperta del latifondo.

Pochi anni dipoi (535/219-536/218) una legge Thoria, con tutta
probabilità, poneva termine alle assegnazioni, aboliva la magistratura
costituita per porle in atto, confermava i possessori ne’ loro
possessi, entro e fuori i limiti della legge Sempronia, e, per meglio
far accettare tutte queste disposizioni, faceva della prestazione,
nuovamente imposta o piuttosto gravitante sulle terre indebitamente
possedute e non più soggette a ripartizione, un fondo da suddividersi
tra la plebe[668].

Pochi anni dopo ancora, nel 643/111, una nuova legge[669], rifermando
nello Stato la proprietà delle terre demaniali non ripartite e di
quelle concedute con riserva del diritto di proprietà, riconosceva come
di pieno ed assoluto diritto privato e quindi senz’altro alienabili
le terre demaniali assegnate a’ cittadini mandati in una colonia
romana[670], le terre demaniali date a cittadini romani e a soci
italici a titolo di semplice assegnazione viritaria[671], le terre
possedute dagli antichi possessori prima della legge Sempronia e ne’
limiti loro consentiti, quelle date in cambio a’ vecchi possessori[672]
e finalmente quelle che dopo la legge Sempronia erano state occupate in
una misura non eccedente i trenta iugeri[673]. Emetteva disposizioni
analoghe per la colonia fondata sul territorio di Cartagine e per
il demanio africano[674]. Il pascolo sulle terre pubbliche era reso
gratuito per un numero di dieci animali, oltre la prole nata nell’anno,
e, per un numero maggiore di animali, non era più limitato, ma soggetto
soltanto a pagamento[675].

Come si vede, con questa legge la riforma di Gracco era pienamente
demolita, perchè, da un lato, si sospendeva la rivendicazione
degl’illegittimi possessi, che restavano teoricamente come semplici
possessi ma in linea di fatto rimanevano in .] mano degli usurpatori;
dall’altro canto i legittimi possessi e le assegnazioni erano
convertiti in proprietà omai pienamente alienabili.

L’_ager privatus_, a Roma, era il prodotto di un esplicito indirizzo di
politica agraria, che per vie studiatamente artificiali si proponeva
di dare una incondizionata libertà alla disponibilità economica e
giuridica della proprietà fondiaria e tendeva a mobilizzarla, come
poi fece, non senza esercitare un’azione economicamente e socialmente
deleteria. Questo indirizzo, che avea per molto tempo lottato contro le
forme di proprietà comune, si era svolto in un lungo periodo di tempo
ed era stato, prima di trionfare, l’oggetto di lunghe e accanite lotte
di classi[676]. Esso si era affermato, in maniera recisa nelle leggi
delle Dodici tavole, e questa legge agraria del 643/111 segnava come
l’epilogo del lungo processo d’evoluzione, e, ponendo termine alla fase
più importante e schietta delle rivendicazioni agrarie e de’ tentativi
di restaurare il ceto de’ piccoli proprietari, sgombrava la via a una
concentrazione sempre maggiore della ricchezza.

Dopo questa legge le antiche usurpazioni, i possessi illegittimi
non erano più messi seriamente in pericolo, e non si hanno più
che tentativi demagogici, non riesciti, di assegnazioni sul suolo
provinciale, o ripartizioni proposte e in parte attuate del demanio
ancora posseduto dallo Stato, o compre e confische dirette a rimunerare
le milizie e a sorreggere, come si è accennato, poteri personali[677].

In tutti i casi l’inanità del tentativo, il campo limitato del
provvedimento, il suo carattere di mero espediente e di episodio di un
movimento politico, tolgono alla cosa le proporzioni e l’indole di una
vera riforma sociale, e tanto meno riescono ad arrestare l’incremento
del proletariato, per cui queste distribuzioni sono date ed accolte
come tutti gli altri atti di temporanea e sterile beneficenza.

Questi atti di beneficenza, che sovente al posto di varî proprietari
espropriati o confiscati mettevano un veterano, non risolvevano la
questione del proletariato crescente, anche quando, come pure assai di
frequente accadeva, il veterano fatto proprietario non ricadeva tra i
proletarî, donde per poco era uscito.

Le distribuzioni frumentarie, poi, che, per quanto allargate,
riguardavano un numero _relativamente_ ristretto di persone[678], meno
che mai potevano risolvere la questione del proletariato non cittadino.

Nell’ambito della famiglia si resisteva e si reagiva a questo
incremento del proletariato con una limitazione nuovamente introdotta
(_querela inofficiosi testamenti_)[679] della facoltà illimitata di
testare, accumulando nelle mani di un solo figliuolo la proprietà
familiare e diseredando gli altri.

Una parte del proletariato cercava e trovava uno sfogo nell’esercito,
che oramai per opera di Mario si era aperto a’ proletari e che diveniva
per essi, nell’estendersi del dominio romano e nella piega sempre
più inquieta della politica interna della repubblica, una carriera,
un’occasione di bottino, una via anche, come si è visto, ad uscire, per
poco o per molto, non importa, dal proletariato.

Ma un’altra parte, per forza stessa delle cose, bisognava che cercasse
nel lavoro delle sue mani i mezzi di sussistenza, e che con un’opera
più o meno utile, produttiva o improduttiva, si facesse il suo posto
nella vita.

La cura e l’interesse messi da C. Gracco nel promuovere la costruzione
di vie, oltre allo scopo economico più generale e a preferenza di
questo, come viene distintamente rilevato da’ narratori della sua
azione storica[680], avea lo scopo immediato e diretto d’ingraziarsi
imprenditori ed operai.

Così, mentre la schiavitù per fatto suo proprio andava soggetta ad una
crisi che la veniva minando, cominciava, in senso contrario all’azione
esercitata dalla mano d’opera servile e della sua diffusione, una
reazione della classe libera, concorrente ad allargare il salariato
insieme agli stessi schiavi, di cui si andava trasformando in parte la
funzione e l’impiego.


VIII.

Il lavoro libero, come si è già prima accennato, aveva nel mondo
romano una tradizione. Lo stesso Dionigi che lo diceva rilegato tra
i servi e gli stranieri[681], segnala altre volte la presenza di
artigiani anche nell’esercito romano[682]. E più volte ancora, in Livio
specialmente[683], ricorre la menzione del lavoro libero. Le stesse
secessioni della plebe, presentate dalla tradizione non come sedizioni
violente ma come semplici scioperi, non avrebbero giustificato le
preoccupazioni che inspiravano, se la partecipazione dell’elemento
libero alla produzione non ne avesse fatto, anche da questo punto di
vista, un elemento integrante dell’economia pubblica romana.

Nell’agricoltura poi la stessa straordinaria diffusione della schiavitù
non era riescita a sopprimere del tutto il lavoro libero, che,
compresso e ridotto, pur seguitava a sussistere sia sotto la forma
d’impiego diretto nella piccola proprietà e ne’ piccoli affitti, sia
sotto forma di lavoro mercenario[684].

La lontananza de’ fondi che impediva talvolta di potere esercitare
sulla loro cultura una direzione oculata e una sorveglianza
continua[685], la mancanza di capitale per costituire gl’impianti e le
scorte, il senso insomma della maggiore convenienza dello sfruttamento
indiretto della terra consigliavano l’affitto, la colonia parziaria e
le altre forme d’impiego di lavoro remunerato anche in natura e a base
di partecipazione[686].

I lavori del ricolto[687], come quelli che esigevano la cooperazione
simultanea ma temporanea di molti, facevano sì che l’economia agricola,
nella coltura de’ cereali e in quella arborea, dovesse assolutamente
contare sul lavoro mercenario, che in molti casi era prestato appunto
da’ lavoratori liberi. Il lavoro mercenario infatti, se per il
grande agricoltore costituiva un oggetto di richiesta necessario,
per il piccolo proprietario e il piccolo affittaiuolo, oltre che pel
proletariato agricolo, costituiva del pari un oggetto di offerta
necessaria, in un caso come ripresa e come impiego sussidiario
dell’opera propria e in un altro come mezzo di procurarsi la
sussistenza[688].

Ne’ luoghi insalubri il lavoro mercenario si raccomandava anche come un
mezzo di diminuire i rischi del padrone[689] con una crudezza, che può
sembrare cinismo e ch’è la misura delle forme di coscienza determinate
da alcuni rapporti economici.

L’utilità e l’efficacia di questa cooperazione del lavoro libero, oltre
che dalle varie menzioni del suo impiego sia sotto forma di locazione
d’opera che sotto forma diversa[690], appare dal fatto, chiaramente
rilevato da Catone e da Varrone che l’opportunità di procurarsi
il lavoro mercenario faceva crescere il valore del fondo[691]. La
possibilità di procurarsi medici, falegnami, fabbri, cardatori secondo
il bisogno, più che un’utilità, per le aziende minori costituiva una
necessità; giacchè, se i ricchi potevano averli del loro, i meno ricchi
non potevano fare altrettanto, e la morte di un solo di questi artefici
avrebbe assorbito il prodotto del fondo[692].

La possibilità del pari di avere a propria disposizione per gli stessi
lavori agricoli la mano d’opera, quando e nella misura che occorresse,
importava un minore investimento di capitale nell’_instrumentum
vocale_, come si chiamava la dote di schiavi rustici dati al fondo
e un risparmio anche di tutti i rischi e di tutte le perdite, cui
era esposto un siffatto capitale soggetto a perire o, per lo meno, a
rimanere infruttifero. La disponibilità quindi del lavoro necessario
era considerato, anche nel tempo di Catone e di Varrone[693], tra i
vantaggi inerenti ad un fondo insieme alla sua vicinanza a’ centri
abitati ed a’ mercati, alla sua posizione sulle grandi vie di acqua e
di terra, tra le prerogative insomma che, rendendo meno dispendiosa la
produzione o più facile lo spaccio, agevolavano e facevano prosperare
l’economia agricola.

Come si vede, a misura che si formavano e crescevano i centri
cittadini, i mestieri trovavano l’ambiente per meglio svilupparsi e
assicurarsi quella clientela, che rendeva possibile l’artigianato.

Per quanto Roma dalla sua stessa posizione politica fosse spinta sempre
più ad essere un centro di consumo piuttosto che di produzione, pure
il crescere della sua popolazione e de’ suoi bisogni, l’utilità di
avere sul posto alcuni prodotti e manufatti, che per lo stesso loro
uso ordinario e pel tenue loro valore, mal sopportavano il dispendio
di noli non di rado difficili, e, finalmente, la pressione stessa
del bisogno sul proletariato crescente, doveano dare un impulso
all’estendersi del lavoro manuale.

Perciò, a misura che venivano importati a Roma de’ manufatti,
cominciava un lavoro d’imitazione e si accentuava una tendenza ad
acclimatare alcuni rami di produzione[694], cosa che poteva riescire
più agevole col convenire a Roma di gente di ogni paese, che vi
portava, con i propri vizî, anche le proprie attitudini.

Di questa tendenza e del diffondersi in Roma delle arti manuali, noi
troviamo le prove, in parte dirette, in parte indirette, talvolta ne’
manufatti stessi e tal’altra nell’importanza sempre maggiore che veniva
acquistando ne’ vari aspetti della vita il ceto degli artigiani.

Quali progressi facesse anche a Roma e nel Lazio la toreutica, la varia
lavorazione de’ metalli, l’architettura, il disegno, la fabbricazione
de’ vari fittili ce lo dimostrano i resti monumentali, e lavori come
quelli della fibula di Preneste e della _cista_ Ficoroni e altri avanzi
di minori manufatti, la cui tecnica, innestandosi su quella degli
oggetti importati, la sviluppava superandola[695].

Nè meno notevole è il seguire come i lavoratori manuali divenissero
un elemento sempre più notevole e più avvertito nella stessa vita
pubblica.

Gli artigiani aveano una festa loro particolare e che da essi prendeva
nome (_artificum dies_) nel giorno anniversario dell’inaugurazione
del tempio di Minerva (_Quinquatrus_)[696]. Pitture murali di Pompei
rappresentano processioni di esercenti speciali mestieri[697].

Verso il settimo secolo questi artigiani erano cresciuti a Roma e nelle
stesse borgate e costituivano un elemento, il cui avvenire e le cui
speranze stavano tutti nell’opera delle loro mani[698] e che perciò
nella vita politica rappresentavano qualche cosa di continuamente
mobile, facile ad essere attirata nelle sedizioni e nelle congiure e a
cui perciò ne’ momenti più inquieti si rivolgeva l’occhio di chi voleva
giovarsene e di chi credeva di doversene difendere.

Lo stesso fatto che si radunavano in associazioni e collegi ci fa
arguire che il loro numero doveva essere alquanto diffuso. Epigrafi
della fine della repubblica ci danno notizia di parecchi di questi
collegi d’artigiani, così a Roma[699], come nel Lazio[700], e ce
ne lasciano supporre naturalmente più altri, tanto più quando si
consideri, che, se alcuni di questi collegi riflettono mestieri di
larga applicazione, altri concernono mestieri assai speciali.

Nel periodo elettorale queste unioni di artigiani costituivano una vera
forza, un elemento con cui bisognava far bene i conti[701].

Questa diffusione delle arti manuali ci è pure attestata dal nome,
che prendono da quelli che l’esercitavano alcune delle stesse vie di
Roma[702].

La produzione di alcuni manufatti avea in qualche luogo trovate
condizioni così favorevoli e vi si era così bene acclimatata da
acquistare per tradizione una nomèa, che ne raccomandava l’acquisto
anche fuori della ristretta cerchia cittadina. Catone fa tutto un
elenco de’ vari centri speciali di produzione di singoli istrumenti
ed utensili agricoli. Secondo le indicazioni di Catone[703] Cales e
Minturnae fornivano specialmente arnesi di ferro, la Lucania plaustri,
Venafro tegole, Pompei trappeti, Capua canapi e vasi di bronzo,
Roma stessa vesti, anfore, serrature, canestri e così via. Questo
differenziarsi, sia pure rudimentale, della produzione, mentre era
indizio di una maggiore diffusione e di un più lungo esercizio de’
mestieri, riceveva un nuovo impulso ed un continuo incremento dallo
sviluppo della viabilità, che, rendendo possibili o più agevoli le
comunicazioni, eccitava a estendere la produzione oltre i limiti
del consumo locale, specialmente quando, come ne’ casi accennati da
Catone e in altri, l’abbondanza della materia grezza, o una speciale
tradizione ed educazione tecnica e il conseguente credito acquistato
dalla merce ne favorivano lo spaccio.

Era questo l’effetto mediato della viabilità sviluppata; ma vi
era anche un effetto immediato ed era il largo impiego di lavoro
bisognevole e che in parte dovea essere prestato da liberi, come si è
altra volta accennato. E si trattava di una rete stradale che assunse
a grado a grado proporzioni gigantesche[704]. Già sotto la repubblica
alla Via Appia aveano fatto seguito la Junia, la Valeria e poi
l’Aurellia, la Flaminia, l’Aemilia, la Cassia ed altre[705], che, oltre
a’ lavori d’esecuzione, importavano periodici rifacimenti e continua
manutenzione, a cui non sempre e in tutto erano chiamati a provvedere
i possessori frontisti (_viasii vicanei_) per tacere dell’opera che
questi stessi dovevano impiegare.

Le vie, poi, erano de’ rami più importanti di opere pubbliche, ma non
il solo: la costruzione di edificî sempre più numerosi, destinati a
scopi religiosi, civili ed edilizi e la loro continua manutenzione,
gli acquedotti, gli espurghi e altre opere dettate da esigenze
sanitarie[706] ci attestano ancora ne’ loro avanzi l’enorme quantità di
lavoro per essi messo in movimento.

Non è possibile intanto dissimularsi i contrasti e le difficoltà,
attraverso cui il lavoro libero doveva svilupparsi rimpetto al lavoro
servile.

La scarsa produttività del lavoro servile dovea tardare ad essere
sentita in una vita economica, come la romana, tanto artificiale
e che viveva dello sfruttamento de’ soggetti e delle forme più o
meno dissimulate della rapacità. L’effetto, che si risolveva in un
esaurimento graduale delle sorgenti di ricchezza, era risentito, prima
che da’ proprietari di schiavi, dagli altri, e solo con la sua azione
lenta, continua e per molto tempo incompresa riusciva a ferire anche i
più ricchi.

La schiavitù, per compensare la sua scarsa produttività e mantenersi,
ha bisogno di terre sempre nuove e più feconde. Finchè questo bisogno
potè essere facilmente appagato, la scarsa produttività del lavoro
servile era facilmente dissimulato; e, anche quando questa possibilità
fu meno agevole o fu esclusa, la reazione contro la concorrenza de’
cereali stranieri prese le forme di trasformazione di cultura e di un
sopravvento della pastorizia sull’agricoltura.

Così la scarsa produttività del lavoro servile era ancora, se non
evitata, larvata e girata.

Del resto la scarsa produttività del lavoro servile poteva essere
risentita soltanto per effetto della concorrenza, e a ciò si opponevano
varie difficoltà.

La concorrenza, in molti rami della produzione, tardava a sorgere
perchè, per il prevalere della produzione casalinga, il prodotto non
acquistava ancora generalmente il carattere di _merce_, e il commercio
stesso, che, raccogliendo l’esuberanza de’ prodotti del lavoro
casalingo, cercava di surrogare la grande produzione, si sviluppava
gradualmente, e sempre ne’ limiti consentiti al mondo antico, con lo
sviluppo graduale de’ mezzi di comunicazione. La minore produttività
del lavoro è certamente meno avvertita da chi produce direttamente pel
proprio consumo che non da chi produce per vendere a scopo di guadagno.
Nel primo caso, anche avvertito, può non indurre subito, anzi tarda
di solito ad indurre una trasformazione di metodo, sia per ragioni
psicologiche, per senso d’inerzia, sia per ragioni d’ordine pratico,
come la non chiara percezione del rimedio e l’impotenza di sostituire
un metodo a un altro. Nel caso invece della produzione fatta per la
vendita, vi sono la concorrenza e il mercato, che avvertono e obbligano
a mutare metodi sotto pena della rovina.

Una delle conseguenze più prossime e visibili dell’economia a schiavi
è l’abbandono delle terre meno feconde, che così rimangono incolte; ed
era ciò appunto che cominciava ad accadere nel dominio romano[707]; ma
non tutti riportavano il fatto alla sua vera causa, nè per molti grandi
latifondisti, specialmente finchè il male non giunse al suo culmine, il
danno dovè riescire molto grave e sentito.

In un certo senso, benchè in maniera non perfettamente consapevole, si
può dire che Columella rilevasse ciò, ma come uno stato di fatto[708],
e son queste le terre, che Columella voleva destinate a quella forma
di lavoro libero, che era in questo caso l’affitto. Ma è ben chiaro,
che, se questa era un’occasione all’impiego del lavoro libero, era
anche un’impresa poco conveniente e facilmente rovinosa, che poteva
essere accettata o sussistere semplicemente in condizioni quali si
verificarono poi nello stabilirsi del colonato.

Per altre vie anche il lavoro servile inceppava lo sviluppo del lavoro
libero.

Il lavoro assorbente, che toglieva modo al lavoratore di potersi
mantenere, sia nelle forme esteriori che nello sviluppo intellettuale,
al livello della classe dominante, aveva depresso il lavoratore e,
nel differenziarsi degli elementi della società, gli aveva creata una
condizione non solo economicamente ma moralmente inferiore[709]. La
condizione inferiore del lavoratore poi, alla sua volta, si rifletteva
sul lavoro stesso e ne abbassava la considerazione nell’antichità.
L’estensione presa dalla schiavitù e la parte preponderante, che
avea nell’esercizio de’ lavori manuali, dovevano più che mai —
come è accaduto anche in tempi recentissimi, in paesi di economia
a schiavi[710] — dovevano anch’esse costituire un altro motivo di
riluttanza verso generi di lavoro, che accomunavano i liberi con i
servi, e li portavano a confondersi quasi con essi.

Si aggiunga che anche la concentrazione della fortuna e la ripartizione
tanto inuguale della ricchezza non erano fatte per favorire lo sviluppo
del lavoro libero. Le ricche case provvedevano con la numerosa servitù
a’ bisogni domestici, rifornendosi fuori soltanto degli oggetti di
lusso che non era possibile produrre in casa e trovando il compenso del
maggiore impiego di lavoro e di spesa in quell’assoluta disponibilità
delle proprie forze di lavoro dirette e usufruite a proprio talento. La
massa de’ disagiati d’altra parte, che non era in grado di sopperire
con la produzione casalinga a’ suoi bisogni e doveva ricorrere quindi
all’artigiano, vedeva dall’insufficienza de’ suoi mezzi depresso il
tenore di vita e compressi i suoi desideri.

Le distribuzioni gratuite di frumento, le largizioni e le liberalità
pubbliche e private, che tendevano sempre più a divenire consuetudine
e stabile istituzione non erano adatte a mantenere per sè sole il
proletariato, perchè non si estendevano a tutto il proletariato,
nè a tutta la famiglia, ed erano anche insufficienti al conveniente
mantenimento di un uomo solo[711]. Ma, indirettamente, esercitavano
un’azione deprimente sul lavoro libero, giacchè permettevano a chi
ne partecipava di locare l’opera propria per una mercede inferiore al
minimo necessario e di abbassare così il tasso generale della mercede,
che si regolava sull’offerta più vantaggiosa. Accadeva precisamente qui
quanto si è osservato in linea più generale[712], che chi sostituisce
con elemosina il 10 % del salario deficiente a centomila persone,
fa ribassare per ciò stesso del 20 % il salario di un milione di
lavoratori.

Sotto questo rapporto le distribuzioni pubbliche di Roma vanno
considerate ad una stregua diversa da quella, a cui debbono giudicarsi
le retribuzioni delle funzioni pubbliche nell’antica Atene. Il soldo
dato a’ cittadini ateniesi per la partecipazione alle funzioni
pubbliche era una indennità diretta a compensare anche in parte
soltanto il cittadino del lucro cessante pel mancato impiego della
propria attività; ma chi l’aveva, occupato ne’ tribunali e nelle
assemblee, non poteva fare concorrenza agli altri lavoratori, e anzi
il numero di questi, così più ristretto, doveva far elevare la misura
della mercede. Invece a Roma le distribuzioni, fatte a mero titolo di
largizione, con una tessera ch’era anche talvolta ceduta, esercitavano
tutta l’azione che un sistema di carità pubblica può avere.

Una mancanza quasi assoluta di dati per l’epoca repubblicana non ci
consente di conoscere in maniera determinata la proporzione delle
mercedi. Cicerone, in una delle sue orazioni[713], valuta a dodici
assi il guadagno giornaliero di un lavoratore, ma lo dice quasi per
incidente; e questo semplice accenno, senza alcuna distinzione di tempo
e di lavoro tecnico o semplice, non può nè appagarci, nè costituire
la base di conclusioni rigorose. Nondimeno una cosa si può osservare,
ed è che, col caro de’ viveri e delle pigioni[714], segnalato per Roma
ne’ tempi più vicini, quel salario era insufficiente a’ bisogni della
vita, il cui tenore si era pure elevato e si veniva ancora elevando;
era inferiore perfino alla _sportula_ de’ clienti del tempo di Marziale
e che pure pareva sì poca cosa[715]. Ma nella sua insufficienza
mostra nondimeno l’avvenire del lavoro mercenario, perchè l’esiguità
della mercede può valere come un indizio della concorrenza e quindi
dell’incremento del lavoro salariato, e al tempo stesso fa indurre
che la convenienza del lavoro salariato, il suo stesso buon mercato
gli avrebbero dischiusa la via e avrebbero finito per assicurargli la
prevalenza sul lavoro servile.

Intanto tutti questi ostacoli di carattere oggettivo e soggettivo,
la difficoltà di trovar sempre lavoro, le attitudini non ancora bene
sviluppate, il ritegno non ancora del tutto vinto di compiere opera da
schiavi e di mescolarsi con essi davano luogo a un fenomeno anch’esso
caratteristico dell’economia a schiavi[716], allo svilupparsi di una
estesa classe di parassiti e al diffondersi del parassitismo sotto
molteplici forme. Risorgeva la clientela[717], non fondata come
l’antica su di un bisogno inevitabile di assistenza e di protezione,
ma sulla cortigianeria, sull’indigenza accidiosa che aspira a vivere
o deve vivere di carità con tutte le umiliazioni, le bassezze, le
degenerazioni inerenti a un siffatto stato di cose e che per varî
secoli sino a Luciano facevano le spese della satira, dell’invettiva,
dell’ironia di poeti e scrittori[718].

Ma questa stessa larga categoria di parassiti, che con la sua inerzia
e con la sua funzione sociale deleteria concorreva così efficacemente
all’impoverimento della società romana, indirettamente anch’essa si può
dire che cooperasse a rovinare l’antica economia a schiavi: e spostata
continuamente, in quel crollare frequente di fortune divorate dal lusso
e dalla ignavia, incerta sempre del domani e spesso dell’oggi, doveva
pur dare ne’ tempi più difficili e ne’ suoi momenti più scabrosi una
mano al salariato, che vi reclutava i suoi elementi avventizî.

Così l’ultimo periodo della repubblica, che virtualmente conteneva in
sè tutti i germi schiusi poi nel periodo imperiale, mostra in forma
abbastanza perspicua questa crisi, che, ne’ suoi ultimi effetti, doveva
portare alla fine della schiavitù.

E sono appunto fenomeni e indizî di questa crisi i fatti rilevati e che
si andranno rilevando.

La lotta tra la forma economica che si andava decomponendo e l’altra
che accennava a sorgere con i suoi rudimenti non si compiva senza che
gli elementi in contrasto s’infliggessero reciprocamente perdite e
danni.

A Roma, come in tutti i centri e le zone, dove la schiavitù era
più sviluppata e accentrata, dove il parassitismo avea terreno più
favorevole e sfogo maggiore, il lavoro libero, accanto a qualche
condizione che ne favoriva lo sviluppo, ne avea pure altri molti che lo
ritardavano.

Fuori di Roma, dove i lavoratori liberi non avevano da dibattersi tra
le distrette del caro de’ viveri[719] e delle pigioni, fuori d’Italia,
dove il peso de’ tributi e lo sfruttamento del popolo dominante
dovevano far sentire di più la scarsa produttività del lavoro servile e
i varî altri svantaggi della schiavitù, il lavoro libero e le forme ad
esso corrispondenti dovevano trovare migliori elementi di vita.

In ogni modo, a Roma stessa come si è visto, il lavoro libero, tra
tutte le sue difficoltà, sussisteva e avanzava.

La schiavitù, quale che fosse la sua resistenza, dovuta all’energia,
allo spirito conservatore, a tutte le ragioni che mantengono in
vita ancora un’istituzione nella sua lenta decadenza, poteva dirsi
condannato; e lo dimostrava anche meglio la trasformazione che avveniva
nel suo stesso seno, volgendola a forma diversa e traendo dalla
sua stessa compagine nuovi elementi pel lavoro libero o pel lavoro
mercenario, che anticipava l’avvento e sostituiva la funzione del
lavoro libero.


IX.

Il carattere predominante dell’economia più antica, come si è più volte
accennato, consiste nella produzione fatta nella casa e in vista del
consumo diretto. La schiavitù avea contribuito non solo a mantenere,
ma anche a sviluppare questa produzione casalinga, sia prendendo il
posto degli elementi familiari meno numerosi pel disgregarsi successivo
de’ gruppi più complessi di parenti, sia come mezzo, nelle case più
ricche, ad estendere l’attività della casa a un campo più esteso e più
multiforme.

Intanto, col complicarsi de’ rapporti sociali e con l’avvento di uno
stadio di economia più progredito ed elevato, la funzione degli schiavi
sorpassava il ristretto ambito della cerchia domestica e si convertiva
in qualche cosa di diverso e anche di opposto alla pura cooperazione
della vita economica familiare.

Già la nuova fase dell’economia agricola, che al campo alimentatore
della famiglia avea surrogato il latifondo con tutte le sue varie forme
di produzione, variava, insieme alla primitiva posizione dello schiavo,
il suo uso e il suo concetto più antico.

Ma ancora, con ciò, non è turbato quel carattere dell’economia antica
che raccoglie nella stessa mano, come mezzi di produzione della
medesima categoria il capitale e la mano d’opera. “Il lavoro sta così
allo stesso grado della rendita fondiaria e lo schiavo al grado della
terra, in modo che il lavoro come forza creatrice non ha rilievo in
contrapposizione alla terra con cui esso crea. Quindi non si trova
nell’economia romana la distinzione di capitale e lavoro, ma solo
quella di sorta principale e frutto„[720].

Gli schiavi divenivano materia di speculazione. Erano comperati per
dirozzarli, istruirli e poi rivenderli, come si faceva in casa di
Catone il vecchio[721], e, appresso, date certe condizioni, se ne
procurava la moltiplicazione e l’allevamento con l’esclusivo e precipuo
scopo della vendita.

Si locavano, funzionando come una vera e propria forza di lavoro
separata e indipendente dal capitale in cui il loro lavoro veniva
incorporato, costituendo così una vera forma di salariato con tutti
i suoi rapporti. Questo impiego degli schiavi, che s’incontra poi
nel Digesto come un fatto ordinario, appare già, sia sotto forma
di commodato che di locazione di opera, in giureconsulti della
repubblica[722]. Crasso nelle speculazioni edilizie, a cui attendeva
con ardore e con pari fortuna, forniva insieme, nella ricostruzione
delle case incendiate, le aree comprate al ribasso e l’opera de’ suoi
molti schiavi costruttori[723].

Si venivano così creando, anche nel seno della schiavitù e col suo
mezzo, quella separazione e quell’antitesi del capitale e del lavoro,
che dovevano costituire il carattere peculiare della nuova economia
in contrapposizione dell’antica. La nuova fase dell’economia, con
la divisione progrediente del lavoro, con i maggiori progressi
tecnici, col bisogno di una educazione tecnica professionale rompeva
l’insufficiente e chiusa cerchia della produzione casalinga e trovava
nel salariato una forma più conveniente e più consentanea alla sua
indole. Ma, per quella continuità che v’è tra il vecchio e il nuovo,
per quella pressione lenta e assidua che infonde nelle vecchie
instituzioni uno spirito nuovo e le adopera per nuovi bisogni, sformava
il tipo genuino della schiavitù antica e le faceva assumere una forma
ibrida, dandole l’impronta del salariato.

La schiavitù si sformava e si trasformava da tutti i lati.

Il _peculium_, sviluppandosi ed esercitando una funzione sempre più
importante, non solo creava una nuova condizione morale allo schiavo,
ma ne modificava radicalmente la posizione e la funzione economica e
concorreva anch’esso a mutare il carattere dell’antica economia.

L’origine del _peculium_ era veramente antica, tanto che si cerca
trovarne la traccia nelle XII tavole; ma quello stato di cose più
antico lascia indurre che si trattasse di cosa nè straordinariamente
diffusa, nè che raggiungeva una rilevante entità. Appresso, con
l’ampliarsi delle aziende agricole, col crescere dell’opulenza e delle
liberalità, questo gruzzolo, consistente in danaro ed in ogni altra
specie di valore, sia come frutto di risparmi che come premio e come
partecipazione tollerata all’industria e all’azienda del padrone,
doveva crescere di proporzioni e divenire più diffuso. Il peculio poi
si raccomandava come una maniera di eccitare nello schiavo uno degli
stimoli dell’operosità non facile a trovarsi in esso, l’interesse, ed
avvezzarlo a quelle abitudini di economia e di solerzia, che avrebbero
poi potuto riflettersi ne’ suoi rapporti verso il padrone; tanto che
il possesso di un peculio era come una commendatizia e un indizio di
lodevole operosità in uno schiavo. Rispetto al padrone, quantunque si
dicesse che il peculio non dovea servire ad alimentare lo schiavo,
quest’opinione doveva andar soggetta a molte riserve, specialmente
ne’ casi di carestia e in quelli, in cui, come ci vien riferito
degli schiavi siciliani, si trascurava il mantenimento de’ servi,
abbandonandoli quasi a sè stessi per quanto concerneva il procacciarsi
i mezzi di esistenza. Poteva in ogni modo il peculio valere come una
riserva pel padrone, sia come un eventuale prezzo di riscatto, sia
(giacchè il diritto di proprietà rimaneva sempre presso il padrone)
come un premio quasi di assicurazione pel caso di morte del servo o di
fuga, già resa più difficile da un interesse che lo teneva legato alla
casa del padrone.

L’estendersi poi degl’interessi e dell’attività della classe padronale
a paesi lontani e a’ più disparati campi d’azione allentava o rompeva
quel rapporto continuo e contiguo tra padroni e servi e faceva sì che
costoro, pur essendo le braccia allungate del padrone, avessero bisogno
di una maggiore libertà di movimento e quasi di una certa autonomia.
La condizione, il sostrato e l’effetto, tutt’insieme, di questa nuova
condizione di cose era appunto lo sviluppo del peculio, sia nel senso
dell’estensione come in quello della sua importanza: ed è questa
l’evoluzione del peculio, di cui la giurisprudenza attesta e riflette
il punto di arrivo anche più che non il divenire, e che perciò viene
a vicenda affermata e negata per determinati periodi, tanto accentuata
n’è la linea generale e tanto impercettibili, nella loro continuità, ne
sono i momenti[724].

Nel sesto secolo di Roma il peculio de’ servi ricorre, non solo
nella giurisprudenza dell’epoca, ma nella commedia plautina, con tale
frequenza che si può concepire quale importanza dovesse avere nella
vita degli schiavi e nell’economia romana in generale[725].

Ora questo nucleo di ricchezza, virtualmente e legalmente di proprietà
del padrone e realmente oggetto e base di una economia separata del
servo, era appunto il germe sempre più fecondato di un nuovo rapporto
tra schiavo e padrone, che poteva e doveva convertire la dipendenza
personale assoluta in un rapporto prevalentemente economico.

Il crescente movimento commerciale cercava di rendere mobile ed attiva
la ricchezza, e di questa tendenza sentiva naturalmente gli effetti
il peculio, che tanto più poteva essere fonte di profitti, quanto
più gli riesciva di guadagnare di libertà e di autonomia, riflettute
l’una e l’altra sullo schiavo, che del peculio era come l’appendice,
ma che, attraverso il peculio, riusciva ad avere moralmente, se non
giuridicamente, una personalità che gli mancava.

“Se il peculio non era di regola la base economica dell’esistenza
autonoma della persona soggetta a potestà, c’è tuttavia sempre
da pensare che nel caso della sua evoluzione avesse sempre più,
gradualmente, assunto il carattere di un fondo adibito in un’azienda
autonoma. Non vi è neppure da dubitare che il numero de’ peculii
investiti in questa maniera e adoperati a questo scopo crescesse
straordinariamente nel periodo in questione„[726].

Così tra la fine della Repubblica e il principio dell’Impero qualche
giurecunsulto ci parla di servi ch’erano nel fondo come coloni[727] e
di servi a cui il padrone loca il fondo e dà i bovi[728]. Come si vede,
il servo cessa di essere uno strumento materiale nelle mani del padrone
per assumere verso di lui, malgrado la deficiente sua personalità,
l’aspetto almeno di un contraente. L’uno e l’altro accenno, in ogni
modo, alludono chiaramente a un’economia non solo separata ma, si
può dire, contrapposta a quella del padrone, la cui funzione veniva
praticamente a concretarsi non più nell’impiego diretto dello schiavo,
ma in un benefizio indiretto ottenuto con la costituzione di un
improprio contratto di locazione.

“Tanto per questi coloni, come per gli schiavi adoprati sempre più
come artigiani col principio dell’Impero, noi possiamo intendere così
la loro condizione: che i coloni come affittaiuoli di appezzamenti
pagavano un tributo annuo; gli operai di città erano provveduti di
un’officina o dovevano pagare al padrone una tangente (_Tantième_) del
loro guadagno[729]. Così si creava tutto un complesso di esistenze,
che il padrone non deve più sorvegliare e a cui non deve più
provvedere„[730].

Dalla schiavitù stessa, così, per un’intima trasformazione sorgeva, in
forma ibrida ma corrispondente a un’epoca di transizione, una categoria
di artigiani e di salariati, che tenevano dell’antico e del nuovo,
del lavoro libero e del lavoro servile, del primo de’ quali — staccati
omai dalla stretta dipendenza personale — adempivano la funzione e del
secondo risentivano l’origine e la condizione giuridica.

Era una trasformazione che esercitava la sua azione non solo sulla
condizione de’ servi, ma anche sull’economia generale del tempo di cui
era un portato e su cui reagiva.

“Nell’economia a schiavi — è stato osservato in uno studio su’ concetti
economici fondamentali del _Corpus iuris civilis_[731] — nell’economia
a schiavi scompare il concetto di capitale come quantità di ricchezza
fecondata dal lavoro in opposizione al lavoro stesso, e l’economia ha
a fare con aggregati di ricchezza, che non impropriamente sono stati
designati col nome di sostanza domestica (_Oikenvermögen_). Ma, in
realtà, naturalmente doveva accadere che da queste grandi masse se ne
staccassero altre minori e dall’ambito dell’economia privata entrassero
in quello dell’economia sociale; queste masse minori consistono in cose
e costituiscono un _peculium_, ovvero sono rappresentate da danaro e
costituiscono una _sors_.

“La prima esce dalla sostanza domestica solo esteriormente come
patrimonio dello schiavo, non di fatto: l’altra assume una funzione
autonoma come capitale mobile circolante.

“Il _peculium_ era importante, politicamente come un passaggio dalla
schiavitù al servaggio, economicamente come un mezzo di rendere
produttivo e mobile il patrimonio domestico, scientificamente in quanto
con esso poteva realizzarsi una figura di capitale che si accosta molto
al moderno.

Materia del _peculium_ può essere tutto ciò che può formare parte
del patrimonio domestico; esso sorge dall’accumulo di prodotti ed è
destinato ad una ulteriore produzione.

“Lo scindersi di peculî dal patrimonio domestico e la loro produttività
rendeva, in linea di fatto, l’immagine dell’economia romana simile
alla moderna. L’industria domestica divenne una industria con capitali
mobili; il lavoro divenne mobile e riuscì ad avere azione sulla
formazione del capitale: il danaro divenne sempre più la base della
circolazione e degli scambi compiuti prima direttamente per mezzo degli
stessi prodotti[732].

“Così, mentre il peculio si atteggiava nella sua forma esteriore
a capitale produttivo, eppure tornava sempre e ancora alla massa
improduttiva del patrimonio domestico, spunta come autonomo il capitale
mobile in forma di prestito (_sors_)„.

Un altro modo, per cui si facevano strada e si realizzavano la
tendenza e il bisogno di sostituire l’impiego diretto degli schiavi con
l’utilità indiretta, che si poteva trarre mediante una partecipazione
a’ frutti della loro attività indipendente, erano le manumissioni rese
sempre più frequenti e che hanno stretta relazione col peculio, sia in
quanto questo si convertiva assai spesso in un prezzo di riscatto[733],
sia in quanto, lasciato al liberto, seguitava ad esercitare assai
meglio e più efficacemente la sua funzione economica, e metteva il
liberto in grado di poter meglio esercitare il suo commercio, la sua
industria e il suo mestiere con un capitale atto ad essere messo in
circolazione od a fornire l’impianto.

Le manumissioni, che già dal 397 357 al 545 209, in soli
centoquarantotto anni, erano state tanto numerose, come lascia supporre
l’ingente somma ricavata dalla tassa su’ manomessi, erano venute
così crescendo, specialmente negli ultimi tempi della Repubblica,
che n’erano divenuti insieme uno de’ caratteri salienti ed una
preoccupazione.

I motivi di queste numerose manumissioni, più volte accennati, si
possono ritrovare nel desiderio di crearsi delle clientele da far
valere ne’ comizi e nelle varie vicende della vita politica, nella
vanità che godeva della fama stessa delle manumissioni e de’ loro
effetti, nel desiderio di sottrarre a’ creditori una parte del
patrimonio così notevole ma così facile a distrarsi, e finalmente
anche nella crescente abitudine delle liberalità e, qualche volta, in
un senso di filantropia, che, anch’esso, dovea crescere col progredire
della civiltà e con l’allargarsi de’ più angusti orizzonti romani.

Ma, sotto a questi motivi di carattere più immediato e più
appariscenti, operava, più dissimulata o meno consapevole, ma
più persistente ed efficace, la pressione continua delle nuove
condizioni di vita, che, facendo sentire l’insufficienza de’ vecchi
rapporti economici e rendendo più elastici, col senso di scontento
che suscitavano, le vecchie e rigide forme e i rudimentali modi di
produzione, scalzavano l’istituto della schiavitù innovandone la
vecchia forma e trasformandola in ibride forme di soggezione e di
salariato.

II cinico consiglio del vecchio Catone di disfarsi dello schiavo
vecchio e malato[734], che tanto doveva spiacere alcuni secoli dopo a
Plutarco[735], non sempre poteva risolversi nella vendita desiderata
e andava a finire talvolta in un abbandono, come ce lo provano le
disposizioni proibitive dell’imperatore Claudio[736], e, in ultima
analisi, in una manumissione.

Ma, indipendentemente da questo caso, la manumissione si raccomandava
spesso per molti rispetti, sì da costituire un’utilità comune del
padrone e dello schiavo.

Ben di frequente l’emancipazioni non erano gratuite[737], e quindi
il padrone cominciava dall’esigere una somma, che gli permetteva,
volendo, di rinnovare la sua servitù, sostituendo al servo più
invecchiato e stanco uno nuovo. In ogni caso, fosse remunerativa oppur
no la manumissione, nell’atto che si compiva non si poteva mai dire
veramente gratuita, perchè non interrompeva i rapporti e il legame
tra manomittente e manomesso, ed era concessa, tanto più quando era
in apparenza gratuita, con l’obbligo di prestare tutta una serie di
servigi e di lavori, che contrattualmente si potevano estendere anche
a favore di altri che non fosse il patrono e si risolvevano in una vera
partecipazione a’ proventi professionali e a’ lucri del liberto[738].

Già per sè stessa la condizione di manomesso includeva tutta una serie
di doveri morali che importavano rispetto, devozione, aderenza al
patrono, e si estendeva sino all’obbligo giuridicamente riconosciuto di
fornire, in caso di bisogno, gli alimenti al patrono.

Includeva pure atti di liberalità, anche a ricorrenze fisse, durante
la vita del liberto e un diritto più o meno limitato, secondo
i casi ed i tempi, alla sua eredità[739]. Ma a questi doveri ed
obblighi inerenti alla qualità di liberto, e però implicitamente od
esplicitamente preveduti dalla legge, se ne potevano aggiungere e
se ne aggiungevano contrattualmente tanti altri, che, costituendo
la condizione della manumissione, avevano tutta l’elasticità di una
privata convenzione[740]. In questa categoria rientravano l’obbligo
di educare i figli del patrono, di pagare, a tempo determinato, delle
somme e altre stipulazioni dello stesso genere. Il più comune e il
più importante di questi obblighi consisteva nell’impegno assunto
d’impiegare il proprio lavoro, in termini definiti, a favore del
patrono, di prestare a pro’ suo le operae, che si dividevano in
_officiales_ — se dirette a soddisfare bisogni e commodità personali
del patrono e della sua famiglia senza scopo di speculazione[741] —
e _fabriles_, se suscettibili d’essere impiegati dal patrono a favor
proprio o di altri, anche e massimamente a scopo di speculazione[742].

L’obbligo di prestare queste opere veniva costituito con una apposita
stipulazione giurata dallo schiavo prima della manumissione, e, poichè
lo schiavo non aveva personalità giuridica per obbligarsi rimpetto al
padrone, la manumissione aveva efficacia a condizione che il liberto
assumesse, sotto giuramento, quell’obbligazione.

La condizione impari del padrone e del servo, il desiderio in
costui naturale di recuperare la libertà dovevano dare spesso alla
convenzione un’indole leonina, e la manumissione rappresentava quindi
pel padrone quello che si direbbe un ottimo affare. Il servo non gli
costava più nulla e gli forniva un guadagno. D’altra parte lo stesso
liberto, sorretto e aiutato dalla distribuzione pubblica a cui poteva
come cittadino aver parte, agevolato da un capitale di scorta anche
talvolta, rotto al lavoro ed edotto pure, in parecchi casi, di uno
speciale mestiere, aveva un campo aperto alla sua attività in quella
società, dove tanti elementi, per pregiudizi di classe e altri motivi,
erano inoperosi.

Le norme di questi rapporti tra patroni e liberti, nella forma in cui
noi le conosciamo, si vennero sviluppando e coordinando sotto l’Impero;
ma, da quelle che è lecito riportare più sicuramente a tempi anteriori
e dalla stessa disposizione con cui ripetutamente cercavano rimediare
a deplorati inconvenienti, si scorge come i patroni cercassero di
ritrarre tutto l’utile da questa condizione fatta a’ loro liberti.

Da un lato si cercò di assicurare il diritto de’ patroni all’eredità
del liberto, eliminando, almeno per le eredità più considerevoli,
la possibilità di eluderlo mediante testamento[743]; dall’altro
s’inclinava a estendere la prestazione delle operae, allargando il
concetto e il modo di prestazione e d’impiego delle stesse _operae
officiales_[744].

Il riflesso di questa tendenza de’ patroni a estendere i loro diritti,
lo troviamo in parte nelle testimonianze appartenenti ad epoca
posteriore, ma che ci mostrano come il loro scopo fu raggiunto, in
parte, in disposizioni mitigatrici e limitatrici de’ loro diritti,
magari di epoca tarda, ma che sono l’effetto di una reazione naturale
contro l’esorbitanza de’ patroni.

Così le opere del liberto non si limitavano semplicemente al mestiere
o al genere di lavoro da lui esercitato durante la schiavitù, ma anche
a quello che apprendesse di poi[745]. Così ogni miglioramento e ogni
vantaggio del liberto tornava anche a profitto del patrono. E, per
converso, se anche egli smetteva di esercitare il suo mestiere, doveva
nondimeno prestare sempre, quando occorrevano al patrono, altri uffici
corrispondenti, in compenso[746].

Limite e misura alla prestazione delle opere a favore del patrono erano
il pericolo della vita e la turpitudine delle opere richieste[747]; ma
questa stessa restrizione ci mostra che i patroni dovettero anche oltre
quel termine spingere le loro pretese, se l’equità del giureconsulto
dovette intervenire a contenerle.

Il giureconsulto Javoleno voleva, in linea generale, che il patrono
alimentasse il liberto, mentre l’impiegava a vantaggio proprio[748];
ma il giureconsulto Sabino faceva di quest’obbligo del patrono una mera
eccezione pel caso che il liberto non avesse di che alimentarsi; e del
resto, in ogni altro caso, anche durante la prestazione delle opere
dovute, doveva nutrirsi e vestirsi a sue spese[749].

Questa tendenza, di cui la legislazione e la giurisprudenza imperiale
ci danno come una proiezione, ci è anche più direttamente attestata
da quel che ci rimane della giureprudenza del periodo repubblicano più
tardo.

Erano frequenti le liti, le controversie e le occasioni a trattare
di questioni riflettenti schiavi e liberti, e questi formavano la
clientela preferita di qualche giureconsulto[750]. Di P. Rutilio Rufo,
giureconsulto e console nel 649/105, è ricordato espressamente che
contenne e moderò le soverchierie di patroni verso i liberti[751].

È facile allora scorgere quale impulso, indipendentemente dalle più
prossime occasioni di ordine politico e personale, dovesse venire alle
manumissioni da questa condizione di cose, che, sotto un certo aspetto,
sembrava conservare gli eventuali vantaggi della schiavitù eliminandone
i molti inconvenienti, scaricando il padrone del peso di alimentare
il servo meno che, tutt’al più, nelle giornate di lavoro utile,
cointeressando l’antico servo all’utilità del padrone e suscitando in
esso quel pungolo del bisogno e dell’interesse, che ne doveva duplicare
e fecondare l’attività.

Quindi — quanto più il lavoro servile si rivelava meno produttivo, il
lavoro salariato più conveniente ed accessibile, la circolazione e la
vicenda delle fortune più rapide — le manumissioni crebbero in maniera
così straordinaria che lo Stato dovette emettere provvedimenti, intesi
tuttavia, per chi ben guardi, più a regolarle che non realmente a
limitarle.

Quello che preoccupava i poteri pubblici, tanto più quando si furono
accentrati in una persona, non era già il fatto delle semplici
manumissioni e del diverso rapporto economico che si costituiva tra
l’antico schiavo e l’antico padrone. Le manumissioni erano oggetto
di preoccupazione e di misure restrittive, in quanto, come atti
inconsiderati ed ispirati a sentimento di vanità de’ minori e de’
testatori, contribuivano a quelle abitudini di dissipazione ed a quei
crolli di fortune, contro cui reagiva la nuova politica imperiale,
interessata a mantenere, come e fin dove fosse possibile, il dominio
in uno stato di assetto, senza elementi dissestati e necessariamente
irrequieti. Più ancora si era preoccupati di allontanare e limitare
le conseguenze delle manumissioni sulla vita pubblica; si trattava
d’impedire che tanti schiavi manomessi, divenendo cittadini di pieno
diritto, concorressero a ricostituire o a rendere più salde e più
potenti nella vita politica le clientele e le consorterie, che, in
mano della nobiltà e della classe ricca non ancora purgate o disilluse
delle loro ambizioni oligarchiche, dovevano presentare come una
minaccia e una insidia al potere imperiale; si trattava d’impedire che
concorressero ad accrescere le schiere degli aspiranti o de’ fruenti
delle distribuzioni pubbliche, divenute sempre più un così grave carico
dello Stato; si trattava insomma, per quell’antico travestimento
dell’interesse ch’era l’orgoglio romano e per gli stessi interessi
pratici in cui tornava a risolversi l’orgoglio, d’impedire che fosse
troppo inquinata da questi nuovi elementi la cittadinanza romana.

A queste ragioni erano inspirate e a questo scopo erano rivolte la
legge _Fufia Caninia_, l’_Aelia Sentia_, la _Junia Norbana_, tutte
venute in un giro relativamente breve di tempo. La prima si proponeva
in via più immediata di moderare la smania di manomettere in chi,
con un atto di ultima volontà, si spogliava di cose che non era più
chiamato a godere[752]; l’altra sottoponeva al previo parere di un
consiglio composto di dieci cavalieri e dieci senatori le manumissioni
degli schiavi d’età inferiore a’ trent’anni e quelle volute per
giusta causa da un minore di venti anni, e fatte con il rito della
_vindicta_[753]; l’ultima, la _Junia Norbana_, dava a’ manomessi
soltanto la latinità e non già il diritto di città[754].

Tutte e tre non costituivano un vero impedimento alle manumissioni.

Se le manumissioni fatte dal minore di venti anni erano nulle e
inefficaci a dare la libertà, non pare sicuro che fosse altrettanto
dell’affrancamento degli schiavi inferiori a’ trent’anni fatto da
persone capaci senza l’intervento del Consiglio[755].

Questa procedura irregolare e incompleta avrebbe avuto, secondo
qualche interprete, semplicemente l’effetto di non fare del liberto
un cittadino romano, ma di lasciarlo nella classe meno favorita de’
Latini[756]. La legge _Junia Norbana_ poi, apprendendosi come a un
mezzo termine, nell’atto stesso che precludeva agli schiavi la via
dell’acquisto de’ diritti di cittadinanza piena ed intera, apriva
l’adito a un maggior numero di manomissioni, elevando a stato di
diritto la manomissione compiuta senza forme solenni _inter amicos_, la
quale prima costituiva soltanto uno stato di fatto[757].

Quest’ultima legge quindi, lungi dal costituire un impedimento
all’allentarsi e allo sciogliersi del vero rapporto servile, ne
agevolava la trasformazione, al punto da essere considerata da qualcuno
come il punto, da cui prende le mosse, la tendenza legislativa a
favorire le manumissioni sempre più marcata sotto l’Impero.

D’altra parte la legge _Fufia Caninia_, limitata a’ soli atti di ultima
volontà, dava luogo, come è noto, a tutta una serie di espedienti e
di astuzie[758], che, se talvolta riescivano a eluderla, mostravano
sempre come forte fosse l’impulso a liberare gli schiavi e come i
freni fossero poco efficaci anche in un genere di manumissioni, come
quelle testamentarie, a cui dava la spinta la vanità anche più che non
l’interesse.

Le restrizioni della legge _Aelia Sentia_ finalmente, che alla loro
volta, all’occorrenza, cedevano il campo alle preoccupazioni di fare
argine al decrescere della popolazione, se anche talvolta inceppavano
il raggiungimento della libertà come condizione legale, non impedivano,
nè potevano impedire — ciò che a noi più importa, dal nostro punto di
vista — il raggiungimento di uno stato di fatto corrispondente a una
condizione di libertà e sopratutto di attività autonoma.

Così da ogni parte l’artigianato e il salariato, compatibilmente alla
condizione de’ luoghi e de’ tempi, ricevevano incremento; e, mentre
la concentrazione della ricchezza, di cui la schiavitù era stata
strumento, e l’impoverimento delle masse apparecchiavano nel numeroso
proletariato il campo, dove la nuova forma di produzione doveva
reclutare le sue forze di lavoro; la stessa schiavitù, trasformandosi
e disfacendosi, faceva spesso de’ servi e massimamente de’ liberti
altrettanti artigiani e salariati. È una trasformazione, la quale,
nel periodo più antico, anche quando non trova sempre prove dirette,
è accreditata da fatti concomitanti; e, a misura che si procede nel
tempo e si rendono più frequenti i documenti epigrafici, l’esercizio
delle arti, de’ mestieri, del piccolo commercio, proseguito in maniera
sempre più prevalente da liberti e dalla loro discendenza, si riflette
sul tempo anteriore, e vi fa scorgere la naturale anticipazione e il
precedente necessario di quello stato di cose.


X.

Un’altra traccia indiretta ma eloquente di questa funzione più
complessa e insieme più indipendente dalla schiavitù appare anche
nello sviluppo che la giurisprudenza dà a istituti nuovi o appena
accennati, che acquistano rilievo e forma sempre più organica, non
già, come s’intende agevolmente, per un’elaborazione meramente teorica
e per un processo deduttivo svolto da alcuni principi giuridici, ma
per la necessità di corrispondere a un complesso di nuovi rapporti
economici. Erano questi che si venivano sostituendo agli antichi e
provocavano norme giuridiche ordinatrici, ottenute, per quel felice
e pratico senso di orientamento ch’è proprio della giurisprudenza
romana, con l’adattare, mediante uno sforzo di elasticità, il vecchio
diritto alle nuove condizioni, che lo penetrano del loro spirito e lo
rinnovano, lasciandolo in apparenza immutato e riuscendo in tal modo a
contemperare e fondere la tradizione e il progresso.

Così nella giurisprudenza stessa del più avanzato periodo della
Repubblica, il _peculio_, il lievito e l’indice della nuova azione
della schiavitù, dà luogo a una larga ed importante elaborazione
giuridica, che mira a disciplinarne la disponibilità per parte dello
schiavo, la sua posizione rispetto al padrone e gli obblighi e i
diritti che ne possono derivare a questo rispetto agli estranei, con
cui lo schiavo entra in rapporti d’affari[759].

Divenivano sempre più complessa l’indole e sempre maggiori le
proporzioni degl’investimenti, degli affari, degli scambi e,
necessariamente, per l’impossibilità di una gestione sempre diretta e
immediata, erano chiamati ad avervi una maggiore funzione gli schiavi,
i liberti, gli uomini di fiducia del padrone e dello speculatore, le
sue braccia allungate. Di ciò si scorge il riflesso nelle norme sempre
più sviluppate sulla responsabilità de’ padroni per gli atti di varia
natura de’ loro servi e de’ loro preposti; lo si scorge nella forma
sempre più dottrinale, coerente ed organica che vengono prendendo
le regole disciplinatrici de’ rapporti creati dall’attività, di chi
gerisce sotto varia forma e in diversa maniera gl’interessi altrui
(_actio institoria, exercitoria, gestio negotiorum_).

Sopratutto poi l’impronta di lavoro salariato, che veniva assumendo
per necessità di cose il lavoro libero e spesso anche il servile, si
riflette nell’apparire che fanno gli istituti giuridici della _locatio
operarum_ e della _locatio operis_, più sviluppati e più trattati,
quanto più il salariato si diffonde e diventa un elemento integrante
della nuova economia.

È nel sesto secolo che troviamo formati e sviluppati i due
istituti giuridici[760]. Ce ne forniscono numerosi esempi le
commedie di Plauto[761]; ce ne fornisce il trattato di Catone
sull’agricoltura[762].

La _locatio operarum_, che importa la prestazione della propria
attività a vantaggio di altra persona ed a tempo, rappresenta la
forma più antica e più rudimentale; ma, a misura che la società romana
progredisce e i suoi rapporti diventano più complessi, fa sempre più
luogo a una forma più sviluppata di locazione, alla _locatio conductio
operis_.

“Che la _locatio conductio operis_ sia più recente della _locatio
conductio operarum_ possiamo dedurlo — si è osservato[763] —
specialmente da argomenti intrinseci. Tanto l’economia privata che
la pubblica eccedono l’impiego di singole _operae_. Come il privato
cercava e raggiungeva un risultato economico da ottenersi mediante
il lavoro con l’opera de’ suoi figliuoli, schiavi, clienti, liberti e
salariati, combinata e diretta da lui o da un suo rappresentante, così
anche il re che, per esempio, rappresentava lo Stato, il funzionario
che ne teneva il luogo e così via doveano compiere delle costruzioni
mediante i _munera_ imposti a’ cittadini e l’opera di operai forestieri
presi a mercede. Intanto, così per lo Stato come per i privati più
ricchi, si rendono necessarie intraprese, a compiere le quali debbono
essere messe in movimento tante e così varie _operae_ e così speciali
attitudini tecniche ed artistiche che diviene difficile o impossibile
per il privato e il funzionario di combinare e dirigere da solo e
senza intermediarî, in numero sufficiente, tutte queste forze di
lavoro dotate di tali attitudini e di guidare la loro combinata e
predisposta cooperazione al raggiungimento del fine predisposto.
Da prima era lo Stato, a cui toccava di compiere opere delle più
grandi proporzioni da eseguirsi mediante lavori della più varia
natura e che, al tempo stesso, aveva a sua disposizione un insieme
di funzionarî assai scarso e non tecnicamente istruito per tradurre
in atto e dirigere le sue intraprese. Per esso, con la fondazione
della Repubblica, sopravvenne anche un’altra ragione di abbandonare il
sistema d’impiego di singoli lavoratori. I _munera_ fin qui imposti a’
plebei per il compimento delle grandi opere intraprese da’ Tarquinii
erano stati una delle principali ragioni di malcontento verso il potere
monarchico specialmente dell’ultimo re. Sembra che già negl’inizi
della Repubblica si cominciasse a decampare da questa normale
imposizione di _operae_. Si formò il sistema degli _ultrotributa_; lo
Stato si disimpegnava dalla diretta assunzione di costruzioni e di
altre intraprese economiche, lasciandone l’esecuzione per una somma
complessiva a privati od a società di privati. Non già la _locatio
conductio rerum_ e nemmeno quella _operarum_, bensì quella _operis_
sembra essersi introdotta ne’ rapporti privati modellandosi sul sistema
adottato dallo Stato ne’ suoi rapporti patrimoniali. Anche nella vita
privata, poichè erano scomparsi i sistemi semplici e patriarcali,
molte necessità d’ordine economico non potevano più essere soddisfatte
in maniera immediata dal padre di famiglia, da’ suoi familiari e da’
lavoratori avventizi presi a mercede; anche qui si cercò di raggiungere
questi risultamenti affidandone l’incarico a un imprenditore
e corrisponendogli una somma determinata. Mentre ne’ rapporti
patrimoniali dello Stato la _locatio conductio operis_ ha quasi del
tutto eliminata l’esecuzione diretta de’ singoli lavori, ne’ rapporti
privati prende il suo posto accanto alla _locatio conductio operarum_,
ma tuttavia in modo da farla passare in secondo ordine. Secondo Catone,
nell’azienda agricola troviamo adottata dagli stessi proprietarî la
_locatio conductio operis_ per i maggiori lavori agrari; così per le
costruzioni, per l’_oleam facere et legere_, ecc. Il padrone poteva in
tal modo, normalmente, raggiungere meglio e a condizioni migliori il
suo scopo che non quando cercava di arrivarvi con l’immediato e diretto
impiego de’ singoli lavoratori. In ogni caso poi il _conductor operis_
per eseguire i lavori necessarî ricorre dal suo canto alla _locatio
conductio operarum_, come dev’essere accaduto anche de’ _redemptores_
delle _opera publica_, quantunque anche quest’imprenditori, come si
vedrà, davano pure in subappalto l’esecuzione dell’opera assunta.
Così la _locatio conductio operarum_ passa, per quanto ancora duri, in
seconda linea„.

È interessante poi vedere, come, attraverso le varie forme del suo
impiego, il lavoro acquista una funzione prima più notevole, poi
anche più distinta, poi anche preponderante, che mal si accorda con la
schiavitù e specialmente con la sua più antica e rudimentale funzione
domestica; e, per l’azione e reazione de’ fenomeni sociali, mentre ciò
è indizio della decadenza del lavoro servile, ne diventa causa, alla
sua volta, ne’ successivi momenti.

Si comincia da forme ibride, quali i diversi contratti secondo cui al
lavoratore è assegnata un’aliquota, maggiore o minore, del prodotto
del fondo[764]; una specie di contratto che sta come di mezzo tra la
_locatio rerum_ e la _locatio operis_, e tiene dell’una e dell’altra.
Un altro termine di passaggio e un tratto d’unione tra queste forme
d’impiego di lavoro e il lavoro più propriamente salariato, lo
costituisce il compenso del lavoro in natura, di cui sono resto,
insieme, e documento le _accessiones_, conservate ancora col prevalere
della retribuzione in moneta. Ma col diffondersi e prevalere delle
forme più progredite d’impiego di lavoro subentra regolarmente il
salario in moneta e la _locatio operis_ sotto la veste del cottimo e
dell’appalto[765].

Gli effetti che questa forma d’impiego ha nel rendere il lavoro
più compiuto e più spedito e, al tempo stesso, nel determinare tra
i lavoratori una concorrenza che, elevando il salario di qualcuno,
ne abbassa il livello generale, sono stati già notati a proposito
della funzione del cottimo nell’economia ateniese[766], e qui gioverà
soltanto richiamare l’attenzione sulla ricorrenza di fenomeni e di
effetti analoghi nell’economia romana. Il rinvilìo della mano d’opera,
che ne conseguiva, determinava, non solo una convenienza sempre
maggiore di sostituire al lavoro servile il lavoro salariato, ma dava
la spinta anche a un differenziarsi continuo del lavoro, contribuendo
così a creare una classe più larga di artigiani. La _locatio operis_
poi che, nella sua forma più semplice e rudimentale, si limitava a
stabilire un prezzo unitario del lavoro incorporato nella materia
fornita dal committente[767], doveva spianare la via a un’altra
forma più importante e doveva trasformarsi ancora in una maniera di
produzione più progredita, in cui il _conductor operis_ metteva di
suo il materiale da lavorare, e quella _merces_, che prima indicava la
retribuzione del lavoro e doveva poi dare origine al nome della materia
stessa trasformata dal lavoro[768].

Non si può dire, è vero, che la _locatio conductio operis_ si
risolvesse sempre ed assolutamente in una _locatio operarum_ e tanto
meno che portasse sempre ed assolutamente all’impiego di lavoratori
liberi.

In più casi erano adoperati a questo scopo anche schiavi; ma ne’
lavori minori l’opera poteva essere esaurita da un lavoratore libero
col concorso anche di suoi familiari, chiamati tradizionalmente
ad esercitare lo stesso mestiere; in altri casi si è pensato[769]
ad associazioni di lavoratori liberi, la cui esistenza o la cui
possibilità, almeno, non può essere esclusa in forma assoluta, se
anche il tratto che s’invoca a dimostrarne l’esistenza è tutt’altro
che chiaro ed esplicito[770]. In ogni caso, poi, la proporzione sempre
variabile delle forze di lavoro richieste in questi cottimi e appalti
importava che, pur ricorrendosi al lavoro servile, si faceva uso assai
spesso di schiavi locati, e si aveva quindi sempre, come nel caso di
Crasso, un lavoro salariato, i cui soggetti variavano ma la cui natura
era identica.

È notevole pure il vedere come si cercasse di rimediare agli
inconvenienti, che questi sistemi, per quanto più progrediti, non
potevano fare a meno di presentare.

Il vantaggio che il lavoro servile aveva sul lavoro mercenario
consisteva sopratutto nella sua continuità, nella sua illimitata
disponibilità, nella disciplina a cui lo si poteva assoggettare, nel
fatto che il servo, essendo incapace di avere un diritto di proprietà,
il padrone poteva meglio essere garantito verso di lui dal pericolo e
dalle conseguenze di eventuali sottrazioni.

Ora si cercava di trasportare nell’impiego de’ mercenari questi stessi
vantaggi, cercando così di conciliare il lato favorevole del lavoro
servile con quello del lavoro mercenario.

Si cercava quindi di afforzare il rapporto di dipendenza del lavoratore
mercenario con la coabitazione e con la concessione di un potere
disciplinare[771].

Si cercava di difendersi e premunirsi contro l’eventuali sottrazioni,
obbligando gli operai a giurare di non aver nulla sottratto dal fondo,
ove erano andati a prestare l’opera loro e pattuendo che nulla sarebbe
dovuto a chi si rifiutava di prestare tale giuramento[772].

Ad ottenere il concorso de’ lavoratori in luoghi malsani si elevava la
retribuzione[773].

Gl’istrumenti e gli utensili forniti dal padrone erano garentiti
contro i possibili danni mediante un diritto da parte del _locator_
di ritenere, deducendolo dal prezzo della locazione, l’equivalente del
danno[774].

Era oggetto di molta cura e preoccupazione il premunirsi contro
la temuta incertezza di avere a tempo e nella necessaria quantità
il numero di lavoranti, incertezza che costituiva uno degli
inconvenienti del lavoro salariato; e ciò formava oggetto di speciale
convenzione[775]. A questo stesso scopo, ad assicurare cioè con
opportune guarentigie il regolare concorso della mano d’opera, dovevano
mirare le clausole, che cercavano di salvaguardare ed assicurare il
regolare pagamento de’ lavoratori, dando all’uopo al padrone il diritto
di ritenere, a favor loro, quanto ad essi fosse dovuto dal _redemptor_
e dal compratore, e garantendolo alla sua volta contro quest’ultimo
con un diritto di pegno su quanto si trovasse per l’esecuzione del suo
contratto di avere introdotto nel fondo[776].

L’attitudine e l’abilità degli operai, cosa che costituiva, per
la facoltà di elezione, uno de’ vantaggi del lavoro salariato, era
guarentita col diritto riservato al padrone del fondo e all’acquirente
de’ frutti di accettare o respingere i lavoranti adoperati dal
_redemptor_ de’ lavori del ricolto[777].

La _locatio operis_, intanto, insieme a tutti i suoi vantaggi,
presentava pure l’inconveniente delle coalizioni. Più persone che
volevano assumere un’opera o un’intrapresa qualunque di lavori,
piuttosto che farsi una reciproca concorrenza, la quale si risolveva
in una diminuzione del prezzo di appalto e quindi in un vantaggio del
locatore, si accordavano e, mediante reciproci accordi, fondendosi in
una sola società, finivano per dettare la legge al locatore, elevando
artificialmente il prezzo dell’appalto. Ora anche contro questo
inconveniente si provvedeva, se a ciò, come sembra, si riferisce un
passo, del resto controverso[778], con l’imposizione di un giuramento,
che tendeva a escludere l’esistenza di ogni precedente maliziosa intesa
tra i soci[779].

In tal modo il lavoro mercenario, per opera di liberi e di schiavi, si
faceva strada, sviluppandosi e diffondendosi, invadendo il campo chiuso
delle più antiche forme di lavoro servile, cercando il riconoscimento
in nuovi istituti giuridici o in vecchi istituti nuovamente atteggiati,
evitando o eliminando gli ostacoli opposti alla sua funzione, trovando
uno stimolo nelle nuove condizioni di vita, di cui alla sua volta
diveniva un lievito, e progredendo sino al punto di subordinare a sè
la materia della sua applicazione e farne un’appendice, come prima
esso stesso vi era stato subordinato e n’era sembrato una semplice
appendice.

Questo momento dell’evoluzione del lavoro mostra la sua azione e trova
la sua espressione nella nota controversia intorno alla specificatio,
cioè nella disputa se l’incorporazione del proprio lavoro nella
materia di proprietà altrui lasciasse la proprietà dell’oggetto così
trasformato al proprietario della materia adoperata, o la trasferisse
chi l’aveva trasformata col suo lavoro.

Questa controversia, sorta, non come una mera disquisizione teorica,
ma come il riflesso di un’antitesi di rapporti economici sempre
crescente, prova praticamente il progresso della nuova fase economica,
in cui materia e lavoro non si trovavano più sempre e necessariamente
riuniti in una mano, ma tendevano a dissociarsi e si dissociavano per
combinarsi di nuovo sotto altra forma. La controversia quindi mette
di contro, sotto la veste di due diversi indirizzi giuridici, due
contrari indirizzi economici, come espressione e riflesso di due epoche
diverse, di due diversi sistemi di vita e di produzione: da un lato i
Sabiniani, dall’altro i Proculeiani[780]; ma dietro Sabino è l’economia
del passato e l’antica funzione del lavoro; innanzi a’ Proculeiani
la nuova economia e l’avvenire del lavoro; e tutta la controversia è
un’espressione di quel termine di passaggio, di quella forma intermedia
di produzione, in cui il lavoro, distinto dall’oggetto in cui era
immedesimato, era locato al cliente solito a fornire egli la materia
necessaria su cui il lavoro dovea essere esercitato[781].

Con quel senso pratico, che la distingue, e quell’eccletismo, che n’era
in certo modo la conseguenza, la giureprudenza romana prese spesso una
via di mezzo[782], risolvendo la questione a favore del proprietario
della materia o di chi l’aveva trasformata, secondo criterî intuitivi
di equità, che alla loro volta si risolvevano in un apprezzamento
del valore della materia adoperata e del lavoro impiegato. Ma il
fatto stesso che, se per poco il lavoro era di qualche entità[783],
la questione era risoluta a favore del lavoro, è un indice della
importanza e del valore che questo aveva acquistato e veniva sempre più
acquistando.

In realtà il valore del lavoro, la sua equivalenza e la sua
riducibilità in quella che nell’antichità era non solo la misura ma la
forma per eccellenza del valore, nella moneta, trovava sempre più il
suo legale riconoscimento[784], sino al punto che, sotto l’Impero, nel
caso di menomata integrità corporale dell’uomo libero, di contro alla
massima, che il corpo dell’uomo libero non è soggetto a valutazione, si
faceva strada un modo di vedere più concreto, che liquidava in contanti
la inabilità temporanea o permanente in cui l’offeso era stato messo e
le conseguenze del danno prodotto a lui ed alla sua famiglia[785] col
metterlo nell’impossibilità d’impiegare, utilmente e con la prospettiva
di una mercede, l’opera sua.


XI.

Come bene è stato notato[786], nella condizione giuridica dello schiavo
vi era una latente, ma intima contraddizione, destinata a balzar fuori
e ad apparire più stridente ad ogni occasione.

Lo schiavo era un uomo considerato e destinato a funzionare come una
cosa.

In quanto gli era attribuito il _commercium_, lo si riconosceva come
dotato di una capacità giuridica, ma, in quanto era privo di ogni
diritto politico e privato, personale e patrimoniale, anche il suo
_commercium_ rimaneva privo di giuridico effetto per farne una persona,
ed era non più che un istrumento e un mezzo d’acquisto in mano del suo
padrone.

Era una cosa, ma faceva parte de’ _familiares_, ed era ammesso a
prender parte a’ _sacra familiaria_.

Era un semplice _instrumentum vocale_, ma la manumissione poteva farne
un cittadino, dotato di diritti politici che nella sua discendenza si
venivano sempre più ampliando sino a cancellare il vizio d’origine.

Questo dissidio tra la legge che ne faceva una cosa e la natura che
ne aveva fatto un uomo era destinato a venire sempre più in luce
col sopravvenire di tutte le condizioni e gli eventi, che davano
rilievo e modo e necessità di esplicarsi alla persona umana dello
schiavo, smentendo così e rendendo con la forza de’ fatti praticamente
contraddittorie e insostenibili, nella vita e nella logge, le premesse
giuridiche e le loro ben congegnate deduzioni logiche.

A misura che i primi angusti confini dello Stato romano si
allargavano, i contatti e i rapporti con altri popoli e il variare
delle condizioni di vita esigevano un terreno comune per le mutue
relazioni e conducevano i Romani ad ampliare e innovare lentamente, ma
continuamente, le forme, le modalità, i criteri informatori della loro
coscienza giuridica e della espressione legislativa ch’era sorta sotto
l’azione di ristretti bisogni e per sopperire alle necessità di uno
sviluppo economico limitato e di una corrispondente vita civile.

Le analogie e le differenze con le norme regolatrici della vita
giuridica di altri popoli erano fatte per modificare, dal punto di
vista teorico, il concetto assoluto che i Romani avevano del loro
diritto cittadino, del loro statuto personale, del loro ius civile
insomma; e le norme, che erano talora costretti ad adottare come
un termine medio tra i loro istituti giuridici e quelli stranieri,
iniziavano e proseguivano un lento lavoro di reciproca assimilazione
e di fusione, per cui il diritto particolare de’ Romani avrebbe
preso posto sotto il _ius gentium_, come una categoria teoricamente
subordinata; e l’uno e l’altro, per una elaborazione successiva,
generalizzando ancora, avrebbero condotto al concetto del _ius
naturale_.

Quell’angusto modo di vedere, figlio di anguste condizioni di vita, che
concepiva il solo cittadino come subbietto di diritti e faceva della
qualità di uomo e di cittadino un tutt’uno, non allargando la qualità
di cittadino ad ogni uomo, ma contraendo la qualità di uomo in quella
di cittadino; era destinato prima a modificarsi e poi a sparire sotto
l’azione di successive e sempre nuove esperienze offerte da un più
largo campo di esistenza e da nuove condizioni di vita.

A questo punto la natura umana dello schiavo doveva non solo
riconoscersi, ma affermarsi esplicitamente. Era intanto questa
un’affermazione destinata a reagire sulla condizione dello schiavo e
a servire come leva al miglioramento della sua condizione giuridica
e punto di applicazione ed espressione teorica delle nuove esigenze
sociali; ma non era che il riflesso e il contraccolpo di tanti fatti
e avvenimenti della vita pratica, che aveano nella realtà elevata
o modificata la condizione e la funzione degli schiavi, e, per un
processo d’induzione promosso da lunghe, non interrotte esperienze,
portavano, attraverso una serie di azioni e reazioni di carattere
morale, a quel nuovo concetto della schiavitù.

Una delle particolarità notevoli della manumissione degli schiavi a
Roma, anzi la più notevole era questa: che il manomesso non otteneva
semplicemente, col suo affrancamento, di rompere l’immediato legame
di dipendenza che l’univa al padrone, ma, con lo stato di libertà,
acquistava il mezzo di farla valere, di esercitarne gli attributi
mediante il diritto di cittadinanza che acquistava al tempo stesso pel
fatto dell’affrancamento.

Questa misura, in cui, al suo tempo, Dionigi di Alicarnasso[787]
scorgeva semplicemente un motivo di opportunità politica della classe
patrizia e che giustificava con una ragione astratta di ordine teorico,
doveva avere avuto cause più varie e complesse. Prevalenti tra queste
erano forse stati il bisogno, a cui accenna anche l’antica tradizione
sulla fondazione della città[788], di rinsanguare la popolazione spesso
poi stremata da guerre continue e la necessità di offrire a’ liberti
un modo di proteggere da sè stessi il proprio stato di libertà ed
esercitare i propri diritti civili anche indipendentemente dall’antico
padrone; il che, nel corso della discendenza, con l’affievolirsi e
lo sciogliersi de’ rapporti di patronato, scalzava il fondamento e
la ragione dell’antica clientela e finiva col fare de’ discendenti
degli schiavi un elemento avverso alla nobiltà, se anche, come Dionigi
vorrebbe, i padroni avevano cercato e trovato, immediatamente, un
appoggio politico negli schiavi appena affrancati.

In ogni modo, senza volere qui ancora insistere sulle probabili e varie
ragioni del conferimento della cittadinanza agli schiavi manomessi e
considerandone invece le conseguenze, è agevole scorgere e valutare
tutto l’effetto morale del vedere il servo di ieri, divenuto oggi
cittadino, prendere posto ne’ comizi insieme al suo vecchio padrone e
concorrere con esso al governo de’ più alti interessi dello Stato.

È vero, era precluso a’ libertini l’adito alle alte magistrature; era
chiuso il senato; si cercava di tenerli ricacciati in una tribù urbana
per contenerne l’effettiva azione politica e scemarne l’importanza;
ma a tutto ciò corrispondeva una tendenza ne’ libertini di guadagnare
terreno, di farsi innanzi; e lo stesso provvedimento di ridurli in una
tribù urbana era stata una misura di reazione contro la politica del
censore Appio Claudio, che, avendo vanamente tentato di aprire loro la
via del senato, li aveva intanto sparsi per le tribù rustiche[789].
Si faceva, è vero, all’occasione valere come una macchia la loro
origine, ed erano fatti segno all’ostentato disprezzo delle classi più
elevate[790]; ma intanto guadagnavano importanza e potere effettivo
nella vita pratica, acquistavano credito e considerazione nelle classi
medie della popolazione, esercitavano una funzione notevole nella
flotta, ed erano alla vigilia di avere, con l’avvento dell’Impero, un
largo posto nella gerarchia amministrativa.

Nelle congiure tramate e nell’infuriare de’ dissensi civili si faceva,
poi, assegnamento sugli schiavi, si prometteva la libertà in premio
della loro partecipazione[791], e così, a scopo partigiano sì, ma pur
sempre si chiamavano i servi a dignità di cittadini o si mettevano
contro cittadini[792]. Lo Stato stesso, durante le guerre puniche,
era costretto dalla deficienza di combattenti ad armare schiavi, che
così si trovavano elevati a quella che pareva la più alta funzione
del cittadino e il fondamento di ogni altra dignità, il servizio nelle
legioni.

Oltre a questi casi straordinari, che per sè soli dovevano
potenzialmente rilevare la condizione morale de’ servi, rivelando
in essi praticamente l’identità umana, v’era l’aspetto, sotto cui
si presentava la schiavitù nella sua nuova fase determinata dalle
conquiste oltremarine.

Agli schiavi rozzi e incolti de’ tempi più antichi succedevano schiavi
provenienti da paesi di cultura greca, appartenenti spesso alle più
elevate classi della popolazione, che vincevano per coltura, per
tratto, per forme i loro nuovi padroni, e li costringevano a meditare
sulla vicenda delle sorti umane; tanto più quanto anche cittadini
romani, fatti prigionieri in guerra e non riscattati, dovevano
richiamare a’ loro congiunti e concittadini un simile stato di cose.
Il _jus postliminii_ introdotto negli istituti giuridici provava
appunto che la schiavitù poteva essere un triste accidente ed una fase
passeggera della vita, non già una distinzione naturale.

La diffusione del lavoro servile e la più larga importazione di schiavi
aveva peggiorate le condizioni di costoro, dove erano incettati e
adoperati in gran numero, lontano dagli occhi del padrone, per essere
sfruttati sino all’estremo sotto la pressione della concorrenza e
col fine unico della speculazione. Ma dove avevano seguitato a formar
parte dalla casa in numero piuttosto ristretto, partecipando alla vita
della famiglia, il livello intellettuale più alto del servo, la sua
capacità ad adempire funzioni più importanti ed il riflesso morale
della sua origine sulla presente sua condizione, erano tutte cose che
ne dovevano migliorare il trattamento. Il loro ufficio di precettori,
per quanto vi si potesse annettere poca importanza, li collocava in una
posizione speciale verso i padroni giovanetti che avevano educati ed
istruiti. Le delicate funzioni che esercitavano dirigendo aziende del
padrone, maneggiandone il danaro, conducendo, vicino e lontano[793],
speculazioni per suo conto, non possono essere ricordate senza pensar a
un sentimento reciproco di fiducia e di attaccamento e a una mitezza di
trattamento[794].

“Contro il rigore del concetto giuridico della servitù — si è
notato[795] — è rilevantissimo in Plauto il contrasto del fatto, e,
ancor più, l’affermarsi man mano nel diritto della contraddizione
insita nello stesso rapporto di servitù. Difatti lo schiavo è bene
spesso negli ordinari rapporti della vita assunto dal padrone a
consigliere ed amico: convive colla famiglia, e prende parte alle
gioie e ai dolori di questa; è dato o compagno o custode ai figli del
padrone, e in ogni caso il padrone conta su di lui come su di una forza
tutta e assolutamente in suo favore. E l’intimità del servo col padrone
arriva bene spesso a tal segno, che il servo pone nelle cose di questo
lo stesso interessamento, e maggiore che in quelle che fan parte del
suo peculio, come se egli pure vi avesse parte. Se il padrone è figlio
di famiglia, allora la confidenza e l’intimità da questo accordata al
servo arriva talvolta a strani eccessi, sicchè padroni e servi insieme,
da pari a pari, o persino invertito il rapporto che li lega, si dànno a
sollazzi e bagordi„.

La più elevata funzione e la maggiore importanza di mansioni a lui
affidate, oltre all’elevare la sua posizione verso il padrone,
innalzava il servo anche verso tutti gli altri negli ordinari
rapporti della vita, e lo metteva talvolta al disopra de’ liberi. Le
funzioni adempiute da’ servi pubblici come esecutori degli ordini
de’ magistrati, cui erano addetti; la parte importante che i servi
avevano nelle società de’ pubblicani[796] e il potere loro di premere,
costringere, angariare, all’occorrenza, contribuenti e debitori, li
doveva mettere tante volte in condizione di guardare i liberi dall’alto
in basso e di affermare su loro una superiorità reale, che li vendicava
dell’inferiore condizione giuridica con la realtà del fatto concreto.
Con la più larga e più indefinita sfera d’azione, poi, che il più
esteso dominio romano creava a’ magistrati, con l’affacciarsi prima
incerto e poi sempre più ricorrente e sicuro de’ poteri personali,
si rendeva sempre più frequente il caso di schiavi, che, degnati di
tutta la fiducia del padrone, divenuti le sue braccia allungate e,
all’occorrenza, i suoi complici, potevano atteggiarsi ad autocrati e
sogghignare come di una distinzione bizantina dello stato di servitù e
di libertà.

La corte, più o meno numerosa, di Silla e di Verre ce ne porge
l’esempio; e del resto i servi erano strumenti tanto più adatti de’
liberi a tutti gli scopi e a’ voleri dei poteri personali, che, col
crescere di questi, cresce il loro impiego e la loro forza sino ad
avere un massimo e regolare sviluppo con l’avvento dell’Impero.

La funzione trasforma e foggia l’organo a suo modo, e la diversa
distribuzione delle funzioni sociali non poteva fare a meno di
riflettersi sul modo di considerare comparativamente i servi ed i
liberi.

La marcata distinzione sociale tra il libero che vive del lavoro altrui
o lavora sul suo, signore nella sua casa e nel suo campo, indipendente
da ogni potere estraneo nella vita privata, e lo schiavo considerato
e adoperato come _instrumentum vocale_ accanto alla bestia di lavoro,
veniva ad attenuarsi e forse a sparire col crescere del proletariato
e il diffondersi del lavoro salariato. Con la parte sempre più larga
fatta al lavoro salariato, liberi e servi dovevano spesso trovarsi
allo stesso livello, a compiere opere di uno stesso genere, in servizio
d’altri, senza che nè le loro condizioni di vita, nè la loro posizione
morale presentassero una differenza veramente notevole. In questo
caso, se il consorzio de’ servi abbassava in qualche modo i lavoratori
mercenarî, la comunione di vita e d’opera insieme con i liberi elevava
un po’ i servi, e ne faceva in un certo senso tutta una classe. Così,
se in Italia la possibilità del parassitismo privato e pubblico,
l’esercizio più diffuso de’ diritti politici facevano meglio distinti e
non di rado anche avversi il proletariato e la schiavitù, in provincia,
come per es. in Sicilia, l’uno e l’altra avevano tali contatti e tale
comunione di modi di vita che l’insurrezione ne faceva tutto un solo
elemento ribelle[797].

Anche la condizione de’ liberti non poteva fare a meno di esercitare
un’azione sul modo di considerare gli schiavi.

I liberti cominciavano a costituire, come avvenne poi — e ce lo
attestano le epigrafi — in grado sempre più rilevante sotto l’Impero,
l’elemento più attivo e industrioso della cittadinanza. La necessità
della vita li obbligava ad esercitare i mestieri anticamente esercitati
durante la schiavitù e a rendersi operosi per sopperire a’ proprî
bisogni, per fare fronte alle gravezze imposte da’ patroni. La stessa
condizione d’inferiorità morale dovuta alla loro origine li ricacciava
con più forza nel mondo degli affari, come accade di tutti gli elementi
colpiti d’incapacità politiche; e, poichè la legge Claudia interdiceva
all’ordine senatorio il commercio, i liberti divenivano prestanomi
e intermediarî di membri dell’ordine senatorio per esercitarlo.
Con l’importanza poi sempre crescente della proprietà mobile, la
considerazione e la potenza de’ liberti, che, per via diretta o
indiretta, a nome proprio o d’altrui n’avevano quasi il monopolio,
cresceva di quanto cresceva la potenza del danaro, di cui essi erano i
più autentici rappresentanti.

Molti di questi liberti, come tutti i nuovi arrivati, cercavano,
quando, fatta la fortuna, volevano circondarsi di prestigio morale,
di far dimenticare la loro origine accentuando il loro distacco dagli
schiavi, ostentando dispregio per loro, trattandoli male[798]. Ma, se
ciò accadeva a’ liberti che salivano per fortuna e per posizione più
in alto, gli altri, come lo mostrano le epigrafi dell’epoca imperiale,
erano costretti ancora a serbare con gli schiavi gli antichi rapporti,
a fare in certo modo vita comune con loro e ad elevarli quindi per
riflesso.

Inoltre, indipendentemente dal contegno che i liberti potessero serbare
verso gli schiavi, il semplice loro movimento continuamente ascendente,
la vista di antichi schiavi liberati, innanzi alla cui porta facevano
ressa persone del più elevato grado sociale per mendicare prestiti,
come appresso, nell’epoca imperiale specialmente, vi andrebbero per
mendicare favori, si doveva naturalmente riflettere sugli schiavi, di
cui si poteva dire che avessero _in potenza_ il potere che i liberti
avevano _in atto_.

S’intende bene allora quale azione dovesse avere tutta questa serie
di fatti nel formare una nuova coscienza, che non poteva tardare a
sorgere, come riflesso necessario di una mutata condizione di cose.

E una delle prime e più compiute espressioni di questa nuova coscienza
ce la dà un tratto veramente notevole di Dionigi d’Alicarnasso[799],
tanto più notevole forse quanto più dimessa è l’indole dello scrittore.

Anacronistico anche questa volta, Dionigi mette in bocca nientemeno che
a Servio Tullio parole, che sembrano un’anticipazione di quelle usate
da Seneca verso gli schiavi e che suonano così: “Innanzi tutto disse
di meravigliarsi di quelli che si sdegnano, se credono che i liberi si
distinguono da’ servi per natura e non per vicenda di fortuna; e poi,
non giudicano quanto sieno degni di onore gli uomini da’ costumi e
dalle maniere, ma dalle prosperità, pur vedendo che cosa oscillante e
instabile è la fortuna e che a niuno anche veramente felice è agevole
il dire sino a quando essa durerà. Credeva che dovessero considerare
quante città greche e straniere dalla servitù erano passate alla
libertà e quante dalla libertà alla servitù....„.

Naturalmente a nessuno può mai venire in mente di attribuire valore
storico a questo preteso discorso di Servio Tullio, ma esso può valere
come un segno della coscienza dello scrittore e de’ suoi tempi; ed è
tanto più notevole che Dionigi abbia potuto attribuire a Servio idee ed
espressioni come queste.

Questa nuova coscienza, riflesso e conseguenza della nuova vita e delle
nuove esperienze, era l’indice della rivoluzione morale generata dalla
rivoluzione economica e che, quanto più si svolgeva, appariva come
l’opera di un puro processo ideale, sorto in maniera indipendente e che
seguitava ad esercitare la sua azione come tale.

Veramente questa trasformazione morale, di cui non sempre i posteri
hanno saputo vedere l’origine indiretta e remota e di cui tanto meno
potevano vederla i contemporanei, distinta quanto più ne era la radice,
seguitava poi ad operare inconsapevolmente e continuamente, anche come
schietto movente morale, sotto forma di spontaneo impulso individuale e
di sanzione dell’opinione pubblica. La rivolta del sentimento pubblico,
avvenuta ne’ primi tempi dell’Impero, contro il decretato supplizio
de’ molti schiavi ritenuti solidalmente responsabili dell’ignorato
assassino del padrone e di cui Tacito[800] ci ha tramandata la memoria,
può valerci d’esempio.

Lo stoicismo, processo ideale che, mediante e attraverso le cumulate
esperienze della vita e della storia, attraverso le differenze
accidentali e le analogie sostanziali de’ popoli assorgeva al concetto
di uomo e di una vita morale superiore ed emancipata dagli ordini
giuridici e politici e dalla stessa vita pratica; non faceva che
tendere a divenire sempre più l’espressione rigida e schematica di
questo stato di cose e di coscienza.

Intanto la stessa azione della nuova vita trasformata e sintetizzata
nel sentimento di forma inconsapevole e spontanea, trovava fomite e
concorso in moventi utilitarî, in costrizioni esterne, che talvolta si
larvavano della tendenza morale disinteressata, tal’altra ingenuamente
si mostravano per quello che erano.

Uno schiavo era poi, infine, una proprietà che, quanto si era meno
opulenti e dissipatori, più voleva essere curata e tenuta da conto,
non foss’altro che come il resto di quell’_istrumentum vocale_ sotto
cui Varrone comprendeva gli schiavi. E quando il prezzo degli schiavi
saliva, o, per ragioni diverse, lo schiavo costava molto, la cura
doveva raccomandarsi da sè. Il vignaiuolo, a cui Columella[801]
assegnava un prezzo di ottomila sesterzi, non lo si poteva vedere, in
qualunque maniera, andare a male senza rincrescimento.

Anche le rivolte servili, di cui l’eco si faceva lontana ma che pure
durava, non v’erano state inutilmente, e qualche insegnamento ne veniva
da esse e dalla reazione sorda o palese, lenta ma continua, che a
quella era succeduta.

Catone, poi, nelle agevolezze concedute agli schiavi cercava e
confessava, senza peritanza, una ragione ed un fine di utilità[802].

Varrone[803] parlando de’ sorveglianti dice che “non bisogna conceder
loro di condursi in modo da tenere in freno gli schiavi con la frusta
piuttosto che con le parole se anche sia possibile riuscirvi in ugual
modo. Nè si debbono tener molti schiavi della stessa nazione. Da ciò
massimamente vengono de’ danni domestici. I preposti debbono essere
resi più alacri con premi e si deve fare in modo che abbiano peculio e
serve ad essi congiunte, da cui abbiano figli. Con ciò si rendono più
stabili e più attaccati al fondo. È per questi rapporti famigliari che
gli schiavi epiroti sono più raccomandati e più cari. Debbono essere
anche allettati i preposti con l’usar loro qualche tratto d’onore, e,
se vi sono operai migliori degli altri, bisogna discorrere con loro sul
da fare, perchè, quando si fa ciò, son condotti meno a credere d’essere
tenuti in dispregio dal padrone e pensano invece d’essere avuti in
conto da lui. Si ottiene pure che mettano più impegno nel loro compito
con l’essere più liberali verso di loro sia ne’ cibi che nelle vesti
e condonando qualche lavoro e facendo loro qualche concessione, come
lasciare che possano pascere nel fondo qualche animale proprio e simili
altre cose, così che, se accada di comandar qualche cosa di più gravoso
o di castigarli, ciò, consolandoli, ridesti in loro il buon volere e la
benevolenza verso il padrone„.

E Columella non solo raccomanda di riparar bene i servi dal freddo,
nell’interesse stesso del padrone, ma dà sul loro trattamento questi
più generali suggerimenti.

“Quanto agli altri servi sono da seguire questi precetti, che io non mi
pento mai di avere osservati, in modo che con gli schiavi di campagna,
i quali non si conducevano male, io discorrevo più spesso che non con
gli schiavi di città, e, vedendo che l’affabilità del padrone alleviava
la loro perpetua fatica, celiavo talvolta con loro e più ancora
permettevo che essi celiassero con me. Spesso faccio anche come se mi
consigli con alcuni di loro su’ nuovi lavori, quasi con persone più
perite..... Allora vedo che anche si accingono più volentieri all’opera
che credono deliberata insieme a loro e intrapresa secondo il loro
avviso„[804].

Quanto peggiore anzi era la condizione degli schiavi, tanto più
Columella suggeriva di evitare loro maggiori aggravi e alleviarne il
disagio, in quanto fosse possibile. Così per gli schiavi incatenati
diceva[805]: “Tanto più diligente deve essere la sorveglianza del
padre di famiglia su questa categoria di servi, perchè non sieno
maltrattati nelle vesti e nelle altre provvisioni, quanto più, soggetti
come sono a maggior numero di persone quali i fattori, i capi d’arte,
gli ergastolarî, sono più soggetti ad abusi e si rendono ancora
più pericolosi se stizziti dalla crudeltà e dall’avarizia. Così il
padrone diligente chieda tanto a loro come a’ servi non incatenati,
cui si può aggiustare più fede, se ricevono tutto quanto egli ha
loro assegnato. Assaggi egli stesso se son buoni il loro pane e la
loro bevanda: veda le vesti, i manicotti, i calzari. Spesso dia loro
modo di fare le loro doglianze su quelli che li aggravano con la
crudeltà o con la frode. Anche noi talora rendiamo ragione a quelli
che muovono giuste doglianze, allo stesso modo che castighiamo quanti
provocano sedizioni nella servitù e calunniano i loro preposti: del
pari premiamo gl’industriosi e i solerti. Alle donne più feconde, che
occorre ricompensare quando hanno raggiunto un certo numero di figli,
concediamo talvolta il riposo e anche la libertà dopo che ne hanno
allevati parecchi. Giacchè a quelli che aveano tre figli toccava il
riposo e a chi ne aveva più la libertà. Queste cose e la giustizia e
la solerzia del padre di famiglia conferiscono assai ad accrescere il
patrimonio„.

Notevole anche è quanto dice Columella, dove, trattando de’ compiti
della moglie del fattore (_vilicus_), le suggerisce di visitare al
mattino la fattoria per vedere se vi sono ammalati o finti ammalati.
“E, se anche comprenderà che si tratta di una finta malattia, conduca
nondimeno il servo, senz’altro, all’infermeria; giacchè giova meglio
che, stanco dal lavoro, se ne stia quieto e custodito uno o due giorni
e non che, oppresso dalla soverchia fatica, finisca col recare qualche
danno reale„[806].

Parrà forse difficile a spiegare come, mentre da un lato si veniva
così rilevando il concetto dello schiavo e si vedeva la necessità di
migliorarne il trattamento, mettendo anche all’occasione in pratica
il precetto, d’altra parte, proprio in questo periodo, ci vengono
segnalati casi di singolari maltrattamenti degli schiavi e atti di
raffinata crudeltà.

Eppure le due cose sono meno inconciliabili di quel che sembri a prima
vista.

La critica di una istituzione sorge all’apparire de’ giorni di
malessere che ne iniziano la decomposizione, e come effetto di
quell’intima dissoluzione che trova nella critica un aiuto e un
mezzo atto ad accelerarne il cammino. Ma, per ciò stesso, la critica
precorre la reale e completa fine dell’istituzione che mira a scalzare,
e i nuovi indirizzi morali e le teorie, che costituiscono il lato
positivo della critica, riflettono una realtà non ancora maturata
ma che diviene. Al medesimo tempo i rimedî, che, nell’ambito degli
stessi antichi orizzonti morali, si escogitano come mezzi termini tra
il passato e l’avvenire, o come puntelli d’istituzioni crollanti,
non sempre riescono ad avere una pratica applicazione, nè l’hanno
contemporanea ed universale. Come in tutti i periodi di transizione,
vi è, ad un tempo, conflitto e coesistenza di elementi diversi,
anacronistici nella loro identità cronologica, congiunti nel tempo ma
disgiunti e opposti nello spirito che gli anima; e lo stesso processo
di dissoluzione, che avanza, moltiplica gli inconvenienti che fanno
l’istituzione sacra alla morte, ne accentua le anomalie, ne rende
più stridenti i contrasti, dando così a tali periodi storici quel
particolare aspetto di confusione, in cui il misoneismo e l’angustia
d’orizzonti fanno vedere a molti contemporanei come l’apocalittica fine
di un mondo, col quale non finisce una delle forme della vita ma la
vita stessa.

Se in alcuni casi, in determinate condizioni, molte cose consigliavano
e conducevano a trattar meglio gli schiavi, in certi altri il disagio
economico crescente, la minore produttività del lavoro servile, la
reciproca concorrenza col lavoro libero costringevano ad usufruire sino
all’estremo e senza riguardi gli schiavi e, sopratutto, a ridurne il
costo di mantenimento.

Altre volte il maltrattamento degli schiavi poteva essere effetto di
varietà di temperamento ne’ padroni, le quali erano più forti, nella
loro reazione, de’ nuovi influssi morali.

In altri casi se il valore degli schiavi era una ragione di cura
maggiore per le modeste fortune, non poteva avere lo stesso effetto
nelle enormi fortune, i cui proprietarî dissipavano, senza un pensiero
al mondo, la forza e la vita de’ loro schiavi, così come dissipavano e
profondevano le altre loro ricchezze.

Quella disparità crescente di fortune, che si risolveva in una
degenerazione progressiva di ricchi e di poveri, e ch’era un lievito di
vizî e di corruttele, impronta di un mondo destinato a sfasciarsi per
risorgere trasformato, portava anche come conseguenza lo spettacolo di
deformità morali invincibili, che, con la loro ombra, doveano meglio
mettere in luce ed evocare gli ideali nuovi e l’opera di rinnovazione
morale.

Lo stesso venir meno di quel fondamento della schiavitù, che, involuto
nella tradizione, ne costituiva la legittimazione non solo giuridica
ma anche economica e morale, doveva dar ansa alla reazione sorda
e individuale, occulta e incoercibile, degli schiavi e fecondare
contrasti che terminavano con atti di crudeltà.

Così tutto, il bene e il male, la sevizia e l’indulgenza, l’allentarsi
del rapporto sotto un’azione morale e il suo incrudelirsi per effetto
di una necessità presente, tutto concorreva a minare la schiavitù.
Erano tanti germi di dissoluzione, che si apparecchiavano meglio a
fruttificare sotto l’Impero, ambiente favorevole al loro svolgimento.


XII.

Suscitato e preparato dall’intimo antagonismo e da’ contrasti sempre
crescenti e più aperti tra la metropoli e le provincie, la grande
possidenza e la piccola, i benestanti e i proletarî, gli schiavi e i
padroni, i dominatori e i dominati, l’Impero sorgeva come una forma
di governo meglio rispondente alle nuove proporzioni del dominio e
alla modificata composizione del corpo sociale, come un organismo
politico in cui le antitesi e i dissidî dell’èra repubblicana potevano
e dovevano trovare, se non la loro risoluzione, almeno un qualche
componimento, un relativo stato di equilibrio.

L’Impero trovava la sua ragion d’essere e il segreto della sua vita e
del suo avvenire, se anche i suoi strumenti non ne avevano chiara e
piena coscienza, in un compromesso, imposto dalla forza delle cose,
promosso o bene accolto da varî elementi del dominio, accettato o
tollerato, come una inevitabile necessità, da altri. Esso è stato
bene considerato come una diarchia, ove il potere era diviso ed
equilibrato tra il senato come rappresentante dell’aristocrazia
romana e l’imperatore come rappresentante del popolo; ma il popolo
andrebbe veramente inteso in senso assai largo, e si potrebbe vedere
nell’imperatore il rappresentante, magari talvolta inconsapevole e
implicito, di tutti i molteplici elementi, che, come i provinciali,
gli stessi servi, i dominati in generale non avevano un modo diretto
di determinare l’indirizzo politico dello Stato, di far sentire
regolarmente e con utile effetto la propria voce, di resistere a
quella ristretta classe di persone, che da Roma e dalla zona più
vicina sfruttava ogni maniera di soggetti e monopolizzava il potere,
facendo della legge e del governo l’espressione e lo strumento de’ suoi
interessi. Nell’intuizione di queste molteplici solidarietà, in questo
largo consenso d’interessi l’Impero aveva il suo sostegno, e, quanto
più il senso della sua utilità si diffondeva in una più estesa cerchia
di persone e l’utilità nell’esperienza si rendeva più evidente e più
certa, più l’istituzione metteva radici e acquistava vigore.

Questo potere, prima di divenire, come poi fece, un’istituzione,
aveva i caratteri e le forme di un’egemonia personale, e si affermava
e operava per vie e con forme, che stavano di mezzo tra le private
e le pubbliche, tendendo a dare apparenza di rapporti e funzioni
private a certe funzioni e ingerenze di carattere pubblico ma inerenti
alla persona del principe; mentre gli stessi rapporti e funzioni di
carattere privato riescivano spesso, anche senza volerlo, ad assumere
carattere pubblico.

Per realizzare le condizioni necessarie all’esercizio dell’egemonia
personale, il principe aveva bisogno di una larga categoria di persone,
che non vivessero di vita autonoma, ma fossero come la proiezione
della sua persona e le sue braccia allungate e che, pur valendo
all’occorrenza come funzionarî, rimanessero avvinti a lui da un legame
di stretta dipendenza e da lui riconoscessero la propria posizione e la
ragione della loro azione.

Niente meglio de’ liberti e degli schiavi, secondo i casi e la natura
più o meno subordinata e rilevante delle funzioni, poteva sopperire a
questo bisogno.

Essi costituivano anche un elemento affatto scevro di tradizioni non
solo repubblicane ma politiche, e come tali avevano il vantaggio di
essere migliori e più sicuri strumenti in mano del principe nella
sua lotta, se anche non più aperta, pur sempre persistente, in forma
coverta, con le classi dominanti che avevano perduto il monopolio del
potere.

Ciò spiega anzi un’apparente contraddizione nel trattamento fatto
a’ liberti sotto l’Impero, che, mentre già dalle origini fecondava e
favoriva il potere effettivo de’ liberti, ne deprimeva la condizione
politica, togliendo loro, come pare, il diritto di voto, escludendoli
dalle legioni, esigendo per le stesse flotte, dopo che divennero un
vero servizio militare, l’origine libera e precludendo loro l’adito
alle magistrature e a’ sacerdozî[807].

La ragione di queste restrizioni stava appunto, a quanto sembra, nel
proposito d’impedire che, mediante le numerose manumissioni, i privati
si creassero delle clientele capaci di spiegare un’azione anche nel
campo della politica e che i liberti, entrando nel pieno esercizio
de’ diritti politici, si avvezzassero a vedere nel potere imperiale un
antagonista anzi che un rappresentante e un protettore.

Al dubbio potere da conquistare nel campo della politica e
dell’amministrazione cittadina, in un periodo in cui il principato
mirava a farsi sempre più incombente e soverchiante, i liberti
dovevano anteporre il largo posto ad essi fatto nella gerarchia della
casa imperiale, nella gestione delle finanze, nell’amministrazione
e talvolta nel governo stesso delle provincie imperiali[808], che,
compenetrandoli col potere imperiale, li veniva a rendere al tempo
stesso strumenti e partecipi di esso.

Con la riforma compiuta da Adriano nel campo dell’amministrazione
imperiale, è vero, i posti più perspicui toccano ormai all’ordine
equestre, e i liberti passano in second’ordine[809], riservati a
uffici subordinati. Ma, anzitutto, l’ordine equestre stesso non era
assolutamente chiuso a’ manomessi, che avevano il modo di elevarsi ad
esso gradualmente; e poi, se anche sfuggiva loro di mano il monopolio
del potere formale concesso dalla gerarchia, erano ben lontani dal
perdere quella potenza effettiva che nella società e più nella corte
era loro assicurato dalla ricchezza, dalla versatilità e varietà di
attitudini e da quella agilità di espedienti e di modi, da quel fare
insinuante e spesso insidioso, a cui si erano bene addestrati negli
anni di servitù e che ora portavano seco nella vita come un’arma,
l’arma più maneggevole e adatta in un tempo e in una vita come quelli
di Roma imperiale.

Essi traevano partito dal proprio ingegno, dalla giovinezza
degl’imperatori, dalle loro debolezze, dalle rivalità, dalle ambizioni,
dalla passione delle donne loro familiari per ordire tutta una
trama d’intrighi, di cui le fila erano in mano loro e ch’essi così
intrecciavano e svolgevano a loro talento.

“La massima parte de’ principi — poteva dire Plinio[810] a Traiano
— mentre erano padroni de’ cittadini, erano servi de’ liberti:
governavano secondo i loro suggerimenti, secondo i loro cenni; per
mezzo loro sentivano, per loro mezzo parlavano; per mezzo loro si
chiedevano le preture e i consolati, anzi si impetravano da loro„.

Infatti lo stesso regime sagace di Augusto e quello severo di
Tiberio aveano dato l’esempio, il primo, delle rapacità di Licinio e
l’altro della potenza di Severo, di Thallo, di Nomio; ma l’invadenza,
contenuta sotto questi primi principi, avea vinto ogni ritegno sotto
Caligola, sotto Claudio specialmente e sotto Nerone; e, frenata
talvolta da qualche imperatore più savio o più energico, era sempre
pronta a eccedere di nuovo con imperatori del genere di Domiziano,
di Commodo[811] e di Elagabalo[812]. Anche imperatori buoni, come M.
Aurelio, non riuscirono a contenere ne’ giusti termini i liberti; e, in
ogni caso, pur sapendo contenerli, li tenevano sempre in onore. Così
Adriano[813], così Traiano, di cui Plinio[814] soggiungeva: “Tu rendi
anche a’ tuoi liberti grandissimo onore, ma sempre come si conviene a
liberti e credi che basti se abbian fama di gente proba ed economa„.

La condizione di fatto, che schiavi e liberti acquistavano e
mantenevano nelle case de’ potenti e specialmente alla corte
imperiale e nelle sue dipendenze, assicurava loro una prevalenza e un
prestigio, che si sovrapponeva alla loro condizione legale e la faceva
dimenticare.

Che importava che lo stato servile impedisse loro di partecipare
all’esercizio di diritti politici resi sempre più nominali e illusorî,
se potevano, con i vantaggi e con l’irresponsabilità di un governo
indiretto, recarsi il potere effettivo nelle mani? Che importava se,
ricordo di un tempo passato, la loro pelle serbava ancora le tracce
della mano fustigatrice del padrone? Anche a questo sapeva portar
rimedio l’arte della teletta, fatta dal tempo sempre più dotta di
espedienti e ricca di cosmetici. E, intanto, senatori e magistrati e
potenti facevano ressa alla porta o nell’anticamera del favorito[815],
cercando che il loro ossequio non passasse inosservato, o sollecitando
un’udienza, ora, quasi per rappresaglia, concessa a fatica e con
tutte le forme atte a far sentire la superiorità dell’ignobile
figlio della fortuna, la quale, obbedendo al suo capriccio, l’aveva
prima bistrattato, facendolo nascere in basso, e poi l’aveva col
suo noncurante sorriso lanciato in alto per tenervelo su in bilico
e precipitarlo ancora all’occorrenza, se il vento del successo o
l’umore bizzarro del padrone turbava quel pericoloso e sapiente giuoco
d’altalena e gli faceva perdere l’equilibrio.

I liberti intanto, e in dati casi anche gli schiavi, costretti dalla
loro stessa inferiorità legale ad appagare per altre vie il loro
desiderio di ascendere e migliorare il proprio stato, mettevano a
profitto tutti i mezzi di far fortuna.

Della loro posizione alla corte e del favore imperiale si servivano per
accumulare fortune talora enormi[816], fatte mediante ruberie o con la
vendita della loro mediazione alla turba de’ postulanti.

Fuori anche del parassitismo, studiosamente coltivato e abilmente
usufruito, essi rappresentavano l’elemento più industrioso e sapiente
nell’arte di scovare le vie del guadagno e venirne a capo con la
mercatura specialmente e poi con tutte le altre forme di operosità, in
cui essi facevano talora da pionieri e tal’altra da emuli del lavoro
libero.

Si vedevano così servi, che veramente si potevano dir tali solo di
nome, fatti indipendenti, o quasi, da’ padroni, forti delle sostanze
accumulate e che ampliavano sempre più l’uso de’ vicarii, sorti come
uno de’ cespiti del peculio, come un mezzo di speculazione, e poi
convertiti in surrogati de’ servi ed estesi sino al punto da dare al
servo stesso una servitù talvolta anche numerosa[817].

I liberti poi tendevano a costituire essi stessi una classe media,
in cui intanto s’insinuavano in ogni maniera, e che penetravano da
tutti i lati, elevandosi sino ad essa, colmandone i vuoti crescenti,
dominandola con la potenza del danaro.

L’_augustalità_, un’istituzione ibrida, le cui origini non si lasciano
determinatamente seguire e che, senza avere scopi e funzioni religiose
o civili nettamente definite, avea le apparenze delle une e delle
altre, era una forma di organizzazione de’ liberti, fuori delle cariche
municipali e di contro all’ordine investito dell’amministrazione
ne’ municipî, su cui si vennero anche modellando e rifoggiando
organizzazioni simili formate non più da liberti. Questa organizzazione
non aveva una vera e reale sfera di azione nella vita giuridica ed
amministrativa del paese, ma dava modo a’ liberti di costituire un
_ordine_, che tra il decurionato e la plebe de’ municipî simulava la
posizione tenuta a Roma dall’ordine equestre tra l’ordine senatorio
e la plebe, e dava modo a’ liberti di sentirsi non più come elementi
disgregati ed erranti nella compagine dell’Impero romano, ma come
una classe solidale; li ricongiungeva all’autorità e alla persona
dell’imperatore, da cui improntavano il nome quasi a suggello di
protezione e di nobiltà; e li metteva in grado, mediante i donativi,
le largizioni e gli spettacoli di accaparrarsi il favore della folla
e crescere d’importanza, gareggiando vittoriosamente con gli altri
cittadini in quella funzione di beneficenza decorativa, a cui pareva
si andassero sempre più riducendo le funzioni e la ragione d’essere di
molte cariche.

A prescindere dall’importanza e dalla potenza raggiunta dagli schiavi
nello stesso stato di servitù e che costituiva un fatto sempre meno
infrequente, anche nel campo della vita privata, col crescere delle
fortune, cui essi erano preposti in qualità di _actores, vilici_, ecc.;
lo stato sociale raggiunto da’ servi sotto forma di liberti non poteva
fare a meno di riflettersi sulla generalità de’ servi per mutare sempre
più il concetto teorico della schiavitù e degli schiavi.

Veramente, come già innanzi si è osservato, moltissime volte accadeva
che il servo manomesso, o semplicemente innalzato su’ suoi compagni
di servitù, a disdire e disconoscere la sua origine ignobile, non
trovasse miglior modo che rinnegare ogni solidarietà con i suoi
uguali di un tempo e affettasse e ostentasse verso di loro dispregi
e, all’occorrenza, un contegno inumano. Ma ciò non toglieva che gli
altri considerassero, moralmente, a una stregua schiavi e manomessi
per confonderli in un solo sentimento di sprezzo o per guardarli con un
solo senso di timore, e, in altri casi, per vedere in essi una sola e
medesima natura umana piegata dagli eventi a vari atteggiamenti e varie
fortune.

Così, a misura che da’ bassifondi della società, dove i servi erano
relegati, se ne staccavano più elementi per ascendere all’alto, si
attenuava la rigidità di questa stratificazione e si costituiva, sempre
più saldo e perspicuo, un legame di continuità.

La ostinata distinzione delle classi sociali e la loro ripugnanza a
fondersi, in nessuna cosa forse più dura e meglio si mostra che ne’
matrimonî, dove l’ostacolo, che viene dalla disparità della condizione
sociale, è mantenuta dal costume, anche quando vien meno la legge che
la prescrive.

È tanto più notevole quindi l’imbattersi in matrimonî misti, non solo
di schiavi e liberti, ma di persone di condizione rispettivamente
libera e servile.

Non saprei dire se e in quanto, come si è accennato[818], questi
matrimonî divenissero più frequenti nell’ambiente cristiano e per opera
del nuovo movimento religioso, tanto più che ne mancano vere prove, e
il sentimento religioso cristiano, quando era più fervido e sentito,
tendeva a distogliere da ogni specie di rapporto sessuale.

Si può osservare invece, come queste unioni coniugali miste sorgevano
e si rendevano relativamente frequenti prima e fuori dell’azione del
movimento cristiano.

I _servi pubblici_, che dalla stessa natura de’ loro rapporti sono
messi in una posizione di fatto più elevata rispetto a’ servi comuni,
ci offrono già esempî di unioni con donne libere[819].

Il connubio poi tra ingenui e libertini ebbe il suo giuridico
riconoscimento e la sua forza legale per opera di Augusto nel
736/18[820].

Che le unioni coniugali anche di servi privati con donne di condizione
libera non dovessero essere rare sin da’ primi tempi dell’Impero, ce
lo lascia argomentare il senatoconsulto Claudiano, deliberato sotto
Claudio nel 53 d. C.[821] e poi ripetutamente richiamato in vigore[822]
con maggiore severità.

E del resto, a confermare questa ragionevolissima induzione, soccorrono
le epigrafi, che ci dànno, con la prova, l’esempio di queste unioni tra
liberi e servi[823], talvolta della casa imperiale[824], tra padrone e
servi, specialmente schiave liberate e fatte spose[825].

Sono naturalmente semplici vestigi di tanti altri casi forse, di cui la
memoria non venne fermata, od è andata perduta.

Intanto, il fatto che non solo questi rapporti si creavano, come
la tradizione letteraria assevera, per rilassatezza di costumi,
ma divenivano vere unioni stabili, il che è altra cosa; e non solo
ciò avveniva, ma se ne prendeva atto pubblicamente nell’iscrizione
sepolcrale e se ne formava come il documento; tutto questo attesta
una corrente nuova d’idee, tutta una serie di pregiudizi vinti, un
lungo cammino fatto per colmare la voragine già esistente tra liberi e
schiavi.


XIII.

Il vasto dominio romano, quale si era venuto costituendo negli ultimi
secoli della repubblica e che si veniva rendendo sempre più stabile ed
ordinato con l’Impero, diveniva come il crogiuolo, in cui andavano a
fondersi, fin dov’era possibile, gl’interessi, i costumi, le credenze,
gl’istituti de’ suoi varî elementi.

L’immenso e meraviglioso sviluppo della rete stradale formava come
il sostrato e la condizione materiale di un più agevole e più rapido
sistema di scambi, e la pace, assicurata almeno nell’interno del
dominio, era come l’auspicio e il lievito di quel lento ma continuo
lavoro di fusione.

Eliminati, almeno nella forma rude ed immediata della guerra, i
conflitti tra città e città, tra regione e regione, tra popolo e
popolo, gli angoli si smussavano, le differenze si attenuavano, e tutte
le energie, nella loro forma sia materiale che morale, convergevano a
Roma, il centro omai del mondo incivilito, la città universale, donde
ribattezzate, rese più organiche e dotate di maggiore forza d’impulso,
trasformate in pensiero civile, in mezzo d’espressione universale, in
opere d’arte, in leggi, si diffondevano pel mondo per mezzo de’ suoi
coloni e de’ suoi mercanti, de’ suoi eserciti e degli agenti della sua
amministrazione, della sua lingua e de’ suoi ordinamenti.

Era tutto un enorme movimento centripeto e centrifugo, una diastole e
sistole enorme, mercè cui quel dominio si sforzava di diventare qualche
cosa di coerente e di organico e trovava in Roma, cuore e cervello, la
rivelazione di una vita, ch’essa alimentava del suo sangue e ch’era
la sua, e che ogni parte, per intuito, sentiva come tale, pur non
riescendo sempre a scorgere il mistero di quella concrescenza e di
quella comunione spirituale.

Nell’ambito del dominio universale si veniva producendo come
conseguenza necessaria, per una ragione naturale di equilibrio, una
coscienza universale. L’incremento quantitativo dell’aggregato portava,
come suole accadere, per una inevitabile reazione delle parti, ad
una trasformazione qualitativa. Il particolarismo dell’antica vita
romana si tendeva e si allargava sino a sfasciarsi e a scoppiare nel
suo sforzo di abbracciare un campo tanto più ampio e di contenere lo
spirito nuovo.

Di qui il germogliare di una nuova vita morale, che cercava la sua
espressione e la sua leva in concezioni sistematiche come lo stoicismo,
in correnti religiose come il Cristianesimo.

E questo processo che come coscienza morale rimaneva spesso vago ed
oscillante, si manifestava, in maniera più concreta, come coscienza
giuridica, esercitando una continua pressione sulle istituzioni e sulle
norme legali, obbligandole a trasformarsi per obbedire a un impulso
unico che si manifestava in doppio aspetto: come riflesso de’ rapporti
reali nella coscienza e quindi quale bisogno morale, da una parte;
d’altra parte come bisogno obbiettivo di assicurare la coesistenza
d’interessi e rapporti sempre più complessi, impedendone il conflitto e
agevolandone l’esplicamento e la reciproca azione.

Il diritto, che nelle manifestazioni sociali corrisponde a quello ch’è
la vita nelle manifestazioni del mondo organico, è la _proporzione_
che rende possibile la coesistenza de’ vari elementi, e muta quindi
col mutare di tutti gli elementi dell’aggregato sociale, col loro vario
aggrupparsi, col mutare di tutto ciò che ne modifica l’azione.

Il _ius gentium_ era il risultato necessario di un inevitabile processo
d’induzione, che, nello sforzo di trovare una norma e un terreno comune
ad uomini de’ più diversi paesi e delle più varie abitudini, attraverso
gli elementi più accidentali e mutevoli cercava e trovava il fondo
comune e più stabile.

Il _ius naturale_ era il portato di un processo d’induzione anche
più spinto, che, generalizzando ancora le norme del _ius gentium_ ed
elevandole a legge necessaria ed assoluta, cercava di determinare le
condizioni della convivenza umana nella forma ultima e più semplice,
indipendentemente dalle forme speciali, che assumevano presso questo
o quel popolo, e quindi ne fissava le norme come inerenti alla natura
umana.

L’_equità_, che da prima, come un senso instintivo, come un bisogno
di equilibrio, aveva cercato di adattare le antiche, rigide, anguste
norme, sorte per bisogni limitati, a rapporti emergenti da bisogni
più vasti e più complessi, si faceva sempre più cosciente; e, mentre
aveva la sua elaborazione teorica fuori del campo legislativo
e giurisdizionale, in questo stesso campo, non di rado anche
deduttivamente, svolgeva sino alle ultime conseguenze compatibili
alcuni principi indotti, più o meno direttamente, dalla moltiplicata
esperienza, adattando alle nuove esigenze, senza brusca rottura della
tradizione, istituzioni del vecchio diritto civile e spiegando la sua
azione anche in un ambito finora non tocco da questo[826].

L’Impero, che costituiva il periodo e l’ambiente di più progressivo
e più notevole sviluppo di questa nuova coscienza giuridica e morale
maturata ne’ tempi che prepararono l’Impero, aveva anche nella sua
organizzazione lo strumento adatto per rendere più efficiente e
tradurre in pratica quella metamorfosi morale.

Che la funzione legislativa de’ comizi cessasse più o meno
rapidamente[827] col sorgere e l’affermarsi dell’Impero, resta pur
sempre che il potere e la funzione legislativa si veniva sempre più
concentrando nell’Imperatore, di cui, in maniera diretta o indiretta,
la legislazione, la giurisprudenza, tutto infine il diritto positivo
apparivano come un’emanazione sola sotto forma molteplice[828].

La nuova coscienza giuridica e morale, ch’era in continua formazione,
sia sotto forma di pressione dell’opinione pubblica, sia sotto forma di
opportunità politica e di esigenza del momento, riesciva, specie per
quanto riguardava la classe servile, a trovare il suo interprete e il
mezzo di tradursi in atto assai meglio in un potere unico come quello
imperiale che non in un’aristocrazia governante o in una cittadinanza
dominante, di numero relativamente ristretto rispetto a tutta la
popolazione dell’Impero, di numero relativamente troppo largo per
cedere alla suggestione di un momento o riconoscere e soddisfare un
elevato bisogno morale estraneo e forse alieno, in apparenza almeno,
alla cerchia de’ propri immediati interessi.

Anche se si tien conto della procedura esteriore e della tecnica della
funzione legislativa, era tanto più lungo e difficile condurre in porto
una legge destinata ad attraversare, come nel periodo repubblicano, le
discussioni e le tempeste de’ comizi, che non un provvedimento adottato
dal senato sopra iniziativa dell’Imperatore, o preso direttamente dallo
stesso Imperatore sotto tutte le forme, che poteva assumere in lui il
potere di dar leggi, col _ius edicendi_ e tutti gli altri poteri ed
attribuzioni, che, anche sotto la parvenza più modesta di provvedimenti
particolari, permettevano al sovrano di dare un determinato indirizzo
ed una speciale espressione ad alcuni istituti.

La continuità e la stabilità poi assicurata all’editto pretorio,
senza che venisse meno la facoltà di supplirlo e completarlo,
avevano data forma sistematica ed organica a questo strumento vivo ed
attivo dell’equità, permettendogli di meglio spingere i suoi criteri
informatori sino a certe conseguenze e di colmare certe lacune.

In tal modo la nuova coscienza del fondamento, non naturale, ma
politico della schiavitù, dopo aver trovato il suo riconoscimento
negli scrittori[829], lo trovava nella stessa giurisprudenza, nella
maniera più esplicita[830]. E l’espressione di questa nuova coscienza,
nello stesso campo giuridico, si rivelava, oltre che con affermazioni
generiche, con particolari provvedimenti, che avevano preceduto od
accompagnavano quegli aforismi rivelatori delle nuove vedute.

La nuova forma di stato più vasta e più organica, succeduta a
quella forma repubblicana che aveva conservato, per quanto svisato e
trasformato, l’aspetto originario di aggregato di gruppi gentilizi; il
nuovo potere politico, avocando a sè le varie funzioni di carattere
pubblico, doveva realizzare sempre più il carattere e l’interesse
prevalentemente pubblico del diritto di punire, scalzando gli
ultimi resti di quella giurisdizione famigliare, che aveva ancora
incondizionata applicazione verso lo schiavo.

Quindi, per un complesso di ragioni di morale progredita e di
opportunità politica, quell’uccisione volontaria dello schiavo, che
altra volta aveva potuto essere un diritto appena colpito da sanzione
morale o censoria, diveniva ora, già da’ primordi dell’Impero, un
delitto agguagliato all’uccisione del libero[831]. E il divieto di
uccidere si estendeva poi al divieto di maltrattare il servo.

Il potere pubblico, cessando di ritenersi estraneo a’ rapporti tra
servo e padrone, affermava la sua ingerenza, proteggendo il servo
contro il padrone che l’affamava, o incrudeliva contro di lui, o lo
impiegava in cose che ne mettevano in pericolo la vita o ne abbassavano
la condizione morale[832]. In un caso di eccessivi maltrattamenti
Adriano aveva condannato al bando una donna[833], e Antonino Pio,
riconoscendo quasi un diritto d’asilo per gli schiavi presso le statue
dell’Imperatore, introduceva il rimedio di obbligare alla vendita
dello schiavo il padrone crudele[834]. Già, poi, dal 61 d. G. C. una
_lex Petronia_, inaugurando una tradizione proseguita da successivi
senatoconsulti, disponeva che lo schiavo non potesse essere addetto
alla lotta con le fiere nel Circo se non per gravi mancamenti e per
pronunziato di giudici[835]. L’evirazione dello schiavo, volente
o nolente — già vietata da Domiziano, se il divieto di costui si
estendeva a’ servi — veniva di nuovo proibita da Adriano[836], la
cui legislazione protettrice degli schiavi[837] costituisce come il
riepilogo de’ miglioramenti introdotti da’ suoi predecessori e il punto
di partenza di altri notevoli progressi.

Così le schiave vennero difese contro il padrone che le prostituiva
contro loro volontà[838].

La tortura, adoperata per raccogliere le deposizioni testimoniali
de’ servi, venne limitata a’ casi che, secondo i criterî del tempo,
parevano quasi indispensabili[839].

Il senso d’umanità, che progrediva in quel fondersi delle varie civiltà
e pareva evocato talvolta, per reazione, dagli stessi atti di crudeltà
di alcuni, si faceva strada nelle stesse voci ch’erano come l’ultima
espressione del declinante mondo antico, in leggi che si compiacevano
a riconoscere nello schiavo tutto quanto egli poteva avere d’umano e
valesse ad elevarlo agli occhi di sè stesso e d’altrui.

Plutarco, l’apologèta della virtù eroica antica e del mondo pagano,
inculcava il migliore trattamento degli schiavi; e il progresso
compiuto entro i secoli nella maniera di considerare e trattare lo
schiavo appare tutto nella censura che Plutarco, senza tener conto
de’ tempi diversi, fa de’ criterî manifestati da Catone il maggiore a
questo riguardo[840].

Il sepolcro, in cui riposavano le ossa travagliate dello schiavo, era
sacro come quello del libero[841].

Veniva riconosciuto nello schiavo il diritto di amare, di avere una
famiglia. Assai prima che venisse espressamente vietato di separare
gli schiavi congiunti per sangue, forse già sotto Marco Aurelio,
talvolta, _pietatis intuitu_, talvolta per un concorso di sentimenti
umani ed utilitarî, la sottigliezza degl’interpreti nobilmente si
adoperava ad impedire che una famiglia di schiavi venisse avulsa e
sparpagliata[842]. Quei rapporti sessuali de’ servi, che, più o meno
permessi, non avevano superato il grado di una pura manifestazione
fisiologica, di un accoppiamento animale, ora, magari per un movente
utilitario sperduto ed elevato in un sentimento morale, divenivano
un rapporto di famiglia. La definizione di _coniuge_, affacciata
prima forse timidamente su qualche pietra sepolcrale, si ripeteva
poi, diveniva più insistente e frequente, quasi un nome d’uso
legittimo[843].

Il testamento, questa manifestazione che, dal punto di vista
economico e giuridico, accentua così vivamente la persona e l’azione
dell’individuo nell’incipiente economia capitalistica, cominciava ad
entrare nelle consuetudini de’ _servi publici_, l’aristocrazia servile,
e indi, eccezionalmente e con restrizioni, s’intende, si allargava
anche, in alcuni casi, a’ servi privati[844].

E come lo svilimento del prezzo degli schiavi e il loro grande
numero ne aveva determinato un trattamento peggiore, così il graduale
esaurirsi delle fonti della schiavitù e l’aumento, relativo almeno, del
valore degli schiavi faceva sì che fossero meglio trattati[845].

Sopra tutto poi la legislazione imperiale s’inspirava sempre
più a quello che con espressione caratteristica si diceva _favor
libertatis_[846]. Erano tante disposizioni intese ad agevolare la
manumissione, sia facendo in modo che potessero accumulare il prezzo di
riscatto ed usarlo a proprio vantaggio senza vederselo tolto e volto ad
altro scopo[847], sia che si trattasse di assicurare alle disposizioni
testamentarie concernenti manumissioni la loro esecuzione contro il
malvolere e le astuzie degl’interessati ad eluderle e di dare a tali
disposizioni un’interpretazione favorevole alla manumissione, anche ne’
casi di dubbio e di oscurità[848]. Prevaleva la massima che “quante
volte era dubbia l’interpretazione favorevole allo stato di libertà,
doveva rispondersi in senso favorevole alla libertà„[849].

La legislazione e la giurisprudenza del periodo imperiale anche
meno recente abbondano di tanti di questi casi giuridici, in cui,
di deduzione in deduzione, si giunge, animati da questo spirito, a
decidere per la libertà de’ manomessi.

Ne’ vari casi, in cui, come nelle istituzioni fidecommissarie o
nelle vendite con patto di manumissione, l’esecuzione di questa era
affidata ad un terzo, la legislazione e la giurisprudenza assicuravano
agl’interessati i mezzi per tradurre in realtà la disposizione
testamentaria o contrattuale, e giungevano perfino a dar facoltà ad un
terzo estraneo di ottenerne legalmente l’esecuzione[850].

In altri casi la libertà, ottenuta anche in base ad un falso supposto,
era irretrattabile e dava luogo soltanto a un debito civile equivalente
al presunto valore dello schiavo[851]; mentre, d’altra parte, la
libertà non si perdeva per prescrizione[852].

La libertà era pure promessa come compenso a benemerenze degli
schiavi[853]. Si dava per rendere possibile la devoluzione di
un’eredità, in mancanza di chi volesse adirla[854]. Altre volte era
come la sanzione di norme dirette a guarentire la condizione e il buon
trattamento degli schiavi.

Così, sin dal tempo di Claudio, l’abbandono dello schiavo infermo
faceva luogo, di diritto, alla sua liberazione, anche quando
guarisse[855]. La schiava arbitrariamente prostituita diveniva
anch’essa libera[856].

Ora tutto questo complesso di disposizioni e di criterî
d’interpretazione, che si riassumono nel _favor libertatis_, rivela
per se stesso, senz’altro, l’esistenza nella società imperiale di
condizioni, che rendevano necessarie od opportune le manumissioni e
creavano e favorivano lo svolgimento di un indirizzo morale, che come
pensiero teorico e come norma legislativa ne realizzava l’aspirazione
e ne moltiplicava l’azione. Senza tali condizioni di fatto favorevoli
alle manumissioni questo indirizzo non sarebbe sorto o si sarebbe vista
preclusa la strada.

E, invero, le norme restrittive delle manumissioni avevano avuto
qualche volta l’intento di tutelare l’interesse de’ creditori e di
frenare la prodigalità inconsiderata di testatori noncuranti di ciò che
eventualmente lasciavano dietro di sè; ma, sopratutto, avevano avuto
uno scopo politico. La ragione politica, intanto, era stata soddisfatta
con leggi ed istituzioni, che toglievano a’ manomessi una diretta e
incondizionata partecipazione alla vita pubblica; e il consolidarsi
del potere imperiale e il decadere delle istituzioni repubblicane,
che importavano il governo diretto del popolo, eliminavano quelle
preoccupazioni, le quali rendevano sospette e malviste, da un punto
di vista politico, le troppo numerose manumissioni. Restavano invece
le ragioni d’ordine economico, d’opportunità pratica, che favorivano
le affrancazioni, e queste, ogni giorno più, in maniera più intensa,
esercitavano la loro azione, fomentando con il sentimento della loro
necessità e con l’abitudine stessa della loro frequenza i concetti
morali e le norme giuridiche, che n’erano il riflesso teorico, la
giustificazione e il mezzo d’azione più diffuso e più intenso.

Perciò quest’indirizzo si manifesta ben presto, nello stesso periodo
più antico dell’Impero, ed è continuo e persistente.

Culmina, si può dire, con Adriano e i suoi più prossimi successori,
sotto cui l’Impero meglio si consolida e assume la sua impronta
universale; e tutte le cause e le forze, che durante due secoli
circa avevano lentamente e occultamente operato, divengono più
efficienti ed aperte in un’èra di sicurezza e di pace. Al tempo stesso
l’indirizzo è omogeneo e continuo; e, per quanto la forma personale
del potere imperiale desse un peso e un’azione non trascurabili
all’impulso individuale del sovrano, persiste e si spiega con
tutti quasi gl’imperatori, buoni e cattivi, determinato com’è non
da motivi accidentali, non da cagioni di carattere esteriore, non
da correnti religiose non ancora capaci di esercitare una efficace
pressione specialmente su’ poteri pubblici, ma da cause intime, da un
processo intimo di fatti che si estrinsecano in idee, e d’idee, che,
successivamente, come risultanti di tante forze disperse, con raccolta
energia, si concretano in una consapevole azione sociale.


XIV.

È appunto, quando Roma poteva dire di avere realizzato e reso stabile
il suo dominio universale, e mentre una nuova coscienza morale e
religiosa si veniva sempre più sviluppando in quell’organismo politico
che abbracciava tutti i popoli con la tendenza a fonderli in uno;
è appunto in quel tempo e in quell’Impero che sorse e cominciò a
dilatarsi il Cristianesimo, avvalendosi dello stesso gigantesco sistema
di comunicazioni e di scambi organizzato sotto gli auspici romani;
assimilandosi le forme più elevate di vita intellettuale e morale a
cui aveva approdato l’antichità attraverso la sua civiltà più volte
millenaria; adoperando gli stessi strumenti di cultura, che l’antichità
aveva elaborati e temprati.

Con un sentimento di tolleranza, ch’era al tempo stesso superstizione
e strumento di regno, Roma aveva non solo rispettate, ma spesso anche
accolte le divinità de’ vinti, implorandone il patrocinio e prendendole
essa stessa sotto la sua protezione.

Questa tendenza ad accogliere tutte le religioni era, in gran parte, il
prodotto dello stato rudimentale delle vedute cosmogoniche, che faceva
identica, pur sotto aspetto diverso, la coscienza religiosa e fomentava
e rendeva possibile l’ipotesi della coesistenza di culti differenti.
Ma il fatto stesso dell’accogliere come in una vasta classificazione,
una accanto all’altra, le diverse divinità, non poteva non avere una
profonda azione sulle vicende della speculazione e delle credenze;
e il concetto, più o meno accessibile e più o meno sviluppato, che
una forza unica o un’unica divinità si riflettesse ne’ molteplici
numi e che le religioni emanassero da un comune bisogno, il quale si
manifestava sotto parvenze diverse ne’ diversi popoli, doveva portare
ad un processo di eliminazione ed unificazione, e il più frequente e
più persistente commercio materiale e morale de’ popoli doveva spingere
a soddisfare ed esternare in forma più omogenea il bisogno e il
sentimento comune.

La società del più antico periodo imperiale riflette appunto uno
stadio notevole di questo processo[857]. Mentre l’Olimpo ufficiale
si arricchiva di nuove divinità, qua e là, tra i sapienti de’ centri
più civili si affacciava il sorriso superiore dello scettico; tra gli
elementi più superstiziosi della folla, ricca e povera, cittadina
e campagnuola, si facevano strada, raccomandati da riti bizzarri,
culti orientali; e, in anime più buone ed elevate, il processo di
unificazione si compiva cercando di dare alla coscienza religiosa un
contenuto e una base prevalentemente morale, sorretta da una concezione
religiosa ora monoteista, ora panteista, più spesso dominata dallo
sforzo di conciliare monoteismo e politeismo, conservando la varietà
antropomorfica sotto forma di potenze demoniache[858], e, assai più
appresso, di santi.

Il prevalere del Cristianesimo rappresenta il compimento di quest’opera
di fusione e il trionfo del lungo lavoro di trasformazione nelle
istituzioni religiose e nelle coscienze.

Come è stato ben detto in maniera molto sintetica, “occorreva la
mediazione della religione monoteista ebraica per far rivestire al
monoteismo erudito della filosofia volgare greca la forma sotto la
quale soltanto poteva aver presa sulle masse. Una volta trovata questa
mediazione, non poteva divenire religione universale che nel mondo
greco-romano, continuando a svilupparsi, per fondersi finalmente, nel
sistema d’idee a cui aveva approdato quel mondo„[859].

La nuova corrente religiosa, la quale aveva il segreto del suo avvenire
in un largo e inspirato senso umano, emancipato da riti e da formule,
rifletteva, sotto forma di sentimento, l’elevazione morale, raggiunta
dal mondo nelle manifestazioni più alte della vita e della speculazione
e costituiva la forma, sotto la quale la nuova coscienza poteva e
doveva concretarsi e divenire universale. La stessa ingenua semplicità,
ch’essa portava nella concezione del mondo e dell’esistenza, ne
faceva la forza; e la mirabile concordia del pensiero e della vita
apparsa nel suo fondatore, la toglieva anche meglio dal novero delle
pure astrazioni per darle i vantaggi e la potenza suggestiva di una
manifestazione viva e personale, a cui il martirio, il miracolo e
tutto un ciclo di soavi leggende davano la potenza fascinatrice atta a
conquistare la fantasia e il cuore del popolo.

Che infatti la propaganda cristiana reclutasse i suoi seguaci tra
gli elementi più bassi della popolazione, ci viene espressamente
attestato[860]; uno de’ rimproveri, che le si faceva, era anzi appunto
questo. Ma non bisogna credere che anche tra questi elementi e tra i
servi si facesse sempre strada così facilmente e senza contrasto.

Il misoneismo caratteristico delle classi sociali più depresse e
meno rese proclivi dalla cultura alla varietà d’adattamento creava
un inciampo al diffondersi del Cristianesimo, tanto più quanto la
credulità faceva prestare più facile orecchio alle stranezze, alle
parvenze odiose, sotto cui lo presentava l’ira e la preoccupazione
degli interessati e la stessa azione inconsapevolmente alteratrice
della fama. La fatica che il Cristianesimo durò a penetrare nelle
campagne trova appunto in questo la sua spiegazione.

Accadeva di questa corrente religiosa, quello che accade di altri
grandi movimenti religiosi, politici e sociali e in cui riesce
difficile spiegarsi alla bella prima la difficoltà, che trovano a
propagarsi tra le masse idee e correnti favorevoli a’ loro interessi
considerati sotto forma astratta e generale.

“Ecco un problema presso che insolubile per quelli che costruiscono la
storia assumendone come elemento dinamico alcune idee generali operanti
sotto forma di astratte categorie sugli uomini concepiti come masse
indistinte. Invece il problema trova agevole risposta per chi risolve
quelle masse indistinte ne’ loro elementi discreti, in individui, che
pensano, operano e si muovono nelle condizioni concrete di vita della
quale vivono„[861].

A questa stregua si può più oculatamente considerare quale azione
avesse la nuova corrente religiosa tra gli schiavi e sulla condizione
loro.

Quell’inesausto fervore di fede, di cui ci parla la tradizione del
movimento cristiano, e la suggestione ch’esso esercitava spingendo
fino al martirio, doveva determinare volta a volta nelle conventicole
cristiane un caldo ambiente morale, una corrente di fraternità;
e sotto l’impulso dell’ascetismo trionfante, assorti nel pensiero
dell’eternità, ond’era sopraffatta questa dimora passeggiera sulla
terra, una corrente di sentita fratellanza si stabiliva tra i fedeli e
cancellava, per un momento almeno, le differenze tra ricchi e poveri,
nobili e plebei, servi e padroni.

Degli schiavi vi avevano anche la loro parte, e il martirio di qualcuno
di loro, che ne rifletteva la pura luce sugli altri e faceva oggetto di
venerazione la loro tomba, non era senza significato[862].

Ma questi erano i giorni aurei e brevi del Cristianesimo primitivo,
povero ancora di seguaci e di beni, ricco di schietti entusiasmi.

Era il tempo de’ pochi eletti, le cui anime erano state prima tocche
dalla voce divina, perchè erano fatte per accoglierla.

Quanto più il movimento si allargava, per le immistioni continue di
elementi estranei, per le inevitabili concessioni al mondo esterno, più
ne discendeva l’atmosfera morale.

Gl’interessi terreni, piccoli e grandi ma prepotenti e continui,
deprimevano gli entusiasmi, ristabilivano di nuovo i rapporti un
momento oscurati nella conventicola tra padroni e servi.

A misura poi che entravano gli elementi delle classi superiori,
rifoggiavano la corporazione cristiana nel senso de’ loro pregiudizi
e de’ loro interessi, fondando una gerarchia del resto indispensabile
alla funzione della congrega; e gli elementi inferiori, specie i servi,
dovevano trovarsi a disagio.

Quegli stessi consigli di sommissione dovevano spesso riescire
irritanti per i servi.

L’antagonismo inevitabile e persistente tra padroni e servi si spostava
anche nel campo religioso; e, come i servi divenivano cristiani quando
i padroni erano pagani, così talora restavano o ridivenivano pagani,
quando i padroni si facevano cristiani.

L’ostilità de’ servi, a cui allude anche Tertulliano, attesta questo
fatto e ne ha spiegazione.

Questa ostilità degli schiavi, sorretta da un attaccamento al
Paganesimo, o presentata almeno sotto questa parvenza, apparve più
volte sotto la forma più recisa ed aperta[863]. E il sospetto, mai
bandito o sempre rinascente, delle denunzie servili, manteneva un
abisso tra servi e padroni, e concorreva, insieme all’interesse e al
pregiudizio di classe, a precludere o a rendere difficile a’ servi
l’entrata nell’associazione cristiana.

Inoltre, se nell’opera assidua di fusione, il Cristianesimo,
assimilandosi parte della mitologia e della liturgia pagana,
v’insufflava uno spirito nuovo, tal’altra n’era sopraffatto e non
restava che la faccia del vaso senza contenuto.

Finalmente, com’è stato osservato[864], l’azione della nuova coscienza
che si era formata, anche quando operava nella forma di fede religiosa
cristiana, operava interrottamente e sopratutto individualmente.

Quando andava per ridursi in un indirizzo stabile, per concretarsi
in un’istituzione, in una regola fissa ed universale, gli interessi
sociali presenti prendevano il sopravvento e l’azione della corrente
religiosa, anzi che modificare, ne restava modificata.

Il Cristianesimo, nella sua forma più schietta, popolare e suggestiva,
incarnava la coscienza universale, che si era formata nell’ambito
dell’Impero e rispondeva alle nuove condizioni di questo, che veniva
sempre più attenuando il suo carattere di dominio esclusivo romano
per acquistare un’impronta tutta sua, consentanea alla fusione e alla
risultante de’ suoi varî elementi.

In questa opposizione dell’uomo al cittadino, della vita individuale
alla politica, della religione allo Stato, che si presentava come
opposizione anche quando voleva sembrare od essere semplicemente
distinzione, stava il germe del contrasto tra il movimento cristiano
e l’Impero. La riluttanza al culto degl’imperatori ed altri fatti
consimili n’erano piuttosto i fenomeni e gli incidenti. Roma, magari
inconsapevolmente, combatteva nel Cristianesimo la forma e il riflesso
di quella potenza trasformatrice e dissolvente, che sottraeva allo
Stato il monopolio e il prestigio della religione, e, facendone base
di un organismo crescente nell’organismo dello Stato e a detrimento di
questo, dava al mondo romano, alla società universale dell’Impero un
altro centro che non fosse il potere politico dell’Impero.

E la lotta fu dura ed acre, finchè la tradizione cittadina romana
rimase viva e salda; ma, a misura che questa periva e scompariva
assorbita nel vasto organismo dell’Impero, la nuova religione appariva
come un principio unificatore, come il terreno comune de’ vari
popoli dell’Impero, sempre più alieni da un’organizzazione politica,
che perdeva ogni giorno più la sua ragione d’essere e diveniva
un’istituzione, sotto molti aspetti, parassitaria.

Fare allora del Cristianesimo la religione di Stato potè parere quasi
come sposare a’ suoi destini quelli dell’Impero e dare a questo una
nuova base, piegandolo, come sostegno e rappresentante della nuova
coscienza del mondo imperiale concretata nella nuova religione, ad
apparire di nuovo come la forma costituzionale organica del mondo
antico.

Così l’Impero, nell’atto stesso che rinnegava la tradizione romana
abbandonandone perfino la sede primitiva, si manteneva fedele a’ suoi
metodi di adattamento e di rinnovazione e prolungava indefinitamente la
sua esistenza.

Intanto, col suo legale riconoscimento e col suo avviamento graduale
verso la forma di religione ufficiale, il Cristianesimo era tratto
sempre più a costringersi e plasmarsi entro i termini de’ rapporti
sociali contemporanei, accentuando quella contraddizione tra
l’insegnamento teorico e la pratica della vita, che si riflette nel
pullulare di alcune sètte, nelle recriminazioni de’ rigoristi, nel
recalcitrare de’ Padri e dignitari della Chiesa in lotta con la potestà
civile, nella degenerazione dagli stessi membri della Chiesa denunziata
dalla gerarchia ecclesiastica.

Le condizioni de’ tempi e la insormontabile forza delle cose vincevano
allora e sopraffacevano la teorica virtù de’ precetti, dando uno
spettacolo, in cui doveva vedere tutto una parata d’ipocrisia chi non
riesciva a vedervi il germe ineluttabile del contrasto.

Così il secolo quarto e i successivi, accanto alle forme più elevate di
predicazione morale e ad individui che ne costituivano l’incarnazione
e il vivo esempio, presentavano tutte le forme della corruzione e della
decadenza[865].

Così accadeva che, sotto imperatori cristiani, la legislazione
regolatrice della condizione de’ servi costituisse, talora, una sosta,
talora anche un regresso rimpetto alla legislazione d’imperatori
pagani[866].

E, infatti, è proprio sotto Costantino, cioè mentre la religione
cristiana, trionfando delle persecuzioni e degli ostacoli, otteneva il
suo riconoscimento ufficiale; è proprio allora che una nuova sorgente
di schiavitù veniva sancita e si rincrudivano le disposizioni sulla
schiavitù.

Aggravando le norme del S. C. Claudiano, attenuato da Alessandro
Severo[867], Costantino comminò la morte alla libera che sposasse il
proprio servo, riservando il rogo a costui[868].

A risolvere la controversia tra due litiganti sulla proprietà del servo
fuggitivo, decretò che come mezzo d’indagine s’adoperasse la tortura
dello stesso schiavo conteso[869].

Mentre la giurisprudenza classica avea conservato il carattere
imprescrittibile della libertà, e dal dissoluto Caracalla, autore
di norme felicemente contraddittorie a favore della libertà degli
schiavi[870], sino al dispotico Diocleziano, si vietava la vendita del
libero fatta da sè stesso[871] e specialmente quella de’ figli fatta
dal padre[872]; sotto Costantino, con un passo reazionario, si veniva a
sancire il diritto padronale di chi avesse raccolto un esposto[873].

Quest’ultima disposizione, che uno storico antico spiegava con lo stato
di disagio dovuto in gran parte al peso crescente e soverchiante delle
imposte[874], veramente s’era insinuata come una misura inevitabile per
ovviare a’ peggiori effetti delle esposizioni d’infanti, dopo che per
altre vie si era cercato di sovvenire all’alimentazione della prole de’
poveri[875].

Ma si vede, intanto, anche da questo come le riforme fossero
determinate da concrete condizioni sociali e come il Cristianesimo,
accettato nella sua parte liturgica e formale sempre più prevalente,
si spuntava nel tentativo di riformare la società sulla sua base
morale; e, a misura che progrediva come associazione organizzata,
come chiesa costituita, si compenetrava con l’ordinamento legale
dell’ambiente circostante, oscurando la forza nativa de’ precetti
astratti e cercando di attenuare, con restrizioni mentali, sottintesi e
distinzioni scolastiche, il dualismo inconciliabile tra una coscienza
morale ridotta in gran parte allo stato di pura teoria e un’azione
pratica, che, se talvolta per impulso e favore di condizioni esterne
ne realizzava qualche conseguenza, molte altre volte ne riusciva la
negazione.

Si riusciva così ad una specie di compromessi, come quello tipico di
Costantino, che vietava d’imprimere il marchio sul volto, “figurato ad
immagine della bellezza celeste„, ma non rinunziava ad imprimerlo sulle
mani e su’ polpacci![876].

Quindi per secoli ancora, nello stesso diffondersi del Cristianesimo
e nel progresso del suo carattere ufficiale, continuavano la schiavitù
con i suoi inevitabili malanni e gli spettacoli orrendi del circo[877],
minati pur sempre dalle cause intime, già prima accennate e sempre
persistenti e più attive, che cercavano un’espressione nella coscienza
cristiana come altra volta l’aveano cercata nelle teorie filosofiche
e si servivano, quando se ne offriva il modo, de’ nuovi istituti e
de’ nuovi organi di pubblico potere e di vita sociale per tradursi in
realtà.

In tal modo l’eliminazione della schiavitù, qualche volta inceppata,
riprendeva per necessità di cose il suo corso. Le stesse necessità
quotidiane di vita, inconsapevolmente, ne realizzavano le condizioni.
Si faceva via mediante privilegi, concessioni, attenuazioni e
miglioramenti, che, nella mente di chi li consentiva, potevano
muovere da un criterio d’opportunità o da un proposito di sorreggere
una istituzione vacillante, ma riuscivano, nondimeno, a puntellare,
fors’anche nell’oggi la schiavitù per isvolgere in essa un germe di
disorganizzazione e di trasformazione.

I costosi giuochi del circo declinavano, condannati in forma più
manifesta e consapevole dagl’interpreti di una più elevata coscienza
morale, scalzati al tempo stesso, senza che altri forse se ne
avvedesse, dal disagio crescente, dal venir meno delle magistrature,
della gerarchia, dell’ordinamento politico, ch’erano stati ad essi
occasione, condizione ed impulso.

La coscienza giuridica, sempre più svolta, cercava poi forme più
coerenti ed organiche nell’opera di codificazione, e al lavorìo
singolo, frazionario, inconsapevole, attraverso cui la giurisprudenza
e la legislazione aveano lentamente ma continuamente fatto il loro
cammino, faceva succedere l’opera consapevole di chi di quel lavorìo
può abbracciare tutti i risultamenti; alla casistica sostituiva la
regola, all’analisi la sintesi, alla induzione la deduzione.

Questa fase dell’evoluzione giuridica, che si compiva specialmente
sotto Giustiniano ed è stata a questo rinfacciata come una colpa ed
un errore[878], era la necessaria successione dello stadio riflesso
a quello spontaneo. La funzione legislativa veniva, per questa via,
talvolta a perdere del suo valore pratico e della sicurezza nelle
applicazioni a’ casi singolari, ma, in cambio, si colmavano lacune,
si generalizzavano casi specifici, si allargavano conseguenze di
esperimenti, si svecchiavano forme e si eliminavano norme ed istituti,
ch’erano omai semplici sopravvivenze.

Sotto Teodosio quindi, e assai più e specialmente sotto Giustiniano,
quando era anche progredita di tanto la formazione degli elementi
costitutivi della schiavitù, si vede riassunta, svolta, completata
l’opera della giurisprudenza e della legislazione miglioratrice della
condizione degli schiavi[879].

Si riproducono e si svolgono gli antichi postulati sull’indole
tutta civile della schiavitù contraria al diritto naturale[880],
si abolisce il S. C. Claudiano[881]; si abolisce la servitù della
pena[882]; si ribadiscono e si allargano le cause di liberazione[883],
e, inspirandosi sempre al _favor libertatis_, si eliminano inceppi
alla manumissione[884], che non adempiono più una funzione utile,
o distinzioni fatte per creare incapacità politiche e gradazioni
nell’esercizio de’ diritti de’ cittadini, che non aveano più
significato dopo l’allargamento del diritto di cittadinanza a tutti gli
abitanti dell’Impero, la mutata organizzazione de’ poteri pubblici e
l’accentramento della vita politica nel palazzo imperiale.

Del pari col sostituirsi che la Chiesa faceva al foro, col divenire,
ch’essa faceva, il massimo organo di relazione, il più continuo e più
generale luogo di convegno, era naturale che divenisse più frequente
e prevalente la forma di manumissione ecclesiastica, già sancita
da Costantino[885] e preferita per il suo rito più semplice, per il
prestigio che acquistava dall’ambiente mistico, ove si compiva, per
la protezione divina, che, anche se non impetrata, sembrava esserle
inerente, e aveva più valore quando più vacillavano le istituzioni
civili.


XV.

Queste nuove correnti morali, queste nuove istituzioni e le nuove
funzioni che schiavi e liberti compivano nella vita economica e
civile indicavano, anche alla superficie, in forma più apparente la
trasformazione che avveniva nell’ordinamento e nella funzione della
schiavitù. Ma, già si è accennato, mentre ciò avveniva alla superficie,
come effetto che riassumeva e conservava le energie trasformatrici
e reagiva alla sua volta su di esse, altre cause intime, lente ma
continue, remote ma non interrotte, scalzavano l’istituto stesso dalle
fondamenta.

Allargando successivamente le sue conquiste, Roma poteva dire d’avere
abbracciato e compreso nel suo dominio tutto l’antico mondo civile; e
quelle parti del più lontano Oriente, che potevano aspirare a questo
titolo senza appartenere al suo dominio, erano, si può dire, fuori
della sua sfera d’azione.

Gli schiavi di maggior pregio, quelli che più potevano servire a’
bisogni del lusso, all’esercizio delle arti e de’ mestieri, alle
stesse pratiche più complicate dell’agricoltura e a tutte in genere
le funzioni della vita civile, erano venuti appunto da questi paesi
civili, forniti in numero prevalente dalle lunghe guerre.

Ma, col finire delle guerre e con l’assodarsi della conquista, questa
sorgente era venuta a cessare almeno in maniera continua e regolare.

Le guerre a’ confini, oltre che più rare, erano fatte di solito con
popolazioni barbariche o quasi. In tempi più tardi la migliore gioventù
di questi stessi popoli veniva reclutata per l’esercito; ma, anche
quando prima riesciva di trarne alimento per la schiavitù, il loro
impiego, per le limitate loro attitudini, doveva essere ristretto alle
occupazioni più semplici, che non richiedevano particolare abilità e
lungo esercizio tecnico, bensì la semplice forza materiale.

Ora ciò veniva a coincidere proprio con un periodo, in cui la vita
romana aveva maggiori esigenze di lusso e di raffinatezza e tutte le
sue forme divenivano più elette e più complesse.

Le case perdevano sempre più l’antico aspetto rozzo e la prima
semplicità per ornarsi di dipinti, di fregi, di sculture, crescendo di
mole e di varietà architettonica. I mobili, gli utensili, le stoviglie,
i tessuti, le vesti, i mille gingilli ed amminicoli, che servivano ad
abbellire e fornire le case e ad ornare le persone, avevano sempre più
l’impronta del buon gusto, o, almeno, del lusso[886].

Ora lavori di questo genere depongono di una tecnica assai progredita,
anche messa a confronto di quella odierna[887].

La ceramica acquistava nell’epoca imperiale romana una diffusione
sempre maggiore, in grazia del suo uso pratico, e un’ornamentazione
sempre più complicata[888]. Se talvolta mancavano i dipinti,
subentravano in cambio i fregi plastici, che attirano la nostra
attenzione per la stessa loro difficoltà[889]. I lavori in bronzo, in
argento, in legno, i gioielli, la lavorazione delle pietre preziose
esigevano cura e perizia[890], tanto che alcuni di quei lavori possono
essere talvolta definiti come miracoli di pazienza[891]. La pittura
decorativa, sempre più diffusa, se anche poteva essere costretta
nelle forme e nei procedimenti del mestiere, richiedeva esperienza;
e il mosaico, se pure si riduceva a un procedimento di riproduzione
meccanica, era tutt’altro che scevro di difficoltà[892].

È stato osservato, è vero, che lo stesso minuzioso lavoro di pazienza
qualche volta fa supporre l’opera dello schiavo[893]; ma, anzitutto
questa pazienza non era poi tanto comune in servi spesso animati da
un sordo rancore che si sfogava nella stessa cattiva esecuzione del
lavoro, e poi, in ogni modo, alla pazienza bisognava che si aggiungesse
l’educazione tecnica, tanto maggiore quanto più si trattava, anche in
oggetti di ceramica, di lavori fatti a mano[894]. Erano dunque più
qualità, ciascuna non comune, che si dovevano combinare insieme; e
non si potevano trovare nel servo maldestro e recalcitrante preso in
campagne contro popoli barbarici.

Nella stessa agricoltura le relazioni più facili e frequenti da regione
a regione portavano all’introduzione di nuovi strumenti agricoli[895],
di nuove culture e di pratiche agricole più complicate. La stessa
redazione di scritti dove l’agricoltura veniva trattata da un punto
di vista teorico accenna al bisogno ed allo sforzo di superare almeno
il più rozzo e rudimentale empirismo. Ora alcuni lavori — e qualche
scrittore lo nota[896] — esigevano cura, interesse, perizia; come
nota del pari il malgoverno che gli schiavi facevano degli strumenti
agricoli[897] sia per impulso di dispetto che per avere pretesto
di riposo. Bisognava tra l’altro, per ciò, possedere in doppio
gl’istrumenti agricoli.

La stessa rarità di queste attitudini e di queste qualità negli schiavi
faceva poi che, anche quando accadesse di trovarle, il prezzo ne saliva
molto alto.

Ciò spiega la varietà grande del prezzo degli schiavi, che — lasciando
stare i prezzi d’affezione eccezionali ed elevatissimi[898] — differiva
del doppio e anche di più secondo l’età, l’educazione, la professione,
al punto da duplicare il valore dello stesso schiavo dopo avere
sviluppato in lui certe attitudini[899].

Così Columella[900] dava pel suo tempo a un buon vignaiuolo il prezzo
di ottomila sesterzi, notando che se ne potevano avere a minor ragione,
ma la vigna poi ne sentiva i tristi effetti.

Al qual proposito si può notare come i prezzi, che ricorrono nel
Digesto, toccano o superano questa cifra quando se ne parla in via di
esemplificazione[901]; ma restano notevolmente inferiori, quando si
accenna a casi concreti. Si aggirano allora intorno a’ dieci _solidi_
per schiavi inferiori a’ dieci anni, a’ venti per quelli superiori,
raggiungendo i trenta per quelli che avevano una professione e i
cinquanta e i sessanta solidi, se questa professione era quella di
_notarius_ o di medico rispettivamente. Il prezzo degli stessi eunuchi
è di trenta, di cinquanta, di settanta solidi secondo l’età e la
capacità professionale[902].

Ora, anche senza volere di soverchio generalizzare questi dati, merita
considerazione il fatto che, pur nel restringersi del numero degli
schiavi, il loro prezzo non saliva molto alto; e deve poter valere
come un indizio dell’uso sempre più scarso, del bisogno sempre meno
avvertito degli schiavi, della concorrenza loro fatta dal lavoro
libero, che si cercava disciplinare e, si direbbe meglio, reggimentare.

La diminuzione degli schiavi è dimostrata anche dalla menzione più
frequente del _plagiato_ e dell’allevamento.

Già Augusto avea dovuto far perquisire gli _ergastula_ per rivendicare
in libertà uomini liberi rapiti e ridotti in servitù[903]. La frequenza
ed il rigore delle leggi contro il _plagiato_[904] durante il periodo
imperiale mostra la persistenza del male e la insufficienza della
minaccia, anche aggravata da pene severe.

L’allevamento degli schiavi poi, come mi è accaduto di avere altrove
notato[905], non è utile e non si raccomanda, dove vi è una larga
importazione di schiavi e sono aperti mercati che sopperiscono alla
richiesta. Ne’ casi di vietata o limitata importazione, invece,
l’allevamento diviene un’industria e viene a tenere in vita la
schiavitù, là dove il graduale esaurimento del suolo e la scarsa
produttività del lavoro servile l’eliminerebbe lentamente. In tali
condizioni avviene come una divisione di lavoro nella stessa schiavitù:
i paesi più esauriti o meno fecondi, che sogliono pure essere più
sani de’ piani opulenti ma spesso avvelenati, alimentano schiavi per
fornirli a paesi, dove l’allevamento trova un ostacolo nella maggiore
mortalità o riesce inadeguato alla richiesta[906].

In Columella già l’allevamento degli schiavi è oggetto di suggerimenti
insistenti[907], quali mancano negli scrittori anteriori d’agricoltura
e che trovano la loro spiegazione appunto nell’èra di pace inaugurata
da Augusto. E il gran numero di epigrafi, che ci attestano delle unioni
di schiavi, ci fanno vedere come il suggerimento s’imponesse anche per
i tempi posteriori; tanto più che in paesi di coltura estensiva, dove
la terra coltivabile o i pascoli superavano l’impiego, l’allevamento
doveva presentare inconvenienti relativamente minori.

Con la decrescente importazione, l’allevamento era un mezzo inevitabile
di reintegrare, anche ne’ limiti dello scemato bisogno, l’elemento
servile, che, per giunta, aveva una quota di mortalità molto elevata,
come è risaputo e facile ad arguirsi da esempi analoghi e come
ci lasciano ragionevolmente indurre le stesse epigrafi funerarie
dell’epoca imperiale romana, ove gli schiavi appariscono d’ordinario
defunti in età non avanzata.

E questa mortalità, mentre direttamente stremava la schiavitù,
aprendovi vuoti che l’allevamento non riusciva a colmare, accresceva
l’alea del possesso degli schiavi e costituiva così uno de’ maggiori
inconvenienti della schiavitù, che ne avea tanti, come si è visto, e
a cui si aggiungeva sotto l’Impero la delazione, frenata e repressa,
è vero, dalle leggi ne’ casi ordinari, ma solleticata e incoraggiata
invece ne’ casi — e non eran pochi — in cui entrasse l’interesse del
sovrano e dello Stato.

E mentre così la schiavitù, per fatto suo proprio e per i suoi rapporti
all’ambiente, seguitava sempre più ad intristire, maturavano sempre
più, d’altra parte, e spiegavano un’azione vieppiù grande e continua le
cause, che dovevano generalizzare il lavoro libero, suscitato del resto
e reso indispensabile per azione riflessa dallo stesso decadere della
schiavitù, dal lavoro libero scalzata.


XVI.

Nel mondo antico, come in quello moderno, la civiltà sorgeva e
ascendeva a forme più alte ne’ paesi, dove si riesciva ad accumulare
maggiore ricchezza e si costituivano così centri più o meno popolosi
e classi più o meno larghe, che, emancipate dal bisogno di attendere
a un lavoro materiale onde rimanesse assorbita ogni loro attività,
potevano elevare il loro tenore di vita e crearsi bisogni di carattere
superiore, trovando modo di soddisfarli[908].

Dato lo scarso sviluppo delle forze produttive, che toglieva il modo di
sopperire in maniera facile e soddisfacente a’ bisogni più immediati
di tutti, un sistema sociale, ove ognuno fosse obbligato a provvedere
da sè alla propria sussistenza, sarebbe stato un inceppo allo sviluppo
di più alte forme di civiltà e avrebbe costituita la condizione di una
permanente mediocrità.

Il parassitismo oggi, dato lo sviluppo delle forze produttive,
capaci di sopperire a’ bisogni universali, non costituisce per noi
una condizione relativa di civiltà; anzi è causa di una relativa
sosta del progresso morale e intellettuale; ma nell’antichità si
presentava come una condizione obbiettiva di progresso, che trovava
la sua manifestazione e il suo strumento successivamente, con vicenda
continua, in popoli diversi, a misura che un processo intimo di
degenerazione, facendo luogo ad una sopraffazione esterna, dava all’un
popolo sull’altro le condizioni della supremazia politica e della
superiorità civile.

La guerra e l’arte di rendere più o meno stabili e fruttifere le sue
conseguenze erano il mezzo per accentrare in un popolo la ricchezza di
molti popoli, in una classe la ricchezza dello stesso popolo sovrano.

Su questa base si era sviluppata la civiltà ateniese; su questa base,
in ambiente più vasto, con maggior forza assimilatrice e per più lunga
durata si era sviluppata la civiltà romana, riassumendo e propagando
tutte le civiltà precedenti.

Senonchè, questo parassitismo, per quanto glorioso e benemerito
della civiltà, aveva in sè stesso i germi della sua distruzione; e, a
lungo andare, per la sua persistenza, pel suo abuso e per il lavoro
improduttivo necessario a sorreggerlo, si risolveva in una causa di
enorme depauperamento, tanto più grande e sensibile quanto minore era
la potenzialità produttiva del mondo antico.

L’Impero romano era una forma di organizzazione politico-sociale troppo
costosa e dissipatrice di forza.

Nella forma più appariscente e diretta, i paesi dominati dovevano
cominciare dall’alimentare buona parte della popolazione di Roma e poi
anche di Costantinopoli, ciò che, già sin dalla fine della repubblica,
importava una spesa, che, per quanto calcolata approssimativamente, si
può considerare abbastanza notevole[909].

Ma tutto ciò si poteva dire ben poco in proporzione al resto.

A misura che il lusso, lo spreco e la corruzione crescevano, si turbava
sempre più ogni possibile equilibrio tra la produzione e il consumo;
e il lavoro improduttivo e le classi semplicemente consumatrici si
sviluppavano in ragione inversa e a danno del lavoro produttivo. E il
danno immediato e diretto scompariva quasi di fronte a quello mediato
e indiretto, ma infinitamente maggiore. L’accumulo della ricchezza
destinata allo sperpero non era cercato alla produzione, ma alla
speculazione, sotto forma di commerci, di appalti e specialmente di
usura, esercitata a larga base e con raffinata durezza sopra tutto
verso i provinciali e fomentata e sorretta dalla prevalente posizione
politica.

Cresceva, moltiplicandosi e diffondendosi fuor d’ogni misura, la
categoria degl’intermediari di ogni risma, che se, talvolta, come
commercianti, davano un qualche impulso alla produzione, assai più
spesso come pubblicani, affittuari, usurai, inceppavano lo sviluppo
naturale della ricchezza, e, per soverchia avidità, ne inaridivano le
fonti al modo stesso del selvaggio che per cogliere più agevolmente i
frutti abbatte l’albero dal tronco.

Nel periodo epico della conquista e in quello che lo seguì più da
vicino fu come una gozzoviglia gigantesca, resa più dolce da una felice
spensieratezza de’ vincitori, mentre nello strepito della grande orgia
perivano soffocati o si perdevano inascoltati i lamenti degli oppressi
e le preoccupazioni dell’avvenire.

Ma, come una Nemesi seguace, inesorabile, sorgente dalla forza
stessa degli elementi e ad essi indissolubilmente congiunta, la carie
procedeva lenta, implacabile, senz’arrestarsi mai, segnando i giorni
omai contati di quell’organismo nell’aspetto sempre più fiorente e
sempre più ròso di dentro.

L’Impero aveva cercato di apportare qualche rimedio alle rapine, alle
ruberie, alle vessazioni delle provincie; ma, anche quando vi era
riuscito, si poteva dire che avesse curato il male alla superficie.

Certamente esso non aveva potuto, nè poteva mutare radicalmente tutta
quella viziosa organizzazione economico-sociale.

Se la piccola e la media proprietà, come del resto è naturale, non
erano assolutamente, nè ovunque scomparse[910], i latifondi nondimeno
perduravano e progredivano anche, specie nelle regioni più ubertose
come l’Africa[911]. Così, molte volte, la piccola e la media proprietà,
anche perdurando, erano sopraffatte dalla concorrenza soverchiante,
dal peso delle imposte, da’ danni de’ tempi incerti per essi più
sensibili, dal cancro del debito; e così della proprietà finivano per
conservare l’apparenza più che non la sostanza, anche quando dal novero
de’ proprietari non passavano in quello degli affittuari, rimanendo con
questa mutata qualità sul loro antico podere.

L’Impero si era venuto e si veniva in tal modo a trovare faccia a
faccia con un proletariato già numeroso e forse sempre crescente;
ed esso stesso era stato obbligato a mantenere, a rendere stabili,
ad accrescere e ad allargare quelle forme di assistenza[912], che
assorbivano, per via diretta e indiretta, col loro effetto immediato e
con la loro ripercussione, tanta parte delle risorse del dominio.

Una delle stesse maggiori benemerenze dell’Impero, il consolidamento
e lo sviluppo di una regolare amministrazione, si era convertito in
un’altra fonte di aggravi e di spese, e la gerarchia era divenuta
sempre più numerosa e complicata sino a raggiungere forme e proporzioni
straordinarie. Infatti, ne’ tempi più avanzati dell’Impero, lo Stato
si sentiva spinto ad accrescere le sue funzioni ed estendere la
sua azione, e si cercava d’altra parte nella gerarchia l’unità del
dominio, che si sfaldava e si disgregava da tutte le parti premuto da
forze esterne e dissolto dal formarsi che facevano più autonomi e più
coerenti aggregati sulla base di rapporti etnici e di sviluppati centri
e rapporti locali.

La forza armata di terra e di mare aveva dovuto poi ricevere uno
sviluppo considerevolissimo per proteggere i vasti confini dell’Impero,
assicurare la quiete interna e la regolare funzione di servizi
pubblici inerenti alla soddisfazione de’ più elementari bisogni della
popolazione e dello Stato.

L’esercito era divenuto stanziale, e le legioni da cinquanta ridotte
a diciotto dopo Azio, indi avevano cominciato a risalire sino a
raggiungere il numero di ventitre, di venticinque, di trenta, poi di
trentatre tra Settimio Severo e Diocleziano, e dopo questo si erano
accresciute sino ad arrivare a sessantacinque. E intorno alle legioni
si aggruppavano e si diramavano le flotte, le truppe ausiliarie, le
truppe accasermate in Roma, le milizie provinciali e municipali[913].

In quel progressivo disgregarsi del dominio l’esercito, come il
maggiore e più diffuso corpo organizzato, diveniva il creatore e la
base del potere politico. Chi legge il Codice teodosiano vede come
l’esercito dava la sua impronta alla stessa amministrazione civile, e
intorno ad esso si aggruppavano e si condensavano, come a centro, tutte
le altre funzioni e attività dello Stato.

Un prospetto[914] tratto dalla _Notitia dignitatum_ lascia vedere,
anche ammettendo che l’effettivo non rispondeva pienamente a’ quadri,
come questa forza armata si stendeva per tutto l’Impero quale una vasta
rete di ferro; e il suo costo — retribuiti com’erano i pretoriani
a settecentoventi denari, le coorti urbane a trecentosessanta e i
legionari a dugentoventicinque[915], oltre gli eventuali aumenti di
paghe e i donativi — era tutt’altro che indifferente.

Le imposte escogitate a tenere insieme questa macchina immane
dell’Impero con i suoi parassiti, i suoi sostegni, le sue dissipazioni
dovevano per necessità crescere oltre misura; e più pesanti e più
deleterie le rendevano i sistemi vessatori di esazioni, che, rilevati
tante volte, hanno reso quasi un luogo comune questo argomento.

A misura che si procede verso il periodo più avanzato dell’Impero si ha
il senso di tutto questo disagio, che lasciava la sua impronta su tutte
le manifestazioni della vita, anche le più ingannevoli e simulatrici di
un fasto apparente; e, per quanto se ne vogliano ritenere caricate le
tinte, si ha l’impressione della povertà crescente di capitali, dello
stremarsi delle energie produttive, dell’esaurimento della ricchezza.

L’Impero aveva per molto tempo instaurata la pace, ma, come l’uomo
che sente nel momento di riposo tutta la stanchezza di uno sforzo
eccessivo, in quello stesso periodo di pace le popolazioni dovevano
cominciare a sentire gli effetti del malessere che covava segreto.

Le grandi razzie delle guerre fortunate e quelle de’ primi tempi del
dominio avevano alimentato in maniera fittizia l’economia pubblica
del popolo dominante e larvata così la realtà delle cose, ma la realtà
delle cose, in quel riprendere che la vita faceva regolarmente il suo
corso, aveva il sopravvento, e le riserve già esauste non davano altro
alimento o lo davano appena.

D’altra parte, nell’ambito stesso dell’Impero e per effetto della nuova
organizzazione, veniva sorgendo e si diffondeva un tenore di vita più
alto. Il vasto sviluppo della rete stradale, i comuni rapporti con
Roma, centro e luogo di convegno universale, il commercio, l’esercito
creavano correnti di scambio, dove più, dove meno forti, persistenti
o intermittenti; e tutto ciò, con la conoscenza di nuovi usi e di
nuovi prodotti, con l’allargarsi degli orizzonti e il progredire della
vita civile creava nuovi bisogni, solleticava nuovi desideri e quindi
suscitava nuove attività e nuovi rami di produzione. Per quanto lo
sviluppo limitato dell’industria antica e il suo esercizio per opera di
artigiani non fosse molto favorevole alla sua facile diffusione su zone
più larghe e al suo rapido innesto in diversi paesi[916], in maniera
sia pure lenta e in proporzioni sia pure modeste, almeno le arti e
i mestieri rispondenti a’ nuovi più impellenti bisogni riescivano
a trapiantarsi. Se ne’ paesi, ove la tradizione di certi rami di
produzione mancava od era stenta, i Romani, direttamente almeno, non
riescivano a suscitarli; dove l’industria era bene avviata esercitavano
su di essa la loro azione con la crescente dimanda e la maggiore
esportazione[917]. Il lusso delle corti e delle classi abbienti, la
necessità di rifornire regolarmente la vasta gerarchia e gli eserciti
disseminati pel territorio dell’Impero, spingevano, poichè non si
poteva più provvedere in forma tumultuosa col diritto di guerra, ad
assicurare cespiti continui di rifornimento, anche, all’occorrenza,
sotto gli auspici e la direzione dello Stato.

Così l’esigenze di alcuni e il bisogno di altri, la ricchezza di
questi e l’indigenza di quelli, la tradizione incoraggiata e fomentata
e la facilità d’assimilazione, erano come tante forze cospiranti che
suscitavano, per quanto certe condizioni sfavorevoli lo permettevano,
la produzione e obbligavano a mettere in movimento il lavoro quelli che
dell’opera altrui avevano d’uopo per sopperire a’ propri bisogni, ed
erano costretti a ricorrere al lavoro libero, unico rifugio di chi, non
riescendo a collocarsi tra gli abbienti o tra i loro parassiti, doveva
al lavoro domandare i mezzi di sussistenza.

Uno sguardo infatti alle condizioni dell’Impero fa scorgere questo
generale allargarsi di una operosità produttrice, che, se molte volte
non aveva il rigoglio de’ paesi ricchi, rivelava nondimeno delle forze
quasi dovunque messe in movimento, sia pure per soddisfare in forme
rudimentali alle esigenze della vita sociale.

Le proporzioni e le forme precise di questa produzione non si lasciano
rigorosamente stabilire e determinare[918]; e probabilmente incorre
in un’esagerazione chi, quasi spostando nell’antichità, con criteri
anacronistici, un’immagine magari assai attenuata dell’industria
moderna, dà all’industria di questo periodo come impronta generale il
tipo della fabbrica[919] e le concede uno sviluppo e una proporzione
maggiore di quella che potè avere.

Le fabbriche non mancarono, e n’ebbero non poche anche lo Stato e la
casa imperiale[920], senza tuttavia che la fabbrica — come del resto
lo fa ammettere anche lo stremarsi de’ capitali e il decrescere della
ricchezza — costituisse il tratto caratteristico della produzione del
tempo.

E ciò s’accorda anche meglio con la diffusione sempre maggiore del
lavoro libero, non inconciliabile con l’esistenza della fabbrica, ma
pur meglio rispondente, per l’antichità, ad altre forme dell’attività
produttrice de’ manufatti.

Nella stessa tradizione letteraria il lavoro libero si affaccia già non
di rado.

Vespasiano si rifiutava di adottare il congegno suggerito da un
meccanico a trasportar con poca spesa delle colonne in Campidoglio per
non togliere una fonte di guadagno al popolino, che dunque lavorava per
mercede[921].

Il padre dello stesso imperatore era un imprenditore di lavori
agricoli[922]. Il padre di Massimo era un fabbro, o, secondo altri, un
costruttore di veicoli[923]. Mario, uno de’ trenta tiranni, fu ucciso
da un operaio, che aveva già lavorato nella sua officina[924]. Il
padre di Pertinace era un negoziante di legname e aveva in Liguria un
esercizio, che Pertinace, divenuto imperatore, seguitò a menare innanzi
per mezzo de’ suoi servi[925].

L’_Historia Augusta_ accenna, a più riprese, ad operai lavoranti per
mercede[926].

Il diffondersi del lavoro manuale è pure mostrato dalle imposte
che lo colpivano[927]. In Oriente i Romani l’avevano trovate
e le avevano mantenute. Caligola tassava con misura generale i
salari de’ facchini[928]. Alessandro Severo, nell’atto stesso che
riordinava corporativamente arti e mestieri, imponeva sugli operai
che l’esercitavano un’imposta di cui si serviva per costruire le
terme[929]. Dello stesso imperatore è detto, come una particolarità,
che adoperò de’ servi suoi come cuochi, panattieri, pescatori,
gualcherai e bagnini[930]; il che lascia supporre che altri si fossero
serviti e si servissero per quelle incombenze di mercenarî, servi o
liberi, non importa.

Le corporazioni di mestieri che, perdendo il carattere indistinto
e non bene definito dell’epoca repubblicana[931], venivano insieme
sviluppandosi e acquistando uno schietto carattere corporativo e si
avviavano a diventare una parte sempre più importante o integrale
dell’ingranaggio dell’economia pubblica e dello Stato: le corporazioni
di mestiere, con questa nuova fase della loro vita, mostrano,
anch’esse, quale funzione prevalente esercitasse il lavoro mercenario e
come surrogasse il lavoro servile.

Più volte, innanzi, si è rilevato come il vero elemento della
trasformazione economica, che menava alla fine della schiavitù, stesse
nel carattere mercenario, che progressivamente veniva assumendo il
lavoro, e che lo stato libero o servile del mercenario costituiva
un’accidentalità, mentre, in ogni caso, si venivano separando
e contrapponendo la materia di lavoro e la mano d’opera prima
appartenenti ad una sola persona, e si procedeva verso il salariato,
dove e quando condizioni diverse, sotto la forma dell’artigianato
e della produzione domestica, non riunivano di nuovo, ma in maniera
diversa, materia di lavoro e mano d’opera.

Tuttavia la composizione delle corporazioni è tale che se ne rileva non
solo il progresso del lavoro mercenario, ma il fatto ch’erano i liberi
ad esercitarlo.

Liberi erano i componenti le corporazioni di barcaiuoli del Rodano
e della Saona[932] e, in generale de’ _navicularii_ incaricati
de’ pubblici trasporti[933]; liberi i membri de’ collegi de’
_pistores_[934]; liberi gli operai delle fabbriche d’armi[935], delle
zecche[936]; e “dovunque — crede poter soggiungere il Waltzing[937] —
anche nelle manifatture e nelle cave, i lavoratori erano uomini liberi.
Gli schiavi non sembra che facessero parte d’alcuna corporazione [di
mestiere s’intende]; ove se ne trovano, bisogna ammettere che sono di
proprietà del collegio o dello Stato. Tali erano quelli che lavoravano
incatenati ne’ panifici, nelle manifatture e nelle miniere. Occorre
aggiungervi i condannati o _servi della pena_.

La moneta d’oro e d’argento e indi quella d’ogni specie, fabbricata
da schiavi e liberti imperiali, prima sotto la direzione di liberti
imperiali e poi di un procuratore della moneta, al quarto secolo è già
fabbricata da liberi[938].

In più larga misura e in maniera più particolareggiata possiamo vedere
nell’epigrafi il crescere e il diffondersi del lavoro libero, che,
per opera d’ingenui e massimamente di liberti, sorge e si sviluppa dal
lavoro servile o s’insinua e si sovrappone ad esso, assimilandoselo e
disgregandolo per mutarne in ultimo la funzione e la fisonomia.

Se noi potessimo stabilire l’ordine cronologico di queste iscrizioni,
vedremmo probabilmente, in maniera più distinta, come l’elemento libero
e specialmente i liberti si sovrappongono gradualmente ma continuamente
agli schiavi nell’esercizio de’ mestieri, ma d’ordinario non ci è
possibile ricostruire quell’ordine cronologico. Tuttavia, anche senza
di ciò, questa concorrenza dell’elemento libero e del servile si
riflette sotto altra forma nelle epigrafi.

Gli uffici, che importano una dipendenza continua e assoluta,
continuano ad essere coverti esclusivamente o quasi da’ servi: così
l’ufficio di _vilicus_[939], di _actor_[940], di _exactor_[941] e tutti
quegli altri che si riferiscono specialmente a servigi domestici e
ordinari, tali che esigono un’assoluta dipendenza[942].

In questi casi per la più stretta dipendenza, per la continuità
del servizio, per la minore facilità di potere utilmente commettere
sottrazioni a proprio vantaggio, il servo presentava de’ vantaggi che
lo facevano preferire al libero. Si aggiunga che, riferendosi questi
uffici alle case de’ ricchi, il possesso de’ servi era imposto anche da
ragioni di fasto e di etichetta.

Quando invece si trattava di ufficî, che non importavano un legame
di stretta dipendenza e un rapporto continuo, i servi cominciano
a divenire meno frequenti e si alternano con i liberti e anche con
gl’ingenui.

Ma anche qui sopraggiungono altre distinzioni.

L’elemento libero cerca naturalmente di occupare a preferenza
le professioni e le arti meglio retribuite, meno faticose, più
considerate. Così la medicina, prima retaggio quasi esclusivo de’
servi, viene esercitata in prevalenza da liberi[943].

In moltissimi casi poi ricorrono indistintamente gli uni e gli altri,
servi e liberti, mostrando anche meglio la concorrenza dell’elemento
libero, che cedeva al bisogno e alle difficoltà de’ tempi e scendeva
sempre più a livello de’ servi per eliminarli surrogandoli[944].

I liberti sopra tutto compariscono con la maggiore frequenza
esercitando tutti i mestieri. La mancanza dell’indicazione specifica di
liberti e del nome del patrono desta molte volte il dubbio, se abbiamo
proprio a fare con un manomesso; ma il nome ci dice che se, come di
frequente può accadere, non si ha a fare con un manomesso, si ha a fare
con un suo discendente; il che ci mostra come tutto l’elemento servile
che, per le manumissioni penetrava nella classe de’ liberi, seguitava
l’esercizio del proprio lavoro manuale, reso quasi ereditario nelle
loro famiglie. E così, anche per questa via, il lavoro libero riceveva
sempre più diffusione ed incremento.

E bisogna notare pure come, sotto la pressione costante delle
nuove abitudini e per i vantaggi che l’esercizio di un’arte poteva
procacciare, il pregiudizio contro il lavoro manuale perdeva sempre più
la sua forza.

I collegi, che già in Pompei[945] raccomandavano candidati, divengono
molte volte una forza e hanno attestati di considerazione e di
onore[946], ricevono lasciti.

L’esercizio de’ mestieri doveva sembrare omai a molti così poco atto
a diminuire la loro considerazione personale e il loro prestigio
morale, che in tante lapidi sepolcrali si aveva cura d’indicarlo con
frasi talvolta amplificative. Molte altre volte questa indicazione
era fatta in forma che meglio dava all’occhio con appositi anaglyfi
rappresentanti i ferri del mestiere e gli strumenti professionali[947].

Ma l’importanza, la diffusione, e la frequenza del lavoro mercenario,
prestato e retribuito in tutte le forme, ci son mostrati in tutta
la loro estensione dall’_Edictum de pretiis rerum venalium_ di
Diocleziano[948], che ci mostra così, come in un quadro sinottico,
la funzione sociale varia, attiva e molteplice del lavoro mercenario
all’aprirsi del quarto secolo (301 d. C.), tempo della promulgazione.
Mentre da un lato l’Editto prende a considerare e a regolare i prezzi
de’ prodotti già belli e compiuti, dall’altro attende a regolare i
prezzi della mano d’opera nelle varie sue forme e vi porta la stessa
cura minuziosa, la stessa diffusione analitica che aveva portata
nell’elenco de’ generi di consumo e de’ manufatti. Il lavoro del
contadino, del muratore, del falegname, quello del fornaciaio, del
mosaicista, del pittore d’ornato e di figure, del costruttore di
veicoli e di barche, del fabbro, del fornaio, del mattonaio, del
mulattiere, dell’asinaio, del conduttore di camelli, del veterinario,
del flebotomo, del barbiere, del tosatore di pecore, vi sono tutti
destintamente considerati[949]. Segue poi l’elenco de’ lavori in
metallo[950], a cui fanno seguito, alla loro volta, i lavori de’
formatori, de’ portatori d’acque, dell’espurgatore di cloache,
dell’arrotino[951], e poi, in tutte le loro suddivisioni e distinzioni,
il lavoro degli scritturali, quello de’ sarti, degl’insegnanti, degli
avvocati[952], nella cui immediata vicinanza, senza criterio di ordine,
si parla de’ bagnini[953]. E finalmente l’Editto, riprendendo, dopo
essere passato a considerare altri manufatti, le mercedi del lavoro,
si occupa de’ ricamatori, de’ tessitori di seta e di lana e de’
gualchierai[954].

Si è cercato, naturalmente, di mettere a profitto il tasso de’
salari stabilito dall’Editto per dedurre quale fosse la condizione
delle mercedi a quel tempo; ma se ne sono tratte le più disparate
conseguenze.

L’Editto fissa mercedi di proporzioni assai diverse per i diversi
generi di lavoro; ma fanno difetto i termini di paragone, a cui
riferirli per trarne analoghe conseguenze.

Il salario giornaliero dell’operaio di campagna, fissato nell’Editto
a venticinque denari[955], cioè a cinquantaquattro press’a poco de’
nostri centesimi, è stato messo in relazione col salario giornaliero
di un lavoratore comune, valutato da Cicerone[956] a dodici assi,
uguali press’a poco a sessantadue e mezzo de’ nostri centesimi. Ma si
è fatto osservare[957] che questa costanza approssimativa del salario
dopo tre secoli circa è soltanto apparente, quando si valuti in oro il
valore del denaro posto a base della tariffa dioclezianea; giacchè, con
questo calcolo, il salario giornaliero al tempo di Cicerone veniva a
corrispondere a più di ottantuno centesimi, al tempo di Luciano a più
di settantatre centesimi e al tempo di Diocleziano a soli cinquantadue
centesimi. La condizione de’ lavoratori quindi sarebbe divenuta molto
peggiore al tempo di Diocleziano, tanto più che era salito il prezzo
del grano e quello del vino.

Una valutazione critica de’ prezzi dell’Editto di Diocleziano suggeriva
ad un autore la conclusione che il salario in moneta del giornaliero ai
tempi di Diocleziano è, rimpetto al minimo necessario per l’esistenza,
di alcuni centesimi più elevato che non i corrispondenti recenti salari
della Germania e dell’Italia[958].

Se non che non è sfuggito che nell’Editto di Diocleziano si tratta
di misura massima del salario, ciò che impedisce di considerarlo come
salario effettivo o di prenderlo come medio.

Inoltre, come si è accennato altra volta, il dato ciceroniano è
così vago, e non si saprebbe da due dati isolati e disparati trarre
conclusioni sode e positive sull’oscillazione de’ salari nelle due
epoche lontane.

Un accenno di Plinio[959] rileva la facoltà di procurarsi la mano
d’opera, pure a prezzo assai conveniente, ma l’accenno si riferisce
alla sola Nicomedia, al tempo di Traiano, e non possiamo dire se e in
quanto si riproducesse la stessa condizione di cose col variare de’
luoghi, de’ tempi, de’ rapporti di popolazione e della richiesta di
braccia.

Intanto, se da questo lato l’Editto poco ci giova ad intendere le
condizioni del lavoro e de’ lavoratori del suo tempo, ci fornisce altri
elementi per formarcene da un altro punto di vista un concetto.

La tariffa stabilisce da un lato i prezzi de’ prodotti già belli e
compiuti e dall’altro quelli della mano d’opera ad essi relativa. Da un
confronto degli uni con gli altri appare come solo in limitati campi di
produzione si danno esclusivamente i prezzi de’ manufatti, senza dare
parimenti quelli della mano d’opera adibita a confezionarli. Accade
così per i lavori in cuoio, i prodotti di pelo di capra e di camello,
i piccoli manufatti di legno e di osso come spole, pettini, aghi,
stacci e finalmente il materiale da scrivere. Ogni altra cosa rientrava
nell’ambito della materia grezza[960].

Ora, anche senza voler venire a conclusioni assolute sullo sviluppo
dell’industria, ciò prova che, nell’economia del tempo, accanto alla
vendita de’ manufatti compiuti, vigeva ancora diffusa e limitata la
produzione casalinga (_Hausfleiss_) e quella forma che ne costituiva
uno stadio appena superiore e consisteva nell’assoldare, sotto varie
forme, un operaio per fargli trasformare la materia prima, fornita
da chi la prendeva a salario (_Lohnwerk_). Questa locazione d’opera,
atteggiata in varie forme, sia come lavoro a giornata che come lavoro a
cottimo, era prestata, secondo i casi, nella residenza del committente
e dell’operaio, ed era retribuita semplicemente in danaro, o in
contanti e generi, o secondo l’opera prestata o con una combinazione di
queste varie specie di retribuzione.

E tutte queste varietà di prestazioni d’opera e di retribuzioni
ricorrono tutte nell’Editto di Diocleziano, anche e specialmente quella
più antica e rudimentale del compenso in generi e contanti.

Se nell’epoca imperiale romana lo sviluppo della ricchezza fosse stato
progressivo anzi che regressivo; se vi fosse stato un’accumulazione
anzi che uno sperpero di capitali, vi sarebbe stato luogo sulle rovine
dell’economia servile a un vero sviluppo d’industria capitalistica, di
cui il tempo anteriore aveva dati gli accenni e creati i rudimenti.

L’economia a schiavi si dissolveva inesorabilmente; ma, se la ricchezza
accentrata in un numero relativamente ristretto di persone e la
contrapposizione di proprietari e proletari spingeva verso l’economia
del salariato e ne abbozzava le linee; l’insufficienza de’ capitali
disponibili spingeva verso una forma di economia più regressiva ancora
dell’economia a schiavi, verso il servaggio e i fenomeni ad esso
corrispondenti.

Se, come accadde per l’industria della macinazione, si fossero potute
usufruire tecnicamente le forze naturali per sostituirle agli schiavi,
vi sarebbe stata ancora una via di progresso; ma l’impiego delle forze
naturali si limitava ad una delle più semplici e rudimentali, all’uso
delle cadute d’acqua per i molini; e le fabbriche, invece di estendersi
e dare la loro impronta all’industria, rimanevano come un accessorio
dell’industria agricola, ne’ poderi, ove erano sorti specialmente
sotto forme di fabbriche di laterizi, e seguivano l’agricoltura nel suo
declinare.

Vi era così prima una sosta e poi un regresso, un processo
d’involuzione economica, che, nell’agricoltura si traduceva nel
servaggio, nell’industria si rivela con la persistenza e la prevalenza
della produzione casalinga e di quelle forme di locazione d’opera che
la completavano e l’integravano.

E tutta quella organizzazione pubblica della produzione che appare
nelle fabbriche dello Stato e della casa imperiale; tutta quella
disciplina rigorosa, ferrea, che tende a regolare e dominare,
irrigidendole, le forze produttive e le funzioni sociali; son fatti
che hanno la loro ragione d’essere e la loro spiegazione in quella
crisi enorme della schiavitù che si dissolveva, mentre erano manchevoli
e deficienti alcune delle condizioni necessarie allo sviluppo del
salariato.

Il pagamento de’ tributi, ora richiesto e mantenuto in natura, ora
permesso in contanti, è uno de’ sintomi di questa crisi economica, dove
il vecchio e il nuovo sono in contrasto e predomina qualche cosa _che
non è nero ancora e il bianco muore_.

Lo stesso Editto di Diocleziano, verosimilmente, come scopo immediato
ebbe l’intento di “ristabilire con un provvedimento governativo il
rapporto, secondo cui le merci dovevano essere scambiate con la moneta
convenzionale svilita. Secondo ogni verosimiglianza si voleva rialzare
artificiosamente la piccola moneta che era ricaduta al suo reale valore
dopo che aveva cessato di funzionare come moneta divisionale[961]„.
Ma, in realtà, l’Editto è un sintomo anch’esso della più vasta crisi
economica accennata e contro cui inutilmente si tentava reagire con
quella costrizione diretta.

La nuova fase della corporazione, riconosciuta, disciplinata e resa
organo ufficiale della vita economica dello Stato, che vi costringe
come in una cerchia di ferro tutti i rami d’attività più indispensabili
alla vita sociale, si spiega appunto con questa necessità obbiettiva di
assicurare le condizioni d’esistenza sotto una organizzazione politica
e giuridica, di cui veniva meno ogni giorno la base economica.

Quelle forme di coazione e d’intervento dello Stato, specialmente nella
composizione e nella funzione delle corporazioni, ristabiliva, sotto
altri aspetti, quella continuità di azione e quella dipendenza assoluta
e diretta, che costituivano uno de’ pochi vantaggi della schiavitù.

Il moltiplicarsi delle attribuzioni dello Stato e la sua funzione
assorbente si spiegano in questa, come in tutti gli altri casi simili,
con una reazione dell’ordine politico sull’ordine economico e con la
necessità che, nella trasformazione del modo di produzione, chiama
lo Stato, l’unico potere costituito, a servire come di centro delle
energie che sorgono, e di quelle che si disgregano e che hanno tutte,
le une e le altre, bisogno di qualche cosa, che sia come un centro di
attrazione e un punto di applicazione.


XVII.

È facile vedere in quali rapporti stesse questa condizione di cose col
colonato.

Questa istituzione è stata oggetto di tante indagini, che sarebbe
inutile ripetere lo studio analitico fatto già tante volte e da
tanti[962]. Basterà quindi accennare al suo carattere generale e alla
sua funzione sociale tanto più che questo lavoro non si occupa di
proposito del colonato, ed è il caso di accennare alla sua ragione
determinante solo in quanto essa coincide con la causa dissolvente
dell’economia a schiavi, ed elimina la schiavitù, almeno come
istituzione più generale, mettendo il colonato al suo posto e facendo
compire in buona parte dal colonato la funzione economica prima
esercitata dalla schiavitù.

Come si vede dal riassunto delle spiegazioni date al sorgere del
colonato, la ricerca è stata piuttosto di carattere storico-giuridico
che storico-economico, benchè, per forza delle cose, abbia dovuto
a mano a mano acquistare questo carattere, che diventa sempre più
notevole ne’ più recenti scrittori.

Come accade di tutte le trasformazioni, anche il colonato appare
nella tradizione letteraria e ne’ monumenti legislativi quando è già
bello e formato, e costituisce un rapporto sociale rilevante, che il
potere pubblico vuole regolare, innovare e rendere stabile e capace di
speciali conseguenze giuridiche.

Ciò posto, il proposito di accertare storicamente, in determinati
luoghi e tempi, con dati positivi della tradizione letteraria e della
legislazione, il diretto e consapevole sorgere del colonato portava a
scambiare il modo di formazione con la causa del suo sorgere e le forme
legali, che assunse, con lo stesso modo di formazione.

E, per questa via naturalmente si incorreva nel difetto della
unilateralità, che talora veniva rimproverato a’ predecessori da chi
veniva dopo di loro, eppure incorreva alla sua volta nello stesso
difetto[963].

La causa delle cause del servaggio, che si sdoppia in tante altre cause
secondarie e si rivela in tante manifestazioni particolari e locali è
l’impoverimento del mondo romano, che si è innanzi rilevato.

“Un considerevole capitale — osserva un autore già altre volte
citato[964] — è condizione indispensabile a menare innanzi le
intraprese nelle regioni d’economia a schiavi. Un capitalista che
impiega il lavoro libero ha bisogno per sopperire alle sue forze di
lavoro di una somma sufficiente a covrire l’ammontare de’ loro valori
durante l’intervallo che corre dal principio del loro lavoro sino alla
vendita de’ prodotti che ne ricava. Ma il capitalista che impiega
il lavoro degli schiavi non ha bisogno soltanto di questa somma,
rappresentata in questo caso dal vitto, vestito e ricovero forniti
agli schiavi durante il periodo corrispondente, ma, oltre a ciò, di
una somma sufficiente ad acquistare le stesse sue forze di lavoro. Per
menare innanzi, quindi, una data intrapresa, è ovvio che chi impiega
schiavi, avrà bisogno di un capitale maggiore di quello occorrente a
chi impiega il lavoro libero„.

Così l’eliminazione della schiavitù, sia sotto forma di vendita degli
schiavi, sia sotto forma di rinunzia a ricostituire la scorta degli
schiavi, costituiva una maniera di liberare il proprio capitale per
utilizzarlo altrimenti o di sopperire alla sua deficienza.

E il servaggio, a differenza del lavoro libero che richiede un capitale
minore del lavoro schiavo ma pur ne richiede uno, non ne esigeva
nessuno. Ciò che spiega maggiormente come e perchè il servaggio si
costituisse prima e preferibilmente ne’ più estesi latifondi. Mentre
l’imperatore o altri proprietari avevano — il primo per il suo
potere politico e il secondo per il carattere quasi di circoscrizione
amministrativa assunto dal fondo — l’autorità e il mezzo di ritenere il
colono nel fondo, ne avevano anche maggiore necessità, perchè quanto
più grande era il fondo, tanto maggiore doveva essere il capitale
necessario a coltivarlo.

La coltivazione in grande, fatta direttamente da parte del proprietario
o a mezzo di _conductores_, si esercitava su di una parte del fondo,
sulla parte migliore, intorno alla _villa_; e i coloni, accasati
talvolta sulle parti più lontane o più scadenti del latifondo,
erano i subaffittuarî o gli elementi complementari della coltura
del fondo[965]. E questi coloni, oltre all’utilizzare le terre meno
feconde, sussidiavano con l’opera loro anche la coltivazione diretta,
cosa la cui utilità veniva già molto tempo innanzi, rilevata da
Columella.

Date le condizioni de’ tempi e delle cose, pel proletario, che non
avrebbe facilmente trovato ad allogarsi, il colonato, nella forma non
coattiva sotto cui sorgeva o si sviluppava, rappresentava forse la
sola maniera possibile di assicurarsi l’impiego del proprio lavoro e
la sussistenza. A misura che il disordine e le vessazioni crescevano,
poteva in dati casi risolversi in un rapporto di protezione[966].
In tanti casi, è vero, ciò voleva dire, aumentare gli organi delle
prepotenze e moltiplicare le vessazioni; ma l’interesse stesso del
padrone doveva talvolta valere al colono di schermo; e, anche quando
ciò restava solo una speranza ingannatrice, i diversi organi di
prepotenza finivano talvolta, come pure accade, per neutralizzarsi tra
loro.

Il colonato quindi rappresentava, nella maggiore parte de’ casi, per i
padroni la maniera più utile, se non la sola, di mettere a profitto i
propri fondi e per i coltivatori forse la sola maniera di provvedere al
proprio sostentamento.

Costituiva il punto di minima resistenza della vita economica del
tempo, il centro di gravità della produzione, una necessità sociale;
ed i rapporti economici si ricomponevano e si riadagiavano quindi,
in maniera prevalente se non universale, su quella base. L’enfiteusi
stessa, pur nella costruzione giuridica diversa, richiama il colonato,
e mostra un altro aspetto di una stessa causa economica.

Gli schiavi fuggiaschi e quelli manomessi che non trovavano lavoro,
i barbari accolti per necessità politica nel territorio dell’Impero e
quelli attratti per coltivare le terre abbandonate: tutti, con diversi
nomi, sotto diverse forme rientravano nella categoria generale del
colonato.

Nel settentrione e nel mezzogiorno, in paesi di popolazione
relativamente densa e relativamente rada, dovunque il capitale
difettasse o fosse inadeguato alla coltura, sorgeva o risorgeva e si
diffondeva il colonato.

E dico che risorgeva, riferendomi anche alle più antiche forme di
servaggio, le quali sono state evocate a proposito del colonato, ma non
già per evocarle, alla mia volta, come un modello che, artificialmente
e consapevolmente imitato, avrebbe portato alla diffusione del colonato
e del servaggio in cui esso si tradusse.

Sarebbe assai arduo il dire se ne’ paesi di arretrato sviluppo
economico l’antico servaggio riuscì a persistere, più o meno larvato.
Il nuovo servaggio, in ogni modo, non sorgeva per forza di espansione
di questi residui di un remoto passato; ma perchè, per un fenomeno
di regresso economico, si riproduceva quella stessa deficienza di
capitali, quello stesso scarso svolgimento delle forze produttive,
che, come si è visto in principio di questo lavoro, faceva preludere
all’evoluzione economica col servaggio e ve lo manteneva, dove un più
maturo e più rapido sviluppo economico era impedito.

L’antico servaggio quindi non giova a chi vorrebbe servirsene per
indurne la continuità storica col colonato e la sua diffusione, dirò
così, epidemica; serve invece benissimo a mostrare come il verificarsi
di una condizione economica analoga a quella che l’aveva prodotto
nell’antichità, tornava a produrlo nello sfasciarsi del mondo antico,
al sorgere dell’Evo medio.

E tante cause secondarie che, per via più o meno indiretta, si
ricongiungevano alla causa accennata, contribuivano vie maggiormente a
diffondere e ad acclimatare il servaggio.

In quello stato sociale malsicuro, con un’organizzazione politica
oppressiva all’interno e fiacca all’esterno, che suscitava rapine, che
lasciava l’adito aperto ad invasioni, come non dovea essere malsicuro
il possesso di schiavi, pronti alla fuga, pronti all’insidia e alla
rivolta?

Si diradava quindi questa specie d’_instrumentum vocale_ insieme a
quelle altre specie che costituivano la pastorizia e che avevano, a
preferenza di ogni altra industria, bisogno di sicurezza per sussistere
e progredire.

E, tra il declinare della pastorizia e le condizioni poco adatte
all’ampliamento di colture intensive, tra le importazioni di frumento
rese sempre più difficili, riprendeva piede, dove e come poteva, la
coltura de’ cereali, a cui, come già Columella[967] aveva osservato
alcuni secoli prima, era tanto adatta l’opera del colono quanto era
disadatta quella dello schiavo; e tanto più disadatta, quanto più aveva
a fare con un suolo esaurito.

Questi nuovi rapporti economici, sorti così per necessità obbiettiva
nel processo della storia e resi obbligatori, prima ne’ fondi
imperiali per autorità di principe o prepotenza di ufficiali, e poi
negli stessi latifondi per prepotenza di proprietarî, avevano la loro
ultima sanzione per prepotenza di legge. Allora, a poco a poco, la
prescrizione, la discendenza, tutto concorreva ad allargare il ceto
de’ coloni, ridotto ad una classe chiusa se si trattava d’impedirne
l’uscita, aperta se si trattava di ampliarla come che sia, sopra
tutto con gli equivoci legali e gli atti di violenza che, dato il
riconoscimento legale della categoria, servivano a procacciare servi,
anche meglio che prima non avevano potuto servire a procacciare
schiavi.

Tutte quelle ragioni, che avevano portato ad irrigidire in un congegno
legale l’attività industriale, fomentate dallo stimolo di assicurare
l’esazione de’ tributi, puntelli allo Stato tarlato e crollante,
conducevano a rendere rigida e immutabile anche quella nuova formazione
economica sociale che doveva dare a tutti alimento.

Il servaggio, qual’era omai il colonato, diveniva così, sempre più,
non l’espressione di un’attività più feconda, suscitata da’ tributi o
dal bisogno di una cultura intensiva; ma il fenomeno più perspicuo di
un collasso sociale, di un estenuarsi graduale delle forze economiche.
Quelle norme, che alle stesse classi dominanti erano o sarebbero
sembrati vincoli in tempo e in luogo di grande sviluppo economico,
erano ora una necessità economica, una forza, un mezzo di vita.

Dove forse il capitale era meno raro, od altre condizioni capaci
di agevolare la cultura potevano dispensare dalla costituzione
del servaggio, la stessa legge, nello stesso interesse delle
classi dominanti, teneva il colonato ne’ termini di un’istituzione
contrattuale[968]; ma quelle condizioni venivano meno, ed ecco
che subentrava subito il servaggio[969], procedendo sempre, sempre
allargandosi, ricacciando nell’ombra la schiavitù coll’abbassarne e
menomarne la funzione.


XVIII.

La schiavitù non veniva abolita per legge, e anche in pratica seguitava
a persistere ancora a lungo[970], ma come una sopravvivenza.

Ciò che costituiva il carattere distintivo della nuova epoca, la misura
della sua potenzialità produttiva, la forma della sua economia erano
il servaggio nell’àmbito dell’agricoltura, e nell’industria un modo di
produzione oscillante tra la produzione casalinga e l’artigianato.

Sopra questo sostrato poggiava la nuova società e in esso avevano
radice quelle varietà di manifestazioni sociali, che n’erano
l’espressione morale, come quella struttura n’era l’espressione
economica.

La schiavitù, quasi per virtù d’inerzia, stentava a sparire del
tutto, ma, ricacciata nel puro uso domestico o divenuta un oggetto
di lusso[971], raggiungeva anche talvolta una proporzione magari
elevata[972], massime se era alimentata da guerre, cui davano
l’impronta i contrasti di religione e di razza, e se rispondeva a
qualche bisogno reale[973] od era fomentata dalla crescente ricchezza.
Tuttavia, anche nel suo notevole numero, durava in realtà stenta, priva
di una vera funzione sociale; finchè la scoperta del nuovo mondo e
il vasto sviluppo coloniale, chiamandola di nuovo a fornire forze di
lavoro, nella deficienza di un proletariato che potesse darle, tornava
a darle uno sviluppo straordinario e rinnovava — in quanto il diverso
ambiente fisico e i nuovi tempi consentivano — insieme agli orrori,
l’immagine della schiavitù antica.

Ma la ricchezza accumulata ne’ secoli dal lavoro persistente di quei
servi e di quegli schiavi, i progressi tecnici da quelle stesse anguste
condizioni della produzione suscitati e lentamente realizzati in
quel faticoso risorgere dell’economia, e finalmente le forze naturali
sempre più vittoriosamente soggiogate e meglio usate, erano tutte cose,
onde sorgevano condizioni di vita sociale, a cui il servaggio e la
schiavitù, già istrumenti, divenivano inceppi, e donde si sviluppavano
nuove forme di coscienza morale, foriere di diverse istituzioni.

Schiavitù e servaggio, dati finalmente in olocausto a una nuova
èra economica e civile, cedevano il campo al salariato, servitù
dissimulata, strumento più elastico e duttile alla nuova, gigantesca
e prepotente forza del capitale; destinato, nondimeno, anch’esso, il
salariato, a dissolversi per un processo intimo, analogo al processo
di dissoluzione della schiavitù e del servaggio e, come in quegli
altri periodi, destinato ad aprire con la sua stessa decomposizione,
una nuova èra, lunga aspirazione, feconda, laboriosa incubazione de’
secoli, di cui ora la storia par che attinga la soglia.

Ma questo è un altro capitolo, che essa stessa, la storia, va, ogni
giorno, in ogni terra scrivendo dolorosamente sulla grande pagina
del mondo, sullo spiegato volume del tempo; e chi vive nel presente
e del presente, memore del passato, pensoso dell’avvenire, guarda,
indaga, compara e forse intende nel presente il passato e nel passato
l’avvenire.

Qui, per ora, il mio lavoro è finito.



INDICE DELLE MATERIE


  INTRODUZIONE                                               _pag_. 1
  I. Gli aspetti della questione                               »    1
  II. Cristianesimo e schiavitù nelle colonie                  »    3
  III. Il Cristianesimo primitivo e la schiavitù               »    6
      Le lettere apostoliche e la schiavitù                    »    9
  IV. Le apologie cristiane e l’ordine sociale                 »   12
  V. Le apologie cristiane e la schiavitù                      »   14
  VI. L’eresie e le tendenze comuniste                         »   17
      La formazione della Chiesa cristiana                     »   18
  VII. La Chiesa e la schiavitù                                »   19
      La filosofia cristiana e la schiavitù                    »   21
      La Chiesa e le manumissioni degli schiavi                »   23
  VIII. L’umanità degli schiavi secondo alcuni scrittori
    pagani                                                     »   25
      La morale degli stoici                                   »   26
      Lo stoicismo e la schiavitù                              »   28
      Schiavitù e libertà secondo gli stoici                   »   29
      Lo stoicismo e la realtà della vita                      »   31
      L’azione pratica della filosofia stoica                  »   32
      La fine della schiavitù dal punto di vista utilitario    »   33
  IX. La fine della schiavitù e il materialismo storico        »   34
      Il disegno del lavoro                                    »   36

  PARTE PRIMA. — La civiltà ellenica e la schiavitù            »   39
  I. L’origine della schiavitù                                 »   39
  II. L’esordio della schiavitù in Grecia                      »   40
  III. La schiavitù ne’ tempi omerici                          »   43
  IV. L’evoluzione economica del settimo e sesto secolo        »   45
  V. Le antiche condizioni economiche dell’Attica              »   47
  VI. Atene sotto i Pisistratidi                               »   49
  VII. L’evoluzione economica di Atene                         »   52
      Le miniere del Laurio. I tributi                         »   54
      Il commercio di Atene                                    »   55
      Il rinnovamento edilizio di Atene                        »   56
  VIII. Le nuove condizioni del lavoro. Gli schiavi            »   57
      L’incremento della schiavitù nell’Attica                 »   59
  IX. Il lavoro libero in Atene                                »   60
  X. Il lavoro libero nella città e nella campagna             »   62
      Il lavoro libero nell’agricoltura                        »   63
  XI. I progressi della tecnica e lo sviluppo de’ mestieri     »   64
  XII. Il prezzo degli schiavi alla fine del quinto secolo     »   65
  XIII. Lavoro libero e lavoro servile                         »   67
      La guerra del Peloponneso e le sue conseguenze           »   68
      La crisi economica e lo sviluppo del lavoro libero       »   70
  XIV. Le indennità pubbliche e il lavoro libero               »   71
  XV. Politica ed economia                                     »   73
      Schiavitù e salariato                                    »   77
  XVI. La crisi politico-economica e l’aumento del
    proletariato                                               »   78
  XVII. La concentrazione della proprietà immobiliare          »   80
  XVIII. La polverizzazione del suolo                          »   85
      Le condizioni della piccola proprietà                    »   86
  XIX. La concentrazione della ricchezza                       »   87
      Gli effetti del sistema tributario                       »   88
  XX. Le condizioni economiche e la vita morale                »   89
      I matrimoni e la classe media                            »   90
  XXI. Le condizioni economiche e la popolazione               »   91
      L’incremento dell’industria                              »   92
      Le condizioni della popolazione e il lavoro libero       »   93
  XXII. Il numero degli schiavi nell’Attica                    »   95
      Le condizioni del lavoro agricolo nell’Attica del
        IV secolo                                              »   97
  XXIII. Le relazioni tra lo sviluppo del commercio e
    dell’industria                                             »   99
      Il lavoro nelle manifatture                              »  100
  XXIV. La potenza del danaro e la schiavitù                   »  101
  XXV. La crescente importanza e la condizione degli schiavi   »  103
      La migliore condizione degli schiavi                     »  105
      Il fondamento della schiavitù                            »  106
  XXVI. L’utilità decrescente della schiavitù                  »  107
  XXVII. Il costo de’ cereali e gli schiavi                    »  110
  XXVIII. La progressiva degenerazione degli schiavi           »  114
  XXIX. Gli schiavi delle miniere                              »  117
  XXX. Gli schiavi delle miniere. Le manumissioni              »  118
  XXXI. L’estensione dell’economia servile e il prezzo
    degli schiavi                                              »  119
  XXXII. Le condizioni del lavoro manuale nel IV secolo        »  121
  XXXIII. Il significato e gli effetti del cottimo             »  123
  XXXIV. Il lavoro servile alla fine del IV secolo             »  127
  XXXV. Lavoro libero e lavoro servile                         »  129
  XXXVI. Manumissioni di schiavi dopo il II secolo             »  131
      Il significato e gli effetti delle manumissioni          »  132
  XXXVII. Evoluzione economica del periodo ellenistico e
    la schiavitù                                               »  134
      Le condizioni del lavoro manuale in Alessandria          »  136
      I progressi della tecnica                                »  138
      L’Oriente e l’Occidente                                  »  139

  PARTE SECONDA. — I. L’economia romana primitiva e
    la schiavitù                                               »  141
  II. L’incremento della schiavitù                             »  144
      L’economia romana al tempo delle dodici tavole           »  146
      Le dodici tavole e la schiavitù                          »  149
  III. L’evoluzione dell’economia romana                       »  150
      La concentrazione della ricchezza                        »  154
      La concentrazione della ricchezza e la schiavitù         »  155
  IV. La nuova fase dell’economia agricola                     »  155
      L’economia agricola e la schiavitù                       »  159
      Le importazioni di schiavi                               »  161
  V. La nuova vita romana                                      »  162
      La nuova vita romana e la schiavitù                      »  163
  VI. L’incremento e l’impiego degli schiavi                   »  166
      Gli svantaggi della schiavitù                            »  167
      Le condizioni dell’agricoltura e la schiavitù            »  171
      La sicurezza pubblica e la schiavitù                     »  175
      Le guerre servili                                        »  177
      La funzione morale dello schiavo nella società           »  179
      Le reazioni servili                                      »  181
      La politica romana e la schiavitù                        »  183
  VII. Il medio ceto e la schiavitù                            »  183
      La concentrazione della ricchezza                        »  186
      Proletariato e schiavitù                                 »  187
      La decadenza della piccola proprietà                     »  189
      Le difficoltà della colonizzazione                       »  190
      Le leggi agrarie                                         »  191
      Le leggi agrarie e il proletariato                       »  192
      Le leggi agrarie e la piccola proprietà                  »  193
      L’inanità delle leggi agrarie                            »  196
      Il proletariato e il lavoro                              »  197
  VIII. L’incremento del lavoro libero                         »  198
      Il lavoro libero nell’agricoltura                        »  199
      Il lavoro libero e i mestieri                            »  201
      La diffusione delle arti manuali                         »  202
      La diffusione del lavoro manuale                         »  203
      Lavoro libero e lavoro servile                           »  204
      La scarsa produttività del lavoro servile                »  209
      Il lavoro libero e l’assistenza pubblica                 »  211
      Il parassitismo e il lavoro                              »  212
      L’avvenire del lavoro libero                             »  213
  IX. La nuova funzione della schiavitù                        »  214
      Il _peculium_ e la sua funzione                          »  216
      Le manumissioni e i loro effetti                         »  221
      Le manumissioni e la schiavitù                           »  225
      La limitazione delle manumissioni                        »  227
      Le leggi sulle manumissioni                              »  228
  X. Le leggi sul _peculium_ e la rappresentanza               »  230
      _Locatio operarum e locatio operis_                      »  231
      La _specificatio_                                        »  238
  XI. Le contraddizioni della schiavitù                        »  240
      La nuova coscienza giuridica e la schiavitù              »  241
      I diritti di cittadinanza e la manumissione              »  242
      I manumessi e la vita pubblica                           »  243
      Il nuovo concetto dello schiavo                          »  244
      Il miglioramento della condizione servile e
        le sue cause                                           »  249
  XII. Le antinomie della condizione servile e le loro cause   »  253
      L’Impero e la schiavitù                                  »  254
      Fusione di liberi e schiavi                              »  260
  XIII. L’impero e le nuove correnti morali                    »  261
      La nuova coscienza giuridica                             »  263
      L’Impero e la legislazione                               »  264
      L’Impero e la legislazione sugli schiavi                 »  266
      Il _favor libertatis_ e le sue cause                     »  270
  XIV. L’Impero e il Cristianesimo                             »  271
      Le nuove forme della coscienza religiosa                 »  272
      I proseliti del Cristianesimo                            »  273
      Il Cristianesimo e gli schiavi                           »  274
      La lotta contro il Cristianesimo                         »  276
      Il Cristianesimo adottato dallo Stato                    »  277
      La legislazione sugli schiavi e gli imperatori
        cristiani                                              »  278
      La legislazione sugli schiavi e il Cristianesimo         »  279
      L’evoluzione della coscienza giuridica e la
        codificazione                                          »  280
      La codificazione e la legislazione sugli schiavi         »  281
  XV. La fine delle conquiste e la schiavitù                   »  281
      I progressi della tecnica e la schiavitù                 »  283
      I prezzi degli schiavi                                   »  284
      Lo scemare della schiavitù                               »  285
  XVI. La funzione del parassitismo                            »  286
      Il parassitismo e l’Impero                               »  288
      Le condizioni sociali sotto l’Impero                     »  289
      Le forze dissolventi dell’Impero                         »  290
      L’impoverimento della società imperiale                  »  291
      La produzione industriale                                »  292
      La produzione industriale e il lavoro mercenario         »  294
      Il lavoro mercenario                                     »  296
      Lavoro libero e lavoro servile                           »  297
      Il lavoro libero                                         »  301
      Il lavoro libero nell’editto di Diocleziano              »  302
      Forme economiche regressive                              »  305
  XVII. Il lavoro coatto. Il servaggio                         »  306
      Il colonato                                              »  307
      Il servaggio e la sua causa                              »  309
  XVIII. Il tramonto della schiavitù e il salariato            »  314



NOTE:


[1] LEROY BEAULIEU P., _De la colonisation chez les peuples modernes_,
4 éd., Paris, 1891, pp. 261, 263, 276.

[2] _Larroque P._, _De l’esclavage chez les nations chrétiennes_.
Paris, 1870, p. 147.

[3] LEROY BEAULIEU, op. cit., p. 218; WALLON, _Hist. de l’esclavage
dans l’antiquité_. Paris, 1879, I^2, p. CLXV sgg.; LARROQUE, op. cit.,
p. 133 sgg.

[4] WALLON, op. cit., I^2, p. XLIX; LARROQUE, op. cit., p. 141.

[5] WALLON, op. cit., I^2, LXXXV.

[6] HORR E. O., _Bundesstaat unti Bundeskrieg in N. Amerika_. Berlin.
1886, pp. 617 sgg.

[7] HOPP, op. cit., p. 605.

[8] NOACK TH., _Der vierjährige Bürgerkrieg in Nordamerika_.
Braunschweig, 1889, pp. 5, 9, 11.

[9] _American Slavery as it is_, etc., New York, 1839, p. 188; FREEMAN,
_The Bible against the slavery_. New York, 1831, pp. 1-98, etc. presso
LORIA, _Die Sclavenwirtschaft in modernen America nella Zeitschrift für
Social und Wirthschaftsgesch. herausg._, von D^r BAUER, IV, Bd. Hft.,
1, 1895.

[10] HAEBLER. _Die Anfünge der Sclaverei in Amerika nella Zeitschrift
f. Social und Wirthsrhaftsgeschichte_, IV, 2, pp. 177-221.

[11] Cfr. ZELLER, _Das Urchristenthum nelle Vorträge und Abhandlungen_,
Leipzig, 1875, I, pp. 291 sgg.

[12] NOWACK W., _Lehrbuch d. Hebräische Archaeologie_, Leipzig, 1894,
I, pp. 173-80.

[13] HOLTZMANN, _Die Gütergemeinschaft d. Apostelgesch_. nelle
_Strassbürger Abhandlungen zur Philosophie_, Freiburg, 1884, pp. 40
sgg.

[14] NOWACK, op. cit., I, p. 180.

[15] _Hist. Zeitschr._, 1890. MOMMSEN, _Der Religionsfrevel nach
römischen Recht_, pp. 397 sgg.

[16] Εἰς Κορινθίους A, VI, 23-4, ed. Tischendorf: τιμῆς ἠγοράσθητε .
μὴ γἰνεσθε δοῦλοι ἀνθρώπων. — Ἕκαστος ἐν ᾧ ἐκλήθη, ἀδελφοί, ἐν τούτῳ
μενέτω παρὰ θεᾦ.

[17] HOLTZMANN H. J., _Lehrb. d. hist.-krit. Einleifung in d. N. T._
Freiburg, 1892, pp. 208, 257.

[18] HOLTZMANN H. J., op. cit., 1892, pp. 206, 257 sgg., 272 sgg.

[19] VI, 5-9, cfr. HOLTZMANN, op. cit., 257.

[20] HOLTZMANN, op. cit., p. 272 sgg., p. 315 sgg.

[21] II, 9-10 ed. Tischendorf.

[22] _Contra Gr._, 4, D.

[23] _Apol_., I. c. 17, A, B, cfr. TERTULLIAN., _Apol_., 42.

[24] _Ad Diognetum epist._, 5.

[25] _Apolog_., c. 30.

[26] _Apol_., c. 30, 31, 32, 39: Oramus etiam pro imperatoribus, pro
ministris eorum ac potestatibus, _pro statu saeculi_, pro rerum quiete,
pro mora finis.

[27] _Apolog_., 32.

[28] _Apolog_., 32.

[29] L. c.

[30] _Legat, pro Christ._, c. 35, A, καίτοι καὶ δοῦλοί εἰσιν ἡμῖν.

[31] _Apol_., II, c. 12, E.

[32] _Contra Gr._, c. 11, A, B.

[33] _Apolog_., c. 7 — tot hostes eius [religionis] quot extranei, et
quidem proprie ex aemulatione Judaei, ex concussione milites, ex natura
ipsi etiam domestici nostri: c. 28 erumpunt adversus nos, in quorum
potestate sunt, certi impares se esse et hoc magis perditi.

[34] _Ad Diognet. epist._, c. 5, A.

[35] _Apolog_., c. 42.

[36] _Leg. pro Christ._, c. 11, D.

[37] HIPPOLYT., _Refut. omnium haeres._, ed. Duncker-Schneidwein, p.
450. LECHLER G. V., _Sklaverei u. Christentum,_ II, Th. Leipzig, 1878,
p. 12.

[38] CLEMENTE ALEX., _Stromat_., III, 2, ed. Potter.

[39] _Marc-Aurèle_, Paris, 1882, p. 239, cfr. anche HERZOG J. J.,
_Abriss d. Kirchengesch._ Erlangen, 1890, I, p. 80.

[40] RENAN, op. cit., p. 283; _Euseb_., _H. E._, IV, 36.

[41] Cfr. HATCH E., _Die Gesellschaftverfassung d. christl. Kirchen.
Uebersetz. von A. Harnack_. Giessen, 1883, pp. 144 sgg.

[42] LARROQUE P., _De l’esclavage chez les nations chrétiennes_. Paris,
1870.

[43] Εἴ τις δοῦλον προφάσει θεοσεβείας διδάσκοι καταφρονεῖν δεσπότου,
τε ὰναχωρεῖν τῆς ὑπηρεσίας καὶ μὴ μετ ’εὐνοίας καὶ πάσης τιμῆς τᾦ
ἑαυτοῦ δεσπότου ἐξυπηρετεῖσθαι, ἀνάθεμα ἔστω. Labbe, _Concil. Coll._
Paris, 1644, II, p. 498 sgg.

[44] LABBE, _Concil. Coll._, XVIII, 165: DOM. BOUQUET, _Recueil des
hist. des Gaules_. Paris, 1744, V, a. 779, art. 19.

[45] _Concil. Epaon_., a. 517 in _Condita aevi meroving_., ed. MAASSEN,
in _M. Germ. Hist._, I, p. 21; LABBE, _Concil. Coll._, XVII, p. 105,
XXIII, p. 205.

[46] LABBE, _Concil. Coll_., XIII, p. 120; XIV, p. 501, c. 43; XV, p.
390, c. 10, XXV, p. 564.

[47] M. G. H., _Concilia_, I, p. 199, c. 17. LABBE, _Concil. Coll._,
XXXVII, p. 158.

[48] LABBE, _Concil. Coll_., XIII, p. 493; XIV, p. 468; XVII, pp. 318,
421; XV, p. 291; XVIII, p. 195. M. G. H., _Conc_., I, p. 199, c. 13.

[49] LABBE, _Concil. Coll_., VII, p. 374; IX, p. 435; GREGOR. TUR.,
_Hist. eccl. Franc_., V. 3; GREG. MAGN., _Epist_., ed. EWALD-HARTMANN,
I, 39.

[50] LARROQUE, _op. cit._, con i molti tratti di cronache e documenti
ivi riportati. Cfr. pure BIOT, _Aboliz. della schiavitù in Occidente_,
trad. ital. Milano, 1841, pp. 172, 206, 250, 287, 312, 316, 343.

[51] LE BLANT, _Inscriptions chrétiennes de la Gaule_. Paris, 1856, I,
pp. LXXXIX, 58, 60; II, p. 123.

[52] _De civit. Dei_, XIX, 15.

[53] _Enarrat_. in _Psalm_., CXXIV.

[54] LECHLER, op. cit., p. 23-4. — _Summa theologica_, I, 2, 94, 5, 3.

[55] _Summa theol._, II, 2, Qu. 37, art. 3.

[56] LARROQUE, op. cit., p. 28 sgg.; JOLY, _Le socialisme chrétien_.
Paris, 1892, pp. 76, 141.

[57] LARROQUE, op. cit., p. 35 sgg.; AZURARA, _Chronica do
descobrimento e conquista de Gumé_. Paris, 1841, p. 228; HAEBLER, op.
cit., p. 179 sgg.

[58] ABIGNENTE, _La schiavitù ne’ suoi rapporti con la chiesa e col
laicato_. Torino, 1890, p. 200 sgg.

[59] HEFELE, _Conciliengeschichte_. Freiburg i. B, 1873, II^2, 658,
693, III^2, 57, 76, 86, 628.

[60] MON. GERM. HIST. _Concilia aevi merovingici_, p. 21.

[61] _Antiq. ital. M. E. Diss._, XV: LECHLER, op. cit., II, p. 27.

[62] SUGENHEIM, _Gesch. d. Aufheb. d. Leibeigenschaft und Hörigkeit
in Europa_. St. Petersburg, 1861, pp. 113-9; DONIOL, _Hist. d. class.
rurales en France_. Paris, 1857, pp. 96-99; cfr. RICCA SALERNO, _La
teoria del valore_. Roma, (Lincei), 1894, p. 275 sgg.

[63] WESCHER et FOUCART, _Inscriptions rec. à Delphes_. Paris, 1863,
p. 339 sgg.; _Die delphischen Inschriften bearb._ von J. BAUKACK.
Göttingen, 1892, p. 181 sgg.

[64] _Fragm._ presso STOB. _Floril._, LXII, 39.

[65] STOB., _Floril._, CXII, 28.

[66] _Heautontim._, I, 1, 75-7:

    _Men._ Chreme, tantumne ab re tua est otii tibi
                Aliena ut cures ea quae nihil ad te adtinent?
    _Chr._ Homo sum: humani nihil a me alienum puto.


[67] _Epistul. moral._, V, 6 (47), cfr. _Epp._ 31, 44.

[68] L. 4, § 1, _de stat. hom._, 1, 5; ULPIAN., 1. 32, _D. de r. j._;
1. 2, _D. de natalib. rest._, 40, 11; IUST. _Inst._, § 2, _De jur.
nat._, 1, 2; LAFERRIÈRE, _Influence du stoïcisme sur le droit romain_.
Paris, 1860; SCHNEIDER A., _Zur Gesch. d. Sclaverei im alten Rom_.
Zürich, 1892, pp. 40-1.

[69] ZELLER, _Die Philosophie d. Griechen_, III, 1^3, pp. 12, 13, 14,
16, 19.

[70] ZELLER, _Philosoph. d. Griech._, III, 1^3, pp. 284 sgg., 298 sgg.,
725.

[71] EPIKT. _Ench._, c. 1.

[72] EPIKT. _Dissert, ab. Arrian. dig._ 4, 1, 76; 4, 1, 111, ed.
Schenkl.

[73] ZELLER, _Philosoph. d. Griech._, III, 1, pp. 27 sgg., 698 sgg.;
UEBERWEG, _Grundr. d. Gesch. d. Philosoph._, I^8, pp. 276 sgg., 299
sgg.

[74] _Comment._, 8, 51.

[75] _Comment._, 9, 29.

[76] _Epist. moral._, 9, 2 (73).

[77] _Epist. moral._, 13, 2 (87).

[78] SEN., _De tranquil. anim._, 8, 7.

[79] ZELLER, _Philos. d. Griech._, III, I^3, p. 201.

[80] STOB., _Florileg._, 1, 155, Heuse.

[81] STOB., _Florileg._, 1, 156.

[82] _Encheir._, c. 5.

[83] _Dissertat._, 2, 16, 42, ed. Schenkl.

[84] 4, 1.

[85] _Comment._, 4, 20; 8, 51.

[86] ZELLER, _Die Philos. d. Griech._, III, 1^3, p. 718, n. 2.

[87] _Epist. mor._, 13, 2 (87).... Vehiculum in quo impositus sum,
rusticum est.... Vix a me obtineo ut hoc vehiculum velim videri meum;
durat adhuc perversa recti verecundia.

[88] _Ep. mor._, 9, 3 (74).

[89] _Dial._ XI, _Ad Polyb. de consolat._, 18, 9.

[90] _Dial._ VII, 20, 5; IX, 4, 4; XII, 9, 7; _Ep._ 28, 4; 68, 2.

[91] _Epist._, IX, 3 (74).

[92] _Dial._, XI, 2, 1.

[93] _Epist._, VI, 1 (53).

[94] _Dial._, XI, _Ad Polyb._

[95] TALAMO S., _Le origini del Cristianesimo e il pensiero stoico_
negli _Studi e documenti di storia e diritto_, 1889-92.

[96] MARX, _Das Kapital_. Hamburg, 1895, III, 1, p. 309 sgg.

[97] LANGER O., _Sklaverei in Europa während d. letzten Jahrhunderte
des Mittelalters_. Bautzen, 1891, p. 3 sgg.

[98] MORGAN L., _Die Urgesellschaft, Deutsch. Uebersetz_. Stuttgart,
1891, pp. 289, 432, 464, 478; ENGELS FR., _Dühring’s Umwälzung der
Wissenschaft_, Stuttgart, 1894, pp. 162 sgg., _Gewaltstheorie_.

[99] _De civit. Dei_, XIX, 15: Origo autem vocabuli servorum in Latina
lingua inde creditur ducta, quod hi, quod iure belli possent occidi, a
victoribus cum servabantur, servi fiebant a servando appellati.

[100] VANIČEK A., _Griech.-Latin. Etym. Wörterbuch_, II, 1026-28.

[101] VANIČEK, op. cit., p. 983: (ἀνδ-οπα-δον, _daraus durch
Volketymologie_) ἀνδράποδον (_des freien Mannes Begleiter_): p.
322, δοῦλος con le autorità ivi citate. — JOHANSSON K. F., _Indische
Miszellen_ nelle _Indogermanische Forschungen herausg. von Brugmann
und Streitberg_, III, p. 227 sgg., p. 229: “Im Griechischen begegnet
nämlich ein δοῦλος, δῶλος = οἰκία bei Hesych., pp. 229-30. Ich gehe
soweit, auch noch in δομεῖς eine Beziehung zu “Haus„ oder Wohnung zu
sehen; pag. 231, Griech. δμώς, ἀδμενἰδες gehort zu δῶ, δῶμα, l. _domus_
u. s. w. Am eingehendsten ist δοῦλος behandelt worden von Legerlotz,
Etymologische Studien, Prog. (Festschr.) Salzwedel 1882, S. 1 ff.,
und dieser hat, wie mir scheint, die rich tige Beurtheilung von δοῦλος
angebahnt namentlich bezüglich der Bedeutungsentwickelung. — Das vorige
war niederschrieben, als mir das im Folgenden erwâhnie Programm von
Legerlotz bekannt wurde.

[102] ATHEN., VI, p. 263, b.

[103] ATHEN., p. 264, c.

[104] ATHEN., 265, b.

[105] BLÜMNER, 11, _Die gewerbliche Thätigkeit der Völker d. klassisch.
Alterthums_. Leipzig, 1869, p. 45-6.

[106] CRATES presso ATHEN., VI, p. 267, e, f, 268, a, b, c.

[107] CRATES presso ATHEN., VI, p. 268:

        «ἔπειτ ’ ἀλάβαστος εὐθέως ἥξει μύρου
        αὐτόματος ὁ σπόγγος τε καὶ τὰ σάνδαλα»,
      Βέλτιον δὲ τούτων Τηλεκλείδης Ἀμφικτύοσι ·
    . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
    ἡ γῆ δ’ ἔφερ ’ οὐ δέος οὐδὲ πόνους, ἀλλ’ αὐτόματ’ ἦν τὰ δέοντα.


[108] ATHEN., VI, p. 265, b.

[109] THUC., I, 141. Il Beloch (_Die Bevölkerung d. alten Welt_.
Leipzig, 1886, p. 424) ha un’apposita nota per indicarsi come lo
scopritore di questo epiteto tucidideo. Il vero è che tanti anni prima
di lui il DRUMANN (_Arbeiter und Comunisten in Griechenland und Rom_.
Konigsberg, 1860, p. 36) ne avea rilevata l’importanza, dandone anche
un’interpretazione più ampia; e il Blümner (_Besitz und Erwerb, etc._,
p. 184) avea riportato lo schol. a Thuc., 1, 141, e il MARX (_Das
Kapital_, I^4, p. 369, n. 79) non avea mancato di trar profitto del
passo tucididèo.

[110] “_Hausfleiss_ è la produzione tecnica fatta in casa, per la
casa e con la materia prima di propria produzione„. BÜCHER K., _Die
gewerblichen Betriebsformen in ihrer hist. Entwickelung_. Karlsruhe,
1892, p. 35.

[111] Athen., VI, p. 264, c, d, παραπλησίως δὲ καὶ Μνάσωνα τόν τοῦ
Ἀριστοτέλους ἑταῖρον χιλίους οἰκέτας κτησάμενον διαβληθῆναι παρὰ τοῖς
Φωκεθσιν, ὡς τοσούτους τῶν πολιτῶν τὴν ἀναγκαίαν τροφὴν ἀφηρημένον.

[112] BLÜMNER H., _Die gewerbliche Thätigkeit_ etc., pp. 58-90.

[113] ATHEN., VI, p. 263, e, f: καλοῦσι δὲ οἱ Κρῆτες τοὺς μὲν κατὰ
πόλιν οἰκέτας χρυσωνήτους, ἀφαμιώτας δὲ τοὺς κατ’ἀγρόν, ἐγκωρίους μὲν
ὄντας, δουλωθέντας δὲ κατὰ πόλεμον.

[114] Ciccotti E., _Le instituzioni pubbliche cretesi_. Roma, 1893, pp.
39 sgg.

[115] _Il._, 5, 313; 6, 313; 7, 219 sgg.; 11, 106; 18, 556; 20, 188;
21, 37. Od., 5, 243; 7, 5; 8, 493; 11, 523; 14, 23; 15, 320; 18, 365;
23, 189.

[116] RIEDENHAUER A., _Handwerk und Handwerker in den homerischen
Zeiten_, Erlangen, 1873, p. 163.

[117] RIEDENHAUER, op. cit., p. 10.

[118] HESIOD, Ἔργα καὶ ἡμέραι vss. 294 sgg., 307 ed. Kirchhoff.

[119] Poetae lyrici gr. rec. BERGK TH., II^3, pp. 416 sgg., 482 sgg.

[120] MARX, _Das Kapital_, III. 1, pp. 308, 314.

[121] _Monumenti antichi_ ed. dall’Accademia de’ Lincei, voi. III:
_Iscriz. di Gortyna_ ed. dal COMPARETTI, pp. 253, 278 sgg.

[122] CAUER FR., _Parteien und Politiker in Megara und Athen_,
Stuttgart, 1890, pp. 12 sgg., 33 sgg.

[123] Πολιτ. Ἀθην. 1-16, 11-2; _Plut. Sol._, 13, 15.

[124] BÖCKH A., _Staatshaltung d. Athener_. Berlin, 1886, I^3, pp. 156
sgg.

[125] MARX, _Das Kapital_, III, 1, pp. 355, 361, 365.

[126] WISKEMANN H., _Die antike Landswirtschaft und das von Thünensche
Gesetz_. Leipzig, 1859, p. 5 sgg.

[127] _Jahrbücher d. d. Arch. Inst._, I (1886). KROKER, _Die
Dipylonvasen_. pp. 113, 125; II (1887). BÖHLAU, _Frühattische Vasen_,
pp. 33, 65.

[128] BLÜMNER, _Die gewerbliche Thätigkeit etc._, pp. 61 sgg.

[129] _De vit. aere alieno._

[130] Ἁθην. Πολιτ., c. 2; 4; 12.

[131] PLUT., _Sol._, 20 sgg.; WILAMOWITZ, _Aristotiles und Athen_.
Berlin, 1893, I, pp. 41 sgg.; Hermes, 1892; LEHMANN C. F., _Zur_
Ἀθηναίων Πολιτεία, p. 553.

[132] TOEPFFER, _Quaestiones pisistrateae_, Dorpat, 1885, pp. 1 sgg.,
pp. 61 sgg.

[133] _Polit._, p. 1035, a, 5 (8), 4, 5.

[134] _Le dix-huit Brumaire de Louis Bonaparte._ Lille, p. 105.

[135] PLUTARCH., _Apophtegm. reg._, p. 175 b; BÜCHSENSCHÜTZ B., _Besitz
und Erwerb im griechischem Alterthume_. Halle, 1869, p. 52.

[136] Ἀθην. Πολ. 16.

[137] BÜCHSENSCHÜTZ, _Besitz und Erwerb._, pp. 51-2.

[138] CURTIUS E., _Die Stadtgeschichte von Athen_. Berlin, 1891, pp.
67-97.

[139] HARPOK, s. v. Κολωνίτας; Hesych. s. v. Κολωνός . παροιμία · ὄψ
̓ἦλθες ἀλλὰ εἰς Κολωνὸν ἵεσο . ἐλέγετο δὲ ἐπὶ τῶν μισθαρνούντων.

[140] CURTIUS E., _Stadtgeschichte etc._, p. 83 sgg.

[141] WILAMOWITZ, _Aus Kydaten_, p. 16-17.

[142] _Jahrb. d. d. Arch. Inst._, II (1887) WINTER, _Zur altattischen
Kunst_, p. 216 sgg.

[143] _Paneg._ 84.

[144] _De vectigal_, 4, 2.

[145] BÖCKH A., _Staatshaltung d. Athen._, I^3, p. 379; _Kleine
Schriften_, V, p. 8 sgg.

[146] AESCHYL., _Pers._ 238; XENOPH., _De vectig._, 1, 5; 4, 42; BÖCKH
A., _Kleine Schriften_, V, p. 1 sgg.

[147] BUSOLT, _Der Phoros d. Athen. Bündner_ nel _Philologus_ XLI, p.
717-8; PEDROLI U., _I tributi degli alleati d’Atene_ negli _Studi di
storia antica_ di G. BELOCH, p. 204.

[148] ANDOC., _de pace_, 9; PLUT., _Arist._ 24.

[149] _De pace._

[150] c. 2 sg.

[151] c. 2.

[152] BÜCHSENSCHÜTZ, _Besitz und Erwerb._, pp. 507 sgg.; PERROT, _Le
commerce de l’argent à Athènes (Mém. d’arch.)_. Paris, 1875, p. 372.

[153] ISOKR., _Antid._ 232; [DEMOSTH.], _c. Mid._, p. 561, 144.

[154] _C. I. A._, II, 814; BÖCKH, _Staatshaltung d. Ath._, II^3, 68
sgg.; HICKS E. L., _A manual of greek historical inscriptions_. Oxford,
1882, pp. 142 sgg.

[155] _C. I. A._, II, 570, vs. 18 sgg.: κατ’ἐν[ιαυτ]ὸν δανείζεται
δανείζ[ον]τας ὅ[στι]ς ἄν πλεῖστον τόκον διδᾦ....; _C. I. A._, II, 578.

[156] τὸ δάνειον ἐνερλὸν ποιεῖν [Demosth.] c. Dionysod, p. 1291, 29
cfr. PERROT, op. cit., p. 384.

[157] CURTIUS E., _Die Stadtgeschichte etc._, pp. 98 sgg.

[158] CURTIUS E., op. cit., pp. 138 sgg.

[159] HARPOKR. Προπύλαια ταῦτα; CURTIUS E., op. cit., LXXVII, 149;
DÖRPFELD nelle _Mitth. d. d. arch. Inst._, X, 28 sg., 131 segg.

[160] KIRCHHOFF, _Zur Gesch. d. Athen. Staatsschatz._ nelle _Abhandl.
d. Akad._ von Berlin, 1876, p. 58.

[161] WISKEMANN, op. cit., 5-8.

[162] _Cyrop._, VIII, 2, 5.

[163] THUCYD., VII, 27.

[164] XENOPH., _Memor._, II, 7, 6.

[165] PLUT., _Pericl._, 12.

[166] CLERC M., _Les métèques athéniens_. Paris, 1893, p. 387 sgg.

[167] BECKER-GÖLL, _Charikles_, III, p. 17 sgg., con i testi ivi citati.

[168] WALLON, _Hist. de l’escl._, I^3, p. 182-3.

[169] CURTIUS, _Stadtgeschichte etc_., p. 173, XC.

[170] BÖCKH, _Staatshaltung d. Athen_., I^3, p. 121 sgg.

[171] BÜCHSENSCHÜTZ B., _Die Hauptstätten d. Gewerbfleisse im Mass.
Alterthume._ Leipzig, 1869, pp. 58 sgg.

[172] PLUT., _Pericl_., 16.

[173] CURTIUS E., _Stadtgesch_., p. 145.

[174] THUC., VIII, 40; BELOCH J., _Die Bevölkerung d. Griech.-Röm.
Welt._ Leipzig, 1886, p. 224; WALLON, op. cit. I, p. 232 sgg.

[175] Mi duole che non mi sia riuscito avere, per usarne in questo mio
lavoro, gli scritti del Frohberger sugli operai e sulle manifatture
nell’antichità.

[176] MEYER ED., _Die wirthschaftliche Entwickelung die Alterthums_.
Jena, 1895, pp. 35 sgg.

[177] PLUT., _Sol_. 22.

[178] PLUT., _Sol_. 23; _Thes_., 25.

[179] BERGK TH., _Poetae lyr. graec._, II^3, p. 425, vs. 50-1:

    ἄλλος Ἀθηναίης τε καὶ Ἡφαίστου πολυτέχνεω
    ἔργα δαεὶς χειροῖν ξυλλέγεω βίοτον.


[180] Ἀθην. Πολ., c. 13.

[181] MOMMSEN A., _Heortologie_. Leipzig, 1864, p. 313-4.

[182] MEYER-SCHÖMANN, _Der att. Process neu bearb. von J. Lipsius_.
Berlin, 1883-87, p. 364.

[183] PLUT., _Sol_. 22.

[184] HERAKL., PONT., _Polit_., 5; NIC., DAMASC., fr. 59; MEYER,
_Gesch. d. Alt._, II. 621.

[185] _Plut_., vss. 160 sgg.

[186] PERICL., c. 12.

[187] THUC., II, 14 sgg.

[188] GUIRAUD P., _La propriété foncière en Grèce jusqu’à la conquête
romaine_. Paris, 1893, pp. 450 sgg. con i testi ivi citati.

[189] ARISTOPH., _Vesp_., 712; DEMOSTH., c. _Eubulid_., 1313, 45
[Demosth.] c. _Nicostr_., 1253, 21.

[190] _C. I. A._, II, 565, 1055-58; IV-II, 53ª; _Recueil des inscript,
jurid. grecques par_ R. DARESTE, B. HAUSSOULLIER, TH. REINACH, II, pp.
235 sgg.

[191] _C. I. A._, II, 768, 772, 773. Su questa epigrafe cfr. CLERC M.,
_Les métèques athéniens_. Paris, 1893, pp. 288 sgg. con la letteratura
ivi riportata.

[192] GUIRAUD, op. cit., pp. 422-3.

[193] _Blümner H._, _Technologie und Terminologie der Gewerbe und
Künste._ Leipzig 1875, I, p. 217.

[194] Op. cit., I, p. 151 sgg.

[195] BLÜMNER H., _Technologie und Terminologie_ etc., I, pp. 256, 268.

[196] BLÜMNER, op. cit., I, p. 288.

[197] _C. I. A._, I, 275-7. L’epigrafe 274 secondo il KIRCHHOFF non
appartiene all’_Ol_. 91, 2. Sul prezzo degli schiavi in Atene si
possono riscontrare BÜCHSENSCHÜTZ, _Besitz und Erwerb_, pp. 200 sgg;
BÖCKH, _Staatshaltung d. Ath_., I^3, p. 85 sgg.; WALLON, _Hist. de
l’escl._, I^2, pp. 198 sgg.; GIGLI G., _Delle mercedi nell’antica
Grecia_ nelle _Memorie dell’Accademia de’ Lincei_ pel 1896.

[198] _Memorab_., II, 5, 2.

[199] _Oecon_., c. 12, sgg.

[200] _C. I. A._, I, 324. Cfr. anche 321, 325.

[201] THUC., II, 10-23; 47, 55-7; III. 1, 26; IV, 2, 6.

[202] VII, 27.

[203] XENOPH., _De vectigal_., 4, 25.

[204] BÖCKH A., _Staatshaltung_, I^3, p. 400 sgg.

[205] THUC., III, 19.

[206] LYS., XXI, 1-3; GUIRAUD P., _La propriété foncière etc_., p. 532.

[207] _Memorab_., II, 7-10.

[208] HERMANN-THUMSER, _Griech. Staatsalterthümer_, I^6, p. 504 sgg.
con i testi e le autorità ivi citate.

[209] Ἀθην. Πολ. 27, 41, 62.

[210] L. c.

[211] FRAENKEL M., _Die attischen Geschworenengerichte_. Berlin, 1877,
pp. 7, 9 sgg., 92 sgg.; Ἀθην. Πολ. 63. In MEIER U. SCHÖMANN (_D. Att.
Proc. n. bearb_. von J. H. LIPSIUS, I, p. 1861) si calcolano a soli
cento giorni all’anno le udienze de’ tribunali dopo Euclide.

[212] BÖCKH A., _Staatshaltung d. Athener_, I^3, pp. 274 sgg.

[213] ARISTOPH., _Ecclesiaz_., vs. 310.

[214] MÜLLER-STRÜBING H., _Aristophanes u. seine Zeit_. Leipzig, 1873,
p. 48 sgg.

[215] Ἀθ. Πολ. 41.

[216] _Memor_., III

[217] _Hist. du peuple d’Israël_. Paris, 1887, I, II.

[218] PLAT., _Gorg_., 484 a.

[219] THUC., III, 82 sgg.; ISOKR., _Philip_., 20; _Archidam_., 28.

[220] PÖHLMANN R., _Gesch. d. antik. Kommunismus und Sozialismus_.
München, 1893, I, p. 162.

[221] ZELLER E., _Philosoph. d. Griechen_, II, 1^4, p. 168 sgg.

[222] DÖRING A., _Die Lehre des Sokrates als sociales Reformystem.
München_, 1895, pp. 387 sgg.

[223] _Polit_., 421-22.

[224] CHIAPPELLI A., _Le Ecclesiazuse di Aristofane e la Repubblica
di Platone_ nella _Rivista di filologia e d’istruzione classica_,
XI (1883), pp. 161 sgg. e XV (1887) pp. 343 sgg.; ZELLER E., _Die
Philosoph d. Griechen_, II, 1^4, p. 551; cfr. anche COGNETTI DE MARTIIS
S., _Socialismo antico_. Torino, 1889, pp. 508 sgg.

[225] CHIAPPELLI, op. cit., XV, p. 351.

[226] _Plut_., vs. 510 sgg.

[227] _Plut_., vs. 517 sgg.

[228] Λιμοῦ δὲ φόβος ὁ ἡμέτερος δεσπότης. _Liban_., XXXI, _S. serv._,
II, p. 652 a.

[229] EPITECT., _Dissert_., 4, 1, 34.

[230] BÖCKH, _Staatshaltung d. Athener_, I^3, p. 499 sgg.

[231] _C. I. A_., II, 17, vs. 33 sgg.

[232] BUSOLT G., _Der zweite athenische Bund_ ne’ _Jahrbüch. f. clas.
Phil._, VII, SB., 1874, p. 807 sgg., p. 853 sgg. e _passim_; BÖCKH,
_Staatshaltung_, I^3, p. 499 sgg.; GUIRAUD, op. cit., p. 616 sgg.

[233] GUIRAUD, op. cit., p. 398 sgg.

[234] BUSOLT, op. cit., pp. 852-3.

[235] GUIRAUD, op. cit., p. 406.

[236] DION. HAL., _Lys._, c. 32.

[237] ARISTOT., Ἀθηναίων Πολ., c. 29-38.

[238] Böckh, _Staatshaltung d. Athen._, I^3, p. 560 sgg.

[239] PLUT., _Vita X orat_. 7, 34.

[240] SUID., s. v.

[241] _C. I. A._, II, 1103 sgg.; _Recueil des inscriptions jurid.
grecques par_ R. DARESTE, B. HAUSSOULLIER, TH. REINACH. Paris, 1891, I,
p. 107 sgg.

[242] _Recueil des inscript. jurid._, etc., I, p. 122.

[243] [DEMOSTH.], c. _Phaenip._, p. 1045, 20.

[244] _Recueil des inscrip. jurid._, II, p. 254 sgg.

[245] _Contr. Aristokr._, p. 689-208.

[246] περὶ συντάξεως, 30.

[247] PÖHLMANN R.. _Aus Alterthum und Gegenwart._ München, 1895, p. 395.

[248] FRAENKEL, _Die attischen Geschworenengerichte_, p. 103.

[249] GUIRAUD, _La propriété foncière_, etc., p. 393.

[250] _C. I. A._, II, 784, 785, 788. GUIRAUD, op. cit., p. 392.

[251] _C. I. A._, II, 784 B, 785; LOEPER R., _Die Trittyen und Demen
Attikas_ (_Mitth. d. d. arch. Inst. v. Athen._, XVII, p. 431 e carta
XII).

[252] GUIRAUD, op. cit., p. 393.

[253] CAIRNES E. J., _The slave power, its character, career and
probable design_. London, 1862, p. 51, con l’annessa citazione del
Tocqueville.

[254] BÜCHSENSCHÜTZ, _Besitz und Erwerb._, p. 50-1.

[255] [DEMOSTH.], c. _Phaenip._, p. 1041, 5, 7; 1045, 20.

[256] p. 1045, 20.

[257] ISAEI, _De Hagn. her._, 41.

[258] ISAEI, _De Hagn. her._, 42.

[259] p. 1272, 1.

[260] GUIRAUD, op. cit., 393, con le autorità ivi citate.

[261] DEMOSTH., _pr. Phorm._, p. 945, 5: ἡ μὲν ὰρ ἔγγειος ἦν οὐσία
Πασίωνι μάλιστα ταλάντων εἶκοσιν.

[262] CAILLEMER, _Le droit de succession légitime à Athènes_. Paris,
1879, p. 30.

[263] Sull’espressione di Arist., _Polit._, p. 1265, b, II, 3, 6:
νῦν μὲν γὰρ οὐὶδες πορε δι τ μερζεσθαι τς οσας ες ποσονον πλθος, che
considera l’ipotesi astratta della successiva suddivisione de’ beni
familiari, e sull’interpretazione datale dal Guiraud (op. cit., p.
397), cfr. PLATON G., _Le socialisme en Grèce_ nel _Devenir social_,
1895, p. 528.

[264] _Jahrbüch. f. Nationalökonomie_ v. B. HILDEBRAND, 1867, p. 494.

[265] _Le dix-huit Brumaire de Louis Bonaparte_, p. 108.

[266] _C. I. A._, II, 784 AB, 785.

[267] _C. I. A._, II, 787.

[268] _Jahrbücher f. Nationalökonomie u. Statistik_, VIII, p. 453 sgg.

[269] BÖCKH, _Staatshaltung d. Athener_, I^3, p. 578 sgg.. e II, p.
121; THUMSER V., _De civium Atheniensium muneribus_, 1880, p. 28 sgg.

[270] BÖCKH, _Staatshaltung d. Athen._, I^3, p. 603.

[271] LIPSIUS J., _Die athenische steuerreform in jahr der Nausinikos_
ne’ _N. Jahrb. f. clas. Phil._, 1878, p. 288; GUIRAUD, op. cit., p.
522, 532.

[272] DEMOSTH., _De cor._, 292; BUSOLT G., _Der zw. Athen. Bund_, p.
860.

[273] _De coron._, p. 261, 104; HERMANN-THUMSER, _Staatsalterthümer_,
I^6, p. 755.

[274] [DEMOSTH.], in _Mid._, p. 540, 80; HERMANN-THUMSER, _Staatsalt._,
I^6, p. 703.

[275] [DEMOSTH.], c. _Phaenip., passim._

[276] DEMOSTH., c. _Aristocr._, p. 689, 206-208.

[277] THUMSER V., _De civium atheniensium muneribus._ Vindobonae, 1880,
p. 83 sgg.

[278] MENANDR., _Fragm._, ed. Didot, pp. 3, 4, 22, 91, vs. 64, 93 vs.
165, etc. Meineke.

[279] MENANDR., _Fragm._, ed. Didot, p. 98, vs. 436, 450, 461; PHILEM.,
_Fragm._, ed. Didot, p. 121, XV.

[280] MENANDR., _Fragm_., ed. Didot, pp. 1, 3, 7, 32, 41, 53 I, 55 VI,
62 LIV, 66 CII, CIII, CIV, CV, etc.

[281] PLUT., _Moral_., p. 19; MEN., _Fragm_., ed. Didot, p. 24, 1.

[282] ATHEN., XIII, p. 569 D; PHILEM., _Fragm_., ed. Didot, p. 107.

[283] DENIS J., _La comédie grecque_. Paris, 1886, II, p. 435.

[284] PHILIST., _Gnom_., ed. Didot, p. 106.

[285] MENANDR., _Fragm_., ed. Didot, pp. 11,41, 54 III, 62 LIU, LVII,
97 v. 371.

[286] MENANDR., _Fragm_., p. 11.

[287] MENANDR., _Fragm_., p. 54 III.

[288] MENANDR., _Fragm_., ed. Didot, pag. 32, Misog., I, 7.

[289] BÖCKH A., _Staatshaltung d. Athen_., I^3, p. 598.

[290] _Inscriptions jurid. grecques_, II, p. 109 sgg., p. 119.

[291] _Inscriptions jurid. grecques_, II, p. 49 sgg.; DITTENBERGER,
_Sylloge_, n. 433.

[292] BÖCKH, _Staatshaltung d. Athen_., II, FRAENKEL, _Anm_., p. 29*.

[293] Pag. 99 vs. 472, ed. Didot.

[294] HERMANN-BLÜMNER, _Privatalterthümer_. Dr. Ausg., p. 437.

[295] BÖCKH, _Staatshaltung d. Athener_, I^3, pp. 49 sg., 57 sg., 73,
135, 625.

[296] BRANTS V., _De la condition du travailleur libre à Athènes_,
nella _Rev. de l’enseign. publ. en Belg._, 1883, pp. 106-7.

[297] _Das Kapital_, I^4, p. 564.

[298] _C. I. A._, II, 167, 1054.

[299] _Recueil d’inscript. jurid. grecques_, I, p. 143 sgg.

[300] _Bull. de corr. hell._, XIV (1890), p. 462 sgg.;
HERMANN-THALHEIM, _Rechtsalterthümer_, II, I^4, p. 115-6; _Hermes_,
XVII (1882), p. 4 sgg.; CAUER,^2 _Delectus_, n. 457.

[301] CAUER,^2 _Delectus inscr. gr._, n. 457, vs. 25-6.

[302] DIOD., l. c., XVIII, 18; PLUTARCH., _Phoc._, 28.

[303] _Fragm._, ed. Didot, p. 10, 4.

[304] _Fragm._, ed. Didot, p. 118, IV.

[305] p. 119, VI.

[306] p. 117.

[307] _Fragm._, ed. Didot, p. 91, vs. 63.

[308] p. 99, vs. 460.

[309] _Fragm._, ed. Didot, p. 117, I.

[310] ATHEN., VI, p. 272, o. c.

[311] BÖCKH A., _Staatshaltung d. Athener_, I^3, p. 48, n. _A._

[312] Nel 1879 gli abitanti dell’Attica e della Beozia erano 185,000.
_Encyclop. Brit._, XI, p. 85.

[313] _Staatshaltung d. Athen._, I^3, p. 42 sgg.

[314] CURTIUS E., _Stadtgeschichte von Athen_, p. 230.

[315] _C. I. A._, IV, 834^b; _Bull. de corr. hell._, VIII (1884), p.
194 sgg.

[316] LETRONNE, _Mém. s. la popul. de l’Attique_, nelle _Mém. de
l’Acad. des inscr._, VI (1822), p. 220.

[317] WALLON, _Hist. de l’esclav._, I^2, p. 277.

[318] BELOCH J., _Die Bevölkerung d. Griech-Rõm. Welt._ Leipzig, 1886,
p. 98.

[319] _Del numero degli schiavi nell’Attica_ ne’ _Rendiconti
dell’Istituto Lombardo_, maggio 1897.

[320] PÖHLMANN R., _Die Ueberbevölkerung d. antik. Grossstädte._
Leipzig, 1884, p. 22.

[321] ISOCR., _De pace_; SCHAEFER A., _Demosthenes u. s. Zeit_, I^2, p.
188 sgg.

[322] _Pro sacr. olea_, 6, 7.

[323] CAIRNES J. E., _The slave power_, p. 51, 53 sgg.

[324] DEMOSTH., c. _Eubul_. 1313, 45; [Demosth.] c. _Nicostrat_. 1253,
21; THEOPHR., _Charact._ 4, 30.

[325] _Recueil des inscriptions jurid. grecques_, II, p. 235 sgg.

[326] _C. I. A._, II, 1059, vs. 4; 1058, vs. 12.

[327] _Bull. de corr. hell._, 1890, p. 437.

[328] _Pro sacr. olea_, 4, 9, 10.

[329] MARX K., _Das Kapital_, III, 1, p. 310: Je unentwickelter
die Production, um so mehr wird sich daner das Geldvermögen
koncentriren in den Händen der Kaufleute, oder als specifische Form
des Kaufmannsvermögens erscheinen. Innerhalb der Kapitalistischen
Produktionsweise, d. h. sobalcl sich das Kapital der Produktion selbst
bemachtigt und ihr eine ganz veränderte und specifische Form gegeben
hat, erscheint das Kaufmannskapital nur als Kapital in einer besonderer
Funktion. In allen früheren Produktionsweisen, und umsomehr jemehr die
Produktion unmittelbar Produktion der Lebensmittel des Producenten ist,
erscheint Kaufmannskapital zu sein, als die Funktion par excellence des
Kapitals.

[330] MARX K., _Das Kapital_, III, 1, p. 314 sgg.

[331] MARX K., _Das Kapital_, I^4, p. 365; TUCKETT J. D., _A history of
the past and present state of the labouring population_. London, 1846,
I, p. 149.

[332] DEMOSTH., _in Aphob_. I, p. 816, 9; 820, 24.

[333] BRANDTS V., _La condition des travailleurs libres à Athènes_, p.
110.

[334] _Das Kapital_, I^4, p. 371.

[335] CAIRNES, _The slave power_, pp. 44-5.

[336] MENANDR., _Fragm_., ed. Didot, p. 91, vs. 52.

[337] p. 29, n. 4.

[338] p. 3, n. 5.

[339] MENANDR., _Fragm_., ed. Didot, p. 98, vs. 464, p. 100, vs. 514,
538, p. 98, vs. 455.

[340] VI, p. 272 e.

[341] DEMOSTH., _in Aphob_., I, p. 816, 9, c. _Pantanet_, p. 973, 25;
_C. I. A._, II, 1104, 1122, 1123.

[342] [DEMOSTH.], c. _Nicostr_., p. 1253, 21; c. _Aphob_., I, pp. 819,
821, 25, 27; Πολ. τ. Ἀθην., 11, 17; THEOPHR., _Char_., 30; ANDOC., _De
myst._, I, 38.

[343] HARPOKR., s. v. toùç xwplç οἰκοῦντας, e più specialmente BEKKER,
_Anecd_., p. 316, 11.

[344] HERMES, XXII: WILAMOWITZ, _Demotika der attischen Metoeken_, p.
119, n. 1; CLERC, op. cit., pp. 281, 283; MEIER-SCHÖMANN, _Der attische
Process,_ p. 751.

[345] 11.

[346] 10.

[347] DEMOSTH., _in Stephan_., I, p. 1102, 3; _pro Phorm_., p. 946, 8.

[348] MEIER-SCHÖMANN, _Att. Proc._, 752, 664.

[349] _Schol_. in DEMOSTH., p. 544, Didot, 23, 19.

[350] C. 12.

[351] WALLON, _Hist. de l’escl._, Iª, p. 483-4.

[352] ATHEN., VI, p. 272.

[353] ANTIPH., _de caed. Herod._, 47, 48; AESCH., c. _Timarch_., 17.
Cf. Meier-Schömann, _Att. Proc._, p. 396 sgg. con la letteratura ivi
citata; BECKER-GÖLL, _Charikles_, III, p. 29 sgg.

[354] AESCH., c. _Timarch_., 17.

[355] [DEMOSTH.], c. _Mid_., pp. 529-30, 46, 47, 48.

[356] MEIER-SCHÖMANN, _Att. Proc_., p. 401.

[357] DITTENBERGER, _Sylloge_, n. 338, vs. 81 sgg.

[358] MEIER-SCHÖMANN, _Att. Proc_., p. 625 sgg.

[359] ARIST., Ἀθηναιων Πολ., 40.

[360] MEYER E., _Die wirtschaftliche Entwickelung des Altertums_. Jena,
1895, p. 41. Aum. 2.

[361] ARIST., _Polit._, I, p. 1233, _b_, 2 sgg.; ZELLER, _Phil. d.
Griech_., II, I^4, p. 170.

[362] PLAT., _Gorg._, 484 _a_: ἐάν δέ γε, οῖμαι, φύσιν ἰκανὴν γένηται
ἔχων ἀνὴρ, πάντα ταῦτα ἀποσεισάμενος καὶ διαρρήξας καί [διαφυγὼν],
καταπατήσας τ ἡμετὲρα γράμματα καὶ μαγγανεύματα καί ἐπῳδὰς καί νόμους
τοὺς παρὰ φύσιν ἅπαντας, ἐπαναστὰς ἀνεφάνη δεσπότης ἡμέτερος ὁ δοῦλος,
ἐνταῦθα ἐξέλαμψεν τὸ τῆς φύσεως δίκαιον.

[363] _C. I. A._, I, 274-6.

[364] PHILEM., _Fragm_., ed. Didot, p. 109.

[365] _Fragm_., p. 124, XXXIV, Didot.

[366] _C. I. A._, II, 476, vs. 5; DITTENBERGER, _Sylloge_, n. 388, vs.
78 sgg.

[367] MEIER-SCHÖMANN, _Att. Proc._, p. 889 sgg.

[368] LANGE, _Hist. du matérialisme_, trad. franc. Paris, 1877, I, p.
154.

[369] SCHAEFER A., _Demosthenes u. seine Zeit._ Leipzig, 1885, I^2, pp.
5-6; HERMANN-DROYSEN, _Kriegsalterthümer_. Freiburg i. B., 1888, p. 61.

[370] BÖCKH, _Staatshaltung d. Athener_, I^2, p. 90 sgg., II; FRÄNKEL,
_Anm_., p. 17*, 21*, 118, 122.

[371] _Mém. de l’Acad. d. I. B. L._, VI (1822): LETRONNE, _Mém. s. la
popul. de l’Attique_, p. 211 sgg.

[372] BÖCKH, op. cit., p. 91-2.

[373] XENOPH., _De vect_., 4, 25.

[374] AESCH., c. _Timarch_., 97.

[375] THUC., I, 55, 62; XENOPH., _Hell_., I, 6, 15; III, 2, 2; IV, 5, 8.

[376] THUC., I, 139; IV, 118.

[377] [ARISTOT.], _Oekon_., II, 2, 34; BÖCKH, _Staatshaltung_, I^2, p.
91; cfr. anche _C. I. A._, II, 281.

[378] MEIER-SCHÖMANN, _D. Att. Process._, p. 766.

[379] DITTENBERGER, _Sylloge_, n. 388, vs. 77 sgg.; _C. I. A._,, II,
476, vss. 44-9.

[380] _Times_ (19 Jan. 1897). Average prices per imp. Qr. of wheat,
barley and oats for the ten years 1887 to 1896. Wheat, 1890-96: 31,
11; 37, 0; 30, 3; 26, 4; 22, 10; 23, 1; 26, 1. — Barley: 28, 8; 28, 2;
26, 2; 25, 7; 24, 6; 21, 11; 22, 11; ROGERS TH., _Hist. d. travail et
salaires en Angleterre_. Paris, 1897, p. 376; WIEBE G., _Zur Gesch.
d. Preisrevolution des XVI und XVII Jahrhund_. Leipzig, 1895, pp.
344, 346, 354, 363, 365-6; PARETO V., _Cours d’économie politique._
Lausanne, 1896, I, p. 272 sgg.

[381] _Bull. de corr. hell._, XIV (1890), pp. 481-2.

[382] DEMOSTH., c. _Phorm_., p. 918, 38; _C. I. A._, IV, 834^_b_, col.
II, vs. 75; CORSETTI R., _Sul prezzo de’ grani nell’antichità classica
negli Studî di storia antica_ di G. BELOCH, II, p. 65 sgg.

[383] _Bull. de corr. hell._, XIV (1890), p. 482; HERMES, VII, p. 3 sgg.

[384] GUIRAUD, op. cit., p. 557 sgg.; CORSETTI, op. cit., p. 67 sgg.

[385] _Bull. de corr. hell._, XIV, p. 481-2; [DEMOSTH.], c.
_Phaenipp_., p. 1045, 20; c. _Phorm_., p. 918, 38.

[386] [DEMOSTH.], c. _Phaenip_., p. 1045, 2; 1048, 31.

[387] _C. I. A._, II, 311, 312, 314, 809 (325/4, Ch.), 195.

[388] _C. I. A._, II, 379.

[389] [ARISTOT.], _Oeconom_., II, 33.

[390] BÖCKH A., _Staatshaltung d. Athen_., I^2, p. 106.

[391] 13.

[392] [DEMOSTH.], c. _Phorm_., p. 918, 37, 38.

[393] _C. I. A._, II, 195, 311, 312, 314; _Bull. de corr. hell._, VI
(1882), p. 1 sgg., 102 sgg.

[394] MENANDR., _Fragm_., ed. Didot, p. 96, vs. 348; p. 97, vs. 389;
PHILEMON., _Fragm_., ed. Didot, p. 127, LXXV; THEOPHR., _Char_., 23.

[395] Lys., περὶ τοῦ ἀδυνατοῦ.

[396] PHILIPP. _p._ STOB., _Serm_., LXII, 35.

[397] MENANDR., _Fragm_., ed. Didot, p. 62, LIII.

[398] MENANDR., _Fragm_., p. 66, XCVIII.

[399] 92, vs. 134.

[400] _Menandr_., _Fragm_., ed. Didot, p. 93, vs. 168.

[401] MEIER U. SCHÖMANN, _Att. Proc._, pp. 875 sgg., 889 sgg.

[402] _C. I. A._, II, 546, vs. 29.

[403] HYPERID., _Fragm_., 155, Sauppe:..... καὶ παρέχει ὥσπερ τοῖς
λῃσταῖς ἐπισιτισμὸν καὶ δίδωσι τούτ ὑπὲρ ἑκάστου τοῦ ἀνδραπόδου ὀβολὸν
τῆς ἡμέρας ὅπως ἄν ῇ ἀθάνατος συκοφάντης.

[404] ANTIPHONT., _Super choreut_., 4.

[405] _C. I. A._, II, 807, c. 1-25; BÖCKH, _Urkunden d. Seewesen._
Berlin, 1840, p. 413.

[406] _De vectigal_, 4.

[407] ARISTOT., _Pol_., p. 1267 _b_. II, 4, 13.

[408] _De vectigal._, 4, 28: τί δτα, φαίν ἄν τις, οὐ καὶ νῦν, ὤσπερ
ἔμποσθεν, πολλο καινοτομοσιν: ὅτι πενέστεροι μέν εἰσιν οἱ περὶ
τ μέταλλα’ νεωστὶ γὰρ πάλιν κατασκευάζονται κίνδυνος δὲ μέγας τῷ
καινοτομοῦντι. ὁ μὲν γὰρ εὑρὼν ἀγαθὴν ἐγρασίαν πλούσιος γίγνεται’ ὁ δὲ
μὴ εὑρὼν πάντα ἀπόλλυσιν ὅσα ἄν δαπανήση.

[409] STRAB., p. 147, III, 2, 9.

[410] DIOD. SIC., XXXIV, II, 18.

[411] BERGK TH., _Gr. Litteraturg_. Berlin, 1887, IV, 312; SITTL,
_Gesch. d. Griech. Litt_. München, 1884. II, 460; BELOCH, _Att. Pol._,
p. 175, Anm.

[412] _De vectigal._, 4, 25.

[413] LETRONNE, op. cit., p. 195.

[414] AESCHIN. in _Ctesiph_., 41, 44.

[415] _Jahrbüch f. Nationalökon. und Statistik, gegr. v._ B.
HILDEBRAND, VII, p. 154.

[416] _De vectigal._, 4, 23; BÖCKH, _Staatshalt. d. Athen._, I^3, p.
86. II; FRAENKEL, _Anmerk_., 117.

[417] p. 1246, 1.

[418] DEMOSTH., c. _Pantanet_., 967, 4; 972, 18 e BÖCKH, l. c.

[419] DIOD. SIC., XX, 84.

[420] PLUT., _Agesil_., 26.

[421] THEOPHR., _Char_., 4; 23; 30.

[422] _C. I. A._, II, 187, 835_{13}, 836_{17}, 1149, 2343.

[423] POLYB., III (II), 3, (5), 4.

[424] POLYB., XII, 13, 8 sgg.

[425] _C. I. A._, II, 834^_b_, 834^_c_, IV, 834^_b_.

[426] _C. I. A._, II, 834^_b_, Col. I, vss. 26 sgg.

[427] _C. I. A._, II, 834^_b_, Col. I, vss. 31 sgg.

[428] _C. I. A._, II, 834^_b_, Col. I, vs. 31 sgg., 42 sgg., 60 sgg.

[429] _C. I. A._, II, 834^_b_, Col. I, vs. 23 sgg.

[430] KIRCHKOFF, _Zur Gesch. d. Athen. Staatsschatz_., p. 57 sgg.;
BÖCKH, _Staatshalt_., II; FRAENKEL, _Anm_., p.. 33*, n. 202.

[431] _Journal of Hellenic studies_, XV (1895): JEVONS F. B., _Work and
wages in Athen_, p. 243 sgg.

[432] JEVONS, op. cit., p. 244.

[433] _C. I. A._, IV, 834^_b_, vs. 70 sgg., 74 sgg., 80 sgg.

[434] THOROLD ROGERS J. E., _Hist. du travail et des salaires en
Angleterre depuis la fin du XIII siècle_. Paris, 1897, p. 362; TOOKE,
_Hist. of prices_, II, p. 71.

[435] _Das Kapital_, I^4, p. 563 sgg.

[436] WIEBE G., _Geschichte der Preisrevolution des XVI und XVII
Jahrhunderts_. Leipzig, 1895, p. 319 sgg.; SCHOENHOF J., _A history of
money and prices_. New-York, 1896, p. 112 sgg.

[437] _C. I. A._, I, 321, 324.

[438] _Das Kapital_, I^4, p. 565 sgg.

[439] _Histoire du travail et des salaires en Angleterre depuis la fin
du XIII siècle._ Paris, 1897, p. 297 sgg.

[440] _C. I. A._, I, 321, vs. 12 sgg.

[441] HERMES, IV: SCHÖNE, _Baurechnungen des Erechteios_, p. 43.

[442] _C. I. A._, II, 834^b; IV, 834^b.

[443] _C. I. A._, II, 834^b, Col. I, vs. 42 sgg.; IV, 834^b, Col. I,
vs. 40 sgg.

[444] _C. I. A._, II, 834^b, Col. I, vs. 71.

[445] _C. I. A._, II, 834^b, Col. II, vs. 54 sgg.

[446] _C. I. A._, II, 834^b, Col. II, vs. 68 sgg.

[447] _C. I. A._, IV, 834^b, Col. I, vs. 26 sgg.

[448] _C. I. A._, IV, 834^b, vs. 40 sgg.

[449] _C. I. A._, IV, 834^b, Col. II, vs. 18, 22 sgg.

[450] _C. I. A._, II, 834^c, vs. 57 sgg.

[451] _C. I. A._, II, 834^c, vs. 24; _C. I. A._, II, 834^b, Col. II,
vs. 71.

[452] _C. I. A._, II, 834^b, Col. II, vs. 31; IV, 834^b, Col. I, vs. 44.

[453] FOUCART, _Note sur les comptes d’Eleusis_ (Bull, de corr.
hellén., 1884), p. 214.

[454] _C. I. A._, IV, 834^b, vs. 70 sgg.

[455] _C. I. A._, IV, 834^b, vs. 79-81.

[456] _Bull. de corr. hell._, XIV (1890); HOMOLLE, _Comptes et
inventaires des temples déliens en l’année 279_, p. 393, vs. 45 sgg.;
p. 396, vs. 86 sgg.; p. 399, vs. 120; p. 483.

[457] _Bull. de corr. hell._, XIV (1890): p. 395, vs. 70; p. 397, 483.

[458] _Bull. de corr. hell._, XIV (1890), p. 396, vs. 82 sgg., p. 480
sgg.

[459] DIOD. SIC., XXXIV, II, 18.

[460] COLLITZ H., _Sammlung d. griech. Dialekt-Inschriften_, n. 374
sgg.; _I. G. S._, 2315, 3309, 3317, 3346, 3349-50, 3358, etc.

[461] COLLITZ, _Sammlung_, 1474 sgg.

[462] COLLITZ, _Sammlung_, 1554 sgg.

[463] COLLITZ, _Sammlung_: BAUNACK, _Die delphische Inschriften_, 1684
sgg.

[464] Baunack J., _Die delphischen Inschriften_, 1689, 1694, 1696,
1702, 1714, 1716, 1717, 1731, 1742, etc.

[465] Op. cit., 1684, 1696, etc.

[466] Op. cit., 1689, 1723.

[467] Op. cit., 1723.

[468] Op. cit., 1719.

[469] Op. cit., 1708.

[470] Op. cit., 1717, 1718, 1749, 1754.

[471] _Dissert_., IV, 1, 34 sgg.

[472] CURTIUS E., _Ueber die neu entdeckten Delphischen Inschriften
nelle Nachrichten von d. K. Gesellsch. d. Wiss._ Göttingen, 1865, p.
149 sgg.

[473] DROYSEN G. J., _Hist. de l’hellénisme_, trad. franç. Paris, 1885,
III, p. 606.

[474] LUMBROSO G., _Recherches sur l’économie politique de l’Égypte
sous les Lagides_. Turin, 1870, p. 100 sgg.; LUMBROSO G., _L’Egitto dei
Greci e dei Romani_, 2ª ediz. Roma, 1895, _passim_; BLÜMNER H., _Die
gew. Thätigkeit d. Völker d. klass. Alterthums_. Leipzig, 1869, p. 6
sgg.

[475] LUMBROSO G., _Recherches_, etc., p. 100.

[476] Op cit., p. 89 sgg.

[477] _R. R. I._, 17.

[478] LUMBROSO G., _Recherches_, etc., p. 104 sgg.

[479] FRIEDLAENDER L., _Darstellungen aus der Sittengeschichte Roms_,
III^6, p. 616.

[480] SCRIPT. HIST. AUG., _Saturninus_, c. 8; PÖHLMANN R., _Die
Uebervölkerung d. ant. Grosstädte_. Leipzig, 1884, p. 31 sgg.

[481] PREGEL TH., _Die Technik im Alterthum_, Chemnitz, 1896, pp.
22 sgg., 27 sgg., 33 sgg.; BOURDEAU L., _Les forces de l’industrie_.
Paris, 1884, pp. 118 sgg., 188 sgg.

[482] ZIEBARTH E., _Das griechische Vereinswesen_. Leipzig, 1896, p.
107 sgg.

[483] Op. cit., p. 109.

[484] _Bull. de corr. hell._, VII (1883), p. 504, n. 10; _C. I. G._,
2374^e; WALTZING J. P., _Étude sur les corporations professionelles
chez les Romains_. Bruxelles, 1895, p. 191 sgg.

[485] BÜCHSENSCHÜTZ B., _Bemerkungen über die römische Volkswirthschaft
der Königzeit_. Berlin, 1886, pp. 8 sgg.; VOIGT M., _Die römischen
Privatalterthümer_, zw. Aufl. München, 1893, p. 289 sgg.

[486] IUVEN., XIV, 168; APUL. _de mag._, 17; MARQUARDT J., _La vie
privée des romains_, trad. franc. Paris, 1892, I, pp. 23 sgg., 160
sgg.; WALLON, op. cit., II^2, p. 8; MOMMSEN, _Röm. Gesch._ I^8, pp.
186, 188.

[487] I, 76, ; III, 55, ; IV, 22 ; 23 57, ; V, 7 ; 22; , 26 ; 42 ; 51 ;
53, ; VI, 22 , etc.

[488] LIV. I, 27, 3; 38; II, 13, 4; 19, 1; DIONYS HAL. V, 61;
BÜCHSENSCHÜTZ B., _Bemerkungen_ etc., p. 30.

[489] VARR., _R. R_. II _praef._

[490] KARLOWA O., _Römische Rechtsgeschiechte_. Leipzig, 1885, I, p. 38.

[491] BÜCHSENSCHÜTZ B., _Bemerkungen_, etc., pp. 13 sgg.; VOIGT M., D.
_röm. Privatalterthüm._, p. 311; MOMMSEN, _Röm. Forsch_. I, p. 366 sgg.

[492] DRUMANN, _Arbeiter u. Communisten_, pp. 164 sgg., con le autorità
ivi citate.

[493] DIONYS HAL., IX, 27, 3, cfr. II, 76; VOIGT M., _Die XII Tafeln_,
Leipzig, 1883, I, pp. 26 sgg., II, p. 247.

[494] PLUT. _Num_. 17; WALTZING J. P. _Étude hist. sur les corporations
profession. chez les Romains_. Bruxelles, 1895, pp. 62 sgg.

[495] _Bull. dell’Ist. di corr. arch._, 1875, p. 232; PÖHLMANN R., _Die
Anfänge Roms_. Erlangen, 1881, p. 7.

[496] GAMURRINI G. F., _Dell’arte antichissima in Roma (Bull. dell’Ist.
arch. germ. Sez. rom.)_, II (1887), p. 221 sgg.

[497] WEZEL E., _De opificio opificibusque apud veteres Romanos_.
Berlin, 1881, P. I, pp. 12 sgg., 31 e passim; VOIGT, _Röm. Privatalt._,
pp. 302 sgg.

[498] RICHTER O., Topographie von Rom (in IW. MÜLLER’s _Handbuch d.
klass. Alterthumwiss._, III, 10, pp. 752, 756, 763, 815, 841).

[499] LIV., I, 53; 55, 6.

[500] LIV., I, 56, 1; 52, 9; DIONYS, IV, 44; CIC. _in Verr._, V, 19,
44. Cfr. BÜCHSENSCHÜTZ B., _Bemerkungen_, etc., p. 32.

[501] LIV., I, 38, 1; II, 25, 6; 31, 4; III, 3, 9; IV, 36, 2; VI, 4, 2,
etc.

[502] VOIGT M., _Die XII Tafeln. Geschichte und allgemeine juristische
Lehrbegriffe der XII Tafeln nebst deren Fragmenten_. Leipzig, 1883, I,
pp. 16 sgg. con i testi ivi citati.

[503] _Adsiduus, proletarius, detrimentum, emolumentum, pecunia,
peculium, fenus._ Cfr. VOIGT, op. cit., I, pp. 18-9.

[504] VOIGT, op. cit., I, p. 196, n. 6, con i testi ivi citati.

[505] LIV. IV, 45, 2: _dena milia gravis aeris, quae tum divitiae
habebantur_.

[506] VOIGT, op. cit., I, pp. 21-3.

[507] VOIGT, op. cit., I, p. 22.

[508] VIRG. _Georg._, I, 261 sgg.; CAT. _De agricultura_, ed. KEIL, 2,
3; 23, 1; 31, 1; 33, 5; 37, 5; 39, 1; 59; VARR. _RR._ I, 2, 22; 22,
1; 23, 5; PLIN., _H. N._ XVIII, 26, 236; CAT. _RR._ XI, 2; BLÜMNER,
_Technologie_, I, 98 sgg.; VOIGT, op. cit., I, pp. 26 sgg.

[509] BÜCHSENSCHÜTZ, _Bemerkungen_, etc., pp. 28 sgg.

[510] VOIGT, op. cit., I, pp. 30 sgg.

[511] LIV., II, 23, 27, 29; VI, 14-5; 27; 31, 2; 34, 2, etc.; DIONYS.,
IV, 9; V, 33, 63, 66; VI, 22, 26, etc.

[512] HARTMANN, _Röm. Kalender_, p. 29, n. 57. VOIGT, op. cit., I, p.
723, VII, 17; II, pp. 581 sgg.

[513] HARTMANN, _Röm. Kalender_, p. 29, n. 57. VOIGT, op. cit., I, p.
723, VII, 17; II, pp. 581 sgg.

[514] LIV., V, 55.

[515] KARLOWA O., _Röm. Rechtsgeschichte_, I, p. 97.

[516] LIV., VII, 28.

[517] SAVIGNY, _Das altrömische Schuldrecht_ in _Vermischte Schriften_.
Berlin, 1850, II, pp. 425 sgg.

[518] BRUNS^6, _Fontes iuris romani antiqui_, _Leg_. XII, _tabul_.
VIII, 2; VOIGT, op. cit., I, p. 722, VII, 15 e II, p. 533 sgg.

[519] BRUNS^6, VIII, 14; VOIGT, VII, 2.

[520] BRUNS^6, VII, 12; VOIGT, IV, 13.

[521] VOIGT, op. cit., II, pp. 78 sgg.

[522] BRUNS^6, II, 1.

[523] BRUNS^6, XII, 2; VOIGT, VII, 13; XII, 1.

[524] BRUNS^6, V, 3; VOIGT, IV, 1.

[525] PLIN., _N. H._ XXXIII, 13, 44; LIV. _epit_., 15; MOMMSEN, _Hist.
de la monnaie rom_. I, p. 300.

[526] _Die Gracchen und ihre nächsten Vorgänger_. Berlin, 1847, p. 15.

[527] GROMATICI VETERES. Berolini, 1848, p. 115. Hyg. _De conditionibus
agrorum_: “quia non solum tantum occupabat unusquisque, quantum colere
praesenti tempori poterat, sed quantum in spem colendi habuerat,
ambiebat„.

[528] LIV. IV, 59, 11; V, 7, 12; MARQUARDT J. _L’organisation militaire
chez les Romains_, trad. franç. Paris, 1891, p. 20.

[529] NITZSCH, op. cit., pp. 37 sgg.

[530] Ἀθην. πολ. c. 12.

[531] CIC., _De off_. II, 21, 73.

[532] VARRON, _R. R._ II, _Praef_.:..... in qua terra culturam agri
docuerunt pastores progeniem suam, qui condiderunt urbem, ibi contra
progenies eorum propter avaritiam contra leges ex segetibus fecit
prata.

COLUMELLA, _R. R._ I, _Praef_.:.. in hoc Latio et Saturnia terra,
ubi dii cultus agrorum progeniem suam docuerunt, ibi nunc ad hastam
locamus, ut nobis ex transmarinis provinciis advehatur frumentum, ne
fame laboremus.

[533] WISKEMANN H. _Die antike Landwirthschaft und das von Thünensche
Gesetz_. Leipzig, 1859, pp. 50 sgg.

[534] CATON., _de agr. cult_., 1, 7, ed. Keil.

[535] _R. R_. I, 7, 9.

[536] VARRON., _R. R._ I, 16, 3: itaque sub urbe colere hortos late
expedit, sic violaria et rosaria, item multa quae urbs recipit, cum
eadem in longinquis praediis, ubi non est quo deferri possit venale,
non expediat colere. WISKEMANN, op. cit., p. 40 sgg.

[537] VARRON., _R. R_. I, 7, 9.

[538] VARRON., _R. R_. I, 8, 2.

[539] COLUMELLA, _R. R_. IV, 3.

[540] VARRON., _R. R_. II, _Praef_. 5: Ex ea enim quaque fructus tolli
possunt non mediocres, ex ornithonibus ac leporariis et piscinis;
III, 4, 2; 7, 1 sgg.; 10, 1; 12, 1; COLUM. _R. R_. VIII, 1 sgg.; IX,
_Praef_.

[541] VARRON., _R. R_. III, 2, 14-15.

[542] _R. R_. III, 6, 1.

[543] COLUM., _R. R._ VIII, 8.

[544] VARRON., _R. R_. III, 16, 10.

[545] VARRON., _R. R._ I, 9, 3; 44, 1.

[546] _De agri cult._, 10.

[547] _De agri cult_., 11.

[548] VARRON., _R. R._ I, 18.

[549] VARRON., l. c.

[550] VARRON., _R. R._ II, 10, 10.

[551] _R. R._ II, 10, 11.

[552] VARRON., _R. R._ III, 17, 6.

[553] VARRON., _R. R._ II, 10, 1.

[554] POLYB., VI, 19, 2; SALL., Jugurt., 86, 2; MARQUARDT,
_Organisation militaire_, p. 142.

[555] POLYB., VI, 19, 2; SALL., Jugurt., 86, 2; MARQUARDT,
_Organisation militaire_, p. 142.

[556] VAL., Max., III, 4, 7.

[557] _R. R._ I, 17.

[558] DIOD. SIC., XXXIV, 2, 36, 38.

[559] BOEGER G., _De mancipiorum commercio apud Romanos_. Berol., 1841.
p. 25.

[560] WALLON, op. cit., II^2, pp. 34 sgg.

[561] WALLON, op. cit., II^2, pp. 82 sgg.

[562] LIV. XXVII, 10; CAGNAT R., _Étude historique sur les impôts
indirects chez les Romains_. Paris, 1882, p. 172.

[563] BOEGER, op. cit., p. 21; WALLON, op. cit., II^2, p. 159 sgg.;
ABIGNENTE, op. cit., p. 75; DUREAU DE LA MALLE, _Économ. polit. des
Romains,_ Paris, 1840, I, 147 sgg., 244.

[564] PLUT., Cat. maj, 4, 5.

[565] LIV., XXXIX, 44.

[566] APPIAN., _De bell. Mithr._, 78.

[567] LIV., X, 46, 5.

[568] MARQUARDT J., _De l’organisation financière chez les Romains_,
trad. franç. Paris, 1888, p. 27.

[569] MARQUARDT J., op. cit., p. 76.

[570] BÜCHER K., _Die Entstehung der Volkswirthschaft_. Tübingen, 1893,
p. 18.

[571] Dal POPMA (_De operis servorum_ ap. Polen. _suppl._ a Graevius,
vol. III), in poi, è stato molte volte fatto, sviluppato e completato
l’elenco delle diverse funzioni esercitate da’ servi nella casa. Cfr.
WALLON, op. cit., II^2, pp. 104 sgg.; VOIGT, _Privatalt_.^2, p. 388
sgg.; MARQUARDT, _La vie privée des Romains_, trad. franç. Paris, 1892,
I, pp. 160 sgg.

[572] BOEGER, op. cit., p. 4: Quot pascit servos? quaeritabat, primorum
Caesarum temporibus, quisquis alicuius fortunas exploraturus erat,
nec quisquam divitis nomine dignus habebatur, nisi centum vel ducentos
aleret... Cfr. SENEC., _de tranqu. anim._, 8; _Ep_. 17, 3-4; ATHEN.,
VI, p. 272.

[573] WALLON, op. cit., II^2, p. 141 sgg.

[574] _in Pis._ 27, 67.

[575] WALLON, op. cit., II^2, pp. 121 sgg.

[576] CATON., _De agri cult_., 4, 5; VARR., _R. R._, I, 17.

[577] _De agri cult._, 1, 3.

[578] _R. R._ I, 17.

[579] CAT. _de agri cult._, 2, 7.

[580] PÖHLMANN R., _Die Ueberbevölkerung_, etc., pp. 114 sgg.;
FRIEDLAENDER L., _Darstellungen aus der Sittengeschichte Roms in d.
Zeit von August bis zum Ausgang der Antonine_. Leipzig, 1888, Iº, p.
37.

[581] Dig. XXXV, 2, 68. EUSEB., _H. E._, VII, 21, 9; PÖHLMANN, l. c.;
HILDEBRAND, _Bevölkerungsstatistik im alter Rom_. (Jahr. f. N. O., VI,
91); BELOCH J., _Die Bevölkerung_, etc., pp. 41 sgg.

[582] LIV., IV, 30, 8: Volgatique contactu in homines morbi. Et prius
in agrestes ingruerant servitiaque. VIII, 22, 7; IX, 28, 6; X, 31, 8;
47, 6.

[583] FRIEDLAENDER, op. cit., I^2, pp. 39 sgg., con i testi ivi citati.

[584] LIV., II, 51-2; III, 31, 1; IV, 25, 4, etc.

[585] _De offic_., III, 6 e 23.

[586] WALLON, op. cit., II^2, p. 187 sgg.; KARLOWA, op. cit.

[587] _Dig_. XXIX, 5 L. 1, _De Senacons. Silaniano_. Cum aliter nulla
domus tuta esse possit, nisi periculo capitis sui custodiam dominis tam
ab domesticis quam ab extraneis praestare servi cogantur, ideo senatus
consulto introducti sunt de publica quaestione a familia necatorum
habenda. Cfr. TACIT., _Ann_. XIII, 32; XIV, 42-44.

[588] CAIRNES J. E., _The slave power_, pp. 56 sgg.

[589] COLUM., _R. R_. XII, 3; CAT., _De agri cult_., 2, 2.

[590] _R. R_. IV, 3.

[591] PLUT., _Cat. maj_., c. 21.

[592] BÜCHER K., _Die Aufstände der unfreien Arbeiter_, Frankfurt a.
M., 1874, p. 43. Cfr. ROSCHER, _Grundlagen d. Nationaloekonomie_, II, §
35.

[593] VARRON. _R. R_. I, 50; DUREAU DE LA MALLE, _Mém. sur
l’agricultore romaine depuis Caton le Censeur jusqu’à Columelle_ (Mém.
de l’Inst., XIII (1828), p. 458, 59.)

[594] DUREAU DE LA MALLE, op. cit., p. 439.

[595] WEBER M., _Die römische Agrargeschichte in ihrer Bedeutung für
das Staats- und Privatrecht_. Stuttgart, 1891, pp. 222 sgg.

[596] PLIN., _H. N_., XVIII, 7: ..... nihil minus expedire quam agrum
optime colere..... Bene colere necessarium est: optime, dannosum,
praeterquam subole, suo colono, aut pascendis.

[597] SERV. ad VIRG. _Georg._, I, 160: Tribula, genus vehiculi,
omni parte dentatum, unde teruntur frumenta, quo maxime in Africa
utuntur; MONGEZ, _Mém. sur les instrumens d’agriculture employés par
les anciens_ (Mém. de l’Inst., III, (1818), p. 42); MAGERSTEDT F. A.,
_Bilder aus dem römischen Landwirthschaft._ Sonderhausen, 1861, V, p.
245.

[598] COLUMEL., _De arborib_., 8.

[599] MONGEZ, op. cit., p. 56; MAGERSTEDT, op. cit., V, p. 142 sgg.

[600] PALLAD., _R. R._ VII, 2; MONGEZ, op. cit., p. 39; MAGERSTEDT, op.
cit., V, p. 240 sgg. Cfr. anche p. 238.

[601] CAES. _de bell. gall._, VI, 13.

[602] HEISTERBERGK B., _Die Entstehung des Colonats_. Leipzig, 1876,
pp. 73 sgg.

[603] _H. N._, XVIII, 7, 36: ....... Coli rura ab ergastulis pessimum
est et quidquid agitur a disperantibus.

[604] _R. R._ I, Pr.: ..... rem rusticam pessimo cuique servorum,
velut carnifici noxa dedimus.... Nunc et ipsi praedia nostra colere
dedignamur, et nullius momenti ducimus peritissimum quemque villicum
facere. Cfr. I, 1 e 7.

[605] COLUM., _R. R._ I, 3: Huc pertinet praeclara nostri poetae
sententia:

    Laudato ingentia rura. Exiguum colito.....

Tantum enim obtinendum est, quanto est opus: ut emisse videamur quo
potiremur, non quo oneremur ipsi atque aliis fruendum eriperemus, more
praepotentium qui possident fines gentium quos ne circumire quoque
valent, sed proculcantibus pecudibus et vastandos feris derelinquunt
aut occupatos nexu civium ergastulis tenent. PALLAD., _R. R._ I, 6 e 7.

[606] LIV., III, 15, 16.

[607] LIV., IV, 45: Annus felicitate populi Romani periculo potius
ingenti quam clade insignis. Servitia urbem ut incenderent distantibus
locis coniurarunt, populoque ad opem passim ferendam tectis intento
ut arcem Capitolium armati occuparent. Auertit nefanda consilia
Juppiter...; BÜCHER, _Aufstände_, etc., p. 24; MOMMSEN, _R. G_., I^8,
p. 448.

[608] BÜCHER, op. cit., pp. 29-9; MOMMSEN, _R. G._, I^8, p. 859.

[609] MOMMSEN, _R. G._ II^8, p. 77. Il BÜCHER (op. cit., p. 123) ne
contesta la data. Cfr. II, 69; POSID., fr. 15, presso ATHEN., XII, 542;
DIOD. SIC., XXXIV, XXXV, c. 2 sgg.; LIV. _Epitom_., 56, 58, 59; BÜCHER,
_Aufstände_, etc., pp. 95, 105 sgg.

[610] DIOD. SIC., XXXVI, c. 2; MOMMSEN, _R. G._ II^3, p. 132.

[611] DIOD. SIC., XXXIV, 2, 48.

[612] CIC. _in Verr._, A. S. III, 51, 120.

[613] CICCOTTI E., _Il processo di Verre_. Milano, 1895.

[614] DIOD. SIC., XXXIV-V, 2, 3.

[615] DIOD. SIC., XXXIV-V; Oros. V, 5, 9; VAL. MAX., II, 7, 9; IX, 12,
1; FLOR., II, 7, 7 (III, 19 ed. Halm.); BÜCHER, op. cit.; SIEFERT O.,
_Die Sklavenkriege_. Altona, 1860.

[616] DIOD. SIC., XXXVI e 3300: DIO CASS. 93, ed. Dindorf: FLOR., II,
7, 7 (III, 19), ed. Halm. e le opere prima citate.

[617] CICCOTTI E., _Il processo di Verre_. Milano, 1895, p. 227.

[618] PLUT., _Crass._, 8-11; APPIAN., _B. C._ I, 116-120; SALL., _fr._,
III, 67-81, Kr., OROS. V, 24.

[619] MOMMSEN, _R. G._ III^2, p. 84 sgg.

[620] LIV., I, 51, 2; II, 4, 5; II, 5; III, 15, 5; IV, 45, 1, etc.

[621] APPIAN., _B. C._, IV, 14.

[622] WALLON, op. cit., II^2, p. 186, con le autorità ivi citate.

[623] VIRG., _Eclog_. III, 16: WALLON, op. cit., II^2, pp. 268-9.

[624] WALLON, op. cit., II^2, p. 259, con le citazioni ivi addotte.

[625] OVID., _Amor_, I, XV, 17.

[626] WALLON, op. cit., II, p. 274.

[627] COLUMEL., _R. R._, I, 1: Nam qui longinqua ne dicam transmarina
rura mercantur, velut haeredibus patrimoniosus, vel quid gravius est,
vivi cedunt servis suis: quoniam quidem et illi tam longa dominorum
distantia corrumpuntur et corrupti post flagitia quae commiserunt, sub
expectatione successorum, rapinis magis quam culturis student.

[628] COLUM., _R. R_., I, 7: ... et maxime vexant servi qui boves
elocant, eosdemque et cetera pecora male pascunt, nec industrie terram
vertunt longeque plus imputant seminis iacti quam quod severint.

[629] VARR., _R. R._, I, 16, 3; COLUM., _R. R._, I, c. 8.

[630] PALLAD., _R. R._, I, 6, 2, ed. Schmitt.

[631] CATON., _De agri cult_., 2, 2: servos non valuisse, tempestates
malas fuisse, servos aufugisse, opus publicum effecisse...; _Colum._,
_R. R_., XII, _Praef_.

[632] PÖHLMANN R., _Die Ueberbevölkerung_, p. 38.

[633] SENEC., _Epist_., 47, 3; MACROB., _Sat._, I, 11.

[634] FABRETTI, _Inscript. ant._, X, 238: C. Aelius Asprenas Commodi
Caes. Negot. quo nemo mortem alacrius admisit quod a servorum suorum
servitute tandem liber evaderet. Hoc autem testam(ento) cavit posteris
inscribi. Bix(it). Ann. LVIII M. IX D. XI.

[635] CAIRNES, _The slave power_, p. 85.

[636] LIV., XXXIX, 44; PLUT., _Cat. maj_.; 18; NITZSCH, _Die Gracchen_,
pp. 127, 142.

[637] HERMES, XIX: MOMMSEN TH., _Die italische Bodentheilung und die
Alimentartafeln_, pp. 401, 405.

[638] _H. N._, XVIII, 35.

[639] GROM. VET., I, p. 53: FRONTIN., _de controv. agror._: Inter res
publicas et privatos non facile tales in Italia controversiae moventur,
sed frequenter in provinciis, praecipue in Africa, ubi saltus non
minores habent privati quam res publicae territoria. Cfr. HYG., _de
limitibus_, p. 116.

[640] WEBER M., _Römische Agrargeschichte_, pp. 67-8.

[641] MEYER E., _Untersuchungen zur Geschichte der Gracchen_. Halle a.
S. 1894 (_Sep. Abdr._), p. 15.

[642] PLUT., _Ti. Gracch_., c. 9.

[643] _Catil._, 20.

[644] CIC., _de off_., II, 21, 73.

[645] WEBER, _Agrargeschichte_, p. 112.

[646] WEBER, op. cit., p. 130 sgg.

[647] DELOUME A., _Les manieurs d’argent à Rome_. Paris, 1887, pp. 72
sgg.

[648] PLUT., _Crass_., 2.

[649] _B. C._, I, 7.

[650] MOMMSEN, _R. G_. II^8, p. 81.

[651] DUREAU DE LA MALLE, _Mém. sur l’agriculture romaine depuis Caton
le Censeur jusqu’à Columella_ (Mém. de l’Acad. des Inscript., XIII
(1828), p. 416 sgg.).

[652] DUREAU DE LA MALLE, _Économie polit. des Romains_, II, p. 245
sgg.; BELOCH J., _Die Bevölkerung_, pp. 415, 501.

[653] NITZSCH, _Die Gracchen_, p. 133.

[654] VI, 19, 2.

[655] MARQUARDT, _Organisation militaire_, p. 230.

[656] DIONYS., VII, 13; 27; IX, 59; PLUT., _Coriol_., 13; LIV., XXXVII,
46, 10.

[657] DE RUGGIERO E., _Le colonie dei Romani_. Spoleto, 1897, p. 62.

[658] NITZSCH, _Die Gracchen_, op. cit., pp. 74, 76, 135, etc.

[659] NITZSCH, op. cit., p. 60 sgg.

[660] DE RUGGIERO, _Le colonie_, p. 38.

[661] DE RUGGIERO, op. cit., pp. 128-9.

[662] DE RUGGIERO E., _Leges agrariae_ (in _Enciclopedia giuridica
italiana_, Vol. I, P. 2ª. Milano, 1884, pp. 737 sgg.), dove la
questione è largamente riassunta e discussa con la menzione de’ testi e
delle autorità ivi citate.

[663] DE RUGGIERO, op. cit., pp. 752 sgg.

[664] HERMES XXIII (1888); B. NIESE, _Die sogenannte
Licinisch-Sextische Ackergesetz_, pp. 410 sgg., p. 423.

[665] DE RUGGIERO, _Leges agrariae_, pp. 768 sgg., con le autorità ivi
citate.

[666] PLUT., _ib. Gr_., 14.

[667] DE RUGGIERO E., _Leges agrariae_, pp. 815, 817.

[668] APPIAN., _B. C_., I, 27: Καὶ ἡ στάσις ἡ τοῦ δευτέρου Γράκχου
ἐς τάδε ἔληγε νόμος τε οὐ πολὺ ὕστερον ἐκυρώθη, τὴν γῆν, ὑπὲρ ἧς
διαφέροντο, ἐξεῖναι πιπράσκειν τοῖς ἒχουσιν ἀπείρητο γὰρ ἐκ Γράκχου το
προτέρου καὶ τόδε. Καὶ εὐθὺς οἱ πλύοσιοι παρὰ τῶν πενήτων ἐωνοῦντο, ἤ
ταῖσδε ταῖς προφάσειν ἐβιάζοντο, καὶ περιῆν ἐς χεῖρον ἔτι τοῖς πένησι,
μέχρι Σπόριος Θόριος δημαρχῶν ἐσηγήσατο νόμον, τὴν μὲν γῆν μηκέτι
διανέμειν, ἀλλ’ εἴναι τῶν ἐκόντων, καὶ φόρους ὑπὲρ αὐτῆς τῷ δήμῳ
κατατίθεσθαι καὶ τὰδε τὰ χρὴματα χωρεῖν ἐς διανομάς. — DE RUGGIERO,
_Leges agrariae_, pp. 820-21.

[669] _C. I. L._, I, p. 175, n. 200; BRUNS^6, _Fontes_, pp. 74 sgg.; DE
RUGGIERO, op. cit., p. 821 sgg., 880 sgg.

[670] BRUNS^6, _Fontes_, p. 74, 3: [..... quem agrum locum] quoieique
de eo agro loco ex lege plebeive sc(ito) III vir sortito ceivi
Romano dedit adsignavit..... (Cfr. p. 76, 15). p. 75-7-8: ager locus
aedificium omnis quei supra scriptu[s est..... (134)..... extra eum
agrum locum de quo supra except]um cavitu[mve est, privatus esto...
(66/102)... eiusque locei agri aedificii emptio venditi]o ita, utei
ceterorum locorum agrorum aedificiorum privatorum est, esto; emsorque
queicomque erit fa[c]ito, utei is ager locus aedificium, quei e[x hace
lege privatus factus est, ita, utei ceteri agri loca aedificio privati,
in censum referatur.....].

[671] BRUNS^6, _Fontes_, p. 75, 5: [..... quod eius quisq]ue agri locei
publicei in terra Italia, quod eius extra urbem Romam est, quod eius
in urbe oppido vico est, quod eius III vir dedit adsignavit, quod...
(211/102)..... tum cum haec lex rogabitur habebit possidebit.....

[672] BRUNS^6, _Fontes_, p. 74, 1-2: Quei ager poplicus populi
Romanei in terram Italiam P. Mucio L. Calpur[nio cos. fuit, extra
eum agrum, quei ager ex lege plebeive sc(ito), quod C. Sempronius
Ti. f. tr(ibunus), pl(ebei) rogavit, exceptum cavitumve est nei
divideretur.... (150/82).., quem quisque de eo agro loco ex lege
plebeive scito vetus possessor sibei] agrum locum sumpsit reliquitve,
quod non modus maior siet, quom quantum unum hominem ex lege plebeive
sc(ito) sibei sumer[e relinquereve licuit...].

[673] BRUNS^6, _Fontes_, p. 78, 21-23: [agrum lo]cum publicum populi
Romanei de sua possessione vetus possessor prove vetere possessor[e...]

[674] BRUNS^6, _Fontes_, p. 76, 13-4: Quei ager locus publicus populi
Romanei in terra Italia P. Mucio L. Calpurnio cos. fuit, extra eum
agrum, quei ager ex lege plebive sc[ito quod C. Sempronius Ti. f.
trib. pl. rogavit, exceptum cavitumve est nei divideretur... (110)...
e]xtraque eum agrum, quem vetus possessor ex lege plebeive [scito
sibei sumpsit reliquitve, quod non modus maior siet, quam quantum unum
hominem sibei sumere relinquereve licuit, sei quis tum cum hae lex
rogabitur (45/102) agri colendi cau]sa in eum agrum agri iugera non
amplius XXX possidebit habebitve: [i]s ager privatus esto.

[675] BRUNS^6, _Fontes_, p. 83, 53 sgg.

[676] BRUNS^6, _Fontes_, p. 79, 24-6: [Agen locus quei sup]ra scriptus
est, quod eius agri locei post[h.] l. rog. publicum populei Romanei
erit, extra eum ag[rum locum, quei publico usui destinatus est vel
publice locatus est, in eo agro queive.]..... etc.

[677] WEBER M., _Römische Agrargeschichte_, pp. 114 sgg. Cfr. pp. 97,
104, 105.

[678] HIRSCHFELD O., _Die Getreideverwaltung i. d. römischen
Kaiserzeit_ (_Sep.-Abdr. aus Philologus._ Bd. XXIX, 111), pp. 2 sgg.;
MARQUARDT, _Organisation financière_, pp. 144 gg.

[679] WEBER M., _Röm. Agrargeschichte_, p. 69. Anm. 38: Es ist im
übrigen charakteristisch für das Bestehen des im Text behaupteten
Zusammenhangs dass sobald mit Vollendung der Expansion des römischen
Flurbezirkes und nachdem das zur Besiedelung bereitstehende Land
im wesentlichen vergeben war, die Testierfreiheit durch die Praxis
des Centumviralgerichtshofes vermittelst der Inofficiositätfiktion
beseitigt wurde.

[680] PLUT., _C. Gracch._, c. 7; APPIAN., _B. C._, I, 23: Ὁ δὲ
Γράκχος καὶ ὁδοὺς ἔτεμνεν ἀνὰ τὴν Ἰταλίαν μακράς, πλῆθος ἐργολὰβων καὶ
χειροτεχνῶν ὑφ’ ἑαυτῶ ποιούμενος...

[681] II, 28.

[682] III, 68: IX, 12.

[683] I, 56, 1; 59, 9; VI, 1, 6; 25; VIII, 19, 3.

[684] VARR., _R. R_. I, 17, 1.

[685] COLUM., _R. R._ I, 3:... Propter quod operam dandam esse ut
rusticos et eosdem adsiduos colonos retineamus cum aut nobismetipsis
non licuerit aut per domesticos colere non expediverit quod tamen non
evenit nisi in his regionibus quae gravitate coeli solique sterilitate
vastantur. — 7:..... In longinquis tamen fundis in quos non est
facilis excursus patrisfamilias, cum omne genus agri tollerabilius
est sub liberis colonis quam sub vilicis servis habere tum praecipue
frumentarium.

[686] CAT., _R. R_. 136-7.

[687] VARR., _R. R_. I, 17, 1: Omnes agri coluntur hominibus servis
aut liberis aut utrisque, liberis aut cum ipsi colunt, ut plerique
pauperculi cum sua progenie, aut mercenariis, cum conducticiis
liberorum operis res maiores, ut vindemias ac foenisicia, administrant,
iisque quos obaerarios nostri vocitarunt et etiam nunc sunt in Asia
atque in Aegypto et in Illyrico complures.

[688] SALLUST., _Cat_., 37, 7:..... iuventus, quae in agris manuum
mercede inopiam toleraverat. NITZSCH, _Die Gracchen_, pp. 184, 187
sgg.. 192, 194.

[689] VARRON, _R. R_. I, 17, 1: De quibus universis hoc dico, gravia
loca utilius esse mercenariis colere quam servis. Cfr. CAT., _R. R_.
14, 5.

[690] CATON., _R. R_. 136-7.

[691] CAT., _R. R_. 1, 3; 4, 6; VARRON, _R. R._ 16, 3.

[692] VARRON, _R. R._ I, 16, 3:..... item si ea oppida aut vici in
vicinia aut etiam divitum copiosi agri ac villae, unde emere possis
quae opus sunt in fundum, quibus quae supersunt venire possint, ut
quibusdam pedamenta aut perticae aut harundo, fructuosior fit fundus,
quam si longe sit imputanda, non numquam etiam, quam si colendo in
tuo ea parere possis. Itaque in hoc genus coloni potius anniversarios
habent vicinos quibus imperent medicos, fullones, fabros, quam in
villa suos habeant, quorum non nunquam unius artificis mors tollit
fundi fructum. Quam partem lati fundi divites domesticae copiae mandare
solent. Si enim a fundo longius absunt oppida aut vici fabros parant,
quos habeant in villa, sic ceteros necessarios artifices, ne de fundo
familia ab opere discedat ac profestis diebus ambulet feriata potius,
quam opere faciendo agrum fructuosiorem reddat.

[693] VARRON, _R. R_., l. c. — CAT., _R. R._ 1, 3:.. loco salubri,
operariorum copia siet, bonumque aquarium oppidum validum prope siet
aut mare aut amnis, qua naves ambulant aut via bona celebrisque.

[694] MOMMSEN, _R. G_. I^8, p. 196.

[695] GAMURRINI G. F., _Dell’arte antichissima in Roma_ (Bull.
dell’Istit. arch. germanico. Sez. Romana II (1887), pp. 221 sgg.).

[696] WALTZING J. P., _Étude hist. sur les corporations
professionnelles chez les Romains_. Bruxelles, 1895, I, p. 199.

[697] WALTZING, op. cit., I, p. 239 con le autorità ivi citate.

[698] SALLUST., _Bellum Jugurt_., 73, 6:..... plebes sic accensa, uti
opifices agrestesque omnes, quorum res fidesque in manibus sitae erant,
relictis operibus frequentarent Marium et sua necessaria post illius
honorem ducerent.

[699] WALTZING, op. cit., I, p. 86.

[700] WALTZING, op. cit., I, p. 88.

[701] CIC., _Pro dom_., 33, 89; _de pet. consul_., 8, 30; WALTZING, op.
cit., I, p. 86.

[702] MARQUARDT, _Vie privée des Romains_, II, pp. 31-2.

[703] _R. R._ 135: Romae tunicas, togas, saga, centones, sculponeas:
Calibus et Minturnis cuculliones, ferramenta, falces, palas, ligones,
secures, ornamenta, murices, catellas: Venafro palas. Suessae et
in Lucania plostra, treblae albae: Romae dolia, labra: tegulae ex
Venafro. Aratra in terram validam romanica bona erunt, in terram pullam
campanica: iuga romanica optima erunt: vomeris indutilis optimus erit:
trapeti Pompeis, Nolae ad Rufri maceriam: claves, clostra Romae: Romae,
urnae oleariae, urcei aquarii, urnae vinariae, alia vasa ahenea Capuae,
Nolae: fiscinae campanicae † eome utiles sunt. Funes subductarias,
spartum omne Capuae: fiscinas romanicas Suessae, Casino † optimae erunt
Romae.

[704] FREDLÄNDER J., _Darstellungen_, II^6, pp. 3 sgg.

[705] PAULY, _Real-Encycl. d. class. Alterthumw_. VI, p. 2545.

[706] MARQUARDT, _Organisation financière_, pp. 108 sgg.; PÖHLMANN R.,
_Die Ueberbevölkerung_, etc., pp. 114 sgg.

[707] CAIRNES, _The slave power_, pp. 71, 74.

[708] _R. R._ I, 3:..... qui possident fines gentium quos ne circumire
quoque valent, sed proculcantibus pecudibus et vastandis feris
derelinquunt; 7: operam dandam esse ut rusticos et eosdem assiduos
colonos retineamus, cum aut nobismetipsis non licuerit aut per
domesticos colere non expedierit, quod tamen non evenit nisi in his
regionibus quae gravitate coeli solique sterilitate vastantur.

[709] Vedi innanzi, pag. 60.

[710] CAIRNES, _The slave power_, p. 75.

[711] MARQUARDT, _Organisation financière_, pp. 144 sgg.

[712] SCHAEFFLE, _Das gesellschaftliche System d. menschlichen
Wirthschaft_ (3 Aufl.), II, p. 485; PÖHLMANN, _Die Ueberbevölkerung_,
p. 51.

[713] _Pro Roscio Comoed._, c. 10.

[714] PÖHLMANN, _Die Ueberbevölkerung_, pp. 38, 107, con le autorità
ivi citate.

[715] FRIEDLAENDER, _Darstellungen_, I^9, p. 882: Der karge Tagelohn,
der in Martials Zeit 6-1/4 Sesterzen zu betragen pflegte (eine
Summe die man einem Sklaven als Trinkgeld gab), die aber nebst den
übrigen Emolumenten für den Lebensunterhalt der Clienten nothdürftig
hinreichte.....

[716] CAIRNES, _The slave power_, pp. 75 sgg.

[717] FRIEDLAENDER, _Darstellungen_, I^6, pp. 379 sgg.

[718] Περι τῶν ἐπὶ μισθῶ συνόντων.

[719] PÖHLMANN, _Die Ueberbevölkerung_, pp. 38, 82 sgg.

[720] SCHEEL V. H., _Die wirthschaftlichen Grundbegriffe im Corpus
juris civilis_ (ne’ _Jahrbücher für Nationalökonomie und Statistik_
hrg. von BR. HILDEBRAND, IV (1866), p. 337).

[721] PLUT., _Cat. maj_, c. 21.

[722] _Jurisprudentiae antehadrianae quae supersunt_ ed. P. Bremer.
Lipsiae, 1896, pp. 185, 208; D. 40, 7, 14; D. 13, 6, 5, 7.

[723] PLUT., _Crass_, 2; PÖHLMANN, _Die Uerberbevölkerung_, p. 89:
So kaufte Crassus allein ein halbes Tausend unfreier Bautechniker und
Bauhandwerker auf um sie wieder an Bauunternehmen zu vermiethen, die
sich durch derartegewiss nich vereinzelt dastehende Speculationen nicht
selten genöthigt sehen mochten, neben Monopolpreise der Baustellen
auch noch solche der Arbeitskrafte in den Kauf zu nehmen (_Annuar_, k.
3). Plutarch bemerkt ausdrücklich a. a. O.: τουσούτους δὲ κεκτηυένος
τεχνίτας οὐδὲν ῷκοδόμνησεν αὐτὸς ἢ τὴν ἰδίαν οἰκίαν, ἀλλ’ἔλεγε τοὺς
φιλοικοδόμους αὐτοὺς ὑφ’ ἑαυτῶv καταλύεσθαι χωρὶς ἀνταγωνιστῶν. Diese
Worte haben Drumann (_R. G._ IV, 111), RODBERTUS (_Untersuchungen
auf dem Gebiete der Nationalökonomie des class Alterthums, Jahrb. f.
Nationalök. und Statist._, 1865, S. 300), MARQUARDT (Privatleben, I,
159), übersehen und lassen daher Crassus selbst die abgebrannten und
eingestürzten Häuser wiederaufbauen und vermiethen, so dass das so
bedeutungsvoll Moment des Baustellenwuchers ganz verschwindet.

[724] KARLOWA, _R. R. G._ II, 1, pp. 111 sgg.; JHERING, _Geist. d. r.
R._ II, 1, pp. 185 sgg.

[725] KARLOWA, op. cit., II, 1, p. 112.

[726] MANDRY G., _Das gemeine Familiengüterrecht_, Tübingen, 1876, II,
p. 29; PERNICE A., _M. Antistius Labeo_. Halle, 1873, I, 149.

[727] BREMER, _Jurisprudentia antehadriana_, p. 170; D. 33, 7, 12, 3-6.

[728] BREMER, op. cit., p. 201 (D. XV, 3 e 16). _Alfenus libro secundo
Digestorum_. Quidam fundum colendum servo suo locavit et boves ei
dederat. Cum hi boves non essent idonei, iusserat eos venire et his
nummeis quoi recepti essent alios reparari. Servus boves vendiderat
nummos venditori non solverat, postea conturbaverat. Qui boves
vendiderat, nummos a domino petebat actione de peculio aut quod in rem
domini versum esset etc.

[729] Per gli schiavi ne darebbe una prova il fr. 14, pr. _de statal_.
40, 7; per i liberti lo attesta DOSITEO, _Hadr. sent. et ep_., § 8, p.
9 Böcking.

[730] PERNICE, op. cit., p. 136.

[731] SCHEEL V. H., _Die wirthschaftliche Grundbegriffe im Corpus juris
civilis_ (Jahrbücher f. Nationalökon. und Statistik herausg. von BR.
HILDEBRAND IV, Jahrg. I, Bd. (1866), p. 337).

[732] Die Naturalwirlhschaft wurde zur Geldwirtshchaft.

[733] COSTA E., _Il diritto privato romano nelle comedie di Plauto_.
Torino 1890, p. 108 sgg., con tutti i testi ivi citati; JHERING
R., _Geist. d. römischen Rechts auf den verschiedenen Stufen seiner
Entwickelung_, II, Th., I, Abth. Leipzig, 1854, p. 185.

[734] _De agri cult._, 2, 7: ..... servum senem, servum morbosum et
siquid aliut supersit vendat.

[735] _Cat. maj._, 5, 2.

[736] SUET., _Div. Claud_., c. 25.

[737] WALLON, op. cit., II^2, p. 397 sgg.

[738] D. XXXVIII, 1, 9: Operae in rerum natura non sunt. Sed officiales
quidem futurae nec cuiquam alio deberi possunt quam patrono, cum
proprietas eorum et in edentis persona et in eius cui eduntur
consistit: fabriles autem aliaeve eius generis sunt, ut a quacumque
cuicumque solvi possint. Sane enim, si in artificio sunt, iubente
patrono et aliis edi possunt; LEMONNIER H., _Etude historique sur la
condition privée des affranchis aux trois premiers siècles de l’empire
romain_. Paris, 1887, p. 120 sgg., 144 sgg.; KARLOWA, _R. R._ II, 1,
pp. 145 sgg.

[739] KARLOWA, _R. R. G._ II, 1, pp. 142 sgg.; LEMONNIER H., _Étude
historique sur la condition des affranchis aux trois premiers siècles
de l’Empire romain._ Paris, 1887, pp. 101 sgg., con le autorità da loro
citate.

[740] LEMONNIER, op. cit., pp. 120 sgg.; KARLOWA, II, 1, pp. 144-5.

[741] _D_. XXXVIII, 1, _De operis libertorum_; KARLOWA, _R. R. G_.,
II, 1, p. 145: Bei den Freigelassenen werden _operae officiales_ und
_operae fabriles_ unterschieden. Die officiales erklären Burchardi
für Ehrendienste, Danz für die der Person des Patrons zu leistenden
Ehren und Liebesdienste, Keller für Aufwartung und Ehrendienste,
mehr persönlichindividueller Natur, Zimmern und Mühlenbruch für
häusliche Dienste, Rein für persönliche, die Person oder den Haushalt
der Patronus betreffenden Dienste, Küntze für die Dienstleistungen,
wie sie zum geselligen Luxus vornehmer Römergehörten. Dem gegenüber
werden dann die _fabriles_ als Handwerkmässige und künstlerische,
kunstartige Verrichtungen charakterisiert. Nach Leist, welcher sich
in seinem Werk über das romische Patronatsrecht am ausführlichsten
über den Gegensatz auslässt, sind _operae officiales_ solche Dienste,
welche innerhalb der Grenzen und der Grundgedankens des _officium_
sich halten, _officium_ aber ist Handeln in Gemässheit eines der
Person des andern (hier des Patrons) in jedem konkreten Fall zum
Dienen sich sittlich Verbundenfühlens. _Fabriles_ dagegen sind nach
Leist die über das Gebiet des _officium_ hinausliegenden Dienste,
zu welchen die Freilasser in nicht zu billigender, egoistischer
Weise die Freigelassenen anheischig machten, zu welchen nur Dienste
gehörten, die die Erlernung eines gewissen Artificiums erfordeten.
Dabei bleibt nur die Frage welche Dienste liegen denn innerhalb des
_officium_, welche nicht, zumal da von Leist angenommen wird, dass
auch artificiale Dienste sich innerhalb des _officium_ halten und ganz
im guten Geist des Patronatsrecht auferlegt werden konnten. Als zum
_officium_ des immer nach im weitern Sinne zur _familia_ des Patrons
gehörigen Freigelassenen sah man es an, auf die Person, die Familie,
das Hauswesen, den Freundkreis des Patrons bezügliche Dienste zu
leisten auch wenn solche Kunstfertigkeit voraussetzten. Dahin gehören
also keineswege blos häusliche, d. h. im Innern des Hauses zu leistende
Dienste, auch nicht bloss Ehrendienste oder gar bloss zum geselligen
Luxus vornehmer Römer gehörende Dienste. Sie sind von unbestimmter
Mannigfaltigkeit, nur müssen sie dem Patron seinen ganzen Verhältnissen
nach (für seine Person, seine Familie, sein Hauswesen, seine Freunde)
einen Nutzen gewähren; wie sie der libertus seiner Individualität und
Ausbildung nach zu leisten vermag; die _proprietas eorum_, wie Ulpian,
l. 9, § 1, D. de op. lib. 38, 1 treffend sagt, _et in edentis persona
et in eius cui eduntur consistit_.

[742] KARLOWA, op. cit., p. 146: Die _operae fabriles_ dagegen sind
bestimmte Leistungen, zu deren Vornahme Ausbildung in dem betretfenden
Kunst gehört, ganz ohne Rücksicht darauf ob dieselben gerade dem Patron
seinen Verhältnissen nach dienlich sind oder nicht. Diese innere
Verschiedenheit der _operae officiales_ und _fabriles_ prägte sich
juristisch zunächst in der Art aus, wie sie zugesagt wurden.

[743] GAII, _Inst_. III, 39-42, ed. Huschke: Nunc de libertorum bonis
videamus. Olim itaque licebat liberto patronum suum in testamento
praeterire... Qua de causa postea praetoris edicto haec iuris iniquitas
emendata est: sive enim faciat testamentum libertus, iubetur ita
testari, ut patrono suo partem dimidiam bonorum suorum relinquat, et
si aut nihil aut minus quam partem dimidiam reliquerit, datur patrono
contra tabulas testamenti partis dimidiae bonorum possessio; si vero
intestatus moriatur suo herede relicto adoptivo filio (vel) uxore,
quae in manu ipsius esset, vel nuru, quae in manu filii eius fuerit,
datur aeque patrono adversus hos suos heredes partis dimidiae bonorum
possessio.... Postea lege Papia aucta sunt iura patronorum.......;
LEMONNIER, op. cit., pp. 116 sgg.; KARLOWA, op. cit., l. c. CICCOTTI
E., _Il processo di Verre_. Milano, 1895, pp. 100 sgg.

[744] _D_. XXXVIII, 1, 25: Patronus qui operas liberti sui locat,
non statim intellegendus est mercedem ab eo capere: sed hoc ex genere
operarum, ex persona patroni atque liberti colligi debet. Nam si quis
pantomimum vel archimimum libertum habeat et eius mediocris patrimonii
sit ut non aliter operis eius uti possit quam locaverit eas, exigere
magis operas quam mercedem capere existimandus est. — _D_. XXXVIII,
1, 27: Si libertus artem pantomimi exerceat, verum est debere eum non
solum ipsi patrono, sed etiam amicorum ludis gratuitam operam praebere:
sicut eum quoque libertum, qui medicinam exercet, verum est voluntate
patroni curaturum gratis amicos eius. Neque enim oportet patronum, ut
operis liberti sui utatur, aut ludos semper facere aut aegrotare.

[745] _D_. XXXVIII, 1, 16.

[746] _D_. XXXVIII, 1, 38: Si tamen libertus artificium exerceat, eius
quoque operas patrono praestare debebit, etsi post manumissionem id
didicerit. Quod si artificium exercere desierit, tales operas edere
debebit, quae non contra dignitatem eius fuerint, velut ut cum patrono
moretur, peregre proficiscatur, negotium eius exerceat.

[747] _D_. l. c.: Hae demum impositae operae intelliguntur, quae
sine turpitudine praestari possunt et sine periculo vitae. Cfr. _D_.
XXXVIII, 1, 16.

[748] _D_. XXXVIII, 1, 33: JAVOLENUS _libro sexto ex Cassio_. Imponi
operae ita, ut ipse libertus se alat, non possunt.

[749] _D_. XXXVIII, 1, 18-19: Suo victu vestituque operas praestare
debere libertum Sabinus ad edictum praetoris urbani libro quinto
scribit: quod si alere se non possit, praestanda ei a patrono alimenta
(_19_ GAIUS _libro quarto decimo ad edictum provinciale_) aut certe ita
exigendae sunt ab eo operae, ut his quoque diebus, quibus operas edat,
satis tempus ad quaestum faciendum, unde ali possit, habeat.

[750] BREMER, _Jurisprud. antehadrianae_, pp. 60-61, 180, 282.

[751] BREMER, op. cit., pp. 43, 235; _D_. XXXVIII, 2, 1... Namque,
ut Servius scribit, antea soliti fuerunt a libertis durissimas res
exigere, scilicet ad renunciandum tam grande beneficium, quod in
libertos confertur, cum ex servitute ad civitatem Romanam perducuntur.
Et quidem primus praetor Rutilius edixit se amplius non daturum patrono
quam operarum et societatis actionem, videlicet si haec pepigisset,
ut, nisi ei obsequium praestaret libertus, in societatem admitteretur
patronus.

[752] LEMONNIER, op. cit., pp. 39 sgg., con le autorità ivi citate.

[753] GAI, _Inst_., I, 42-4; LEMONNIER, op. cit., pp. 53 sgg.

[754] DIO. CASS., LV, 13; GAI, _Inst._, I, 16-8; ULPIAN, _Fragm_., I,
12, ed. Huschke; LEMONNIER, op. cit., pp. 48 sgg.

[755] GAI, _Inst_., III, 56; LEMONNIER, op. cit., pp. 59 sgg.

[756] LEMONNIER, op. cit., 51.

[757] LEMONNIER, op. cit., pp. 43, 61.

[758] GAI, _Inst_., I, 46.

[759] BREMER, _Jurisprud. antehadr._, pp. 171, 180, 234, 384, etc.

[760] VOIGT M., _Röm. Rechtsgesch._, pp. 641, 657.

[761] COSTA E., _Il diritto romano nelle commedie di Plauto_. Torino,
1890, pp. 378 sgg., con i testi ivi citati.

[762] C. 5, 4; 144-46.

[763] KARLOWA, op. cit., II, 2, p. 644 sgg.

[764] CATON., _De agri cult_., 136: Politionem quo pacto partiario dari
oporteat; 136: Vineam curandam partiario....

[765] CATON., _De agri cult_., 144-5; BECKKER E. J., _Ueber die
leges locationis bei Cato de re rustica_ (in _Zeitschrift für
Rechtsgeschichte_ herausg. von Rudorff, Bruns, etc., III, 2, 3), p.
428.

[766] BEKKER, l. c.

[767] Vedi sopra, pp. 124, sgg.

[768] CATON., _De agri cult_., 14, 3: hae rei materiem et quae opus
sunt dominus praebebit et ad opus dabit.... — 16: ... dominus lapidem,
ligna ad fornacem, quod opus siet, praebet; BÜCHER K., _Gewerbe_
(_Handwörterbuch d. Staatswissenschaften_ herausg. von CONRAD, LEXIS,
ELSTER und LOENING. Jena, 1892, III Bd.), p. 931 sgg.

[769] BEKKER, op. cit., pp. 430-1.

[770] CATON., _De agri cult_., 144, 4: nequis concedat, quo olea
legunda et faciunda carius locetur, extra quam siquem socium in
praesentiarum dixerit. Cfr. 144, 5; 145, 3; BEKKER, op. cit., l. c.;
MOMMSEN presso BEKKER, p. 432; KARLOWA, _R. Rechtsgesch._, II, 2, p.
650.

[771] KARLOWA, _R. Rechtsgesch_., II, 2, p. 644: Es wird zur Zeit
jener häufiger vorgekommen sein, dass ein römischer Bürger, welcher
keine genügende Anzahl von Sklaven hatte, arme Freie _servorum
loco in operis_ gegen eine _merces_ hatte. Solche _mercennarii_,
welche auch ihre _operae_ wohl schlechthin, so dass dem _conductor_
die Bestimmung der Art derselben zustand, zu vermieten pflegten,
gehörten zur Hausgenossenschaft des _conductor_. Dieses hatte einmal
eine grössere faktische Abhängigkeit des _mercennarius_ zur Folge,
es konnte aber auch rechtliche Folgen haben: Vorteile, an welchen
die Hausgenossenschaft des Hausherrn teilnehmen darf, kommen auch
solchen _mercennarii_ zu gute [L. 4, pr. D. de usu et habit. 7, 8],
nur von solchen gilt der Satz, dass aus einem von ihnen gegen den
_conductor_ verübten _furtum_ die _actio furti_ nicht entstehe [L. 90
(89) D. de furtis 47, 2. Vgl. auch l. 11, § 1, D. de poenis 48, 19],
denn man schrieb wohl dem Hausherrn solchen, aber auch nur solchen,
_mercennarii_ gegenüber eine Disziplinarbefugniss, wie gegenüber
Freigelassenen und Klienten, zu.

[772] CATON., _De agr. cult_., 144, 2: Qui oleam legerint, omnes
iuranto ad dominum aut ad custodem sese oleam non subripuisse neque
quemquam suo dolo malo ea oletate ex fundo L. Manli. Qui eorum non
ita iuraverit, quod is legerit omne, pro eo argentum nemo dabit, neque
debebitor. Cfr. 145, 2.

[773] CATON., _De agr. cult_., 14, 5.

[774] CATON., _De agri cult_., 144, 2-3: Scalae ita ut datae erunt,
ita reddito, nisi quae vetustate fractae erunt. Si non [erunt] reddet,
_aequom solvito, id viri boni_ arbitratu deducetur. Siquid redemptoris
opera domino damni datum erat, resolvito: id viri boni arbitrato
deducetor; 146, 3: Vasa, torcula, funes, scalas, trapetos, et siquid
aliut datum erit, salvo recte reddito, nisi quae vetustate fracta
erunt, si non reddit, aequom solvito.

[775] CATON., _De agri cult_., 144, 3: Legulos, quot opus erunt,
praebeto et strictores. Si non praebuerit, quanti conductum erit aut
locatum erit, deducetur: tanto minus debebitur.

[776] CATON., _De agri cult_., 145: Si operarii conducti erunt aut
facienda locata erunt, pro eo resolvito aut deducetur. — 146, 3: Si
emptor legulis et factoribus, qui illic opus fecerint, non solverit,
cui dari oportebit, si dominus volet, solvat. Emptor domino debeto et
id satis dato proque ea re ita ut s. s. e. ita pignori sunto.

[777] CATON., _De agri cult_., 145. Homines eos dato, qui placebunt
_domino_ aut custodi aut quis eam oleam emerit. Cfr., in quanto può
trovare applicazione, 145, 3: Socium nequem habeto, nisi quem dominus
iusserit aut custos. Sul significato di _homines_ cfr. BEKKER, op.
cit., p. 430. Per l’epoca imperiale cfr. C. I. L. X, 3948 vs. 5: suas
operas sanas va[le]ntes. — IX 3948, XI 3949. — BRUNS, _Fontes_^8, p.
328.

[778] CATON., _De agri cult_., 144, 4-5: Nequis concedat, quo olea
legunda et faciunda carius locetur, extra quam siquem socium in
praesentiarum dixerit. Siquis adversum ea fecerit, si dominus aut
custos volent, iurent omnes socii. Si non ita iuraverint, pro ea olea
legunda et faciunda nemo dabit neque debebitur ei qui non iuraverit.

[779] BEKKER, _Ueber die leges locationi_s, etc., p. 431 sgg. —
MOMMSEN, ivi, p. 432. — KARLOWA, op. cit., II, 2, p. 650-1.

[780] GAI, _Instit_., ed. HUSCHKE, II, 79: Quidam materiam et
substantiam spectandam esse putant, id est, ut cuius materia sit,
illius et res, quae facta sit, videatur esse, idque maxime placuit
Sabino et Cassio; alii vero _eius rem_ esse putant, qui fecerit, idque
maxime diversae scholae auctoribus visum est.....; OERTMANN P., _Die
Volkswirthschaftslehre der Corpus juris civilis_. Berlin, 1891, p. 135
sgg.

[781] BÜCHER K., _Gewerbe_ (_Hdwb. d. Staatsw._, Bd. III), p. 931:
Auf die Haufigkeit des gewerblichen Lohnwerkes deutet endlich noch
die berühmte Streitfrage der Juristenschulen über den Eigenthümer des
Fabrikates bei der Stoffumwandlung (specificatio), wenn der Verarbeiter
nicht zugleich Eigenthümer des Materiales war.....

[782] GAI, _Inst_., II, 77 sgg.

[783] GAI, _Inst_., II, 78-79.

[784] OERTMANN, op. cit., p. 123: Erst in späterer Zeit und im
Gegensatz zu der altnationalen Rechtsbildung ist im römischen Recht
eine Anerkennung der Bedeutung und der Ansprüche der redlichen Arbeit
zur Durchbruch gelangt....... l. 52, § 2, 7; l. 80, D. XVII, 21, § 2,
S. III, 25:..... quia saepe opera alicuius pro pecunia valet; l. 52, §2
cit.: pretium enim operae artis est velamentum. — Diese Citate in denen
in ziemlich klaren Weise der Arbeit ein Wert (pretium) zugesprochen
wird und für unseren Zweck von den erheblichsten Interesse, zumal
sie uns zum Theil schon von den Ansichten republikanischen Junsten
referieren.

[785] OERTMANN, op. cit., p. 125: Während ursprünglich eine
Entschädigung wegen Verletzung freier Menschen nach dem Grundsatz
“liberum corpus nullam recipit aestimationem„ unzulässig war, wurde in
der Kaiserzeit — DERNBURG, II, § 132, meint: etwa seit Hadrian — die
actio legis Aquiliae analog auf diese Fälle ausgedehnt, so Ulpian in l.
7, pr. D., IX, 2 (quominus ex operis filii sit habiturus) und l. 13 pr.
eodem; Gaius in l. 7, D. IX, 3 (mercedes operarum, quibus caruit) und
l. 3, D. IX, 1.

[786] VOIGT M., _Die XII Tafeln,_ II, p. 283 sgg.

[787] IV, 23.

[788] LIV., I, 8, 6:..... eo ex finitimis populis turba omnis sine
discrimine, liber an servus esset, avida novarum rerum perfugit, idque
primun ad coeptam magnitudinem roboris fuit.

[789] LIV. IX, 467; NITZSCH, _Die Gracchen_, pp. 70-71.

[790] HORAT., _Sat_., I, 6, vss. 45-6:

    “Nunc ad me redes libertino patre natum
    Quem rodunt omnes libertino patre natum.

LEMONNIER, op. cit., pp. 254 sgg.

[791] VAL. MAX., VIII, 6, 2; PLUT., _Syll_., 9; APPIAN., _B. C._, I,
100; SALLUST., _Cat_., 24; WALLON, op. cit., II, p. 318 sgg.

[792] LIV., XXII, 57, 11. Cfr. XXVII, 38; XXVIII, 46; WALLON, op. cit.,
II. p. 483.

[793] MARQUARDT, _Vie privée des Romains_, I, p. 190 sgg.

[794] JHERING, _Geist d. röm. Rechts_, II Th., 1 Abth., p. 187.

[795] COSTA, _Il diritto romano privato nelle commedie di Plauto_.
Torino, 1890, p. 94, con i testi ivi citati.

[796] KNIEP F., _Societas publicanorum_. Jena, 1896, p. 65 sgg.

[797] DIOD. SIC., XXXIV, 2, 48.

[798] TACIT., _Ann_., XIII, 23; WALLON, op. cit., II^2, p. 427.

[799] IV, 23.

[800] _Ann_., XIV, 42.

[801] _R. R._, IV, 3.

[802] PLUT., _Cat. maj._, 21.

[803] _R. R._, I. 17, 5.

[804] _R. R._, I, 8.

[805] _R. R._, I, 8.

[806] _R. R._, XII, 3.

[807] MOMMSEN, _Droit public romain_, trad. fr. VI, 2, pp. 36-40.

[808] HIRSCHFELD O., _Untersuchungen auf dem Gebiete der roemischen
Verwaltungsgeschichte._ Berlin, 1877, I, pp. 30-3, 242; _Friedlaender_,
_Darstellungen_, I^6, pp. 171 sgg., 192 sgg.

[809] HIRSCHFELD, op. cit., pp. 248 sgg.; FRIEDLAENDER, op. cit., I^6,
pp. 82-3 sgg., 185 sgg.

[810] _Paneg_., c. 88.

[811] FRIEDLAENDER, _Darstellungen_, I^6, p. 88 sgg., con i testi ivi
citati.

[812] HIST. AUG. _Anton. Heliog_., c. 11: Fecit libertos praesides,
legatos, consules, duces, omnesque dignitates polluit ignobili late
hominum perditorum; — c. 6: Vendidit et honores et dignitates et
potestatem, tam per se quam per omnes servos et libidinis ministros.

[813] HIST. AUG. _Hadr_., c. 9, 16.

[814] _Paneg._, 88.

[815] FRIEDLAENDER, _Darstellungen_, I^6, p. 101.

[816] FRIEDLAENDER, _Darstellungen_, I^6, p. 96.

[817] FRIEDLAENDER, _Darstellungen_, I^6, pp. 126 sgg. — ERMAN H.,
_Servus vicarius, l’esclave de l’esclave romain_. Lausanne, 1896, pp.
391 sgg.; pp. 436 sgg. e passim.

[818] ALLARD P., _Les esclaves chrétiens_. Paris, 1876, pp. 286 sgg.

[819] MOMMSEN, _Droit public romain_, trad. franç., VI, 2, p. 13.

[820] DION. CASS., LIV, 16; LVI, 7; D. XXIII, 2, 23.

[821] TACIT., _Ann_., XII, 53: Inter quae refert ad patres de poena
feminarum, quae servis coniungerentur; statuiturque ut ignaro domino ad
id prolapsae in servitute, cui consensisset pro libertis haberentur.
— SUET. _Vespas_., c. 11: Libido atque luxuria coercente nullo
invaluerat: auctor senatus fuit decernendi ut quae se alieno servo
iunxisset, ancilla haberetur..... Cfr. Cod. THEOD., IV, 11, 1; Cod.
Just., VII, 24.

[822] _CIL_. IX, 154, 507, 872, 989, 1853, 2507, 2728, 2877, 3057,
3680. Cfr. anche 910, 1267, 2687, 2724, 2760, 3763; XII, 724, 901,
2839, 3231, 3310 add., 3601, 3751, 4465, 4502, 4993.

[823] _CIL_. IX, 888; XIV, 2832, 3920.

[824] _CIL_. IX, 1884; X, 593; XII, 682_a_, 3446, 3782, 3801; XIV, 218,
357, 396, 564, 881, 1654, 2522.

[825] FRIEDLAENDER, _Darstellungen_, II^6, pp. 3 sgg., con le autorità
ivi citate.

[826] Cfr. VOIGT M., _Jus naturale aequum et bonum_, IV, pp. 22 sgg.

[827] KARLOWA, _R. R. G._, I, pp. 616 sgg.

[828] KARLOWA, op. cit., I, pp. 646 sgg.; pp. 657 sgg.

[829] Vedi sopra pp. 25 sgg.; PETRON., _Satyr._, 71, 1: Amici et servi
homines sunt, et aeque unum lactem biberunt etiamsi illos malus fatos
(_sic_) oppresserit...

[830] D. _de stat. hom._, I, 5, l. 4, § 1: Servitus est constitutio
juris gentium qua quis domino alieno [_contra naturam_] subicitur. —
D. L, 17, l. 32 ULPIAN.: Quod attinet ad jus civile, servi pro nullis
habentur: non tamen et jure naturali, quia, quod ad jus naturale
attinet, omnes homines aequales sunt. Cfr. SCHNEIDER, _Zur Gesch. der
Sclaverei im alten Rom_, pp. 41 sgg., p. 52.

[831] SUETON., _Claud_., 25. — GAI, _Inst_. I, 52-3. — SCHNEIDER, op.
cit., p. 22.

[832] WALLON, op. cit. III^3, pp. 56 sgg.; SCHNEIDER, op. cit., pp. 22
sgg; ABIGNENTE, op. cit., p. 101.

[833] D., I, 6, 2: Divus etiam Hadrianus Umbriciam quandam matronam in
quinquennium relegavit, quod ex levissimis caussis ancillas atrocissime
tractasset.

[834] D., l. c.

[835] D., XLVIII, 8.

[836] SUET., _Domit_., c. 7; _Dig._, XLVIII, 8, 4: Nemo enim liberum
servumve invitum ementem castrare debet.

[837] HITZIG H. F., _Die Stellung Kaiser Hadrians in der römischen
Rechtsgeschichte_. Zürich, 1892, p. 6.

[838] D., II, 4, 10, § 1; I, 12, 8, §§ 8-9.

[839] D., XLVIII, 18, §§ 1-2.

[840] _Cat. maj._, c. 5, 2.

[841] D., XI, 7, 2 pr.: Locum in quo servus sepultus est religiosum
esse Aristo ait.

[842] D., XXIII, 3, 10, § 2; XXXIII, 7, 2, 5-7; XXI, 1, 35; XXXII, 41,
2; ERMAN, _Servus vicarius_, p. 444, n. 1.

[843] ORELLI, _I. L._, 2846: Ita contubernales honestiore coniugum
nomine sexcenties utuntur in inscriptt. — ALLARD, op. cit., 271.

[844] PLIN., _Epist_., VIII, 16: ..... permitto servis quoque quasi
testamenta facere eaque ut legitima custodio. Mandant rogantque quod
visum; pares ut jussus. Dividunt, donant, relinquunt dumtaxat intra
domum. — SCHNEIDER, op. cit., 28.

[845] GIBBON E., _The decline and fall of the Roman Empire_. London,
1893, I, Chap. 11, p. 45. — LANGE, _Hist. du matérialisme_, I, p. 465.

[846] SCHNEIDER, op. cit., pp. 28 sgg. — WALLON, op. cit., III^2, pp.
62 sgg.

[847] WALLON, op. cit., III^2, p. 62, 67 sgg., con i fonti giuridici
ivi citati.

[848] WALLON, op. cit., III^2, pp. 71 sgg.

[849] D. L. 17, 20: _Pomponius libro septimo ad Sabinum_. Quotiens
dubia interpretatio libertatis est, secundum libertatem respondendum
erit.

[850] IUST., _Inst._, III, 11, 1.

[851] COD. IUST., _de fide com._, lib. VII, 4, 1-2; SCHNEIDER, op.
cit., pp. 35, 49, n. 44.

[852] COD. IUST., VII, 22, 1-2.

[853] SCHNEIDER, op. cit., pp. 34, 51, n. 62, con le autorità ivi
citate.

[854] IUST., _Inst._, III, 11, 1.

[855] SUET., _Claud._, c. 25.

[856] D., XXXVII, 14, 7: Divus Vespasianus decrevit, ut si qua hac lege
venierit, ne prostitueretur et, si prostituta esset, ut esset libera,
si postea ab emptore alii sine condicione veniet ex lege venditionis
liberam esse et libertam prioris venditoris.

[857] FRIEDLAENDER, _Darstellungen_, III^6, pp. 509 sgg.; 661 sgg.

[858] FRIEDLAENDER, op. cit., III^6, p. 516, e ZELLER, _Philosoph. d.
Griech._ ivi citato.

[859] ENGELS F., _Contribution à l’histoire du Christianisme primitif_
(_Le devenir social_, I, 2), p. 147.

[860] ORIGEN., _c. Cels._, III, 50, 55. Cf. anche PÉLAGAUD E., _Un
conservateur au second siècle_. Paris, 1879, pp. 313 sgg.

[861] CICCOTTI E., _Psicologia del movimento socialista_ (nel _Pensiero
italiano_, vol. XXII), p. 265.

[862] ALLARD P., _Les esclaves chrétiens_, pp. 245 sgg.

[863] ALLARD, _Les esclaves chrétiens_, p. 250-1: Un des récits les
plus anciens de l’époque des persécutions est la célèbre lettre sur les
martyrs de 177 écrite par les Églises de Lyon et de Vienne à celles
d’Asie et de Phrygie (EUSEB., _H. E._, V, 1 sgg.)... On y voit des
accusations terribles portées contre les chrétiens de Lyon par leurs
esclaves païens.... (N. 1). Quelque temps après, S. Epipode et S.
Alexandre furent encore, à Lyon, dénoncés par leurs esclaves. _Passio
SS. Epipodii et Alexandri_, ap. RUINART, _Acta sincera_, p. 63. —
Autres exemples d’attachement des esclaves au paganisme: sous Commode,
le sénateur chrétien Apollonius est dénoncé par un esclave: EUSÈBE,
_H. E._, V, 21; Saint Basile montre en Cappadoce, pendant la dernière
persécution, “les esclaves insultant leurs maîtres chrétiens„: _Éloge
de S. Gordius_; le concile d’Elvire, de la même époque, nous apprend
que souvent les maîtres n’osaient pas renverser les idoles qui étaient
dans leurs maisons, de peur d’irriter leurs esclaves (vim servorum
metuunt): _Concilium Eliberitanum_, canon XLI, apud HARDOUIN, t. I, p.
254.

[864] LECKY, _Hist. of the european morals from Augustus to
Charlemagne_. London, 1892, II^{10}, pp. 14, 147: Its moral action has
always been much more powerful upon individuals than upon societies,
and the spheres in which its superiority over other religions is most
incontestable, are precisely those which history is least capable of
realising.

[865] LECKY, op. cit., p. 15: A boundless intolerance of all divergence
of opinion was united with an equally boundless toleration of all
falsehood and deliberate fraud that could favour received opinions. —
p. 149: ..... The pictures of Roman societies by Ammianus Marcellinus,
of the society of Marseilles by Salvian, of the society of Asia minor
and of Constantinople by Chrysostom, as will as the whole tenor of the
history, and innumerable incidental notices of the writers of the time
exhibit a condition of depravity which has seldom been surpassed.

[866] WALLON, op. cit., III^2, pp. 389 sgg. — ABIGNENTE, op. cit., pp.
108, 113 sgg.

[867] _C. J._, VII, 16, 3.

[868] COD. THEOD., IX, 9, 1.

[869] COD. IUST., VI, 1, 6. Cfr. anche VI, 1, 3.

[870] _C. J._, IX, 47, 4.

[871] _C. J._, VII, 16, 24 e 36.

[872] _C. J._, VII, 16, 1 (_Imp. Antoninus A. Saturninae_).

[873] COD. THEOD., V, 7, 1; 8 l. n.

[874] ZOSIM., II, 38.

[875] COD. THEOD., XI, 27, 1.

[876] COD. THEOD., IX, 40, 2.

[877] WALLON, op. cit., III^2, pp. 597 sgg. — ABIGNENTE, op. cit., pp.
115 sgg. con i testi ivi citati.

[878] JHERING, _Geist d. R. R._, II Th., 2 Abth., p. 372. — BURY J. B.,
_A history of the later Roman Empire from Arcadius to Irene_. London,
1889, I, p. 371.

[879] WALLON, op. cit., III^2, pp. 416 agg. — ABIGNENTE, op. cit., p.
117 sgg.

[880] D., I, 5, 4, § 1; L, 17, 32; XL, 11, 2; _Inst_., I, 2, § 2.

[881] NOVELL., XXII, coll. IV, I, c. VIII.

[882] l. c.

[883] NOVELL., CXLII; _C. J._, I, 10; VII, 22; _Dig_., XLIX. 15, 19, §
5.

[884] _C. J._, VII, 3; 6; 8; 15; JUST., _Inst_., II, 20.

[885] _C. J._, I, 13.

[886] Cfr. MARQUARDT, _Vie privée des Romains_, passim; FRIEDLAENDER,
_Darstellungen_, III^6, p. 1-172, _Der Luxus_; pp. 173 sgg., _Die
Künste_ e passim; BLÜMNER H., _Das Kunstgewerbe im Altertum_. Leipzig,
1885.

[887] BLÜMNER, _Das Kunstgewerbe_, I, p. 214 e passim.

[888] BLÜMNER, op. cit., I, pp. 70 sgg.

[889] BLÜMNER, op. cit., I, pp. 83 sgg.

[890] BLÜMNER, op. cit., I, pp. 118 sgg., 157 sgg., 182 sgg., 192, 194,
217.

[891] BLÜMNER, op. cit., I, p. 105.

[892] BLÜMNER, op. cit., 1, p. 232 sgg., 243 sgg., 249.

[893] BLÜMNER, op. cit., I, p. 105.

[894] BLÜMNER, op. cit., I, p. 57, 85.

[895] RODBERTUS, _Zur Gesch. d. agrar. Entwickelung Roms unter den
Kaisern_ (_Jahrb. f. Nationalökonomie_, II Bd., 1864), p. 210 sgg.

[896] COLUM., _R. R._, VI, 27. Cfr. VII, Praef.; VIII, 11; IX, 9.

[897] COLUM., _R. R._, I, c. 8.

[898] MARTIAL, III, 62 — SENEC., _Ep._ 27 — GELL., XV, 29 — CIC. in
_Verr._, _A. S._, 5, 7 — WALLON, op. cit., II^2, pp. 164 sgg. — BOEGER,
op. cit., p. 22.

[899] D., XVII, 1, 26, § 8.

[900] _R. R._, IV, 3.

[901] D., XVI, 2, 21; XXI, 1, 57 — WALLON, op. cit., II^3, p. 169.

[902] _C. J._, 6, 43, 3 — WALLON, op. cit., II^2, pp. 172-4.

[903] SVET., _Aug._, 32.

[904] MOS. ET. ROM. LEG. COLL., XIV, _de plag._ ed. Huschke — _C. J._,
IX, 20, 7 e 15 — WALLON, op. cit., II^2, pp. 50 sg.

[905] _Il numero degli schiavi nell’Attica_ (ne’ _Rendiconti
dell’Istituto lombardo_, 1897).

[906] CAIRNES, _The slave power_, p. 114 sgg.

[907] _R. R._, I, c. 8: Foeminis quoque foecundioribus, quarum in
sobole certus numerus honorari debet, otium nonnunquam et libertatem
dedimus, cum plures natos educassent. Nam cui tres erant filii vacatio,
cui plures libertas quoque contingebat.

[908] CICCOTTI E., _La retribuzione delle funzioni pubbliche civili e
le sue conseguenze nell’antica Atene_ (ne’ _Rendiconti dell’Istituto
lombardo_, 1897).

[909] MARQUARDT, _De l’organisation financière chez les Romains_.
Paris, 1888, pp. 147-8 — HIRSCHFELD O., _Die Getreidererwaltung in der
röm. Kaiserzeit_, p. 68.

[910] MOMMSEN TH., _Die italische Bodenvertheilung und die
Alimentartafeln_ (_Hermes_, XIX), p. 408. — FUSTEL DE COULANGES, _Le
domaine rural chez les Romains_ (_Rev. des deux mondes_, 1886), p. 326.
— BRUGI B., _Le dottrine giuridiche degli agrimensori romani_. Verona,
1897, pp. 284 sgg.

[911] PLIN., _N. H._, XVIII, 7, 35:..... Sex domini semissem Africae
possidebant, cum interfecit eos Nero princeps....... FRONTIN., _De
controv. agrar._ (GROMATICI VETERES), p. 53.

[912] MARQUARDT, _De l’organisation financière_, pp. 139-87 —
HIRSCHFELD, _Getreideverwaltung_, pp. 3 sgg.

[913] MARQUARDT J., _De l’organisation militaire chez les Romains_.
Paris, 1891, pp. 166-71; 183 sgg.; 231 sgg. — CAGNAT, _Exercitus_, in
DAREMBERG et SAGLIO, _Dictionn. des ant. grecques et rom._, pp. 915
sgg.

[914] CAGNAT, l. c., p. 915.

[915] MARQUARDT, _Organisation militaire_, p. 203, 282.

[916] BÜCHSENSCHÜTZ B., _Die Hauptstätten des Gewerbfleisses in
klassischem Alterthume_. Leipzig, 1869, p. 4.

[917] BLÜMNDER H., _Die gewerbliche Thätigkeit der Volker des
klassischen Alterthums_. Leipzig, 1869, p. 1.

[918] Bücher K., _Die Diokletianische Taxordnung vom Jàhre 301 (in
Zeitschrift für die gesamte Staatswissenschaft_, herausg. von A.
SCHÄFFLE), Bd. L (1894), p. 697: Sie [die Alterthumwissenschaft]
hat mit modernen Vorstellungen gearbeitet und mit grossem Eifer
die Stellen aufgesucht, wo die äussern Formen des antiken Lebens an
moderne Erscheinungen erinnern, um an ihnen zu zeigen, wie herrlich
weit es die Alten schon gebracht hatten. Ein solches Verfahren ist
für die wissenschaftliche Erkenntnis nirgends so verderblich als auf
wirthschaftlichen Gebiete. Die ökonomische Welt des Altertums will
als Ganzes aus sich selbst begriffen sein, oder sie wird überhaupt
nicht verstanden werden. Cfr. anche BÜCHER K., _Die Entstehung der
Volkswirthschaft_. Tübingen, 1893.

[919] BÜCHSENSCHÜTZ B., _Die Hauptstätten_, etc., p. 4.

[920] NOTITIA DIGNITATUM OC. XI, 45-63, 74-7. — COD. THEOD., X, 20,
2-3, 6-9, 16; Or., 16-20, 26-27. — BÜCHER K., _Die Diokletianische
Taxordnung_, pp. 209, 212 sgg. — WALTZING, op. cit., II, pp. 232 sgg. —
MARQUARDT, _La vie privée des Romains_.

[921] SUET., _Vesp._, c. 18:... Sineret se plebeculam pascere.

[922] SUET., _Vespas._, c. 1.

[923] JUL. CAPITOL., _Maxim. et Balb._, c. 5.

[924] TREBELL. POLLION., _Trig. Tyr._, c. 8.

[925] JUL. CAPITOL., _Pertinax Imp._, c. 1 e 3.

[926] AEL. LAMPR., _Alexand. Sev._, c. 22, 24-5; JUL. CAPITOL., _Anton.
Pius_, c. 10.

[927] MARQUARDT, _Organisation financière_, pp. 216, 251-2, 295, 297,
298 con i testi ivi citati.

[928] SUET., _Calig._, c. 40; DIO. CASS., LIX, 28.

[929] AEL. LAMPRID., _Alex. Sev._, c. 24 e 33.

[930] AEL. LAMPR., _Alex. Sev._, c. 22.

[931] WALTZING, op. cit., II, pp. 3 sgg.

[932] WALTZING, op. cit., II, 32 con le prove ivi citate.

[933] Op. cit., II, p. 35.

[934] Op. cit., II, p. 81.

[935] Op. cit., II, pp. 239 sgg.

[936] Op. cit., II, pp. 228 sgg.

[937] Op. cit., II, pp. 359-60. Cfr. pag. 245.

[938] COD. THEOD., X, 20, 1. — WALTZING, op. cit., II, pp. 228-9 con le
autorità ivi citate.

[939] _C. I. L._, II, 1552, 1742; III, 337, 2130, 5540, 5622; V, 878,
5500, 5558, 5668, 7449, 7339 add.; VI, 9984-91; VIII, 2232, 5268; IX,
163, 820. 1456, 2484, 2485, 2829, 3056, 3103, 3446, 3517, 3571, 3617,
3701, 3908, 4053, 4664, 4877, 5460; X, 25, 1561, 1746, 4917, 3967,
7041, 8217; XIV, 2751, 2726, _vilicus supra hortos_, VI, 9472.

[940] III, 67, 1181, 1182, 1549, 1573^_a_, 4445, 5616. 5622,
*6010_{153-217}, V, 90, 1035, 1049, 1939, *5048, 5318, 7473,
8111,_{39}; VI, 9106 sgg.; VIII, 939, *1828, 2803, 8209, 8421,
8905, 10734, 10962; IX, 6083,_{111} X, 238, 284, 285, 419, 429, 421,
1909, 1910, 1911, 1912, 1913, 4600, 6592, 7228, 8045,_{12} 80465,
*8056_{154}, 8059_{29-135}; XII, 2250, 5690_{111}; XIV, 352^_b_, 372,
469, 2251, 2301, 2509, 2792. In IX, 2123 ricorre eccezionalmente, come
si vede, un _actor_ liberto.

[941] _C. I. L._, VI, 9383; VIII, 2228.

[942] _Ab ark_. (_a_), _C. I. L._, IX, 1248; _arkarius C. I. L._,
VI, 9146-8, 9150; IX, 697. *969, 2244, 2606, 3579, 3773, 3845, 4109,
4110, 4111, 4112, 6083_{11, 46-51}; X, p. 1160 e 1163; _atriensis C.
I. L._, VI, 9192-9197; _cellarius C. I. L._, VI, 9243-53; IX, 2484,
3424; _cursor_, VI, 9317; _cubicularii_, VI, 9291-312; 9285-6; _custos
horrei_, VI, 9469-70;_ dispensator C. I. L._, II, 1198, 3525 7; III,
2935, 3038, 354, 563, 1085, 1301, 1839, 1955, 978, 333, 978; V, 1034,
2883, 6407, 7638, 5924; VI, 9319-72; IX, 3580, 6083_{65}; X, 237,
1732, 1917, 1920, 1921. 4594, 7893, 8059_{157, 172, 189}; XII, 856,
5690_{108}; XIV, 207, *1396, 1876, 2852, 3033, 3716; _insularii_,
VI, 6215, 6217, 6296, 6297-9, 7291, 7407, 8855-6; _ostiarii_, VI,
9737-8. Nondimeno ricorre un _cellarius_ libero, XIV, 472, un _supra
iumenta_ anche libero, VI, 9486, un _ministrator_, VI, 9645; qualche
_nomenclator_ (VI, 9687 sgg., 8930-36), qualche _ornatrix_ (VI,
9726-36), qualche _pedissequus_ libero (VI, 9767-83), X, 1942. Tra
i _coci_ poi, con la maggiore importanza che assumono in tempi di
raffinatezza e con le maggiori occasioni che hanno di ottenere il
favore del padrone e la libertà, ricorrono in più gran numero liberi
e liberti: _C. I. L._, V, 2544; VI, 9263-70; IX, 3938; X, 5211; XII,
4468.

[943] _C. I. L._, II, 21, 2348, 470, 2337, 3666, 1737, 5655; III, 559,
3583, 3834; V, 89, 562, 1909, 1910, 2181, 2396. 2530, 5277, 5317, 5920,
3156, 3940. 8320, 2183; VI, 9562-610; VII, p. 235; VIII, 2834, 8498;
IX, 467, 470, 1714, 1715, 2369^_a_, 2607, 2686, 3388, 4553, 5462; X,
2858, 3955, 3962, 4918, 6469. 6471, 6124, 388, 5719; XII, 725, 1622,
1804, 3341, 3342, 4485-9: XIV, 2652. 3030, 3710. Abbondano, naturalmente,
quelli che il nome anche più chiaramente rivela come stirpe di liberti:
in ogni modo sono persone che godono dello stato di libertà. È pure
notevole il ricorrere non infrequente di donne, che esercitano la
medicina: _C. I. L._, II, 497; VI, 9614-7; IX, 586; X, 3980; XII, 3343.

[944] _Aerarii, C. I. L._, II, 2238; VI, 9134-38; X, 3988; XII, 3333,
4473; _albarii_, VI, 9139-40; _aluminarii_, VI, 9142; _aurifices_,
V, 1982, 2308, 8834; VI, 9149, 9202-8; X, 3976, 3978; XII, 4391,
4464-5; _architecti_, V, 1886, 3464; VI, 9151-3; X, 841, 1443, 1446,
1614, 4587, 5371, 6126, 6339, 8093, 8146: _argentarii_, VI, 9155-85;
IX, 236, 348, 3157, 4793; X, 1914, 1915, 3877; XII, 1597, 4457-60;
_argentarius coactor_, XIV, 2886; _armarii_, XII, 4463; _anularii_,
XII, 4456; _axiarii_, VI, 9215; _bybliopolae_, VI, 9218; _caelatores_,
II, 2243; VI, 9221-2; _caligarii_, V, 1585, 6671; VI, 9225; X,
5456; _candelabrarii_, VI, 9227-28; _capsarii_, V, 3158; VI, 9232;
_capistrarius_, XII, 4406; _carpentarii_, V, 5922; _chartarii_,
VI, 9255-6; XII, 3284; _clavarii_, II, 5819; V, 702; XII, 4467;
_claviclarii_, X, 7613; _clostrarii_, VI, 9260; _copones_, V, 5930;
XII, 3345; _coloratores_, X, 5352; _citharoedi_, X, 6340; _codicarii_,
II, 25, 260; _coriarii_, VI, 9279-80 (cfr. 1117-18, 1682), X, 1916;
_coronarii_, VI, 9292-3 (cfr. 4414, 4415, 7009, 9227), X, 6125;
_crepidarii_, VI, 9284; _cultrarii_, X, 3984-5; _dissignatores_, VI,
9373; _dolabrarii_, V, 908; _eboriarii_, VI, 9375; _epippiarii_, VI,
9376; _fabarii_, XII, 4472; _fabri_, III, 1652; V, 1030, 2328, 3316;
VI, 9385-417; _faber lignar._ V, 4216; XII, 722; _faber argent._
XII, 4474; _faber navalis_, XII, 5811; _faber pectenarius_, V, 98;
_figuli_, X, 424, 8043, _{83}, 8055, _{51}, 8036, _{354}; XII, 4478,
5686, _{878}, 5697, _{6}; _flaturarii_, VI, 9418-9; _florentinarii_,
VI, 9421; _fontani_, XII, 3337; _fullones_, II, 5812; VI, 9429-30
(cfr. WALTZING, op. cit., I, 183 sgg.; II, 152 e 528): _gaunacarii_,
VI, 9431; _gemmarii_, VI, 9433-7; _gladiarii_, VI, 9442; IX, 3962:
X, 3986; _glutonarii_, VI, 9443; _grammatici_, II, 2236, 3872; X,
3911; XII, 1921; _gustatores_, XII, 1754; _gypsiarii_, IX, 5378; XII,
4479; _harundinarii_, VI, 9456; _holitores_, VI, 9457-9; _horrearii_,
VI, 9460-68; _lanarii_, VI, 9490-4; XII, 4481 (cf. WALTZING, op.
cit., II, 153 e 532); _larii_, V, 3307; VI, 9499; IX, 4227, 9332;
X, 6493; XII, 4482; _lapidarii_, II, 2404, 2772; III, 1365, 1601,
1777; V, 3045; XII, 732; _lanternarius_, X, 3970; _lecticarii_,
III, 1438; VI, 9504-14; _librarii_, V, 6801; VI, 9516-25; XII, 1592;
_limarii_, XII, 4475, 5969; _linarii_, V, 5923; _lintiarii_, 9526;
XII, 3340, 4484; _lintiones_, V, 1041, 3217; _lorarii_, VI, 9528;
_macellarii_, VI, 9532; _machinatores_, VI, 9533; _margaritarii_,
VI, 9543-7; X, 6492; XIV, 2655; _marmorarii_, II, 133, 1724; VI,
9550-7; X, 1648, 1873, 3985, 7039; XIV, 3560; _materiarii_, VI,
9561; X, 3965; _mensores_, III, 1220, 2124, 2129; V, 3155, 6786;
VI, 9619-21; XII, 4490; _mensores aedificiorum_, VI, 9222-5; XIV,
23, 3032, 3713; _mensores machinariorum_, VI, 9626; _mensularii_,
XII, 4491; _mercatores, magnarii, negotiatores_, III, 2086, 2125,
2131, 4250, 4251, 5816, 5830, 5833; V, 1040, 1982, 5145, 8939, 1047,
5911, 5929, 5932, 5925, 5928, 5982, 7377; VI, 9628-32, 9652-86;
VIII, 7149; X, 487, 545, 1797, 1872, 1931, 3947, 5588, 6113, 6493,
7612, 7330; XII, 1896, 5973; XIV, 397, 2793, 4142; _museiarius_, VI,
9647; _musicarii_, II, 224; VI, 9648-51; XII, 3344; _nauta_, V, 94;
_navicularii_, V, 1598, 1606; XII, 4493-5; 5972 (cfr. WALTZING, op.
cit., II, 536); _nummularii_, II, 498; III, 1938; V, 93, 4099, 8318;
VI, 9707 sgg.; IV, 1707; X, 3977, 6493, 6699; XII, 4497; _olearii_,
II, 1481; VI, 9716-19; XII, 4497; _obstetrices_, VI, 9720-4; X, 1932,
3972; _paedagogi_, II, 1981; II, 2111; VI, 9739-64: VIII, 1506, 3322;
X, 1943-4, 6562, 8129; _pectenarii_, II, 5812, 2538, 2543; V, 450;
_pelliones_, XII, 4500; _pictores_, VI, 9786; X, 702, 1950; _pilarii_,
XII, 4501; _piscatores_, VI, 9799-801; _pistores_, V, 1036, 1046;
IX, 3190; X, 499, 5346, 5933-4, 6494; XII, 4503; XIV, 2212, 2302;
_pistor candidarius_, 4502; _plicatrix_, XII, 4504; _plumarii_, VI,
9813-4; _plumbarii_, VI, 9815-8; _plutiarii_, VI, 9819; _politores_,
VI, 9820; _poenularius_, X, 1945; _pomarii_, VI, 9821-3; X, 3956;
_popa_, VI, 9824; _praceptores_, VI, 9827; _praecones_, IX, 4910;
X, 5429-30, 6472, 8222; _propola_, XII, 4506; _pugillariarius_, VI,
9841; _purpurarii_, II, 2235; V, 1044; VI, 9844-8; IX, 5276; X, 540,
1952, 3973; XII, 4507-8; _redemptores_, VI, 9851; IX, 1549, 3707,
3821; _resinaria_, VI, 9855; _rogatores_, VI, 9859-63; _sagarii_, V,
5773, 5918, 5926, 6670; VI, 9864-72; IX, 2399, 5752, 8263; XII, 1898,
1928, 4509; _salinatores_, XII, 5360; _sarcinatores_, V, 2542, 2881,
7568; _scabillari_, IX, 3188; _scribae_, XIV, 3714; _scriniarii_, VI,
9885; _segmentarii_, VI, 9889; _sericarii_, VI, 9891-3; _sigillarii_,
VI, 9894-5; _signarii_, VI, 9876; _solatarii_, VI, 9897; _solearii_,
XII, 4510; _spatarii_, VI, 9898; _structores_, VI, 9908-10; XII, 4511;
XIV, 288, 2656; _supellectilarius_, VI, 9914; X, 1960; _sumptuarii_,
VI, 9912-3; _sutores_, II, 5934; V, 2728, 5812, 5919, 7265; IX, 3027;
_symphoniacus_, XII, 3348; _tabellarii_, VI, 9916-8; X, 1027, 1870,
1961; XII, 4512; _tabularii_, VI, 9921 sgg.; IX, 5064; X, 7039, 5361,
7936; tectores, IX, 3192; X, 6593; tegularii, X, 3729; _tesserarii_,
V, 4508, 7044; XII, 1385; _thurarii_, V, 2184; VI, 9928; X, 1962,
3966, 6802; XII, 4518; _tibiarii_, VI, 9935; _tignuarii_, IX, 5862;
_tonsores_, V, 4101; VI, 9937-42; X, 1963-4; XII, 4514-6; _tritor
argentarius_, VI, 9950; _vascularii_, VI, 9953-8; IX, 1720; X, 7611;
XII, 4519; XIV, 2887; _vestiarii_, VI, 9961-78; VIII (_vestiarius
Aug._) 5234; IX, 1712; X, 3959, 3963, 5718; XII, 3202, 4520-1; XIV,
467; _vestificus_, VI, 9979; _victumarius_, 9982; _viminarius_, XII,
4522; _unctores_, 9997; _unguentarii_, VI, 9899-1000; IX, 471, 5905.

Questo elenco, insieme a qualche altro tentato in precedenza (WALLON,
III^2, pp. 494 sgg.), senza proprio pretendere ad essere completo,
sopperisce allo scopo della dimostrazione come un altro, che, anche
essendo assolutamente completo, avrebbe, al pari di questo, un
valore dimostrativo notevolissimo ma non mai assoluto, dato il numero
relativamente tenue delle epigrafi e la considerazione che l’epigrafi
sepolcrali degli schiavi — tali son queste — dovevano essere,
comparativamente, meno frequenti di quelle de’ liberi. Ciò per non
esagerare eccessivamente questo genere di prova.

Del resto la diffusione e lo sviluppo del lavoro libero è dimostrato
nel corso del lavoro per tante altre vie.

In ogni modo, anche da questo riepilogo epigrafico, qual’è e quale va
inteso, si scorge come il lavoro libero si fosse allargato a quasi
tutte le arti. Ciò era accaduto specie per mezzo de’ liberti, ma i
mestieri erano poi moltissime volte rimasti tradizionalmente nella loro
discendenza.

In parecchi de’ mestieri riportati nell’elenco l’elemento libero tien
solo il campo; ricorrono invece liberi e servi tra gli _aerarii,
aquarii, aurifices, architecti, argentarii, capsarii, chartarii,
clavarii, corarii, coronarii, fabri, grammatici, holitores, horrearii,
lapidarii, lanii, librarii, lintiarii, marmorarii, mensores_ (non
specificati), _negotiatores, musicarii, navicularii, nummularii,
olearii, obstetrices, paedagogi, pectenarii, pedissequi, pictores,
plumarii, plantarii, purpurarii, sericarii, supellectilarii,
sumptuarii, tabellarii, tabularii, thurarii, vestiarii_.

Tuttavia, anche nella massima parte di questi, nella quasi totalità,
la grande prevalenza è de’ liberi (liberti o ingenui che fossero), ed
è notevole ad osservare come ordinariamente l’elemento servile è dato
da Roma e dalla Spagna, cioè dal paese, in cui la ricchezza accentrata
faceva persistere la produzione casalinga nella casa imperiale e nelle
grandi case aristocratiche, e dal paese dell’estremo Occidente, in cui
la produzione casalinga persisteva invece per il persistere di maniere
di vita più rudimentali, ed erano meno sviluppate le manumissioni, meno
i centri cittadini, meno il proletariato.

Secondo il mio spoglio epigrafico, poi, compaiono come servi
esclusivamente questi: _cabatores_ (C. I. L., VI, 9239); _casarii_ (VI,
9238); _circitores_ (VI, 9257); _confectorarii_ (VI, 9278); _dulciarii_
(VI, 9374); _eunuchi_ (VI, 9378-80); _fenarii_ (VI, 9417); _geruli_
(VI, 9439-41); _factor_ (VIII, 9432); _iugarii_ (XII, 3102, 3338);
_inaurator_ (II, 6107); _infector_ (II, 5519); _lagunaria_ (VI, 9486);
_lanipendae_ (VI, 9496-7; IX, 3157, 4350); _loricarii_ (II, 3359);
_muliones_ (VI, 9646); _notarii_ (III, 1938; V, 93, 1586, 1601-4);
_pastillarii_ (VI, 9766); _pecuarius_, (IX, 5276); _promo_ (VI,
9839); _quasillaria_ (VI, 9849); _refectores pectenarii_ (IX, 1711):
_saltuarii_ (VI, 9874; VIII, 5383, IX, 706); _sarcinatrices_ (VI,
9875-84, meno una liberta); _sector_ (VIII, 5267); _scutarius_ (VI,
9886); _speclarius_ (VI, 9899); _topiarii_ (VI, 9943-9); _vestiplica_
(V, 5316). Anche qui è difficile trarre induzioni troppo larghe da
esempi isolati; ma, in ogni modo, si vede come il lavoro servile
persiste preferibilmente in impieghi più faticosi, o più ignobili, o
più continui e ordinarî, o di carattere sussidiario ad arti e funzioni
di lavoro più specificato.

[945] _C. I. L._, IV, 490, 710, 677, 336, 597, 826, 886, ecc.

[946] WALTZING, op. cit., II, pp. 185 sgg., 429.

[947] _C. I. L._, XII, 4523, 4515, 4517, 3335, XIV, 2656.

[948] _Der Maximaltarif des Diocletian_ herausgegeben von TH. MOMMSEN,
erläutert von H. BLÜMNER. Berlin, 1893 e _C. I. L._, III.

[949] VII, 1-23. Cfr. pp. 104 sgg.

[950] VII, 24-8.

[951] VII, 29-37. Cfr. pp. 112.

[952] VII, 38-74. Cfr. pp. 112 sgg.

[953] VII, 75-6.

[954] XX, 1-13; XXI, 1-6; XXII, 1-26. Cfr. pp. 156 sgg.

[955] VII, 1ª.

[956] _Pro Roscio com._, 10, 28. — BLÜMNER, _Maximaltarif_, p. 105.

[957] SEEK O. nella _Deutsche Literaturzeitung_, 1894, p. 458.

[958] MICHAELIS H., _Kritische Würdigung der Preise des Edictum
Diocletiani (Zeitschrift für die gesammte Staatswissensch. herausg._
von A. SCHAEFFLE. Bd. LIII — 1897), p. 49.

[959] C. PLINI CAECIL. SECUNDI _Epist_. ad Traianum lmp., 41 (50), ed.
KEIL: ... Hoc opus multas manus poscit; at eae porro non desunt. Nam et
in agris magna copia est hominum et maxima in civitate, certaque spes
omnes libentissime adgressurae opus omnibus fructuosum.

[960] BÜCHER K., _Die Diokletianische Taxordnung_, p. 692.

[961] BÜCHER, _Die Diockletianische Taxordnung_, p. 194. — MICHAELIS,
op. cit., p. 15 e SEEK, l. c.

[962] Credo utile riportare dal SEGRÈ G., _Studio sulla origine e
sullo sviluppo storico del colonato romano_ (_Archivio giuridico di_
F. SERAFINI, voll. 42, 43, 44, 46), il diligente elenco de’ testi, che
hanno costituito gli elementi delle dispute sul colonato e il riepilogo
de’ principali punti di vista da cui il colonato è stato considerato,
rimandando per la bibliografia allo studio del Segrè, insieme al quale
è opportuno riscontrare SCHULTEN A., _Colonus_ (nel _Diz. epigr._
di E. DE RUGGIERO, II, p. 457 e _Hist. Zeitschr._, LXXVIII, 1-17). —
SEGRÈ, op. cit., vol. 42, p. 468: VARRO, _RR._, I, 17, 2; CAES., _De
bell. gall._, VI, 13; _De bell. civ._, I, 34; COLUM., _RR._, I, 7, 1
e 3; PLIN., _Epist._, III, 19; TACIT., _Germ._, c. 25; FRONTIN., _De
controv. agror._, p. 53. LACHM.; JUL. CAPITOL. _M. Anton. Philos._, 22;
TREBELL. POLL., _Claudius_, 9; _Eumenes_, _Panegyr. Const. Caes_. c. 8;
SALV., _De gubern. Dei_, V, 8; COD. THEOD., V; 4, 3; D. XX, 1, 32; XXX,
1, 112; XXVII, 1, 1757; L, 15, 4 § 8; PAUL, _Rec. Sent._, III, 6, 48;
Cod. Just., IV, 65, 1, 11; VIII, 51, 1, 1; HERMES, XV, 385-411, 478-80
e JOURNAL DES SAVANTS, 1880, pp. 686-90 pel decreto di Commodo su’
_coloni_ del _saltus Burunitanus_.

Cfr. inoltre le fonti citate dallo SCHULTEN, l. c.

SEGRÈ, op. cit., vol. 43, pp. 150 sgg.: “Il numero e la varietà delle
opinioni sull’origine e sullo sviluppo storico del colonato, di cui non
esporremo che le principali, bastano a dimostrare quanto sia difficile
tale ricerca. Per riescire più chiari, crediamo opportuno raccoglierle
in gruppi secondo i loro punti di contatto e distinguerle secondo le
loro differenze, senza la pretesa di fare qualche cosa d’esatto, ma
coll’intenzione di tentare la classificazione meno grossolana che ci
sembrava possibile.

“1º Alcune di queste teorie traggono l’elemento costitutivo del
colonato dai soli servi (Puchta, Rodbertus), altre dai soli liberi,
piccoli proprietarî, o fittabili, o lavoratori vaganti (Cuiacio,
Heisterbergk, Mommsen, Karlowa, Revillout, Wallon, Esmein); altre
da questi e da quelli insieme (Giraud, Savigny, Fustel de Coulanges,
Dareste).

“2º Secondo alcuni l’istituto è originario d’Italia (Rodbertus); per
altri è esclusivamente provinciale (Savigny, Heisterbergk, Schultz,
Rudorff, Guizot); secondo altri, e sono i più, sorse a un tempo
nell’Italia e nelle Provincie.

3º Quanto all’epoca della sua formazione, per alcuni è un istituto
preromano delle Provincie (Rudorff, Heisterbergk, Schultz, Guizot);
per altri del tempo repubblicano (Giraud, Laferrière); per i più è del
tempo imperiale.

4º Alcuni trovano il fondamento del colonato in un ceppo indigeno
libero o schiavo, italico o di altre parti dell’impero (Rodbertus,
Rudorff, Schultz, Guizot, Laferrière, Heisterbergk, Fustel de
Coulanges, Dareste); altri in un elemento straniero (Wenck, Zumpt,
Savigny, Maynz, Vesme, Fossati, Mommsen) introdottosi nell’impero
Romano. Una teoria ecclettica, che tien conto dell’uno e dell’altro
elemento, è quella dell’Huschke.

5º Finalmente alcuni rannodano l’istituto a costumi italo-greci
(Giraud), altri all’organizzazione dell’antica famiglia celtica
(Guizot), altri ad istituzioni italico-gallesi (Laferrière); altri al
servaggio germanico (Mommsen, Maynz)„.

Più particolarmente, secondo le varie opinioni che ora passeremo in
rassegna, il fondamento di fatto e giuridico del colonato è diverso,
vale a dire:

_a_) manumissione limitata, con fondamento legislativo (Puchta,
Giraud), ad un patto naturale di fitto con servi (Rodbertus, Fustel de
Coulanges per la servitù della gleba); seguito ed accompagnato dalla
sottommissione dei piccoli proprietarii o dei fittabili immiseriti;

_b_) gli istituti agrarii nelle Provincie come substrato del colonato
posteriore (Rudorff, Schultz, Guizot, Heisterbergk);

_c_) la violenza dei proprietari sanzionata poi dalle leggi (Wallon,
Yanoski, Jung, Fustel de Coulanges pel colonato dei liberi); o l’opera
dell’amministrazione romana, divenuta poi legge di questa e del costume
(Revillout, Hegel, Kuhn, Esmein, Karlowa);

_d_) l’influenza diretta della legislazione sui liberi agricoltori
(Huschke, Marquardt), per alcuno (Puchta) anche sugli schiavi;

_e_) i trapiantamenti barbarici, secondo alcuni quelli dei soli
_dediticii_, secondo altri di questi e de’ Laeti e dei Gentiles
(Gothofredo, Wenck, Vesme, Fossati, Zumpt, Savigny, Laboulaye,
Marquardt); ad essi poi in certo senso è messo da alcuni in rapporto
il colonato. Quanto alla derivazione germanica dell’istituto (Maynz,
Mommsen), i più fanno rimontare questi trapiantameli all’imperatore
Marco, altri ad Augusto (Huschke, Marquardt);

_f_) la clientela romana e gallese;

_g_) l’esercizio della piccola cultura sui latifondi in Italia
(Rodbertus), nelle provincie frumentarie (Heisterbergk). Però queste
due teorie, specialmente la seconda, si occupano più di rintracciare
il _materiale sociale_ che costituì il colonato, di quello che il suo
fondamento giuridico;

_h_) Altri scrittori si limitano a designare gli stadii o momenti
storici dell’istituto (Léotard, Lattes).

[963] JUNG J., _Zur Würdigung der agrarischen Verhältnisse in der röm.
Kaiserzeit_ (_Hist. Zeitschrift_, XLII (1879), p. 45 e 53).

[964] CAIRNES, _The slave power_, p. 67.

[965] SCHULTEN A., _Die röm. Grundherrschaften_ (_Zeitschr. für Social
und Wirthschaftsgesch._, III (1895), pp. 357, 362 sgg.) — MOMMSEN,
_Decret des Commodus_, etc. (_Hermes_, XV), pp. 392 sgg. — BOISSIER G.,
_L’Afrique Romaine._ Paris, 1895, p. 165.

[966] JUNG J., op. cit., pp. 74 sgg. — ZACHARIAE VON LINGENTHAL K.,
_Geschichte d. Griechisch-Römischen Rechts_. Berlin, 1877, p. 227 con
le autorità ivi citate.

[967] _R. R._, I, 7.

[968] ZACHARIAE VON LINGENTHAL, op. cit., p. 240 con le autorità ivi
citate.

[969] Op. cit., pp. 243 sgg.

[970] LAENGER O., _Sklaverei in Europa während d. letzten Jahrhunderte
des Mittelalters_. Bautzen, 1891, pp. 5 sgg. con le opere e le autorità
ivi citate.

[971] LAENGER, op. cit., p. 22.

[972] LAENGER, op. cit., p. 19, 25.

[973] LAENGER, op. cit., pp. 20, 26, 27 sg. 30.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. In particolare il testo
greco è stato trascritto tal quale, senza alcuna correzione.

Numeri e lettere in apice sono preceduti da ^; in pedice sono preceduti
da _.



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